Ricordo di Vittore Branca

Ricordo di Vittore Branca

Intervento alla cerimonia di commemorazione di Vittore Branca nel maggio 2008 nel Salone dei Dugento a Palazzo Vecchio a Firenze

  Di Vittore Branca e del suo Boccaccio abbiamo oggi ricordato e appreso tante cose, e con diletto. Branca e il suo Boccaccio. Io allora ricorderò un Vittore Branca che non parla di Giovanni Boccaccio; un Branca giornalista, ma soprattutto un Branca uomo intellettualmente curioso. A Branca mi hanno legato infatti non solo le esperienze fiorentine dei lontani anni Quarantacinque-Cinquanta, ma anche tante belle conversazioni fatte ogni estate passeggiando nei boschi di Cortina. Anni Ottanta, anni Novanta, fino all’ultimo anno, il 2003. Per me, un grande privilegio.

  A Firenze, gennaio 1945 (la guerra non era ancora finita), il primo incontro con Branca; e poi gli anni seguenti, nelle poche stanze e sulle poche sedie della “Nazione del popolo”, il quotidiano del Comitato di liberazione. Branca era uno dei cinque direttori, uno per ognuno dei cinque partiti del Comitato. Cinque partiti, cinque direttori, lo stesso giornale: una grande scuola di tolleranza. In un paese distrutto nelle case, nei beni e negli animi l’interesse generale al di sopra delle proprie ideologie.

  Io ero uno dei cinque vicedirettori. Sì, io ho fatto un cammino alla rovescia: prima direttore di un giornale clandestino, poi vicedirettore della “Nazione del popolo”, poi, finalmente, redattore; finalmente con uno stipendio, 3 mila lire.

  Erano anni duri, anni di fame e di freddo, ma anni belli, perché pieni di speranze e di progetti. E Branca, coraggiosamente attivo nella Resistenza, era arrivato al giornale, come me, come Ettore Bernabei, come Manlio Cancogni, come Carlo Cassola, perché (tutti, con una cattedra, lui universitaria, noi una modesta cattedra precaria di supplenti), perché tutti vedevamo nel giornalismo un modo per contribuire più validamente alla ricostruzione del paese, al consolidamento degli istituti democratici, alla garanzia del pluralismo in cui cominciava ad esprimersi il nuovo sistema politico: il giornalismo come responsabilità, come impegno, come servizio. Direi di più: il giornalismo come passione civile. Altri tempi.

  Questo il Branca di quegli anni lontani. E ora facciamo un salto e andiamo al Branca degli ultimi anni e alle belle passeggiate che facevamo tra gli abeti e i larici dei boschi di Cortina, sopra la sua casa di Alverà. Raramente, quasi mai, parlavamo del Boccaccio, ma non c’era tema che non lo coinvolgesse e in cui non mostrasse un eccezionale patrimonio culturale, ben al di là del Decamerone e della storia della letteratura.

  Per molti anni abbiamo fatto un giuoco, ogni volta aggiornandone o verificandone le conclusioni. Il giuoco era una domanda: quali sono state in questo secolo (il secolo scorso, naturalmente) le conquiste culturali che maggiormente hanno cambiato la storia del pensiero? All’inizio furono tre le risposte; poi diventarono quattro.

  Conquiste culturali; quindi non ci riferivamo alle scoperte medico-scientifiche, l’antipolio, gli antibiotici, i trapianti; e neppure ci interessava parlare della televisione, che consideravamo un medium devastante, un medium che non solo trasmetteva messaggi ma era essa stessa un messaggio, che aveva modificato e stava modificando, in peggio, modi di pensare e comportamenti. La società stava diventando una società dello spettacolo.

  No; conquiste culturali. La prima, almeno in ordine di tempo, il marxismo. Non il marxismo come la dottrina storiografia ed economica che aveva armato il movimento operaio e che aveva sedotto milioni e milioni di uomini e di donne in tutto il mondo con la promessa di una meravigliosa, e impossibile, palingenesi. Non questo marxismo storicamente transeunte (già c’era stato il fallimento di Stalin e della rivoluzione permanente di Mao Tse; e con papa Wojtyla stava per cadere il muro di Berlino), ma il marxismo inteso come la dialettica storica che aveva affascinato il giovane Benedetto Croce (maestro mio; un po’ meno per Branca) e che aveva fortemente influenzato un più maturo Benedetto Croce nella costruzione della sua “Filosofia dello spirito”: l’economia – una delle sue quattro “scatoline” – accanto alla morale, alla logica e all’estetica; cioè il riconoscimento della categoria dell’utile e quindi la legittimazione del momento economico nello svolgimento del pensiero.

  Tutto questo ci suggeriva un problema intrigante: com’è che dall’utilitarietà si passa alla morale? Com’è che dal comandamento di Mosè “non uccidere se non vuoi essere ucciso” si passa al “non uccidere perché non è giusto, perché il tuo prossimo è una persona”?

  Ad aumentare i nostri filosofici tormenti si aggiungeva la seconda risposta alla domanda. Anche qui eravamo d’accordo, Branca ed io. L’altro fatto importante era la scoperta dell’inconscio. Cioè Freud, ma non Freud della psicanalisi; Freud, appunto, scopritore dell’inconscio, cioè di quel mondo misterioso che è in noi, che non raggiunge il livello della coscienza e in cui si raccolgono milioni e milioni di informazioni, la nostra storia personale e la storia dell’umanità nascoste in geni e cromosomi.

