La Stefani – Introduzione (appendice)

DAL 25 LUGLIO ALLA REPUBBLICA DI SALÒ
Il 1943 attraverso i notiziari dell’Agenzia Stefani

di Franco Arbitrio

Introduzione

Come erano informati gli Italiani residenti nel territorio sotto il controllo della Repubblica Sociale Italiana? Prima di ricostruire i fatti più salienti di quel periodo tratti dal notiziario trasmesso dalla Stefani, converrà ricordare i modi in cui veniva concepita l’informazione ufficiale dalle autorità della Rsi, secondo criteri che – più o meno simili, tra manipolazioni e omissioni – si ripetono da sempre in qualsiasi sistema non democratico. I documenti che qui di seguito sono riportati ne sono una chiara dimostrazione. Non dissimili, tuttavia, sono anche i criteri che regolavano l’informazione durante i 45 giorni del governo Badoglio, dal 25 luglio all’armistizio dell’8 settembre 1943.

Il 26 luglio alle 18.45, il giorno dopo l’arresto di Mussolini, il Ministero della Cultura Popolare, che continua a mantenere il nome datogli dal Fascismo, invia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (ACS – M. Cult. Pop. b.19) il seguente fonogramma:

“Al fine di assicurare la continuità, l’ordine e il normale andamento dei giornali questo Ministero ritiene opportuno proporre che codesta Presidenza del Consiglio disponga che un ufficiale sia comandato presso ogni giornale del Regno onde assumere la gestione e assicurarne la regolare pubblicazione sulla base delle norme dettate dai proclami di S.M. il Re e Imperatore e del Maresciallo Badoglio nonché delle istruzioni che saranno diramate da questo Ministero. L’ufficiale dovrebbe presentarsi al giornale, al quale, sarà destinato, provvisto di una autorizzazione scritta da parte dell’autorità militare competente”.

Nella conferenza alla stampa estera tenuta martedì 27 luglio, la prima dopo la caduta di Mussolini, presenti 49 giornalisti, il consigliere Rulli del ministero della Cultura Popolare (ACS – M. Cult. Pop b. 332) riassume così gli eventi dei due giorni precedenti:

“Sabato scorso, come avete appreso, si è riunito a Palazzo Venezia il Gran Consiglio1 alla presenza di tutti i membri che ne erano componenti per diritto e per designazione. Quanto si è svolto nel Gran Consiglio è chiaramente e linearmente spiegato nel comunicato Stefani che tutti voi avete avuto sotto gli occhi nei giornali.
“A seguito del voto del Gran Consiglio, il Primo Ministro Benito Mussolini, Cavaliere della SS. Annunziata, ha presentato a S.M. il Re e Imperatore le sue dimissioni. Tali dimissioni sono state accettate e S.M. ha dato l’incarico di Capo del Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, Cavaliere della SS. Annunziata.
“Tengo a ben definire con voi i dati esatti e precisi di quello che è avvenuto: il cambiamento di governo è stato perfettamente costituzionale. L’organo supremo dello Stato in materia costituzionale ha chiaramente invitato il Capo del Governo a pregare S.M. di assumere l’effettivo comando delle forze armate di terra di mare e dell’aria e quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni, sacre ad ogni italiano, gli attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della Dinastia Sabauda.
“Non si tratta quindi di rivoluzione né di colpo di Stato, si tratta semplicemente di provvedimenti costituzionali presi da S.M. il Re e Imperatore e costituzionalmente provocati dagli organi competenti dello Stato. Vi prego quindi di tenere presente tutto ciò nelle vostre corrispondenze.
“Per vostra norma aggiungo poi che alla stampa italiana sono state diramate disposizioni precise e chiare: nel momento tragico che il Paese attraversa, con un nemico agguerrito e potente2, che occupa un lembo della nostra patria adorata e che distrugge le nostre città noi non possiamo permetterci il lusso di recriminazioni verso il passato.
“Il popolo italiano è troppo ricco di spirito politico e di tradizioni politiche per perdersi in momenti come gli attuali in polemiche che risulterebbero vane e senza significato; per gli italiani oggi esistono due cose sole che vanno salvaguardate ad ogni costo ed a prezzo della vita di ogni cittadino, vesta o meno di divisa militare: Re e Patria.
“Il popolo italiano è monarchico per natura, per costituzione, per spirito, per tradizione. Ha nel suo sangue tali sentimenti e ancora una volta nella crisi costituzionale che si è verificata in questi giorni ha avuto una prova evidente e palmare che la sua Monarchia è fedele interprete non solamente delle tradizioni del Paese ma anche della volontà del Paese.

