Storie e storielle dell’Ansa

Storie e storielle dell’Ansa

 

 

L’elezione di papa Montini

21 giugno 1963. Uno dei successi dell’Ansa è legato all’elezione di papa Montini; un successo dovuto a una trovata, come a volte succede nel campo del giornalismo. L’agenzia dette infatti per prima nel mondo l’annunzio della nomina del successore di Giovanni XXIII. E come?  Nel 1963 non c’era ancora l’Eurovisione né la Mondovisione né i satelliti artificiali e quindi l’e­sito del conclave si sarebbe saputo soltanto a Roma, in piazza San Pietro op­pure davanti ai televisori con la trasmissione in diretta della Rai; tutti eguali, noi dell’Ansa e i colleghi delle agenzie straniere.

In agenzia avevamo portato un televisore nel salone delle telescriventi. Sulla telescrivente di trasmissione erano già pronti cinque flash: «Agagianan papa», «Lercaro papa», «Urbani papa», «Montini papa», «Siri papa»; cioè tutti i “papabili”. Alle 11.22 una fumata bianca uscì dal fumaiolo della Cappella Sistina. A mezzogiorno e dieci si aprì la grande vetrata della chiesa di San Pietro e uscì il cardinale Ottaviani: “Ha­bemus papam: excellentissimum ac reverendissimum dominum Ioannem…”. Di Giovanni ce ne erano due: Montini e Urbani; chi dei due? ma uno dei due si chiamava anche Battista. Il cardinale Ottaviani continuò:  “… Bap…”. Era la pri­ma sillaba di Baptistam; il papa non poteva essere che Montini.

Erano le 12.11 e partì il “flash” Ansa: “Montini papa”.  Ottaviani continuò: “…tistam cardinalem Montini”. Gli applausi della folla in piazza ci aiutarono, perché cominciarono subito dopo avere sentito “baptistam”; molti avevano capito subito chi era il nuovo papa. Ap, Reuter, Afp, Dpa, Efe, le agenzie maggiori, dettero la notizia soltanto quando Ottaviani disse “Montini”. Ventuno secondi dopo la notizia dell’Ansa.

 

Il “librone”

     Una delle mie ambizioni era che il notiziario dell’agenzia fosse un modello di buona scrittura. Le notizie e i servizi dovevano ovviamente rispettare ortografia, grammatica e sintassi, ma anche usare un lessico semplice e chiaro. Niente parole dotte e difficili, niente forestierismi, niente richiami culturali o storico-politici. Il racconto del fatto doveva essere il più breve possibile, evitando ogni commento o interpretazione.

Negli anni Sessanta feci comprare un bel fascicolo, di grandi dimensioni, 21 per 30, ben rilegato con la copertina di cartone. Quando era necessario, sulle pagine venivano appuntate le notizie che ritenevo non scritte bene. Erano di carta; allora si lavorava con le telescriventi. Con le notizie corrette (le correzioni erano scritte con una biro rossa, ma la sigla dell’autore, in calce, era cancellata per nasconderne, formalmente, l’identità) il  fascicolo ogni mattina faceva il giro dei vari servizi della redazione. Il fascicolo ebbe subito un nome: librone.

Dopo parecchi mesi il comitato di redazione mi chiese di parlarmi. Con qualche sorriso e molto imbarazzo, “Non è nei nostri poteri” disse ”di sindacare i modi con cui il direttore intende assicurarsi che il nostro lavoro sia un buon lavoro, ma questo librone crea qualche problema emotivo. Davvero non è possibile metterci la parola fine?”.

E’ possibile, risposi. La lezione mi sembra sia stata utile e abbia avuto buoni risultati. Infatti le notizie che non mi piacevano erano notevolmente diminuite. Col librone finito in un cassetto, da allora in poi le brutte notizie, quando capitavano, le correggevo, sempre con la biro rossa, e le davo al segretario di redazione perché, senza protocollarle, le facesse avere in busta chiusa agli autori.

Molti anni dopo un redattore mi disse: ho conservato in un bel pacchetto tutte le notizie che lei mi ha mandato corrette. Sono un piccolo libro di testo.

 

Il primo organismo est-ovest   

Si chiamava Eana, European alliance of news agencies, ma tutti noi delle agenzie la chiamavamo Alliance, pronunciandola alla francese (allianse) o all’inglese (allaians). Era una associazione storicamente importante; in tempi di guerra fredda era l’unica che aveva come membri organismi dell’una e dell’altra Europa, l’Europa democratica e l’Europa comunista.

L’Eana era nata nel 1956 a Strasburgo per iniziativa delle agenzie di stampa dell’Europa occidentale e nei primi anni Settanta, cioè in tempi di guerra fredda, provò a invitare le agenzie dei paesi comunisti. Accettarono; lo statuto prevedeva lo scambio di informazioni e di esperienze di  lavoro. La sede formale era a Ginevra, dove ci si riuniva i primi di settembre. L’organigramma prevedeva un presidente di una parte e un vicepresidente dell’altra; dopo un anno il vicepresidente diventava presidente e si eleggeva un vicepresidente dell’altra parte. C’era anche un segretario generale, con la durata di tre anni e rinnovabile. Di che parte? Per tutti gli anni Ottanta e Novanta fu Arrigo Accornero, vicedirettore dei servizi esteri dell’Ansa. Un bel riconoscimento per la nostra agenzia.

Le agenzie dell’Europa occidentale erano, con l’Ansa, la francese Afp, la tedesca Dpa, la spagnola Efe, la portoghese Lusa, l’inglese Pa, l’olandese Anp, l’austriaca Apa, la Belga, la svedese Tt, la norvegese Ntb, la danese Ritzau, la finlandese Stt, la greca Ana, la svizzera Ats (Sda). Le agenzie dei paesi comunisti erano, con la sovietica Tass, la polacca Pap, la cecoslovacca Ctk, l’unghese Mti, la romena Agerpress,  la bulgara Bta e la jugoslava Tanjug. Nel 1988 entrò nell’Alliance anche la turca Anadolu.

 

Un’agenzia che non nacque

Un’associazione di agenzie di stampa che invece non ebbe successo fu quella che si cercò di fondare negli anni Ottanta e fu chiamata Capea (Conférence des agences de presse européennes et arabes). L’intenzione delle agenzie europee occidentali era buona: stabilire rapporti di  collaborazione e di scambio con le agenzie dell’Africa mediterranea e del Medio Oriente. Ci furono alcuni incontri, ma quello che si presentava come il più importante per la vita della progettata associazione, a Vienna nell’aprile del 1979, ne consacrò, almeno per il momento, l’impossibilità; e con aspetti anche comici.

L’incontro era organizzato dall’agenzia austriaca Apa, che fece le cose in grande. All’apertura del convegno era stato invitato addirittura il presidente della repubblica Kirchschläger. La sala aveva un gruppo di sedie da una parte, un eguale gruppo di sedie dall’altra. All’ora prevista le sedie di una parte erano tutte occupate dai rappresentanti delle agenzie europee; le sedie dell’altra parte erano tutte vuote, salvo una, quella dell’agenzia egiziana Mena. Nel precedente mese di settembre il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin si erano incontrati a Camp David con l’auspicio del presidente americano Jimmy Carter e da poco era stato firmato il trattato di pace fra Israele e Egitto. Tutte le agenzie di stampa arabe e africane decisero di esprimere così il proprio dissenso e la  cerimonia ebbe un inizio sconcertante.

Silenzio generale, imbarazzo. Secondo il programma, un’orchestra di violini suonò un breve pezzo classico; poi il presidente della repubblica austriaca se ne andò; e tutto finì così.

 

Un’agenzia fotografica europea

Una iniziativa importante e positiva nel campo delle agenzie di informazione europee fu la decisione nel 1985 di stabilire una collaborazione fra i loro servizi fotografici. Tutte le agenzie avevano un servizio fotografico, ma limitato al loro paese. Solo l’americana Ap e l’inglese Reuters ne avevano uno internazionale e quindi a queste due agenzie dovevano ricorrere per la copertura fotografica degli avvenimenti stranieri. La francese Afp, l’Ansa, la tedesca Dpa, la spagnola Efe, l’olandese Anp, la portoghese Lusa e la Belga fecero nascere, con sede a Francoforte, un organismo – l’Epa, “European pressphoto agency” – che raccoglieva e poi distribuiva il servizio fotografico di interesse internazionale delle sette agenzie.

Negli anni Novanta si aggiunsero l’austriaca Apa, la polacca Pap e anche agenzie solamente fotografiche come la finlandese Lehtikuva, la svedese Pressensbild, la danese Nordfoto, la norvegese Scanfoto, la svizzera Keystone. Nei primi anni Duemila aderirono anche la greca Ana e l’ungherese Mt. Ci fu anche l’adesione di alcune agenzie dell’Europa orientale che erano prive di un loro servizio fotografico; l’Epa creò quindi una sua struttura di servizio in quei paesi.

 

L’Ansa e la “Voce di Fiume”

In Croazia e in Slovenia vivono oggi più di ventimila cittadini croati e sloveni di lingua italiana e per essi si stampa a Fiume un quotidiano che si chiama la “Voce del popolo”. Un quotidiano con la stessa testata nacque nel 1944, sempre a Fiume (Rijeka in croato), per iniziativa delle autorità comuniste che cercavano di limitare il grande esodo (250-280 mila) degli italiani dalle terre che dall’Italia erano passate nella Repubblica federativa jugoslava del maresciallo Tito. Era un giornale comunista in lingua italiana e le informazioni le riceveva in serbo-croato dall’agenzia statale Tanjug.

D’accordo col capo dell’ufficio Ansa di Trieste, il direttore del’Ansa ebbe un’idea: fare avere alla “Voce del popolo”, per corriere, il servizio ciclostilato dell’Ansa; e quando nacque un sicuro collegamento telefonico fra Trieste e Fiume, il servizio in telescrivente. Tutto e gratis.

 

L’Ansa e l’agenzia svizzera

Ats (Agenzia telegrafica svizzera) è la sigla in italiano (Sa in francese, Sda in tedesco) dell’antichissima (lo si vede dall’aggettivo “telegrafica”) agenzia di stampa svizzera. Ha tre redazioni, una per ogni lingua del paese. La redazione di lingua italiana serve i giornali in lingua italiana del Canton Ticino. L’informazione estera e italiana aveva bisogno di essere tradotta dal francese o dal tedesco. Già negli anni Sessanta il direttore dell’Ansa concordò che l’Ats ricevesse il notiziario dell’agenzia italiana. Finì che in pratica i quotidiani del Canton Ticino erano abbonati all’Ansa.

 

Il Dea e l’informatizzazione dell’Ansa

L’ultimo dei suoi trenta anni di direzione non fu gradevole per me. Col passaggio dall’analogico al digitale avevo colto la novità rivoluzionaria di quelli che vennero chiamati “new media” e cercai di convertire rapidamente l’agenzia ai nuovi sistemi elettronici. Cominciai con l’archiviazione delle informazioni e col Dea, l’archivio elettronico. L’Ansa fu la prima agenzia al mondo a possedere un così prezioso strumento per controllare e arricchire l’’informazione corrente con l’informazione passata; ritrovare nel giro di qualche secondo una notizia o più notizie trasmesse nel tempo col semplice uso di una parola chiave; in genere un nome proprio, ma, volendo, anche un nome comune. E’ il sistema, con Internet, degli attuali motori di ricerca.

