Storia, memoria e storiografia

Storia, memoria e storiografia

Un vecchio proverbio dice: le verità sono tre; la mia, la tua e la Verità. Una verità che non è la mia e non è la tua né di altri, cioè una verità di nessuno, non esiste o, per lo meno, non è conoscibile.

La parola “storia” ha significati diversi, spesso confusi tra loro; perciò è fonte frequente di equivoci. Secondo i linguisti, il primo significato (in latino “historia”, dal greco istorìa) viene dal suo etimo, che è la radice “vid” (da cui anche il latino “videre”): “ricerca”, “indagine”, “cognizione”; quindi il significato è di “esposizione ordinata di fatti umani, quali risultano da un’indagine critica volta ad accertarne la verità”. Con questo significato la parola “storia” coincide con la parola “storiografia”. Un secondo significato di “storia” è il susseguirsi di fatti e avvenimenti che possono essere oggetto di ricerca e di esposizione.

La parola “storia” può quindi designare tanto le “res gestae” quanto la narrazione di esse, cioè l'”historia rerum gestarum”. cioè la “storiografia”. Qui intenderemo “storia” come “res gestae” ossia i fatti, gli eventi storici.

Essere e conoscere, realtà e conoscenza: un problema antico. Emanuele Kant sosteneva che la conoscenza della realtà è una conoscenza fenomenica; della realtà sappiamo soltanto ciò che ci appare. Benedetto Croce sosteneva che la storia (la storiografia) è sempre storia contemporanea, perché la storia (l’evento) vive dell’interesse che quell’evento uscita, hic et nunc,  nell’animo dello storico.

Conosciamo gli eventi attraverso il filtro delle nostre conoscenze e del nostro patrimonio culturale: le informazioni contenute nel nostro dna, cioè nella nostra eredità biologica, e le informazioni che costituiscono la nostra storia personale, cioè le informazioni acquisite durante la vita che abbiamo vissuto (educazione familiare, istruzione scolastica, letture, persone frequentate, esperienze di vita).

Ogni individuo ha un suo dna e una sua storia personale. Ogni individuo è diverso dall’altro e ogni individuo è diverso dall’individuo del giorno prima.

Degli eventi storici abbiamo soltanto una conoscenza soggettiva, che varia secondo gli individui e secondo i tempi. La storia, come la verità, è inconoscibile.

Benedetto  Croce contrapponeva la storia alla cronaca:  la storia è sempre filosofia in atto,  è storia  dell’universale; la storia è ciò che è vivo, la cronaca è il suo cadavere; la cronaca è solo una raccolta di dati con scopo meramente pratico.

La storiografia moderna ci ha invece insegnato che il processo di sviluppo della società è un fenomeno complesso e che i grandi eventi, le grandi figure, le grandi congiunture politiche e militari si dimostrano spesso meno importanti della modesta vita quotidiana, delle azioni, anche semplici, compiute e ripetute, giorno dopo giorno,dagli individui e dalle collettività.

Un tempo si riteneva che la storiografia doveva basarsi soltanto sui documenti ufficiali, sugli archivi diplomatici, sui testi degli interventi politici, sui proclami dei grandi condottieri di eserciti e di masse. Gli annalisti francesi ci hanno insegnato che, accanto alla storia “évenémentielle”, la storia è anche l’umana vicenda di ognuno, grande o piccolo, ricco o povero, potente o debole, superbo o umile; e allo storico non sono più sufficienti i tradizionali elementi di ricerca; occorrono anche elementi nuovi.

Sociologia e antropologia, etnografia e geografia, demografia ed economia sono diventati i mezzi per accertare le diverse dimensioni dell’azione dell’uomo e della collettività; ma per costruire una storia più concreta e coerente serve anche la conoscenza dei fatti della vita quotidiana, i cento e cento episodi in cui si manifesta la vita di ogni giorno.

Anche la cronaca è storia, il flusso costante della storia; e per fare storiografia servono anche – se complete e corrette –  le informazioni di cronaca di un giornalismo serio e responsabile. Il giornalismo come scienza della quotidianità e del contingente.

L’evento del passato deve essere ricostruito dallo storico contestualizzandolo nel suo tempo e nel suo ambiente (politico, sociale, culturale, e anche produttivo e meteorologico se necessario), ma anche questi dati non possono non passare attraverso il filtro del suo patrimonio culturale oltre che sulla base di documenti e di informazioni a volte certe, a volte incerte; spesso ignote e quindi supposte. La storiografia è sempre una personale interpretazione dell’evento storico, tanto più personale quanto più l’evento è lontano nel tempo.