“Le piccole dimostrazioni piazzaiole avvenute nella giornata di ieri a Roma e a cui qualcuno dei vostri colleghi ha voluto dare una importanza che non esito a chiamare esagerata, nel loro stesso disordine sono una riprova del sentimento che anima tutti gli italiani. Voi avete visto personalmente che tutte queste piccole dimostrazioni procedevano per le strade con alla testa bandiere italiane e ritratti di S.M. il Re Imperatore. Vi sono state delle chiassate e vi sono state delle esagerazioni. Alcuni hanno creduto, distruggendo qua e là emblemi e scritte, di dimostrare un livore personale che non è certamente intonato a quello che oggi la nazione pensa. Episodi come quelli di ieri non possono essere regola. Oggi, e voi stessi lo avete potuto constatare, la città è calma e tranquilla anche al di fuori delle misure militari prese”.

Un giornalista straniero, Johannesson, ribatte che le parole di Rulli non gli sembrano esaurienti “per quanto riguarda la riunione del Gran Consiglio. Il riferimento – dice – è a un comunicato Stefani, ma il Giornale d’Italia di ieri ha dato altre notizie”. Rulli: “Il Giornale d’Italia è stato sequestrato e questo vi dimostra che quanto ha pubblicato non era completamente esatto”.
A sua volta il giornalista Kumlien chiede di sapere “qualche cosa sull’attuale situazione del Capo del Governo uscente”. Risponde Rulli: “Il Capo del Governo uscente ridiventa un privato cittadino. D’altra parte voi sapete che Benito Mussolini è Cavaliere della SS.ma Annunziata e che i Cavalieri di quell’Ordine possono chiamarsi cugini del Re, hanno un rango speciale nell’ordine di precedenza a Corte e godono di alcuni privilegi”3.

Johannesson chiede se sia vera la notizia di una lista di arresti pubblicata da un giornale. Rulli: “Il giornale che l’ha pubblicata è stato sequestrato”.

In una successiva conferenza stampa riservata ai giornalisti tedeschi, Rulli li prega di

“voler mettere i punti sull’i sul fatto che in Italia non c’è stata né crisi, né rivoluzione, né colpo di Stato. Vi è stata una crisi costituzionale ad opera di organi costituzionali, risolta costituzionalmente. Devo aggiungere per voi che sono dolente dover sottoporre i vostri telegrammi ad un visto preventivo, ma vi assicuro che la pratica sarà svolta nella maniera migliore e con la massima sveltezza”.

Il 4 agosto il ministero della Cultura Popolare (ACS – M. Cult. Pop. b. 19)redige un appunto riservatissimo per il ministro Guido Rocco sulla situazione della stampa italiana.

“Da informazioni confidenziali risulta che gli ambienti giornalistici romani sono piuttosto scontenti delle restrizioni attualmente imposte alla stampa, specie in fatto di politica interna.
“Si ragiona press’a poco così: se in materia di politica internazionale si può ritenere giustificata – ed i giornalisti ne sono pienamente consapevoli – la massima cautela, dato che siamo tuttora in guerra, alleati della Germania, con il nemico in casa ecc. non altrettanto sembra opportuno che i giornali non possano parlare se non molto limitatamente e restrittivamente dei problemi interni, mostrando al pubblico dei lettori quali siano stati gli errori del passato e come ad essi si possa e si debba riparare.
“Non recriminazioni, non invettive, non atti di accusa: d’accordo; ma critica obbiettiva, serena, affidata a scrittori autorevoli ed esperti delle singole materie – sì.

“Il pubblico vuole qualche sfogo, cerca nella stampa qualche cosa che non c’è. Altrimenti, finirà col non credere più alla stampa dell’attuale Governo, così come non credeva più alla stampa fascista; e quando le circostanze richiedessero che la stampa esercitasse una certa azione di freno, di dominio sulle masse, questa azione riuscirebbe perfettamente vana, perché il prestigio della stampa sarebbe venuto meno”.