L’informatizzazione dell’agenzia comportava nuovi modi di lavoro; il più notevole era nella scrittura delle notizie, che il giornalista poteva scrivere non più sulla macchina per scrivere ma direttamente sul computer di trasmissione. Era da sempre una competenza dei poligrafici telescriventisti, che, con una reazione di ottocentesco luddismo, si opposero contro quella che ovviamente era la perdita di un potere: subito, il potere di fermare l’agenzia bloccando la trasmissione del notiziario; in seguito la possibile scomparsa del loro posto di lavoro. Il fatto era che così la scrittura di una notizia avveniva in due tempi: il redattore la scriveva sulla macchina per scrivere e il poligrafico la copiava sulla telescrivente di trasmissione. Il pc stava nell’armadio.

Qualcosa del genere succedeva anche nel reparto fotografico. Appena ne ebbi conoscenza, feci arrivare delle macchine per la gestione digitale delle foto. Erano imballate in un grosso scatolone. Se aprite lo scatolone, dissero i fotografi, entriamo in sciopero.

Inutilmente cercai di convincere le parti interessate: vi ho sempre aiutato nelle vostre richieste, trovate altre forme di lotta sindacale, non potete opporvi al nuovo che avanza. Inutilmente. Il direttore se ne andò in pensione, nel gennaio del 1990, senza che gli interessati si rendessero conto che la loro posizione era assurda; e così l’Ansa, che agli inizi degli anni Ottanta era nel mondo, dopo la Reuters, l’agenzia più all’avanguardia nel campo dell’informatizzazione elettronica, diventò l’ultima, perfino dopo l’agenzia greca. Ma Sergio Lepri non c’era più.

 

I prodigi del Dea

 L’esercizio del Dea ci disse due cose. Una era prevedibile ed era prevista: la commercializzazione dell’archivio, cominciata nel 1982, e non solo per organi di informazione, ma anche per organi pubblici di sicurezza, a cominciare dal ministero dell’interno e anche dal ministero degli esteri. L’altra fu una scoperta: un archivio elettronico permette non solo di controllare l’informazione, arricchendola (a quel tempo non c’era Internet); un archivio elettronico può produrre informazione (e Internet non può farlo). Un esempio: con un archivio elettronico è possibile stabilire il maggior valore del dollaro rispetto all’euro nei primi sei mesi di un anno; oppure un altro esempio, che ci divertivamo a fare nel promuovere il Dea: lei sa come si gioca al lotto? è facile, col Dea, conoscere da quanto tempo non è uscito un  certo numero sulla ruota di Roma oppure quand’è che un certo  numero è uscito come primo estratto su una certa ruota.

 

L’attentato a papa Woityla

L’utilità di un archivio elettronico delle notizie ebbe una clamorosa conferma con l’attentato a papa Giovanni Paolo II, il 13 maggio del 1981. L’Ansa trasmise il flash alle 17.33 e alle 19.33 il nome dell’attentatore, comunicato dalla polizia. Ma chi era questo Ali Ağca? Il Dea, consultato dal capo del servizio, Guido Buldrini, lo trovò in pochi secondi. Era un terrorista turco, membro di un gruppo chiamato “lupi grigi”, sotto processo  nel suo paese per l’assassinio di un giornalista.

La notizia trasmessa dall’Ansa – un grande scoop – fu subito ripresa da tutte le grandi agenzie, citando l’Ansa; dall’Ap, dalla Reuters, ovviamente anche dall’agenzia francese Afp, che un po’ dopo si accorse che la notizia era una notizia sua, una notizia che, nel quadro degli accordi di scambio, l’Ansa aveva ripreso dalla Afp qualche tempo prima e trasmessa, come si usa, con la sigla ansa-afp. Si può supporre che qualcuno a Parigi si sia infastidito. Pochi giorni dopo un dirigente dell’agenzia francese venne a Roma a vedere che diavolo aveva combinato l’agenzia italiana. Nel giro di un anno tutte le grandi agenzie si costruirono un archivio elettronico come quello dell’Ansa.

 

Il direttore censurato

Una volta è successo che per presunti motivi di opportunità politica l’Ansa non trasmise una notizia importante. La notizia era stata scritta da me, direttore, a Washington e fu censurata a Roma dal vicedirettore Arrigo Accornero, che ignorava che l’avessi scritta io. Era oltretutto una notizia divertente: un giornalista comunista che nel 1974 alla Casa Bianca balla con la First Lady.

Fu durante la visita di stato del presidente della repubblica Giovanni Leone negli Stati Uniti nel settembre di quell’anno. Gli inviati dei giornali che accompagnavano il viaggio presidenziale erano stati invitati al ricevimento seguito alla cena di gala nella White House. Fra essi anche l’inviato del quotidiano del Pci “l’Unità” Alberto Jacoviello. Faceva parte del gruppo dei giornalisti della delegazione ufficiale italiana e gli americani non gli negarono l’ingresso negli Stati Uniti e anche nella Casa Bianca.

Al ricevimento il presidente Leone e la moglie Vittoria se ne andarono presto e nella sala rimasero il presidente degli Stati Uniti, che era Gerald Ford, con la moglie Elizabeth (ma si faceva chiamare Betty), alcuni invitati e i giornalisti italiani. C’era un’orchestra e, secondo un’usanza non nuova, Gerald Ford e Betty cominciarono a ballare, prima loro due e poi con altri. Anche Jacoviello chiese a Betty di ballare. Era una cosa casuale, sicuramente Betty non sapeva chi era Jacoviello, ma in quei tempi di guerra fredda un ballo della First Lady con un giornalista comunista alla Casa Bianca era una grossa notizia, così grossa che la notizia che subito scrissi e trasmisi a Roma fu bloccata dal vicedirettore Accornero, capo dei servizi esteri, e non rilanciata nel notiziario dell’agenzia.

Me ne accorsi al rientro a Roma. Che fare col mio prudente vice che aveva censurato una notizia interessante? Accornero era un bravissimo giornalista e un prezioso collaboratore che aveva sempre meritato la mia fiducia. Gli spiegai bonariamente le mie ragioni e finii in scherzo: non vorrai che in futuro il direttore si rivolga al Comitato di redazione per garantire il suo modo di concepire la libertà dell’informazione?

 

Il direttore fa l’inviato

    Un direttore che prende il posto dell’inviato e copre l’evento con pezzi firmati col nome dell’inviato consenziente? E’ successo; nella Persia (così allora si chiamava l’Iran) nel dicembre del 1974.

Eravamo a Teheran al seguito della visita di stato del presidente della repubblica Leone. In questi viaggi c’è sempre, dopo gli incontri ufficiali nella capitale, qualche giorno di visite turistico-culturali. Si trattava di andare a Isfahan e a Shiraz e da qui al grande sito archeologico di Persepoli, che lo scià Reza Pahlavi aveva fatto trionfalmente aprire e in parte ricostruire a gloria antica del suo paese.

Eravamo in partenza da Teheran quando l’inviato dell’agenzia, Memi Bortolini, disperato mi disse che non stava bene e non se la sentiva di continuare il servizio. Aveva settanta anni e capii che non era il caso di insistere. Come fare, allora? Semplice, dissi; dammi la tua Olivetti e il servizio lo faccio io. Prima di dirigere l’Ansa ho fatto tante volte l’inviato, anche in Usa, tre mesi; anche in Urss, due mesi e mezzo. Il problema era della firma, ma fu Bortolini a risolverlo. Lascia la firma mia, disse; non credo che mi farai fare delle brutte figure.

Per me furono quattro giorni di felicità. Facevo quello che avevo deciso di fare trenta anni prima: il giornalista che scrive, non il giornalista che dirige.

 

I viaggi con i presidenti della repubblica

Nei miei trent’anni di direzione dell’Ansa ho seguito quasi sempre personalmente le visite di stato all’estero dei presidenti della repubblica. Era una consuetudine che aveva una logica. In questi viaggi il presidente era sempre accompagnato, con lo stessa aereo dell’Alitalia noleggiato, da una delegazione di inviati dei più importanti quotidiani italiani, dai dieci ai venti. Anche il direttore dell’Ansa, quindi; ma nella capitale visitata, in qualche caso tutti i giornalisti venivano ammessi alle varie occasioni ufficiali, in qualche caso no, e allora era invitato un solo giornalista, il direttore dell’Ansa, cioè dell’agenzia che come società cooperativa era di proprietà di tutti i quotidiani; successivamente il direttore dell’Ansa faceva quello che in gergo si chiama un “briefing”, per raccontare ai colleghi se nell’incontro riservato c‘era stato qualcosa di rilevante.

Sono stato in Persia e in Urss con Leone, con Pertini in Spagna, nella Repubblica Federale Tedesca, in Francia, in Messico e in Giappone, con Cossiga negli Stati Uniti; ma gli incontri più interessanti sono stati non con presidenti della repubblica, ma nel 1967 a Mosca con Fanfani ministro degli esteri e Gromyko e nel 1971 a Pechino col ministro del commercio estero Zagari e Zhou Enlai (allora si scriveva Chou en Lai). Nella sezione “Testimonianze” del mio sito in Internet racconto molte storie divertenti nel capitolo “Quanto è bello fare il giornalista”.

Una storia che non ho raccontato è la cena di gala offerta dal presidente Pertini a Tokio nel 1982. Il programma di queste visite prevede una cena di gala offerta dal capo dello stato visitato e una cena di gala offerta dal capo dello stato visitatore. In Spagna, nel 1980, alla cena di gala offerta nel palazzo reale (anche qui ero l’unico giornalista invitato) Pertini col suo simpatico modo affettuoso trattava re Juan Carlos e la regina Sofia come se fossero figli suoi; a Tokio si dimenticò che l’imperatore del Giappone soltanto con la sconfitta della seconda guerra mondiale era stato costretto a rinunziare ai suoi privilegi religiosi e divini e quindi, avendolo alla sua destra nella cena di gala all’ambasciata d’Italia, gli si rivolgeva ogni tanto con calore come se, oltretutto, l’imperatore capisse l’italiano.

Io (unico giornalista presente) ero a qualche metro di distanza: fermo come una statua, con una eguale rigida opaca espressione sul volto, l’imperatore non aprì bocca un momento; non una parola né un sorriso.

 

Atterraggio sul ghiaccio

Pio Mastrobuoni mi ha ricordato un episodio di cui fu protagonista senza saperlo. Quello che sa glielo ho raccontato io.

Era il novembre del 1975 e facevamo parte del gruppo di giornalisti che accompagnava il presidente della repubblica Giovanni Leone nella sua visita di stato nell’Unione Sovietica. Mastrobuoni era l’inviato dell’agenzia. In questi viaggi c’era sempre una parte turistico-culturale e dopo i rituali colloqui di Mosca dovevamo andare a Leningrado (oggi SanPietroburgo) e poi in Georgia.

Delegazione ufficiale e giornalisti eravamo in parecchi e partimmo da Mosca con tre aerei sovietici (militari o quasi). Dopo un’ora, guardando dal finestrino la posizione del sole, mi accorsi che non andavamo in direzione di Leningrado, ma più a sud. “Ragazzi” dissi scherzando ai colleghi, “ci hanno dirottato”. In realtà poco dopo atterrammo nell’aeroporto di Riga in Lettonia. L’aeroporto di Leningrado, ci fu spiegato, era chiuso al traffico per una tempesta di neve.

Ripartimmo dopo due ore. La tormenta di Leningrado era finita? Avvicinandosi ci accorgemmo di no. L’aereo si abbassava dentro nuvole dense e la neve batteva con violenza sul vetro dei finestrini. Pio era accanto a me e si era appisolato. Che faccio? mi dissi; lo sveglio? Decisi di no; era meglio che non sapesse.