  A questo punto nascevano molti problemi e anche qualche divergenza. Branca era un cattolico rigoroso e si rendeva conto dove poteva condurre il dare troppa importanza all’inconscio e quali ne potevano essere i conseguenti risvolti etico-sociali. Quanto i meccanismi dell’inconscio condizionano i nostri modi di pensare, i nostri comportamenti, perfino i nostri atti? Il rischio era di mettere in dubbio anche la libertà di coscienza, il libero arbitrio, fino ad ammettere l’innocenza del male.

  Che belle discussioni. Che si intrecciavano con la terza risposta alla domanda del nostro giuoco; che era la magica formula di Einstein: E=mc2, l’energia eguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. Non parlavamo della conseguenza terribile di quella formula: le bombe atomiche di Hiroshima e di Nakasaki e la permanente minaccia di sterminio nucleare. Branca, ed io con lui, vedeva di quella formula soprattutto le implicazioni di carattere culturale. E=mc2 significava la distruzione dello spazio euclideo, sostituito dalla spazio einsteniano a quattro e più dimensioni; e insieme ai quanti di Max Plank; insieme al principio di indeterminazione di Heisenberg; insieme alla messa in discussione del principio di causalità, tutto questo sembrava a lui, e sembrava anche a me, una conferma di quello che stava succedendo nel campo della cultura: il passaggio dall’epoca delle certezze all’epoca delle incertezze. E quindi anche la morte salutare delle ideologie.

  Sul piano filosofico, diceva Branca, la formula significava forse qualcosa di più: la distruzione delle realtà fisica. E io: evviva, dicevo, la contrapposizione fra spirito e materia, fra “res cogitans” e “res extensa”, che ha caratterizzato ventisette secoli di pensiero filosofico, non c’è più; è saltata per aria. Ci fermavamo, sovrappensiero. Poi, d’accordo, cambiavamo discorso.

  Un discorso nuovo venne negli ultimi anni Novanta, e col discorso nuovo la quarta risposta alla domanda del nostro giuoco. Era arrivato Internet. Era il 1996, ricordo bene, perché Internet era arrivato in forze l’anno prima, nel 1995.

  Internet si presentava allora, agli esordi, come una bellissima realtà anarchica e libertaria, progressista e democratica, senza padroni e senza gendarmi. Branca non era scettico ma preoccupato: quando Internet, diceva, si estenderà e aumenteranno popolazione, contenuti e soggetti che vi immettono informazione, che cosa potrà diventare? Sì; diventerà (come è diventato) tutto il bene e tutto il male del mondo, il bene e il male che c’é, ma percepibile in tempo reale.

  Con la mia deformazione professionale di giornalista, io cercavo di mettere in luce le potenzialità di Internet nel campo della comunicazione, cioè il privilegio di Internet di rendere più facile, più ampia, più immediata la raccolta e la distribuzione delle informazioni: Internet come un campo infinito di fonti di informazione, un’enorme somma di banche dati, una grande biblioteca elettronica, cioè uno strumento prezioso per moltiplicare e arricchire le informazioni e insieme un’area infinita di soggetti a cui distribuire le informazioni.

  Proprio l’espressione “biblioteca elettronica” colpì, un giorno, l’attenzione di Branca. Gli anni passavano, ma l’età non limitava le sue capacità di intuizione e il suo interesse per i progressi in corso nel campo dell’elettronica e dell’informatica. Io poi sapevo anche dell’altra conquista tecnologica appena arrivata e di cui ancora non si parlava molto: il passaggio dall’analogico al digitale, cioè la gestione con un solo segnale e con un solo codice binario della parola scritta, della parola detta, dell’immagine fissa, dell’immagine in movimento.

  Branca capì subito e raccolse l’idea: digitalizzare almeno una parte della biblioteca della Fondazione Cini (cominciando, forse, con la storia di Venezia e dei suoi rapporti con l’Oriente). Quei testi preziosi e delicati, consultabili soltanto con mille precauzioni nell’isola di San Giorgio, sarebbero rimasti in sicurezza chiusi negli armadi e, scannerizzati, diventati non più atomi di carta ma segnali elettrici, sarebbe stato possibile consultarli con un qualsiasi computer e, grazie a Internet, in ogni parte del mondo; anche qui in tempo reale.

  Era l’agosto del 1996. In settembre Branca si incontrò a Roma con Pasquale D’Innella, che gli presentai come proprietario e responsabile di una impresa elettronica di ampiezza europea, la Telpress. In ottobre D’Innella andò a Venezia per rendersi conto del materiale da digitalizzare. D’Innella mi raccontò poi con quale emozione aveva toccato o sfiorato quelle carte preziose. In novembre D’Innella inviò a Branca una bozza di progetto e a dicembre il progetto definitivo. Ma Branca lasciò proprio alla fine di quell’anno la presidenza della Fondazione e tutto morì.

  Non so se questo episodio è conosciuto. Io l’ho voluto raccontare per ricordare, di Vittore Branca, anche i suoi vasti interessi e la sua curiosità per tutto quello che era novità. Insomma, nonostante fosse nato prima della prima guerra mondiale, un uomo vivo e fresco fino all’ultimo, un uomo moderno; e non soltanto un grande, il più grande, conoscitore del Boccaccio.

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