È scritto ancora sull’appunto:

“Il cambiamento di Governo e la nuova situazione creatasi nel Paese hanno avuto profonde ripercussioni nel settore della stampa. È bene tener presente che il cessato Capo del Governo dirigeva la stampa personalmente e che tutti i direttori dei giornali erano stati costretti, volenti o nolenti, ad assumere posizioni ed atteggiamenti estremisti.
“Il 26 mattina, a seguito della naturale reazione dell’opinione pubblica, tutti i giornali si sono trovati acefali e le direzioni sono state oggetto di contesa da parte di comitati di maestranze o di redattori, di giornalisti precedentemente estromessi o che da molti anni erano stati tagliati fuori dall’attività professionale. Non sono mancati tentativi di elementi sovversivi a sfondo rivoluzionario, diretti ad impadronirsi della stessa proprietà dei giornali.
“Di fronte a tale situazione il Ministero, appena ottenuta l’autorità che poteva derivargli dalla disponibilità di forza pubblica, ha reagito provvedendo ad assicurare la direzione provvisoria nei giornali acefali e imponendo con ogni mezzo il rispetto alla proprietà privata. Si è giunti così ad una certa normalizzazione nella maggior parte degli organi di stampa.
“La situazione delle direzioni dei giornali è attualmente la seguente:
BARI: Gazzetta del Mezzogiorno – Direttore: Umberto Toschi; BOLOGNA: Resto del Carlino – Direttore: Alberto Giovannini; FERRARA: Corriere Padano – Direttore G. Galassi; FIRENZE: Nazione – Direttore Carlo Scarfoglio; Nuovo Giornale – Direttore provv. Dino Cesaroni; GENOVA: Caffaro – Direttore Luigi Dameri; Corriere Mercantile id.; Lavoro – Umberto Cavassa; Secolo XIX un redattore (provv.); LIVORNO: Telegrafo – Direttore Giovanni Engely; MILANO: Corriere della Sera – Direttore Ettore Janni; Corriere della Sera pomeriggio – Filippo Sacchi; Secolo Sera – Mario Casalbore (provv.); Ambrosiano – Nello Corradi (provv.); Sole – Mario Bersellini (prec.); Italia – Don Mario Bustri (prec.); NAPOLI: Mattino – Direttore Paolo Scarfoglio; Corriere di Napoli id.; Roma – Emilio Scaglione; ROMA: Giornale d’Italia – Direttore Alberto Bergamini; Tribuna – G. Armenise; Messaggero – Tommaso Smith; Popolo di Roma – Corrado Alvaro; Lavoro Italiano – Enrico Rocca; L’Italia – Giannino Marescalchi TORINO: Stampa – Direttore Vittorio Varale; Gazzetta del Popolo – Tullio Giordana; TRIESTE: Piccolo – Direttore Silvio Benco; VENEZIA: Gazzettino – Direttore da nominare; Gazzetta di Venezia id.; VERONA: Arena – Direttore Giuseppe Silvestri.
“Tali nomine non hanno tutte carattere definitivo. In molti casi esse sono state concordate con il Ministero e di concerto con i proprietari dei giornali; diverse situazioni devono essere tuttavia ancora chiarificate.
“Dalle prime manifestazioni della stampa dei giorni 26 e 27 è risultato, d’altra parte, che le nuove direzioni non davano, in relazione alla delicatissima attuale situazione della stampa, affidamenti di equilibrio e di ponderazione tali da consentire un’astensione dall’intervento ministeriale in questo settore. Si è stati così costretti a ricorrere alla censura preventiva, misura molto grave e che dovrà essere revocata non appena tutti gli organi di stampa siano in mani responsabili e si possa contare in modo assoluto sul senso di disciplina dei direttori alle direttive del Governo.
“Sia per i direttori che per i redattori, corrispondenti, cronisti ecc. il problema è soprattutto un problema di uomini ed uno dei suoi aspetti è quello della avveduta utilizzazione di tutta quella generazione giornalistica che va dai 25 ai 40 anni che ha dovuto, per necessità di vita, piegarsi ai dettami del cessato regime, ma che non di meno ne ha compreso e silenziosamente sofferto le incongruenze, gli errori e le imposizioni.
“Al provvedimento della censura preventiva, già in atto, dovrà accompagnarsi il divieto – in corso di emanazione – di cessione dei giornali. Ogni passaggio dl proprietà della stampa non darebbe infatti in questo particolare momento, sufficienti garanzie di normalità giuridica e politica, dati anche i numerosi tentativi verificatisi da parte di maestranze e gruppi di estranei, intesi a turbare il diritto di proprietà dei giornali, per fini speculativi o politici.
“È da ritenersi che le cennate misure della censura preventiva e del divieto di trasferimento della proprietà dei giornali, siano, d’altra parte, sufficienti per impedire ogni tentativo diretto – in contrasto con gli intendimenti del R. Governo – a ricostituire o formare intorno agli organi di stampa, partiti politici. Infatti il vincolo che ancorerà i giornali ai vecchi proprietari, pur consentendo di indirizzare la stampa secondo la nuova situazione, costituirà una naturale difesa contro ogni iniziativa intesa a polarizzare intorno ai giornali stessi correnti politiche, mentre attraverso la censura preventiva e l’azione di controllo dei Prefetti – ai quali sono state impartite opportune istruzioni – si potrà seguire l’andamento politico dei giornali.
“È in corso un riesame dei numerosi sussidi che il cessato governo corrispondeva ai giornalisti. Tutti quei sussidi che avevano natura e finalità politica sono stati naturalmente sospesi, mentre sarà mantenuta e intensificata l’assistenza ai giornalisti disoccupati ed a quelli sinistrati.
“Particolare cenno merita la situazione dell’Ente Stampa, istituito nel 1940 alle dipendenze del Ministero della Cultura Popolare per il controllo ed i comuni servizi di 31 quotidiani di provincia, l9 dei quali di proprietà assoluta o prevalente dell’Ente, 5 di proprietà privata e 7 del disciolto partito fascista.
“Il Ministero ha subito provveduto alla nomina di un commissario governativo dell’Ente nella persona dello scrittore Sante Savarino ed ha impartito disposizioni ai Prefetti, nelle cui provincie i giornali vengono stampati, affinché riferiscano sulla loro posizione politica e amministrativa proponendo i nominativi dei giornalisti che possano assumerne la direzione, almeno provvisoria.