Sulla pista ghiacciata dell’aeroporto ancora chiuso al traffico (la visibilità, ci fu detto, era di cinquanta metri) l’aereo finalmente si fermò. “Complimenti al pilota” dissi più tardi al funzionario sovietico che ci accompagnava. “Niente di eccezionale” mi rispose; “il pilota ha la classifica di eroe dell’Unione Sovietica”.

 

La “finestra sul mondo” dell’Ansa

Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta l’Unesco si dette molto da fare, davanti all’avanzata dei paesi di quello che in quei tempi veniva chiamato Terzo Mondo, sui problemi della comunicazione non più soltanto sul piano delle tecniche, ma anche su quello dei contenuti, pace e progresso sociale.

Tra il 1970 e il 1982  (a parte la conferenza di Helsinki del 1975) si svolsero una trentina di conferenze, simposi, colloqui, seminari (tutti in località turisticamente interessanti: Acapulco, Colombo, anche Firenze e Venezia alla Fondazione Cini). Il tema era come garantire un’informazione libera e equilibrata. Era un tema falso per principio. Molti paesi non volevano un’informazione libera e l’equilibrio era parola sospetta: chi stabilisce l’equilibrio? Dopo una decina d’anni e tanti blablabla, di incontri non si parlò più.

C’era una realtà; sui paesi che furono chiamati prima “in via di sviluppo”, poi “non allineati” (a Usa e Urss), poi “emergenti” l’informazione era assicurata dalle grandi agenzie di informazione (Ap, Afp, Reuters, allora anche l’americana Upi) e in parte dalle agenzie internazionali minori (Ansa, Dpa, Efe). C’era una ragione: in quei paesi l’informazione era informazione di stato e le agenzie di stampa organismi statali, che fornivano un’informazione incompleta, manipolata e, quella non politica, quasi sempre ritardata. Giusta quindi la protesta, ma giusto e comprensibile il fatto che se in quei paesi succedeva qualcosa di importante non lo si sapeva certo dalle loro agenzie.

Per confermare, comunque, la propria disponibilità e per dare una prova concreta di sensibilità per il problema sollevato da quei paesi l’Ansa decise nel 1981 di mettere giornalmente a disposizione di quelle agenzie uno spazio di sessanta minuti dove ciascuna di esse poteva inserire una o due notizie (500 parole), di propria scelta e senza interventi redazionali da parte nostra.

Dell’iniziativa dell’Ansa, chiamata “Finestra sul mondo” e unica nel mondo delle agenzie, il direttore dette notizia con una bella lettera inviata ai direttori di quelle agenzie. Alcuni risposero apprezzando calorosamente l’offerta (gratuita) e accettandola, qualcuno lasciando all’Ansa la facoltà di scegliere le notizie ritenute più adatte; altri risposero positivamente, riservandosi di approfittarne a suo tempo (un tempo che non arrivò mai); altri non risposero.

La finestra dell’Ansa è rimasta aperta per anni con notizie che con pazienza i redattori della redazione estera cercavano nei notiziari di quelle agenzie (14), ricevuti per radiotelescrivente. Erano tutte notizie quasi sempre di scarso interesse.

Dell’iniziativa il direttore parlò a una Festa dell’Unità a cui era stato invitato per affrontare il problema. C’era anche un giornalista di un’agenzia araba. Fece un appassionato intervento in francese: l’informazione doveva essere intesa come strumento di lotta. Anche i colleghi del quotidiano comunista capirono che si parlavano lingue diverse.

 

L’Ansa e le ambasciate italiane all’estero

Un merito dell’Ansa è anche di avere messo le rappresentanze diplomatiche italiane all’estero nelle condizioni di sapere – subito e ampiamente – quello che succedeva in Italia (e anche nel mondo). Prima di allora le ambasciate ricevevano ogni mattina il cosiddetto telespresso, con cui il ministero degli esteri riassumeva, molto brevemente, i fatti politici più importanti avvenuti in Italia. Le ambasciate in Europa si avvalevano ovviamente anche dei quotidiani maggiori, che arrivavano per via aerea; a Parigi e a Londra arrivavano in serata e disponibili quindi il giorno dopo.

L’Ansa cominciò con i notiziari in francese e inglese che l’agenzia trasmetteva in radiotelescrivente; poi con un notiziario ridotto in italiano; poi, quando lo permisero i collegamenti per filo in telescrivente, col notiziario generale, lo stesso ricevuto dai giornali. Fu un notevole successo e una grossa opportunità – si suppone – per i nostri rappresentanti diplomatici all’estero; anche i consolati generali, oltre alle ambasciate; e in tutti continenti, anche a Canberra e a Wellington, a Pretoria, a Tokio e a Pechino. Un’informazione completa e immediata.

Il ministero degli esteri pagava le spese di trasmissione. Il notiziario dell’Ansa era regalato. Era un modo, anche questo, per limitare al massimo i soldi che lo Stato dava all’agenzia.

Fra lo Stato e l’Ansa erano in corso, fino dagli anni Cinquanta, delle convenzioni chiaramente configurate: l’intervento finanziario pubblico non era inteso come una sovvenzione o un contributo ma come il pagamento di determinati servizi, primo dei quali la ricezione del notiziario da parte di tutti gli organismi istituzionali, governativi, parlamentari e amministrativi, centrali e periferici.

Un’intesa importante fra Stato e Ansa avvenne negli anni Cinquanta riguardo l’informazione internazionale. Le forze ancora scarse dell’agenzia la costringevano ad avere pochi uffici di corrispondenza fuori dell’Italia (all’inizio degli anni Sessanta soltanto a Parigi, Londra, Bonn e New York), sicché l’informazione dall’estero era quella fornita dalle agenzie a cui l’Ansa era abbonata: Reuters e France Presse. Oltre il sessanta per cento dell’informazione estera dell’Ansa era quindi di fonte straniera.

L’intesa fu di assicurare anche dall’estero un’informazione di fonte italiana, per cui lo Stato si impegnò a aiutare in maniera consistente la creazione di uffici di corrispondenza dell’Ansa nelle capitali dei paesi più importanti in tutti i continenti.

L’accordo riguardava anche la scelta di queste capitali. Il ministero aveva dei criteri diversi da quelli strettamente legati all’interesse giornalistico, tanto più che gli ambasciatori ritenevano importante la sede che veniva loro affidata anche per la presenza di un corrispondente dell’Ansa.

Nella convenzione degli anni Ottanta, desideroso come ero che le entrate dell’agenzia fossero quanto meno possibile di pubblico denaro, roposi una formula che riduceva notevolmente i costi: in alcune capitali giornalisticamente meno importanti il corrispondente dell’agenzia veniva formalmente accreditato presso le autorità locali, ma vi si recava solo saltuariamente o in presenza di prevedibili eventi. Così Ottawa, con un giornalista facente parte della redazione di New York, così un solo giornalista per la Libia e i paesi magrebini, Tripoli, Tunisi, Algeri e Rabat. Ad altre due capitali non tenevo molto: Nairobi e Singapore. Diverso parere per Bruxelles, che negli anni Ottanta divenne l’ufficio di corrispondenza più forte di redattori, e per  Washington, rafforzato sul piano politico, mentre a New York rimaneva la copertura dell’informazione culturale, sociale e sportiva.

 

L’Ansa e l’ambasciata in Canada

La decisione per la sede dell’Ansa a Ottawa non piacque all’allora    ambasciatore nel Canada, Francesco Paolo Fulci, che se la prese col direttore Lepri, di cui cominciò a contestare violentemente l’operato.

Un episodio sconcertante avvenne di lì a poco. Il presidente della Regione Abruzzo, Emilio Mattucci, si recò nel 1985, appena eletto, in Canada, dove gli abruzzesi e gli originari dell’Abruzzo sono tanti e bene organizzati fra loro in efficienti comunità e perfino con un quotidiano, il “Corriere Canadese” (che riceveva, gratis, i notiziari dell’Ansa). Il giornalista dell’Ansa – residente a New York, ma ufficialmente corrispondente dal Canada – seguì tutto il viaggio di Mattucci e le sue corrispondenze furono trasmesse dall’agenzia nei suoi vari notiziari, primo dei quali il notiziario regionale abruzzese.

Tornato in Italia il presidente Mattuzzi mi telefonò: l’ambasciatore Fulci mi ha detto che l’Ansa non ha trasmesso una riga sul mio viaggio. Incredibile.

Fu facile fare avere immediatamente al presidente Mattuzzi copia dei lunghi servizi che lo riguardavano. Ma com’è che l’ambasciatore Fulci (un ambasciatore importante, poi rappresentante dell’Italia alle Nazioni Unite e poi a Bruxelles; era stato anche capo della segreteria di Amintore Fanfani presidente del Senato) aveva detto una cosa così falsa? E’ possibile che non si fosse accorto di quei lunghi servizi? Speriamo che la bugia non nascesse dal suo ingiustificato rancore per l’Ansa e il suo direttore.

Andato in pensione, l’ambasciatore Fulci è stato nominato presidente della Ferrero.

 

L’Ansa e gli ambasciatori

I rapporti tra l’Ansa e il Ministero degli esteri erano stretti per più motivi ed era facile che diventassero in molti casi non solo rapporti di ufficio ma anche di amicizia. Amici cari del direttore furono specialmente due capi del Servizio stampa, Walter Gardini (poi capo della segreteria del presidente del Senato Fanfani, poi direttore degli Affari politici, poi ambasciatore a Parigi) e Turi Saraceno, morto giovanissimo. Nei viaggi di lavoro all’estero non mancava quasi mai un invito a pranzo da parte dell’ambasciatore del  posto; e se il viaggio del direttore era su invito dell’agenzia di stampa di quel paese, l’ambasciatore organizzava per lui una cena in onore dei dirigenti di quell’agenzia; anche a Mosca nel 1985 con l’ambasciatore Sergio Romano e l’agenzia Tass.

Alcuni ambasciatori si limitarono a offrire una tazza di te, come l’ambasciatore a Budapest nel 1975. Questa volta meglio così, perché il direttore dell’agenzia ungherese Mti, che aveva invitato Lepri per un incontro di lavoro, proprio in uno di quei giorni si suicidò. La mattina della partenza di Lepri all’aeroporto il direttore della Mti non c’era a salutarlo. Come mai? Con imbarazzo fu spiegato: era morto.

Un’altra cena imbarazzante fu a Praga nel 1982. Per una storia fra l’Ansa e l’agenzia cecoslovacca Ceteka (se ne parla nel saggio “Ma quanto è bello fare il giornalista” nella sezione “Testimonianze”) la Ceteka organizzò una cena per il direttore Lepri e invitò anche l’ambasciatore italiano. L’ambasciatore era Gian Paolo Tozzoli, una persona simpaticissima, anche poeta e scrittore, già ambasciatore a Tirana, ma anche un po’ balzano. Sul finire della cena cominciò per sua iniziativa un dibattito politico che una brava interprete traduceva. A un certo momento, dopo un intervento del direttore della Ceteka, l’ambasciatore Tozzoli si infiammò e “Questi sono discorsi da ubriaco” disse. Io rimasi senza fiato. La interprete tradusse e non successe niente. Evidentemente non aveva tradotto o aveva tradotto in termini diversi quella frase.

Al termine della cena mi avvicinai all’interprete e “Complimenti” dissi; “lei sa essere anche una cattiva traduttrice”. In realtà aveva evitato un incredibile incidente diplomatico.