Caratteristica della storiografia è l’ambiguità, nel senso di una possibile pluralità di interpretazioni dell’evento, secondo gli individui e secondo i tempi.

Il John Kennedy presidente degli Stati Uniti dei primi anni Sessanta era per i viventi di allora il mito della “nuova frontiera”, l’uomo in cui si proiettavano le speranze e le attese di milioni di uomini e di donne di tutti i continenti. Per i viventi di allora e viventi ancora oggi il Kennedy di allora è oggi un altro Kennedy: è quello di allora, ma in parte sepolto da cinquanta anni di delusioni. E per molti dei viventi di oggi, che non hanno vissuto quei lontani anni meravigliosi, John Kennedy rischia di essere soltanto un presidente americano che aveva amici mafiosi e andava a letto con Marilyn Monroe. Qual è il vero Kennedy? Tutti. Quei Kennedy sono veri tutti.

Il passato è passato; non c’è più. Il passato rivissuto dal presente diventa un presente, diverso dal passato e diverso per ognuno che lo rivive. La storia che conosciamo è sempre una storia virtuale.

La virtualità e l’ambiguità della storia sono aggravate dai modi in cui si rivive il passato. Da qui l’inquietante rapporto fra storia (storiografia) e memoria (memoria storica e memoria personale).

Come si rivive il passato? Per gli eventi recenti vale la memoria personale ossia valgono le testimonianze scritte e orali di coloro, finché sono in vita, che hanno vissuto quegli eventi; ma non tutte sono credibili, spesso sono modificate dagli anni intercorsi tra l’ieri e l’oggi. Valgono le cronache degli organi di informazione; ma non sempre sono affidabili, non sempre sono state raccolte a suo tempo con occhi attenti e imparziali. Valgono gli studi; ma non tutti sono basati su seri documenti. Valgono i documenti, specie i documenti ufficiali; ma non tutti sono completi, non censurati dalle ragioni di stato.

L’archivio del Dipartimento di stato americano è di facilissima e immediata consultazione attraverso Internet. Un esempio. Sull’incontro di Giorgio La Pira col presidente della repubblica del Vietnam Ho Chi Minh l’8 novembre del 1965 ad Hanoi la notizia c’è: il sindaco di Firenze La Pira si è incontrato con Ho Chi Minh. Tutto qui. Niente sull’intesa su quattro punti per l’inizio di un negoziato fra Stati Uniti e Vietnam per porre fine alla guerra; un’intesa fatta fallire da Washington; su quei quattro punti Kissinger concordò a Parigi la cessazione delle ostilità, ma otto anni più tardi, otto anni che videro un milione 350 civili morti o feriti nel Vietnam e quasi 50 mila morti fra le truppe americane.

Un altro esempio, le foibe. Su questa tragedia degli anni 1943, 1944 e 1945 sull’altipiano carsico si è taciuto per decenni. Il silenzio sulle foibe è rimasto legato al silenzio sui misfatti compiuti dalle Forze armate italiane in Slovenia e in Croazia negli anni 1942 e 1943 fino all’8 settembre. Dopo il 1946 la guerra fredda fra l’Occidente e l’Unione Sovietica e l’espulsione della Jugoslavia di Tito dal Cominform e il suo avvicinamento alle democrazie occidentali portarono a una diplomatica tacita intesa fra Roma e Belgrado: Roma non parla delle foibe, Belgrado ritira la lista dei criminali di guerra italiani.

Delle foibe si è cominciato a parlare in Italia in anni recenti con la destra al governo; e dal 2009 si celebra il 10 febbraio una giornata della memoria. Ma non si parla né si scrive dei crimini compiuti dall’esercito fascista, crimini che delle foibe furono una delle cause: i villaggi bruciati, i civili deportati nei campi di concentramento (vecchi, donne e bambini; gli uomini erano partigiani in montagna); e il proclama del generale Robotti nel 1942 alle truppe: “Qui si ammazza troppo poco”. Per questi crimini non c’è una giornata della memoria e non c’è neppure la memoria.

Il 15 febbraio del 2009 l’ambasciatore italiano in Grecia si è recato a Domenikon, una piccola città della Tessaglia, per partecipare alla commemorazione della strage compiuta dalle truppe italiane di occupazione il 16 febbraio del 1943. L’ambasciatore ha espresso il cordoglio dell’Italia per quel tragico Marzabotto greco. Cordoglio dell’Italia? Cordoglio di chi e per che cosa? L’agenzia Ansa, due giorni prima, aveva trasmesso un servizio sulla vicenda: 150 civili fucilati, dai 15 agli 80 anni, come rappresaglia per l’uccisione di nove soldati italiani da parte dei partigiani greci. Abbiamo letto qualcosa sui giornali o visto qualcosa nei telegiornali? E quanti italiani sanno di quel misfatto? Si parla di memoria storica. Ma si può ricordare quello che non si sa?