“Non sembra d’altronde opportuno privarsi nell’attuale momento di uno strumento di propaganda, quale è l’Ente in questione, che guidato da un polso fermo sarà in grado, in base alle nuove direttive, di influenzare favorevolmente l’opinione pubblica in 20 provincie”.

Nell’appunto è detto inoltre che i servizi per la stampa estera

“hanno continuato con ritmo normale il loro lavoro. Le comunicazioni telefoniche e telegrafiche con l’estero, sospese il 25 luglio, sono state, d’accordo con le autorità militari, ripristinate contribuendo a dissipare le voci allarmistiche corse, non solo nei Paesi neutrali, ma anche in Germania. Tutti i servizi giornalistici esteri, sia telefonici che telegrafici, sono stati sottoposti ad un controllo esercitato dall’apposito ufficio esistente presso il Ministero al quale collaborano anche ufficiali delle forze armate del nucleo SIM. Detto controllo è stato esteso anche ai corrispondenti di giornali tedeschi e giapponesi che vi si sono sottoposti con spirito di comprensione. Esso viene esercitato più che sotto veste di censura, a titolo di consiglio ed orientamento, assumendo così un carattere di collaborazione.

“Non avendo il Governo tedesco più autorizzato, dal 26 luglio, ai corrispondenti dall’Italia l’uso del telefono, il Ministero ha facilitato il loro lavoro concedendo di poter telefonare i servizi agli uffici svizzeri e svedesi dei rispettivi giornali, per la ritrasmissione a Berlino. Ciò è valso ad aumentare il notiziario italiano sulla stampa tedesca ed a ispirarla alla realtà degli avvenimenti”.

Il 9 agosto il Ministro della Cultura Popolare (ACS – M. Cult. Pop. b. 19) redige il seguente appunto per il capo del governo riguardante le restrizioni sulla libertà di stampa:

“Dopo due settimane in cui l’opinione pubblica è stata lasciata libera di manifestarsi nei giornali come valvola di sicurezza della pressione che gli avvenimenti hanno fatto esplodere, è necessario che la stampa rientri in una linea di disciplina quale un Governo forte e di carattere militare, in regime di stato d’assedio, deve necessariamente imporre.
“Dato il carattere militare del Governo, la stampa potrebbe essere anche libera dopo il periodo di censura improvvisato che è stato adottato, ma in tal caso la stampa dovrebbe essere sorvegliatissima e le sue mancanze dovrebbero essere duramente colpite, in modo da costituire esempio e remora per direttori e proprietari da farli severamente marciare su una linea di disciplina militare: quindi, al sequestro dovrebbero seguire diffide, sospensioni del giornale, soppressioni, ed anche l’arresto dei responsabili. L’altra alternativa a che la censura in regime militare dovrebbe avere carattere militare e non deve ammettere sbandamenti di sorta.
“La censura che si è potuta improvvisare con mezzi di fortuna, per fronteggiare una stampa che in ventiquattro ore si è creduta libera di passare da un regime di rigore ad un regime di sfrenata libertà è manifestamente debole. Né i mezzi tecnici degli elementi disponibili al Ministero della Cultura Popolare consentono possibilità di maggior efficienza. Per principio, i giornalisti si rifiutano di fare i censori per ragioni di dignità e amor proprio professionale. I pochi funzionari disponibili, giovani inesperti, pur facendo sforzi notevoli, non arrivano a far fronte alla esigenza di una censura difficilissima e di direttori pure indisciplinati, come quelli che l’ondata improvvisa di libertà ha portato alla testa dei giornali.