 

L’Ansa e i comitati di redazione

     Negli anni Settanta-Ottanta l’aria che circolava in Italia soffiava sui giornali nei loro contenuti spesso sconcertanti; non poteva non soffiare anche sui comitati di redazione. I cdr erano gli organismi sindacali previsti dal contratto nazionale di lavoro giornalistico, eletti dai redattori a tutela dei loro diritti morali e materiali.

I rapporti fra direttori dei giornali e i loro Comitati di redazione erano molto tesi nel maggior numero dei casi e spesso accesamente conflittuali. Qualcuno pensò a un incontro di consultazione di tutti i direttori di testata. All’hotel Excelsior di Roma, intorno a un enorme tavolo rotondo, si riunirono una cinquantina di direttori e uno dopo l’altro ognuno raccontò la sua situazione e le sue lagnanze, tutte negative e preoccupanti. La parola toccò anche al direttore dell’Ansa, che, tra la sorpresa e l’incredulità generale, disse che lui non aveva problemi e che i rapporti col comitato di redazione erano in genere ottimi e addirittura produttivi.

In che modo? Semplice, spiegai. Io sono un giornalista e al cdr dei giornalisti non mi presento mai come controparte. Se càpita, dico al cdr che la controparte sta “al piano di sopra”, dove è la direzione amministrativa e aziendale. Direttore e comitato di redazione devono intendersi sull’organizzazione del lavoro, sulle promozioni, sui movimenti all’interno delle redazioni e delle sedi all’estero. Tutti temi sui quali può esserci diversità di idee (e in ogni caso la responsabilità è del direttore) ma non conflitti.

Fui il solo a dire questo, cioè che il giornalista direttore non doveva dimenticarsi mai di essere un giornalista. Non sembrò che tutti gli altri fossero d’accordo.

 

I giornalisti dell’Ansa

    Nel gennaio del 1961, quando fui nominato condirettore (come si sa, un direttore non c’era; c’era uno strano comitato di direzione: presidente, consigliere delegato, presidente della Fieg, nessuno giornalista; direttore lo diventai l’anno dopo) i giornalisti dell’agenzia a contratto pieno erano meno di 40, quasi tutti a Roma; sei erano i corrispondenti in Italia a Torino, Milano, Genova, Bologna, Firenze e Napoli (negli altri capoluoghi di regione c’era solo un collaboratore, scelto fra i redattori del quotidiano locale), quattro erano all’estero (Parigi, Londra, Bonn e New York).

Al mio congedo, il 15 gennaio del 1990, i giornalisti erano 463: a Roma erano 160 nella redazione centrale per l’Italia e 53 nella redazione centrale per i notiziari in inglese, francese e spagnolo destinati all’estero; 18 nel servizio fotografico; 114 nei 18 uffici di corrispondenza regionali; all’estero 65 nei 49 uffici con giornalisti italiani e 54 stranieri negli altri 40 uffici tenuti da giornalisti locali. In Italia c’erano anche, dipendenti dagli uffici regionali, circa 300 giornalisti come corrispondenti part-time e collaboratori nei capoluoghi di provincia e nelle località maggiori. Ai giornalisti si aggiungevano gli impiegati, più di 400, di cui più di 300 italiani e stranieri gli altri.

Considerato l’aumento del numero di giornalisti dal 1961 al 1990, i giornalisti andati in pensione e soprattutto i giornalisti che hanno lasciato l’agenzia per passare a quotidiani, si può calcolare che nei miei trenta anni di direzione ho assunto più di seicento giornalisti.

La diaspora dei giornalisti

Qualche centinaio di giornalisti che dagli anni Settanta lasciano l’agenzia per passare a quotidiani importanti: una ricchezza di esperienze e di competenze che va perduta, per l’attrazione di migliori condizioni economiche (all’Ansa gli stipendi erano i minimi tabellari previsti dal contratto nazionale di lavoro) e in molti casi anche per il piacere di poter vedere la propria firma stampata su un giornale (all’Ansa si firmavano in testa, dopo il titolo, solo i servizi o le corrispondenze più importanti; soltanto la sigla del nome e del cognome in calce alle notizie).

C’erano stati tuttavia dei pentimenti e allora fu stabilita una norma: chi va via non rientra. Ci furono due eccezioni.

La prima fu a Palermo. Al capo dell’ufficio, Lucio Galluzzo, il “Giornale di Sicilia” offrì il posto di capocronista. Galluzzo se ne andò e ingenuamente ritenne di poter trattare la cronaca di mafia così come aveva fatto all’Ansa, con piena libertà, di contenuti e di linguaggio. Ma l’Ansa non andava direttamente ai siciliani, il giornale sì; che l’Ansa, un’agenzia nazionale, raccontasse tutto la mafia lo sopportava, sia pure con fatica; che a raccontare tutto fosse un giornale siciliano diretto ai siciliani, no.

Passati pochi mesi, Galluzzo trovò bruciata la seconda casa che aveva a Mondello. Gliela avevano data alle fiamme con un avvertimento: poi verrà il resto. Ho famiglia, disse Galluzzo, e chiese di rientrare in agenzia. Per Natale, anche dopo essere andato in pensione, mi telefona sempre, non solo per farmi gli auguri; dice che è vivo per merito mio.

La seconda eccezione ebbe un valore diverso. Dopo essere stata per sette anni corrispondente da Pechino e poi da Parigi, Ada Princigalli fu arruolata da “Repubblica”. In redazione l’invidia si sentiva nell’aria. “Va a ‘Repubblica’, capite? Va a ‘Repubblica’ e chissà che bello stipendio”. Due settimane più tardi (solo due settimane; non aveva ancora ricevuto la liquidazione) Ada chiese di ritornare all’Ansa. Voglio lavorare tranquilla, disse; con meno soldi, ma in mezzo a colleghi amici e disarmati. Un bell’esempio; e rientrò.

 

L’Ansa e la mafia

Negli anni Ottanta morì a Catania un notissimo boss mafioso. I funerali furono imponenti; carrozza, cavalli, fiori, folla enorme, traffico interrotto. Perché? Non aveva pubbliche cariche né sociali benemerenze o private responsabilità imprenditoriali o altro. Perché tanto trionfale l’evento? L’Ansa fece la notizia e obiettivamente lo spiegò.

A Catania usciva ed esce il quotidiano “La Sicilia”, di proprietà di Mario Ciancio, uno degli uomini più ricchi dell’isola. In anni successivi è stato anche vicepresidente dell’Ansa e presidente della Fieg. Il  giornale aveva ovviamente una pagina di cronaca per raccontare i fatti cittadini e aveva anche degli ottimi cronisti. Ma in quella occasione il direttore (Ciancio) disse loro di non occuparsi del grande funerale; nonostante fosse un fatto di cronaca cittadina, la materia era troppo delicata. Dire chi era il morto e raccontare della folla enorme che era andata a salutarlo? Nella pagina di cronaca locale fu pubblicata la notizia dell’Ansa, tra virgolette e preceduta da ”Riceviamo dall’Ansa e pubblichiamo”.

 

Un elogio per notizie non date

Nel saggio “La mia Ansa 1961-1990” che nel sito precede questa nota si parla a lungo dell’informazione durante i cosiddetti anni di piombo, quando i giornali, anche quelli nazionali, pubblicavano spesso notizie sensazionali che l’Ansa non aveva perché non giudicate veritiere. Qualcosa del genere successe anche negli ultimi anni Ottanta in relazione al grande processo che si svolse a Palermo contro la mafia. I giornali avevano notizie bellissime sui retroscena. L’Ansa no. Qualcuno cominciava a dubitare sull’efficienza dell’ufficio Ansa di Palermo, ma il direttore, in quotidiano contatto con i colleghi palermitani, sapeva che quelle notizie erano notizie inventate o per lo meno notizie insicure e quindi non degne di un’agenzia come l’Ansa. Alla fine il direttore decise di inviare una nota al capo dell’ufficio e ai suoi redattori. Era una nota di elogio, ma il testo era un po’ strano; diceva: ”Un serio e responsabile elogio a tutti voi per le notizie che non avete mandato”; ed era sottolineato il “non”.

La nota del direttore fu messa in cornice ed è rimasta a lungo su una parete dell’ufficio di Palermo.

Fu in quegli anni che decisi di assumere un redattore con uno strano compito e uno stranissimo orario. Doveva arrivare in agenzia alle 5 del mattino, leggere il notiziario trasmesso il giorno prima, guardare tutti i quotidiani principali e segnare le notizie pubblicate da questo o quel giornale e ignorate dall’Ansa. Salvo qualche notizia in esclusiva (interviste o altro), il rapporto giornaliero del redattore era sempre NN. Dopo alcuni mesi, il compito fu abolito e il redattore passò in redazione con turni di orario meno sgradevoli.

 

L’Ansa e i redattori.

Dirigere un’azienda di alcune centinaia di giornalisti, a cui si aggiungevano gli impiegati, non poteva non portare alla consapevolezza che dietro di loro c’erano delle famiglie (quasi novecento negli ultimi anni Ottanta); e che quindi la sicurezza operativa ed economica dell’agenzia non era solo un bene per il mondo dell’informazione (dei trent’anni dal 1961 al 1990 non c’era Internet e l’informazione interna ed  estera dei giornali era quasi tutta, più o meno, dell’Ansa), ma anche una garanzia di lavoro e di vita per quelle famiglie. Il successo e la crescita dell’agenzia erano perciò una delle ragioni del clima che vi si viveva all’interno.

Con tanti redattori i miei rapporti personali erano limitati, salvo che a Roma, ma il mio vanto era di conoscere il nome di tutti e la loro funzione, sia in Italia che all’estero. I frequenti viaggi fatti per  motivi di lavoro mi permettevano di conoscere bene anche i redattori che operavano in Europa, negli Stati Uniti e nell’America latina.

In tanti anni e con tanti redattori c’erano poi anche le normali vicende della vita, chi si ammalava di qualche brutto male e chi se ne andava al cimitero. Ci furono due suicidi, uno dopo la morte della moglie, per disperazione, un altro perché la moglie lo aveva tradito e si affogò in un lago.

Ci fu anche qualche episodio imbarazzante, di giornalisti che mandavano la moglie dal direttore per perorare l’assegnazione a una sede estera di maggiore prestigio (e alla moglie più gradito). Ma l’episodio più imbarazzante fu quando ricevetti la lettera con cui la moglie di un corrispondente dall’estero mi confessava di avere tradito suo marito. Perché lo raccontava al direttore? Io ne parlai col mio vice per l’estero, Arrigo Accornero, di cui conoscevo la rigorosa riservatezza. Che fare? Niente. La lettera fu stracciata e buttata in piccolissimi pezzi nel cestino.

 

Il papa in Terra Santa

Nel gennaio del 1964 Paolo VI decise di andare pellegrino in Terra Santa. Era la prima volta che un papa andava all’estero e tutti i maggiori giornali italiani ritennero di dover fare le cose in grande, mandando inviati illustri per seguire l’evento. Evidentemente non sapevano o sapevano male che in quegli anni le comunicazioni da quei paesi erano affidate soltanto al telegrafo; c’era anche il telefono, ma funzionava in maniera precaria e comunque le strutture telefoniche e telegrafiche locali non erano tali da permettere rapidamente l’accettazione e l’avvio di un numero elevato di corrispondenze.

Noi dell’Ansa lo sapevamo. Sulla base del programma e con l’aiuto di libri vari e enciclopedie i vaticanisti dell’agenzia (primo il bravissimo Enrico Lucatello) prepararono dei testi che illustravano le varie tappe del papa. L’inviato dell’Ansa ci faceva sapere immediatamente via via in poche righe i momenti del percorso e l’Ansa, in attesa di poter dare un servizio più ampio, trasmetteva con brevi aggiornamenti i lunghi pezzi preparati nei giorni precedenti.