La storiografia e i media. Alla responsabilità delle fonti si aggiunge la responsabilità dei media. Perché? Per la loro collocazione politico-culturale? Per la loro discutibile interpretazione dei bisogni conoscitivi dei lettori? Per il loro disperato tentativo di salvarsi dalla fine, preferendo i gossip alle informazioni? E’ da anni che molti sociologi prevedono una paperless society prossima ventura, una società senza carta; e il presidente della casa editrice del “New York Times” ha previsto l’uscita dell’ultimo numero (di carta) del giornale nel 2012.

L’informazione “on line”. Su Internet l’informazione non è data soltanto dai giornali “on line”; su Internet tutti fanno informazione; anche organi non giornalistici; anche i privati. Internet è un eccezionale archivio di informazioni, facilmente trovabili grazie ai cosiddetti motori di ricerca.

Su “Google” se si digita “la pira ho chi minh hanoi 1965” vengono fuori (oggi 23 ottobre 2010) 132 fonti in italiano e 795 nell’intero web. Su “Yahoo” 1240 pagine. Alla domanda “foibe” 355 mila fonti su “Google”, 1.870 mila su “Yahoo” (inutile dire il colore della maggior parte delle fonti). Alla domanda “crimini di guerra italiani in Slovenia e Croazia” 2.850 fonti su “Google” e 2900 su “Yahoo”.  Anche lo sconosciuto Domenikon: 1.100 fonti su “Google”, compreso un brano di un documentario che la Rai non ha trasmesso (e neppure Sky, che lo aveva in programma). Molte fonti web hanno ripreso le notizie dell’Ansa.

Queste cifre sono tuttavia indicative. Non tutte le pagine offerte da Internet contengono informazioni sicure. Nessuno può garantire  in ogni caso l’affidabilità della fonte, anche delle fonti ufficiali (come il Dipartimento di stato americano): per ignoranza, per omissione, per  censura, a volte per manipolazione. Internet è un immenso archivio, ma un archivio sospetto.

Internet comporta anche, rispetto agli archivi tradizionali, un criterio nuovo di lettura e quindi un nuovo modo di apprendimento culturale. Su Internet non si sfoglia una pagina dopo l’altra, non si è mucche ma stambecchi; si salta qua e là; e il modo di leggere non è continuativo e bidimensionale come su un foglio stampato, ma tridimensionale; con l’ipertesto si va in profondità, non in largo.

Questo vale per tutti ma specialmente per chi è nato o quasi in Internet (i cosiddetti “nativi digitali”) e quindi per la storiografia del futuro: la rete permette una straordinaria espansione spaziale, ma a prezzo della contemporanea perdita della dimensione temporale; “saltando” da un evento all’altro è difficile collocare gli avvenimenti lungo l’asse del tempo. Del resto è quello che vediamo da anni, per altri motivi, ancora prima di Internet: la cultura non è più interdisciplinare ma settoriale; si sa tantissimo, ma soltanto di qualcosa; si sa benissimo un fatto, ma non sempre il prima e il dopo, sicché quel fatto rimane spesso circoscritto, non contestualizzato, slegato dalle sue radici e dalle sue conseguenze.

Un evento storico (“res gesta”) è storico anche nel senso che appartiene al grande flusso della storia; e così è storica, cioè mutevole nello spazio e nel tempo, la conoscenza di esso, attraverso la storia della comunità e la storia personale dell’individuo. La storia (storiografia) è sempre storia ambigua, storia virtuale; la storia fattuale (evento storico, “res gesta”) è inconoscibile.

E’ tuttavia la grande storia virtuale e la memoria virtuale della grande storia che muovono il mondo, proprio perché sono virtuali, cioè rivissute culturalmente e sentimentalmente. Vale per gli uomini e per i grandi avvenimenti: Kennedy della “nuova frontiera”, papa Giovanni del Concilio; anche la Rivoluzione francese, che diventa la “Marsigliese” senza il terrore e senza la ghigliottina: e la Resistenza italiana contro il fascismo che, per chi l’ha vissuta, è il canto di “Bella ciao” senza qualche morto sbagliato.

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