“In queste condizioni, bisogna necessariamente tornare al concetto di mettere dei giornalisti militarizzati, cioè Ufficiali, di cui sia preventivamente riconosciuta la competenza e la sensibilità politica, nella redazione dei giornali per lo meno – per quanto riguarda la Capitale – dei due giornali del mattino: Il Messaggero ed Il Popolo di Roma, che se vengono redatti di notte non offrono quel margine di riflessione e ponderazione che si può applicare ai giornali del pomeriggio”.

La Stefani, pochi giorni prima dell’annuncio dell’armistizio, stava per essere acquistata dal governo Badoglio. Il 3 settembre del 1943 il ministero della Cultura Popolare (ACS – SPD co 509767/1) scrive a Badoglio che “essendo intendimento della Società Anonima proprietaria dell’Agenzia Stefani (eredi Morgagni) di procedere alla cessione completa della gestione, S.E. il Ministro della Cultura Popolare propone che detta proprietà passi ad un istituto finanziario parastatale”.

Il 5 settembre la nota, con l’approvazione di Badoglio, viene restituita al ministro Carlo Galli, che ha sostituito nell’incarico Guido Rocco. Ma gli avvenimenti precipitano e la Stefani resta di proprietà della vedova Morgagni, che la venderà nel marzo 1944 per quattro milioni di lire al Ministero della Cultura Popolare di Salò, che ne aveva già assunto la gestione dal 1° gennaio 1944 e, per quel che riguarda il personale, dal 24 settembre 1943. L’agenzia diventerà così l’organo ufficiale della Rsi.

Il 12 settembre Mussolini viene liberato dai tedeschi ed il 14 la stampa è convocata prima al ministero della Cultura Popolare e poi all’ambasciata tedesca. Il direttore della Stefani Roberto Suster (“Cronache per una storia d’Italia” in ACS – F.S. b. 2) riferisce che
“il comandante delle truppe occupanti generale Stahel ci ha fatto un discorsetto piuttosto energico, invitandoci alla correttezza ed alla collaborazione. Effettivamente i giornali si erano rifiutati categoricamente fino ad oggi di pubblicare il testo dell’ultimo discorso di Hitler nel quale si faceva la storia del tradimento di Badoglio, svergognando dinanzi alla storia ed al mondo non soltanto il Maresciallo fellone ed il Monarca incapace, ma addirittura la Nazione. In seguito a ciò, subito dopo la riunione tutti i direttori dei quotidiani in tutta Italia sono stati sostituiti, ed il Ministero della Cultura ha assunto attraverso le Prefetture, la responsabilità dei giornali.

“Per la Stefani è stato stabilito la censura preventiva di ogni notizia, e nulla è mutato per il momento. La situazione mia personale però si va facendo sempre più delicata e difficile, dato che è il terzo regime che mi mantiene al posto e temo di apparire alla fine una specie di prostituta della politica e del giornalismo. D’altro canto mi rendo conto che non è certo per i miei begli occhi che non mi sostituiscono ma bensì per la difficoltà di trovare un successore che abbia la congrua esperienza e la padronanza tecnica di un organismo complesso come la Stefani”.

Nel suo intervento Stahel (ACS – SPD-RSI cr 67) dopo aver premesso che “un Governo italiano al momento non esiste”, dice che i giornalisti hanno “la grande responsabilità di calmare l’opinione pubblica e di comunicare alla popolazione che deve aver fiducia, ma naturalmente anche pazienza”. Ed aggiunge:
“Non ho l’intenzione di costituire una censura preventiva, ma sorveglierò la stampa esattamente e prenderò delle misure rigorose contro ogni indisciplina.
“Tra le notizie militari sono da diramare solo quelle che vi pervengono da parte germanica. Anzitutto sono da utilizzare notizie della stampa germanica e della radio germanica. Notizie e commenti di carattere militare provenienti dall’estero non sono da pubblicare, salvo che pervengano da paesi amici od alleati. In alcun caso devono essere diramate notizie che sono adatte a diminuire la fiducia nella potenza militare germanica e della certezza della vittoria della Germania.

Disposizioni e decreti che trasmetterò devono essere pubblicate dai giornali in primo posto e con rilievo tipografico”.