Per le prime edizioni i giornali non ricevettero in tempo le corrispondenze dei loro inviati e pubblicarono quindi gli ampi servizi dell’Ansa a cui misero la firma dei loro inviati. Anche il “Corriere della sera” con la firma del suo inviato, che era Eugenio Montale.

 

L’Ansa e l’Alitalia

I rapporti fra l’Ansa e l’Alitalia, frequenti per motivi di interesse giornalistico, furono segnati da un episodio sgradevole del 1984. Il direttore dell’agenzia aveva avuto un’idea. L’aereo diretto per Roma partiva da New York alle 18, corrispondenti, per le sei ore di differenza dei fusi orari, alle 24 italiane. Alle 17 di New York l’ufficio locale dell’Ansa preparava, sulla base del notiziario generale ricevuto da Roma, un piccolo giornale con le notizie più importanti della giornata, che praticamente – alle 23 – era già finita in Italia sul piano dell’informazione. Il giornaletto veniva fatto avere all’Alitalia per distribuirlo ai passeggeri del suo volo per l’Italia; un giornaletto, graficamente confezionato che conteneva tutte le notizie che i passeggeri avrebbero trovato sui giornali italiani il giorno dopo, all’arrivo a Roma. Sembrava una buona idea: leggete stasera i giornali di domani.

Qualche tempo dopo mi capitò di prendere a New York l’aereo per Roma delle 18. Ero un po’ emozionato, lo confesso; ma passava il tempo e il personale di bordo di tutto si occupava fuorché del giornaletto dell’Ansa. Alla fine lo chiesi e un assistente, che non sapeva che il richiedente era il direttore dell’agenzia, “Ah, sì” disse e andò a prendere in un cassetto una copia, l’unica che venne distribuita.

Un anno dopo l’Alitalia rescisse il contratto, che non era neppure oneroso, con l’Ansa. Lo cosa, ci disse, non interessava. Certo; come fa a interessare un giornale che rimane dentro un cassetto.

 

L’Ansa e le raccomandazioni

In un paese di raccomandazioni come il nostro mi sono spesso domandato perché a me ne siano arrivate poche e solo negli anni Sessanta. Richieste di assunzioni molte, ma raccomandazioni no. Forse perché l’Ansa non era un posto ambito? O forse perché si sapeva che per entrare nell’agenzia si veniva sottoposti a un esame rigoroso?

In realtà l’idea si dimostrò buona. Due volte l’anno l’agenzia indiceva una prova che veniva chiamata tecnico-attitudinaria e a cui chiamava tutti coloro che avevano inviato una domanda di assunzione.

Gli esami, tutti scritti, erano quattro. Il primo era di composizione: venti righe per riassumere l’ultimo film visto o l’ultimo libro letto; non ci interessava quale film o quale libro (uno scrisse dei “Promessi sposi”); ci interessava sapere se l’esaminando conosceva grammatica e sintassi e sapeva raccontare con chiarezza.

La seconda prova consisteva in una serie di domande sui nomi di personalità del mondo politico, economico e culturale. Una serie di quiz. Chi era il primo ministro di quel paese, chi era l’autore di quel libro e così via. Volevamo sapere se l’aspirante giornalista seguiva l’informazione, italiana ed estera.

   La terza e quarta prova era la traduzione di due brevi testi, uno inglese e uno francese. Chi voleva entrare all’Ansa doveva sapere tutte e due le lingue.

Il bravo segretario di redazione, Vladimiro Mihelj, faceva una lista di quelli che avevano superato le quattro prove e la metteva in un cassetto. Era la lista, seriamente selezionata, degli idonei. Quando avevamo bisogno di assumere qualcuno vedevamo insieme la lista e giudicavamo chi aveva i requisiti migliori; e a questo punto il prescelto lo chiamavo io per un colloquio, che, se era positivo, si concludeva con una frase di cui molto si è parlato in giro: “Per decidere se assumerla ci siamo interessati di conoscere il suo grado di conoscenze e il suo interesse per la professione. Non ci siamo interessati di conoscere le sue idee politiche. Non le voglio conoscere e non le vorrò conoscere da come scriverà la notizie e i servizi dell’agenzia”.

Delle poche raccomandazioni ricevute ne ricordo solo una. Al potente che mi aveva inviato la raccomandazione risposi con una lettera ufficiale in cui scrivevo che sul momento l’agenzia non era nelle condizioni di ricorrere ad assunzioni eccetera eccetera; e poi alla lettera allegai, accompagnato da alcune mie parole scritte a mano, il testo del raccomandato con vistosi errori di ortografia. Riconosco di essere stato cattivo, ma devo dire che il potente mi rispose scusandosi.

 

L’Ordine dei giornalisti

Con l’Ansa l’Ordine dei giornalisti c’entra poco o niente, ma col suo direttore sì; e a lui fa piacere che si sappia.

La creazione di un Ordine dei giornalisti fu un’iniziativa, negli anni Cinquanta, di Regdo Scodro, un giornalista della redazione politico-parlamentare dell’Ansa. Il disegno di legge che lo stabiliva fu approvato, su proposta del ministro della giustizia Guido Gonella, dal consiglio dei ministri nel dicembre del 1959, fu approvato dalla Camera nel 1962 e dal Senato nel gennaio del 1963.

Nello stesso anno 1963 il regolamento di esecuzione della legge fu discusso e approvato da un comitato di giornalisti scelti e nominati del ministro della giustizia Giacinto Bosco e presieduto da un magistrato. Del comitato facevo parte anche io, che partecipai alla prima seduta, poi alle sedute in cui si discuteva dell’esame di stato per la nomina a professionista (mi ero allarmato sapendo che il comitato si stava orientando per un esame consistente nella scrittura di un articolo di fondo) e poi all’ultima.

Fu nell’ultima seduta che ci fu la sorpresa. Prima del discorsetto conclusivo del presidente, chiesi la parola: “Per rispetto al ministro che mi ha nominato e per riguardo verso i colleghi del comitato non ho espresso finora il mio pensiero; ma vorrei che fosse messo a verbale che io sono contrario alla nascita di un Ordine per una categoria di professionisti che non sono liberi professionisti ma, praticamente, degli impiegati a reddito fisso”. Non aggiunsi altro, ma lo spiegai più tardi: che in una società democratica fare informazione su organi di stampa scritta o parlata non può essere legalmente permesso soltanto a chi è iscritto a un ente di diritto pubblico. Un’associazione dei giornalisti sì, se alcuni interessati lo vogliono, con regole e norme deontologiche, ma nessun obbligo. Chiunque deve essere libero di esprimere il proprio pensiero. Anche i magistrati hanno un’associazione e non un Ordine. Negli altri paesi democratici non esiste un Ordine del giornalisti.

La cosa divertente è che, dopo la mia richiesta di mettere a verbale la mia opposizione alla creazione di un Ordine dei giornalisti, il magistrato presidente della commissione tardò a presentare la relazione conclusiva al ministro, avvertendolo – imbarazzato, sembra – della scritta a verbale del direttore dell’Ansa. Finalmente lo fece, ma il ministro della giustizia era cambiato; non era più il democristiano Giacinto Bosco ma il repubblicano Oronzo Reale, che sollevò subito dall’imbarazzo il magistrato presidente. Lepri, disse, ha ragione; io sono d’accordo con lui.

La legge, comunque, era legge e anche io ovviamente l’ho rispettata, addirittura fornendo la mia disponibilità – due volte l’anno, dal 1964 a oggi – per i corsi di formazione organizzati alla vigilia degli esami di idoneità professionale, quelli per cui si passa da praticanti a professionisti. Se l’Ordine c’è, contribuisca, con l’insegnamento e con le regole, a fare della professione giornalistica una cosa seria.

 

L’Ansa e Sandro Pertini

     Sandro Pertini presidente aveva simpatia per il direttore dell’Ansa; e io per lui. Era un personaggio carico di vita. Già negli ultimi anni di presidente della Camera Pertini aveva perso un po’ di lucidità, ma la sua bella umanità, anche se spesso intrisa di retorica, ne fece, nei suoi sette anni di capo dello stato, un ancoraggio di fiducia e di speranza nella democrazia in anni in cui cominciava a diffondersi un forte discredito per le istituzioni.

Nei suoi viaggi di stato all’estero l’ho sempre accompagnato (salvo il viaggio in Cina, nel 1980; non potev0 lasciare l’agenzia nel suo passaggio al digitale). Ricordi tanti, quindi. In Spagna, nel 1979, quando dopo una cena privata al ristorante Corral Pertini gli disse che una zingara (conoscevo il locale e sapevo che la zingara ne era praticamente una dipendente) gli aveva letto la mano e gli aveva predetto che avrebbe avuto un figlio. Ed era felice di dirlo, lui che figli non aveva avuti.

Un altro episodio è giusto ricordare, sapendo come molti giornalisti intendono oggi l’informazione. A Monaco di Baviera nel 1979. Al termine della giornata, quando tutti si accingevano a rientrare in albergo, Pertini mi prese a braccetto e passeggiando si mise a farmi qualche politica confidenza; su questo e su quell’altro e poi sul fallito compromesso storico. Che occasione perduta, disse, e aggiunse che lui continuava a pensare che quella era la strada giusta, prima o dopo.

Che il capo dello stato confidasse all’amico direttore dell’Ansa, proprio in quei giorni, il suo favore per un’intesa fra la Dc e il Pci era una notizia, anche se non eccezionale conoscendo le idee e il passato di Pertini. Ma non era una dichiarazione, era l’espressione di una speranza, di un  desiderio, fatta confidenzialmente, in amicizia. Che fare? Il direttore Lepri quella notizia se la tenne per sé.

Un ultimo episodio, proprio l’ultimo, nel giugno del 1985. Finito il settennato di Pertini, le Camere si approntavano ad eleggere il successore. Io stavo uscendo da Montecitorio per andare in agenzia e proprio sul portone stava entrando lui. Mi si avvicina e  con aria furba, a bassa voce, mi chiede: “C’è speranza?”. Aveva 89 anni, evidentemente gli sarebbe piaciuto farne altri sette al Quirinale.

 

Le telefonate dei potenti

Di telefonate dai potenti il direttore dell’Ansa ne ha ricevute pochissime, e quasi tutte soltanto nei primi anni Sessanta. Ne ha parlato nel saggio (“La mia Ansa 1961-1990”) che nel sito precede questo elenco di storie e storielle. Di una non ha detto e ne dice ora perché la ritiene importante: quella volta dette ragione a chi gli telefonava.

Era il 1984 o 85 e presidente del consiglio era Bettino Craxi. Una mattina mi telefona Gennaro Acquaviva, già capo della segreteria e ora consigliere politico del presidente. Mi parla con garbo, senza arroganza, e mi fa notare che l’agenzia aveva trasmesso una notizia in cui un esponente dell’opposizione, parlando di un fatto attribuito al presidente, aveva usato il verbo “rivelare”, come se quel fatto davvero esistesse e fosse coperto da un velo.

“Lei ha ragione pienamente” gli risposi; “è stato un nostro errore e me ne dolgo”. “Rivelare”, gli spiegai, è uno dei verbi connotati che con una nota scritta ho invitato i redattori politici a non usare. E non avendo copia di quella nota, feci avere ad Acquaviva un copia di uno dei miei libri, dove si parlava appunto delle parole da usare con attenzione e prudenza o addirittura da evitare, come, per esempio, “giustiziare”, visto che spesso si giustizia senza giustizia (meglio dire come: col fucile, con l’impiccagione, con la sedia elettrica, col veleno).