In un appunto del 17 ottobre 1943 del Ministero della Cultura Popolare (ACS – M. Cult. Pop. B. 19) si osserva che
“i giornali dell’Alta Italia e, in particolare, i quotidiani di Torino si servono quasi esclusivamente del notiziario tedesco (Transocean e DNB), citando la fonte in calce ad ogni notizia, di modo che, unitamente alle informazioni Stefani da Berlino, la prima pagina dei giornali viene ad assumere una impostazione quasi completamente tedesca.
“Oltre a ciò, questi giornali usano spesso pubblicare in prima pagina notizie di cronaca nera o addirittura futili novelle o articoli di varietà, che nulla hanno a che vedere con la guerra e la serietà del momento.

“Poiché tali inconvenienti sono causati principalmente dalla assoluta mancanza del notiziario Stefani, si riterrebbe opportuno disporre al più presto per l’organizzazione di un servizio Stefani-Radio, per il quale già sono stati presi accordi di massima con la Stefani, col Giornale Radio e con le competenti Autorità germaniche. Detto servizio potrebbe aver luogo giornalmente‚ dalle ore 23.45 alle ore 24. I1 materiale dovrebbe affluire all’EIAR un’ora prima dell’inizio della trasmissione, per il preventivo visto tedesco. La lettura del notiziario dovrebbe essere effettuata lentamente allo scopo di permettere anche ai piccoli giornali di provincia, che non hanno stenografi veloci, di raccogliere con esattezza il notiziario stesso”.

Il 18 ottobre il ministro della Cultura Popolare Fernando Mezzasoma invia un appunto all’ambasciata tedesca (ACS – M. Cult. Pop. b. 19), nel quale fa presente che gli è stato segnalato che
“da parte degli organi della propaganda Staffel4 nell’Italia Settentrionale, sarebbe stato stabilito di stampare e diffondere, ad uso dei giornali, un bollettino Italo-Tedesco di informazioni.
“In relazione a tale nuovo servizio sarebbe stato, inoltre, deciso di tassare i giornali della zona comprendente il Piemonte, la Liguria, la Lombardia (eccetto Mantova) e la provincia di Piacenza, per la somma complessiva di lire 30-40 mila mensili, da suddividere proporzionalmente secondo le tirature dei giornali.
“Nel portare a conoscenza di codesta On. Ambasciata quanto precede, si prega di far conoscere quanto ad essa risulti in merito all’iniziativa degli Organi della propaganda Staffel. Si ritiene ne1 contempo utile sottolineare che – come è noto – l’Agenzia Stefani, secondo le direttive di questo Ministero, fornisce ai giornali ampi e controllati notiziari quotidiani, contenenti informazioni interessanti i nostri due Paesi e che, all’occorrenza, tali notiziari potrebbero essere integrati con materiale informativo che i predetti organi di propaganda germanici ritenessero opportuno inviare per il tramite di questo Ministero o direttamente all’Agenzia stessa.
“Si fa inoltre presente che in questo modo, i giornali dovrebbero ubbidire a direttive che si svolgerebbero all’insaputa di questo Ministero e che talvolta potrebbero essere anche in contrasto con i criteri, ai quali il Ministero – d’intesa con codesta Ambasciata – informa o intende informare la sua azione e la sua propaganda.

“Nel segnalare quanto sopra, si prega codesta Ambasciata di compiacersi favorire poi notizia dei provvedimenti, che eventualmente avrà ritenuto di adottare”.

Mezzasoma invia poi (ACS – M. Cult. Pop. b. 19) un ordine di servizio per la II divisione della direzione generale della stampa italiana nel quale rileva che
“in questi giorni i quotidiani romani non si sono dimostrati intonati alle necessità del momento. Infatti, comunicati di notevole importanza emanati dal Governo sono stati pubblicati con rilievo inadeguato a vantaggio di futili notizie di cronaca, spunti forniti dal Ministero per una intelligente utilizzazione sono stati insufficientemente sviluppati e, infine, commenti redazionali ad avvenimenti del giorno sono stati compilati con stile fiacco e del tutto inadeguato.
“Fino a quando non verrà disposta l’abolizione della censura preventiva, è necessario che gli addetti a tale servizio non si limitino ad eliminare dai “bozzoni” dei giornali notizie o frasi non rispondenti alle direttive vigenti, ma svolgano soprattutto un attento controllo su come i quotidiani romani – che non hanno un direttore responsabile – seguono i suggerimenti e le direttive del Ministero sia nella redazione di articoli e commenti, sia nella impostazione tipografica delle notizie di particolare interesse politico.

“Desidero che il lavoro di censura sia svolto con la massima cura e confido nel senso di responsabilità dei funzionari addetti”.