Col governo Craxi ci fu un altro episodio, ma non per telefono. Presidente dell’Ansa e anche presidente della Federazione editori era Giovanni Giovannini. Il governo, disse un giorno, sostiene che l’Ansa non gli è amica e col governo noi della Fieg abbiamo da risolvere una questione molto delicata. Abbi pazienza; andiamo insieme da Amato.

Giuliano Amato, un uomo di eccezionale intelligenza, uno dei migliori uomini politici del momento, era stranamente sottosegretario alla presidenza del consiglio e incaricato dei rapporti con la stampa.

L’incontro con Amato avvenne non a Palazzo Chigi ma nell’appartamento dove abitava in via Veneto. Sì, disse, l’Ansa non ci è amica. Siamo uomini, risposi, e possiamo sbagliare. Mi dica dove abbiamo sbagliato e sùbito correggiamo. Sul momento non disse come e quando non gli eravamo stati amici e non me lo disse neppure in seguito. Tutto finì lì.

 

Il notiziario per le navi

Un notiziario a cui ho tenuto molto, specie negli anni Sessanta e Settanta, è stato il notiziario radiotelegrafico per le navi. In un sottotetto del palazzo di via della Dataria c’era in vari turni, quasi ignorato da tutti (ma io lo facevo vedere quando portavo in giro nel palazzo qualche visitatore importante), un radiotelegrafista che all’inizio col tradizionale tasto passato alla storia e poi con una speciale macchina per scrivere che traduceva le lettere nei segni – punto e linea – del codice Morse, batteva un notiziario in più puntate giornaliere. Le antenne dell’antichissimo Centro radio di Roma lo trasmetteva in tutto il mondo. Per centinaia di navi italiane in navigazione in tutti i mari e in tutti gli oceani era un modo per essere informati e rimanere attaccati all’Italia. Allora non c’era Internet e non c’erano i satelliti artificiali.

 

Come è nata l’Ansa

Sembra giusto che l’ultima storia di questa rubrica sia la nascita dell’agenzia. Io l’ho raccontata nel libro “L’agenzia Stefani da Cavour a Mussolini”, scritto con Francesco Arbitrio e Giuseppe Cultrera e uscito da Le Monnier nel 2001. La nascita dell’Ansa ha infatti per l’Italia un significato e un valore politico nelle drammatiche vicende di quei tempi.

Dopo la fine della guerra la Germania fu divisa dalle potenze vittoriose in quattro zone e in ognuna di esse la potenza occupante distribuiva alla stampa un notiziario in lingua tedesca della propria agenzia di informazione: gli Stati Uniti con l’Associated Press, la Gran Bretagna con la Reuter, la Francia con la France Presse, l’Unione Sovietica con la Tass. Un’agenzia di stampa tedesca – la Dpa, Deutsche Presse Agentur – fu permessa soltanto nell’agosto del 1949.

In Italia, invece, no. Già nel 1944, la guerra non era ancora finita, gli Alleati pensarono a un’agenzia di stampa gestita dagli italiani. Era un evidente privilegio, il riconoscimento delle benemerenze dell’Italia per il contributo dato agli ultimi atti della guerra col Corpo di liberazione, la Resistenza e la lotta partigiana.

L’idea originaria fu del PWB («Psychological Warfare Branch»; l’organo della propaganda alleata), che – in contrasto con l’ammiraglio Ellery W. Stone, capo del governo militare alleato in Italia (l’AMG), favorevole a una pluralità di agenzie di stampa private – soste­neva l’utilità di creare un’agenzia cooperativa di proprietà dei giornali e da essi gestita.

Il progetto del PWB si trasformò in una proposta che il suo «news-editor», il capitano Orville An­derson, presentò al presidente del consiglio Ivanoe Bonomi, il quale la fece sua in una lettera inviata il 29 settembre all’ammiraglio Stone. Proprio negli stessi giorni l’appena nata Associazione italiana de­gli editori di giornali aveva maturato un analogo progetto e il 7 ottobre illustrò alla presidenza del consi­glio un piano per la formazione di un’agenzia cooperativa che doveva sostituire la fascista agenzia Stefani. La nuova agenzia si sarebbe chiamata ARTI, «Agenzia radiotelegrafica italiana». L’agenzia ameri­cana Associated Press si era già detta disposta a cedere all’ARTI il suo notiziario internazionale. I firmatari della lettera erano Giuseppe Liverani, direttore amministrativo del “Popolo”, Primo Parrini, direttore amministrativo dell’ “Avanti” e Amerigo Terenzi, consigliere delegato dell’”Unità”.

Il dibattito  pro e contro l’esistenza di una o più agenzie di stampa italiane proseguì fino a dicembre, finché prevalse il punto di vista del PWB: favorire la nascita dell’ARTI come cooperativa fra i quotidiani italiani, senza che questo potesse rappresentare un monopolio dell’informazione e quindi senza impedire la creazione di altre agenzie private. Data di inizio il 15 gennaio (del 1945). In tale data la NNU (“Notizie Nazioni Unite”) che, filiazione del PWB, era l’agenzia che distribuiva l’informazione ai giornali italiani, avrebbe cessato le sue attività in Roma e il 1° marzo nel resto del territorio sotto amministrazione italiana.

L’8 gennaio la NNU trasmise questo messaggio: «Dal 15 gennaio Roma potrà  godere per la prima volta dopo vent’anni del libero scambio di notizie. L’agenzia Stefani, portavoce della propaganda di Mussolini e dell’Italia fascista, non riprenderà le sue attività». Il giorno dopo, il 9, la NNU dette il nome dell’a­genzia: si chiamava Ansa, che era una nuova denominazione dell’ARTI; Ansa, cioè «Agenzia nazio­nale stampa associata». Avrebbe ottenuto i notiziari della Associated Press (Ap) e della Reuter.

Anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma aveva dimostrato simpatia per la na­scente agenzia cooperativa e in un mes­saggio spedito alla Segreteria di stato a Washington l’ambasciata fu categorica: «L’Ansa è gestita da un comitato che comprende rappresentanti di tutte la opinioni politiche. Nell’ambiente gior­nalistico esiste l’opinione unanime che il nuovo servizio Ansa sia imparziale e obiettivo. L’uffi­cio stampa (dell’ambasciata) opina che nessun piano per ricreare un’agenzia ufficiale sovvenzio­nata dal governo deve essere né approvato né tollerato».

Nel messaggio dell’ambasciata america­na c’era una sola cosa inesatta: che alcuni giornalisti «più capaci» dell’Ansa provenissero dalla Stefani. Ce n’era soltanto uno. Tutti gli altri furono scelti fra giornalisti professionisti non com­promessi con la stampa fascista e tra giovani che avevano già lavorato con la NNU. Uno di essi era Arrigo Accornero, poi redattore capo, poi vicedirettore per i servizi esteri e poi direttore per i rapporti con l’estero durante la lunga direzione di Sergio Lepri.

Finita la guerra, anche gli editori dei quotidiani dell’Italia settentrionale decisero di far parte della cooperativa già costituita fra i quotidiani dell’Italia centrale e meridionale. L’assemblea straordinaria dell’Ansa, svoltasi a Roma il 14 ottobre 1945 a palazzo Marignoli, sancì la dimensione na­zionale e unitaria dell’agenzia.


Nel corso dell’assemblea portò il suo saluto Chistopher Chancellor, direttore generale della Reuter, giunto espressamente da Londra; lo accompagnavano due giornalisti: Cecil Sprigge e John  Marus. Sprigge era un giornalista molto noto; aveva lavorato in Italia durante il fascismo, prima come corrispondente del “Manchester Guardian” e poi del “Times” di Londra; ora era capo dell’ufficio romano della Reuter. John Marus era, col nome di Candidus, uno dei due giornalisti (l’altro era il «colonnello Stevens», chiamato anche «colonnello buonasera», perché cominciava sempre la sua chiacchierata con un «buonase­ra») che durante la guerra parlavano in italiano agli italiani dai microfoni di radio Londra, la trasmissione ascoltatissima, segretamente, in tutta Italia. Christopher Chancellor, che in seguito farà parte della Camera dei lords, augurò all’Ansa di rimanere sempre fedele a due principii: l’imparzialità dell’informazione e il rispetto della verità.

 

Le foto dell’Ansa

Sono tante e diverse le foto dell’attentato alle torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001, ma, a parte queste, probabilmente la foto più ripetuta negli anni e ancora oggi dalla stampa scritta e parlata di tutto il mondo è la foto del corpo di Aldo Moro nel portabagagli di una Renault in via Caetani a Roma il 9 maggio del 1978. Vero è che la foto sicuramente più riprodotta è la foto di Che Guevara, anche su milioni di magliette, ma quella è un ritratto, mentre invece la foto di Aldo Moro assassinato dalle Brigate rosse è un fatto, uno dei più tragici nella storia degli ultimi decenni. E’ una foto dell’Ansa. La scattò dall’alto un suo fotografo, Rolando Fava, dalla finestra di un appartamento di via Caetani, al primo piano, a ridosso della Renault che era protetta dalla polizia contro la folla che si assiepava intorno.

E’ un foto unica; ce l’ha soltanto l’Ansa. Non è la sola foto, ma è la prima foto quella scattata dall’Ansa 55 giorni prima, il 16 marzo, in via Fani, pochi minuti dopo il sequestro di Aldo Moro. Una foto terribile: due auto crivellate di colpi; a terra, morti, quattro agenti dei cinque della scorta. Il fotografo era Antonio Janni.

Il servizio fotografico dell’agenzia stava crescendo negli anni Settanta. Ai fotografi – 18, di cui sette a Roma, gli altri negli uffici regionali – il direttore aveva riconosciuto la qualifica di giornalista, anticipando di un anno il contratto nazionale di lavoro giornalistico. Anche una foto può essere notizia; spesso anche più delle parole. Nel 1976 fu un giornalista ad essere fatto responsabile del servizio come redattore capo. Era Marcello Cambi; ci rimase 17 anni, finché non andò in pensione.

Quante belle e anche terribili foto, che furono riprese dalla stampa e dalla tv in tutto il mondo. Eccone alcune. Il corpo seminudo di una donna che galleggia in mare, una delle 81 vittime dell’aereo precipitato a Ustica nel giugno del 1980 (fotografo Capodanno). Le foto della strage alla stazione ferroviaria di Bologna nell’agosto del 1980 (Fabbiani, Fiorentini e Parenti); una specialmente: una donna ferita, stesa su una barella, che alza la testa, terrorizzata, per guardarsi attorno. Il presidente Pertini che, dopo la vittoria dell’Italia ai campionati del mondo di calcio in Spagna nel giugno del 1982, nell’aereo di ritorno gioca a scopone col commissario tecnico della nazionale Bearzot e col portiere Zoff (Pignatiello).

 

Prima della polizia

La sera del 14 gennaio del 1981 corse la voce che le Brigate rosse avrebbero liberato il magistrato Giovanni D’Urso, capo della direzione generale degli istituti di pena, sequestrato quattro settimane prima. Durante tutta la notte la redazione di cronaca rimase all’erta. Alle 7,15 della mattina arriva la telefonata della Br: è stato liberato ed è al Portico d’Ottavia. La redattrice di cronaca Candida Curzi e il fotografo Pino Farinacci si precipitano. Al Portico d’Ottavia c’è un’auto e dentro c’è il magistrato, che dietro il vetro appannato chiede soccorso. Ma gli sportelli sono chiusi a chiave e Farinacci non può fare altro che scattare foto, mentre Candida telefona la notizia. Sono foto strazianti, finché, qualche minuto dopo, arriva la polizia e spacca i vetri.

 

L’Ansa e gli scioperi

   La Rsa, Rappresentanza sindacale aziendale, era l’organismo di tutela del personale non giornalistico dell’agenzia (tecnici e impiegati amministrativi), come il Cdr lo era per i giornalisti. La Rsa aveva come controparte la direzione generale e la direzione amministrativa, non quella giornalistica; ma il direttore giornalistico aveva ogni tanto motivo di discutere con la Rsa, quando la Rsa proclamava uno sciopero e l’agenzia si fermava. Le telescriventi di trasmissione erano allora in mano ai poligrafici, non ai giornalisti.

Non c’era Internet in quegli anni e uno sciopero dell’Ansa voleva dire togliere ogni informazione sia alla stampa scritta e parlata (mi ricordo come erano disperati soprattutto i quotidiani medi e piccoli) sia agli utenti privati, fra cui gli organismi centrali e periferici dello stato.

E’ nel caso degli scioperi che ogni volta io chiamavo il capo della Rsa per tentare di trovare qualche compromesso, sia pure limitato. Che si fa, dicevo per esempio, se arriva la notizia di un incidente in qualche centrale nucleare? O la notizia di qualche fatto (erano i tempi del terrorismo) che può coinvolgere l’ordine pubblico?

Furono tutti inutili incontri. Il capo della Rsa era così consapevole e fiero del potere di cui godeva (fermare l’informazione nazionale) da non accettare qualche limite a quel potere. Era comunista, ma il suo maggior nemico, che più volte intervenne senza successo, era il comunista vicepresidente dell’agenzia, Amerigo Terenzi, amministratore della comunista ”Unità”. Una proposta, una volta, quella di stabilire eventualmente d’accordo con la Rsa (cioè col suo capo) l’opportunità di trasmettere in via eccezionale una notizia importante la respinsi. Il direttore giornalistico non per niente in Italia è chiamato responsabile e non può quindi condividere con altri quella responsabilità.

Un caso interessante accadde negli anni Settanta, quando venne di moda, in campo sindacale, il cosiddetto sciopero “a singhiozzo”. Un giorno la Rsa dell’Ansa (cioè il suo capo) decise di fare scioperi a singhiozzo. No. Lo sciopero totale si è costretti a subirlo; lo sciopero a singhiozzo l’Ansa non può ammetterlo. Fermare la trasmissione per qualche tempo può interrompere una notizia politica nel suo punto concettualmente rilevante oppure può, dopo aver trasmesso la notizia di una parte politica, trasmettere con ritardo la possibile risposta della parte avversa. E’ in gioco la completezza e l’imparzialità dell’informazione che è legata allo statuto dell’agenzia e alla sua struttura sociale di cooperativa fra quotidiani di ogni parte politica.

Visto inutile ogni sforzo di persuasione con la Rsa (cioè col suo capo), chiesi di parlare col segretario generale della Cgil nella sede della confederazione in Corso Italia. Mi pare si chiamasse Bitossi, un fiorentino simpatico. Spiegazione breve, colloquio breve, terminato con una bella stretta di mano. All’Ansa non ci furono più scioperi a singhiozzo.

 

Il valore delle virgolette 

Nel settembre del 1967 il presidente della repubblica Saragat si recò in visita ufficiale negli Stati Uniti, accompagnato dal ministro degli esteri Amintore Fanfani. Prima dell’arrivo a Washington la delegazione fece sosta in Canada, come in genere si fa, per ambientarsi, quando si cambia fuso orario. Nella notte verso le due fui svegliato da Memi Bortolini, inviato dell’Ansa al seguito della delegazione italiana. Fanfani, mi disse, ha fatto una dichiarazione che suona critica al presidente. Che faccio? Dalla, risposi. Guarda, replicò Bortolini, che, alla vigilia dei colloqui alla Casa Bianca, questa dichiarazione di Fanfani conferma il suo dissidio con Saragat sulla politica verso i paesi arabi. Fa’ una cosa, continuai; trasmetti la dichiarazione senza virgolette. Il testo sarà così tuo; attribuito a Fanfani ma non di Fanfani. Caso mai Fanfani smentirà.

Non ci furono smentite né polemiche. Qualche tempo dopo mi arrivò all’Ansa una cartolina postale spedita dal Canada. Aveva soltanto una firma: Amintore Fanfani. Fanfani non mi aveva mai mandato cartoline, e mai, dopo, me ne mandò. Quella volta c’era una ragione, evidentemente.

 

Il  segreto istruttorio

La convocazione era per le 11 al palazzo di giustizia. Non diceva perché, ma non era difficile immaginarlo. Qualche giorno prima l’Ansa aveva tra­smesso (e non era la prima volta) una notizia su un fatto formalmente sotto­posto al segreto istruttorio.

Questa della violazione del segreto istruttorio era una storia che durava da tempo e che non mi piaceva per niente. La scena si ripeteva eguale, come lo “sketch” di una rivista di varietà. Il responsabile del servizio giudiziario dell’agenzia, Arnaldo Geraldini, o il suo vice, Mario Sarzanini, entravano nella mia stanza, col braccio alzato e un foglio o un insieme di fogli, tenuti fra il pollice e l’indice. “Direttore” dicevano, “ecco un documento importan­te, ma è coperto dal segreto istruttorio”.

Il dialogo era sempre lo stesso; sembrava la recita di un copione. “L’ha avuto pagando?”. “No”. “L’ha avuto con la violenza?”. “No”. “L’ha preso scassinando qualche cassetto? “No”. “Ha controllato che non si tratti di un falso?”. “Sì”. “Allora” concludevo “che cosa aspetta a passarlo?”. Nel gergo giornalistico “passarlo” significa, in un giornale a stampa, “mandarlo in composizione”; in un’agenzia significa “trasmetterlo in rete”.

Ognuno – sostenevo e sostengo – deve fare il suo mestiere. Nel mestiere del giudice c’è anche il dovere di segretezza di certi atti, come dice la legge. Il mestiere del giornalista è di dare le notizie, dopo averne valutata l’importan­za, accertata la serietà della fonte e controllata l’esattezza o l’attendibilità. Non spetta al giornalista di garantire un segreto che è dovere di altri.

Ma la cosa non mi piaceva, sebbene permettesse spesso all’agenzia di dare una notizia importante. Se qualcuno rompe il segreto cui è tenuto e, senza chiedermi contropartite, mi dà una notizia, perché lo fa?  Qualunque sia il motivo, io divento il suo strumento; lo strumento di un disegno o di un gioco che a volte posso immaginare, ma spesso non conosco. Era questo che non mi piaceva.

 

Il segreto istruttorio 2

 Mi sono chiesto più volte i motivi per cui un magistrato fa avere alla stampa un documento o una informazione coperta dal segreto: protagonismo, ambizione di far parlare di sé i giornali; fini personali, per carriera, per affermare una pro­pria tesi; scopi politici, per lanciare messaggi, per mettere in cattiva luce o screditare personaggi di parte avversa?

Era soprattutto quest’ultimo caso che mi indignava, perché a volte si colpiva qualcuno il cui processo non era ancora terminato; poteva essere colpevole, ma anche innocente. E poi chi ci assicurava che il testo fornito non fosse ma­nipolato o privato di qualche parte?

Così quella mattina decisi di fare scoppiare la bomba. Il giudice mi avrebbe chiesto chi mi aveva dato il documento coperto dal segreto istrutto­rio e io non avrei tirato fuori i soliti argomenti del segreto professionale (che per i giornalisti neppure c’era; e oggi, col nuovo codice di procedura penale, è a discrezione del giudice) oppure, come qualcuno faceva, le solite incredibili bugie. Avrei risposto proprio così: “Il documento mi è stato dato da un giudice, il giudice che sta nella stanza accanto”. Stava proprio nella stanza accanto.

Il giudice mi fece sedere e cominciò a chiacchierare cordialmente del più e del meno. Io aspettavo che mi chiedesse di giurare (era questo che volevo)- “Giuro di dire la ve­rità e di non nascondere niente di quanto è a mia conoscenza” – e poi mi po­nesse la domanda. Non mi chiese di giurare e non mi pose la domanda. Si li­mitò a dirmi: “Voi giornalisti riuscite a sapere tutto”; poi si alzò e mi con­gedò stringendomi la mano. Non aveva bisogno di farmi domande; lo sapeva meglio di me che il colpevole era il collega della stanza accanto.

 

L’Ansa e le querele

    In quegli anni lontani (parlo sempre degli anni fra il 60 e il 90) le querele fioccavano spesso sui direttori responsabili dei quotidiani. Una volta uno di loro mi disse che mediamente gli arrivavano quattro o cinque querele alla settimana. Non so ora; di meno o di più? Forse di più?

All’Ansa, invece, di querele, in quasi trent’anni, ne ho avute non più di sette o otto, tutte finite bene, cioè con l’assoluzione (una delle querele era di Marco Pannella), salvo una, la più stupida: in una notizia di cronaca si diceva che un Tizio era stato condannato per questua abusiva; esatto, ma nel titolo si parlava non di questua abusiva ma di truffa: una banale distrazione del re­dattore che aveva scritto la notizia. Che responsabilità poteva averne il pove­ro direttore? Ce la cavammo con un milione di lire a quel Tizio.

Ci fu invece, nel 1967 o 68, una querela che ci preoccupò tutti: il quere­lante era un giudice. Si trattava, oltretutto, di un giudice noto e la vicenda di cui era stato protagonista nel 1966 era andata a finire per quattro settimane su tutti i giornali: la storia della “Zanzara”, il giornalino studentesco del liceo Parini di Milano, di cui tre studenti furono denunciati (ma poi assolti) per un articolo sulla sessualità.

La querela per diffamazione del giudice Carcasio riguardava un fatto av­venuto a Milano. Un giovane avvocato regolarmente iscritto al Foro milane­se aveva convocato una conferenza stampa nel palazzo di giustizia e ai redat­tori giudiziari dei giornali milanesi e dell’Ansa aveva detto che, in una certa vicenda processuale, il giudice Carcasio si era comportato con molta legge­rezza, tanto da incriminare perfino un bambino di sette anni.

L’Ansa trasmise la notizia e i giornali di Milano la pubblicarono; pub­blicarono, cioè, non la notizia scritta dai loro redattori della cronaca giudiziaria, bensì quella dell’a­genzia, e questa volta aggiungendo, diversamente dal solito, la sigla Ansa. Facevano sempre cosi quando la notizia era delicata.
In tribunale anche il difensore del giudice Carcasio (un avvocato fra i più noti in Italia) alla fine non poté respingere l’argomentazione difensiva e si li­mitò a sostenere (incredibile argomento: la giustizia secondo persona) che in que­sto caso particolare il direttore dell’agenzia doveva fare un’eccezione e veri­ficare l’informazione, perché la vittima non era una persona da nulla, ma un magistrato, nientemeno che il giudice Pasquale Carcasio.Il giudice Carcasio querelò il direttore dell’Ansa. Anche gli avvo­cati difensori dell’agenzia erano preoccupati e suggerivano qualche proposta di accomodamento. A me non sembrava giusto; il rischio era di pregiudicare l’intero modo di fare giornalismo. La fonte dell’informazione era qualificata (un avvocato regolarmente iscritto al Foro della città). La sede dove l’infor­mazione era stata data era una conferenza stampa, tenuta nel palazzo di giu­stizia, di fronte a parecchi giornalisti. Il contenuto dell’informazione era fal­so? Probabilmente si, ma non spetta a un organo di informazione controllare la veridicità di quanto affermato da una fonte qualificata in una sede pubbli­ca e che viene poi riportato fedelmente tra virgolette (a quel tempo le virgo­lette mantenevano ancora la loro valenza grammaticale).