Il 6 dicembre 1943 interviene direttamente Mussolini (ACS – SPD-RSI cr b. 22) il quale richiama

“l’attenzione dei capi delle provincie sui giornali del partito e non del partito, tanto quotidiani che settimanali. Si va da una stampa incolore ed attendista a fogli dove le idee più sfasate e i furori letterari si alternano in uno sforzo che vorrebbe essere giacobino ed è semplicemente velleitario.
“Il nefasto periodo badogliano ha lasciato come strascico talune storture e deviazioni, che tuttora affiorano in nome di una libertà di stampa concepita non già come critica costruttiva e fascista, ma come vociferazione incontrollata. Lo scandalismo ha fatto il suo tempo: i tribunali straordinari hanno già da occuparsi di troppi traditori perché si venga in eterno ad inventarne di nuovi. I 18 punti del partito e le discussioni sulla Costituente costituiscono materia di indubbio interesse, ma a patto che non si pretenda di risollevare come toccasana il feticcio dell’elettoralismo, di cui già il popolo ha abbondantemente sperimentato il malefico influsso nel ciclo storico conclusosi ventun anni or sono. Altro è attrarre le moltitudini all’Idea, propagandola, altro è improvvisare serenate sotto le finestre degli uomini delle più varie idee e tendenze, i quali rispondono a colpi di pistola. Non sempre una chiosa finale neutralizza il veleno di certe “lettere al direttore” o giustifica la citazione delle chiacchiere degli avversari o addirittura dei ribelli dell’antifascismo.
“Si nota anche una risorgente antiromanità come se a Roma non ci fosse un milione e mezzo di italiani di tutte le provincie, mentre la dichiarazione di “città aperta” fu fata da Badoglio che non è nato a Roma. bisogna inoltre diffidare di chi adotta per propria politica la maschera apolitica, di chi, per nostalgia di partito, dichiara di non fare pregiudiziali di partito, di chi, nel binomio fascista repubblicano, si attiene in via esclusiva o primaria al secondo termine. Nel vaso della repubblica noi metteremo la nostra visione del mondo, cioè la nostra dottrina che ha dato il sigillo al secolo e la parola d’ordine per la guerra.
“Noi siamo stati, siamo e saremo fascisti e sul fascismo intendiamo sia posto l’accento grave. Colui che si affanna a nascondere la parola fascismo con la parola repubblica, domani sarà pronto a nascondere la parola repubblica con la parola monarchia: è un opportunista e un vile. Solo con la chiarezza e con la esattezza delle posizioni mentali, e non con l’equivoco delle proclamazioni generiche, si serve la patria.

“Ogni direttore di giornale comprenda la duplice necessità della disciplina di guerra e della assoluta preminenza da accordare alla guerra sopra qualunque altro argomento. Contribuire a riportare gli italiani al combattimento, sulla via dell’onore a fianco dei commilitoni germanici, con consapevolezza e risoluzione, deve essere lo scopo e l’assillo del giornalista. I capi delle provincie provvedano a ripristinare il più intelligente e rigoroso controllo sulla base di queste direttive, della cui immediata attuazione mi risponderanno personalmente. E sono autorizzati a sopprimere e sequestrare i giornali che continueranno su una andatura a carattere tipicamente badogliesco. Da ventisette anni i 190 milioni di russi non leggono che un giornale e non ascoltano che una radio. Sembra che questa severa dietetica radio-giornalistica non abbia fatto troppo male alla salute pubblica e morale del popolo moscovita. Chiamate i responsabili della stampa e leggete quanto sopra”.

Fin qui i testi che indicano un modo di controllare dall’alto l’informazione. Era necessario darne documentazione per capire senza equivoci i testi Stefani che verranno riprodotti.

Dalla lettura della Stefani emerge un notiziario sintetico (i giornali dell’epoca erano per lo più di due sole pagine per carenza di carta ed inoltre la censura germanica e quella del Ministero della Cultura Popolare limitavano l’informazione), teso a magnificare le realizzazioni della neonata Repubblica in campo sociale ed economico, ad enfatizzare le notizie provenienti dai vari fronti con vittorie strepitose dei tedeschi e dei giapponesi che infliggevano perdite “terribili” all’avversario, a minimizzare gli insuccessi, ad essere certi, anche a pochi giorni dalla fine, della “vittoria finale”, a trasmettere con regolare cadenza le note della Corrispondenza Repubblicana una sorta di articoli di fondo redatti personalmente da Mussolini o da lui ispirati (sono 99) sui più svariati argomenti, il tutto con un linguaggio “ufficiale” codificato dagli otto punti delle “istruzioni alla stampa”.