Il tribunale emise una sentenza giuridicamente e razionalmente ineccepi­bile: assolse il direttore dell’Ansa perché il fatto non costituiva reato e con­dannò per diffamazione l’incauto o spericolato avvocato milanese. Il giudice Carcasio ricorse in appello; eguale sentenza; ricorse poi in Cassazione; sen­tenza confermata.

 

L’Ansa e papa Paolo VI

 L’udienza speciale ci fu il 2 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del Conci­lio Vaticano secondo, che Paolo VI aveva ereditato da Giovanni XXIII e che solennemente concluse il mercoledì 8. La delegazione dell’Ansa (insieme al presidente, al consigliere delegato e al direttore c’era l’intero consiglio di am­ministrazione, oltre a una rappresentanza del personale giornalistico, ammi­nistrativo e tecnico) fu ricevuta nella sala dei Paramenti.

Quelli di noi che non avevano mai visto prima di allora papa Montini a quattr’occhi rimasero sorpresi: una persona affabile, gioviale, sorridente, espansiva, così diversa dalla sua immagine pubblica, di papa severo, quasi al­tero, non privo di fascino, ma di un fascino puramente intellettuale, ben lon­tano da quello di papa Giovanni. Salutò tutti con cordialità, anche i due (il direttore dell’Ansa e il consigliere dell’ “Unità”, Amerigo Terenzi) che, unici, non gli avevano baciato l’anello, ma si erano limitati, inchinandosi con ri­spetto, a stringergli la mano.

Il giorno dopo l’“Osservatore romano” pubblicò con grande rilievo il reso­conto dell’udienza e il discorso del papa. Un titolo a quattro colonne in pri­ma pagina diceva nel sommarietto: “L’enorme importanza assunta nel mon­do moderno dai servizi di informazione ha offerto al Santo Padre l’occasione di elogiare, con superiore richiamo alle responsabilità giornalistiche, l’attività dell’Ansa”.

Ai giornalisti presenti (pochi, in mezzo a tanti editori: io, i due redattori capo e il Comitato di redazione) le parole pronun­ciate dal papa sulla professione giornalistica erano piaciute molto: il parlare del nostro lavoro come di un “servizio”, inteso “a educare l’opinione pub­blica all’onestà dell’osservazione e del giudizio su quanto accade nel mon­do”, un servizio cui si doveva riconoscere responsabilità, dignità e funzione sociale e, in un certo senso, anche (qualcuno di noi si commosse) una “ap­passionante bellezza”.

 

L’Ansa e il 25 aprile 1945

Il 25 aprile del 1945 ebbi che fare con l’Ansa, non all’Ansa ma al giornale dove lavoravo, redattore della “Nazione dl popolo” a Firenze. In compagnia di queste storie e storielle dell’agenzia l’annuale ricorrenza della giornata della liberazione può rendere utile – a futura memoria –  riportare, sia pure abbreviate, alcune delle notizie che in quei giorni fatidici furono trasmesse per radiotelegrafo dalla sede romana dell’agenzia, nata tre mesi prima, il 15 gennaio. Le notizie, che l’Ansa aveva ripreso dalla Nnu o ascoltate via radio da Milano, sono state pubblicate nel primo volume del mio “Mezzo secolo della nostra vita”. Alcune notizie sono imprecise o approssimative e incomplete; in quei giorni non funzionavano le comunicazioni e nel Nord non uscivano quotidiani.

Cominciamo da quando parte la battaglia finale.

16 aprile. “Dal Quartier generale alleato. Il maresciallo Alexander ha dichiarato: è giunto il momento di entrare in campo per l’ultima battaglia che porrà fine alla guerra in Europa” (14.45).

18 aprile. “Dal Quartier generale alleato in Italia. Il corrispondente della Reuter informa che la 5a e l’8a armata convergono su Bologna” (19.32). “Il generale Mark Clark, comandante del 15° gruppo di armate, nel corso di una visita alla 5a armata ha porto il suo saluto alle truppe italiane in linea e ha espresso il suo compiacimento per averle ai suoi ordini” (13.00).

20 aprile. “Dal Quartier generale alleato in Italia. Due divisioni della 5a armata sono entrate nella valle del Po” (23.55).

21 aprile. “Dal Quartier generale alleato in Italia. Il generale Clark annuncia che truppe della 5a armata sono entrate in Bologna. Alla liberazione della città hanno preso parte due corpi polacchi dell’8a armata, la 91a e la 54a divisione americana e il  gruppo italiano ‘Legnano’ al comando del generale Utili” (00.10).

23 aprile. Roma. Truppe del 15°corpo d’armata hanno raggiunto il Po in diversi punti che non vengono specificati” (00.20). “Roma. Da notizie della Nnu si apprende che nelle giornate di ieri e di oggi una folla di migliaia di persone ha gremito le vie di Bologna tributando calorose manifestazioni di simpatia alle truppe alleate” (22.35). “Bologna. Tre giornali sono apparsi a Bologna dopo mezzogiorno, secondo quanto informa la Nnu: il ‘Corriere dell’Emilia’, ‘Rinascita’, organo del Comitato di liberazione, e il ‘Corriere alleato’. Dopo la cerimonia religiosa svoltasi in piazza Vittorio Emanuele in onore della Madonna di San Luca alla presenza di trentamila persone il cardinale arcivescovo ha benedetto la folla dalla gradinata di Campo Vetrario, mentre un battaglione di alpini della ‘Legnano’ sfilava nella piazza, acclamatissimo” (22.45).

24 aprile. ”Roma. Il Comitato di liberazione nazionale di Bologna, col consenso del Comando alleato, ha nominato sindaco di Bologna Giuseppe Dozza, comunista” (04.25).

25 aprile. “Dal fronte italiano. Il passaggio del Po è stato compiuto nonostante notevole e intenso fuoco nemico. Su tutto il fronte italiano dal nord di Ferrara fino alla Spezia le truppe alleate si spingono innanzi” (12.38). “Roma. La stazione radio ‘Genova libera’, trasmettendo sulla stessa lunghezza d’onda della radio ‘Fante Fascista’, ha annunciato che la maggior parte della città è in mano dei patrioti” (22.50).

26 aprile. “Radio Milano libera informa: Il popolo è in piena rivolta. Il lavoro nelle officine è interrotto. Da tutte le valli scendono i partigiani” (10.30). “Londra. La radio svizzera riferisce che i partigiani hanno liberato Torino” (15.05). “Roma. E’ stato ufficialmente annunciato che truppe della 5a armata hanno conquistato Verona” (20.40).

27 aprile. “Londra. Un dispaccio ricevuto dal ‘Daily Mail’ nelle prime ore di questa mattina  dal suo corrispondente speciale da Zurigo dice che Mussolini è stato catturato da patrioti italiani mentre fuggiva  dall’alta Italia verso il rifugio bavarese di Hitler” (08.20). “Milano. Radio ‘Milano Libera’ ha letto questo comunicato del Comitato di liberazione nazionale di Milano: Mussolini, Pavolini e Farinacci sono stati arrestati sul lago di Como” (20.10).

28 aprile. “Roma. La radio ‘Milano Libera’, intercettata dall’Ansa, ha trasmesso alle 12 i seguenti particolari sull’arresto di Mussolini: l’ex duce viaggiava in automobile frammischiata a una colonna tedesca di circa trenta automobili. Il signor Mussolini indossava una divisa della polizia e portava un cappotto tedesco. Egli è stato riconosciuto da Bill, al secolo Urbano Lazzari, appartenente alla Guardia di finanza di Chiavenna e ora commissario della brigata Baker. Nella stessa colonna si trovavano anche Barracu e Pavolini. L’ex duce è stato fermato a Dongo, mentre gli altri sono stati arrestati a Busso. Gli arrestati avevano con sé molto denaro, oro e sterline” (12.10). ”Roma. Nell’ultima trasmissione di ‘Italia combatte’ di radio Bari il generale Clark ha indirizzato ai partigiani del nord un messaggio nel quale si è congratulato per quanto essi hanno compiuto e dopo averli invitati a continuare la lotta fino alla completa liberazione delle città e dei villaggi della province settentrionali, ha detto: ‘Un compito difficile e pieno di responsabilità grava sul Comitato di liberazione perché in quelle zone finora teatro di combattimenti regnino ora la legge e la giustizia’”.

29 aprile. “Roma. Radio ‘Milano libera’ ha comunicato stamani: ‘Benito Mussolini è stato giustiziato’” (09.05). “Milano. Radio ‘Milano libera’ alle ore 12 ha trasmesso: ‘Ieri 28 corrente patrioti italiani alle 16.20 hanno giustiziato in località Mulino di Mezzegra, in provincia di Como, Mussolini Benito e Petacci Claretta. Gli stessi patrioti hanno successivamente giustiziato mediante fucilazione nella schiena, in località Dongo, i seguenti criminali di guerra: Pavolini Alessandro, segretario del Partito fascista repubblicano, Barracu Francesco, vicepresidente del consiglio dei ministri, Zerbino Paolo, ministro dell’interno, Mezzasoma Fernando, ministro della cultura popolare, Romano Ruggero, ministro dei lavori pubblici, Liverani Augusto, ministro delle comunicazioni, Daquanno Ernesto, direttore dell’agenzia Stefani, Bombacci Nicola, supertraditore. I cadaveri di questi nemici del popolo sono esposti a Milano in piazza Quindici martiri (piazza Loreto) nello stesso luogo in cui furono barbaramente trucidati 15 valorosi patrioti” (12.29). “Milano. Radio   ‘Milano libera’ ha annunciato: ‘Mentre  trasmettiamo i cadaveri di Mussolini, Petacci, Pavolini e Starace sono stati appesi al chiosco della Standard in piazza Quindici martiri” (13.30).

30 aprile. “Il  Comitato di liberazione Alta Italia in un comunicato trasmesso dalla radio ‘Milano libera’ ha dichiarato che la fucilazione di Mussolini e complici è la conclusione necessaria della lotta insurrezionale che segna per la patria una promessa di rinascita e di ricostruzione. Dell’esplosione d’odio cui il popolo è trasceso il fascismo stesso è l’unico responsabile. Il Clnai, come ha saputo inquadrare l’insurrezione, trasfondendo in tutti gli insorti il senso di responsabilità di quest’ora storica, intende che con la raggiunta libertà tali eccessi non abbiano più a ripetersi” (14.00).

2 maggio, “Roma. Le armate tedesche nell’Italia del nord si sono arrese senza condizioni”. (18.45).

3 maggio. “Roma. La Reuter comunica che Sua Eccellenza sir Noel Charles, ambasciatore britannico a Roma,  ha trasmesso a sua Eccellenza Ivanoe Bonomi, presidente del consiglio, il seguente messaggio del primo ministro Winston Churchill: ‘In occasione della resa delle forze tedesche in Italia invio a Vostra Eccellenza, a nome del governo di Sua Maestà britannica, un messaggio di calorose congratulazioni per la liberazione finale del territorio italiano dal nostro comune nemico e particolarmente per la parte svolta dalle forze italiane regolari e dai patrioti dietro le linee’” (23.30).

 

                                                      Maggio 2017

 

(continuerà, anche per la possibile e gradita collaborazione di qualche redattore dell’agenzia)

20. aprile 2017 by Sergio Lepri
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