Le istruzioni alla stampa

1° – Col termine di “italiano”, “truppe italiane” e simili, devono essere designati soltanto i seguaci di Mussolini, mentre gli italiani schierati dalla parte di Badoglio vengono designati come “mercenari”, “traditori”, “cricca” e simili.

2° – Sono da omettere designazioni nemiche esaltanti apparecchi aerei, cannoni ecc. come da esempio: “Liberator”, “Fortezza volante”, “Liberty”, “Navi della libertà”, “Moschito” e simili. In loro vece si scelgano termini come “bombardieri”, “terroristici”, “ricognizione nemica” ecc.

3° – Si richiama l’attenzione sul fatto che in avvenire non devono essere segnalati dai giornali allarmi aerei. Fanno eccezione i bombardamenti locali che possono essere notificati purché ciò avvenga in forma non appariscente e nei giornali locali, con la massima brevità. Gli incaricati devono vigilare con la massima cura che questa disposizione venga attuata con esattezza.

4° – Bisogna evitare che la stampa italiana adoperi il termine “fronte del Nipro”5. Irreprensibili sono da ritenersi le formulazioni “spazio del medio Nipro” e simili.

5° – Accanto al fronte italiano anche il fronte orientale deve trovare nella stampa italiana una trattazione adeguata, che tenga conto e sottolinei l’accanimento e la durezza dei combattimenti contro i bolscevichi. Dato che le forze tedesche rinnovano continuamente i loro travolgenti attacchi, è necessario che dalla formulazione della notizia risulti che l’iniziativa è in mano tedesca. Si può anche sottolineare che numerosi reggimenti sovietici in seguito alle grandi perdite non possiedono che due o trecento uomini atti al combattimento.

6° – Un giornale dell’Alta Italia ha riferito su una intera colonna di una incursione aerea avvenuta il giorno avanti. Pur rispondendo la notizia a verità, non è bene che i giornali italiani si diffondano in particolari circa l’entità dei danni a persone e cose designando distintamente le località colpite e offrendo così al nemico preziose indicazioni. Un altro giornale ha riportato addirittura il numero preciso dei sinistrati, dei morti e dei feriti, vittime di una incursione terroristica. Poiché si tratta di un giornale con una altissima tiratura, in tal modo non si fa che aumentare lo spavento degli italiani per tali attacchi terroristici. Ciò deve essere assolutamente vietato.

7° – Speciale attenzione deve essere fatta dalla censura di controllo nei riguardi della piccola posta. In tale rubrica, le redazioni sogliono offrire l’occasione ai mormoratori e forse anche agli avversari di entrare in contatto col pubblico pubblicando letteralmente i loro scritti e non opponendo loro che delle repliche inefficaci. Le redazioni devono essere incitate a rendere la rubrica della piccola posta del tutto apolitica.

8° – Soprattutto si deve vietare a tali redazioni di pubblicare simili lettere del pubblico ostili all’Asse.

Dalla lettura dei notiziari, in media una trentina di fogli ciclostilati al giorno, appare che la Rsi è considerata la vera Italia. La parte che non è sotto il controllo della repubblica è l’Italia “invasa”; essendo stata istituita la repubblica in Italia Vittorio Emanuele è l’ex re o il signor Vittorio Savoia, Badoglio è, ovviamente, il “traditore” e così via.


Note

1 Il Gran Consiglio del Fascismo è chiamato soltanto “Gran Consiglio”.

2 Chiaro riferimento agli alleati che in luglio sono sbarcati in Sicilia.

3 In quello stesso giorno Mussolini si trova in stato d’arresto sulla corvetta “Persefone”, che dopo essere stata diretta su Ventotene, per l’impossibilità di trovare al duce un’adeguata sistemazione sull’isola, fa rotta su Ponza dove arriva il 28.

4 In Italia, come in tutti i paesi occupati, i tedeschi avevano costituito uno speciale organismo – la propaganda Staffel – incaricato di controllare la stampa. Era un ufficio dipendente dalla propaganda Abteilung, importante servizio della Wehrmacht ed emanazione del ministero della Propaganda del Reich. Uno o due ufficiali tedeschi partecipavano sempre alle riunioni in cui due volte alla settimana i direttori dei giornali erano chiamati a rapporto dal prefetto, al quale il ministero della Cultura Popolare aveva affidato i compiti di sorveglianza e di controllo della stampa locale. Secondo gli accordi, la censura tedesca avrebbe limitato le sue competenze alle notizie di natura militare.

5 Italianizzazione del nome ucraino Dnipro del fiume Dnepr.