Papa Giovanni e lo Spirito Santo

Papa Giovanni e lo Spirito Santo
Il viaggio a Loreto e a Assisi. La Chiesa, Fanfani e il centrosinistra. Giovanni XXIII e John Kennedy. Il peso della Curia di Roma. Il Concilio Vaticano secondo. La Chiesa cattolica e il mondo moderno. La nomina di papa Montini. L’udienza per i venti anni dell’ANSA. Paolo VI e il sequestro di Aldo Moro.

   Oggi un papa che esce dalle mura del Vaticano «non fa notizia», come si dice nel gergo giornalistico. Nel 1962, invece, faceva notizia; e che notizia.

   L’annunzio, a sorpresa, fu dato dall’Osservatore romano il 2 ottobre: «Nell’imminenza del concilio ecumenico Vaticano secondo, il sommo pon­tefice ha deciso di recarsi in pellegrinaggio a Loreto, giovedì 4 ottobre, festa di san Francesco di Assisi e, nel viaggio di ritorno, di sostare nella città del Serafico, per implorare l’intercessione del Santo della carità e della pace». Il giornale faceva poi notare che l’ultimo viaggio di un papa fuori dal Vaticano, e proprio a Loreto, era stato quello di Pio IX nel maggio del 1857.

   Il Concilio, ventunesimo nella storia della Chiesa (il ventesimo ‑ Vatica­no primo ‑ si era tenuto, con Pio IX, nel 1869), si sarebbe aperto una setti­mana più tardi. Giovanni XXIII l’aveva proclamato il giorno di Natale, e il senso era chiaro: «La Chiesa assiste oggi a una crisi in atto della società. Mentre l’umanità è alla svolta di un’era nuova, compiti di una gravità e di un’ampiezza immensa attendono la Chiesa, come nelle epoche più tragiche della sua storia».

   Per il viaggio del Papa a Loreto e a Assisi l’Ansa si preoccupò il giorno prima, come faceva sempre per gli avvenimenti importanti e previsti, dell’or­ganizzazione del servizio. Un’agenzia di informazioni ha modi di lavoro di­versi rispetto ai giornali. Di un avvenimento che si svolga nell’arco della giornata l’inviato o gli inviati di un giornale scrivono il loro pezzo a conclu­sione. Un’agenzia di informazioni, che serve anche i giornali radio, le agen­zie straniere e i suoi notiziari per l’estero, deve invece seguire quell’avvenimento via via mentre si svolge: una notizia ad ogni fase della vicenda; alla fi­ne, un servizio riepilogativo.

   Nella riunione di redazione di mercoledì 3 si decisero i modi di «copertu­ra», come si dice, e i nomi dei cronisti incaricati: alle 5.30 il cronista A nel palazzo, quando il papa esce dalle sue stanze; alle 6.00 il cronista B alla sta­zione ferroviaria del Vaticano (era stata costruita dopo i Patti lateranensi, nel 1929‑30, e di lì non era mai partito nessun treno e nessun passeggero); alle 6.10 il cronista C alla stazione di Roma Trastevere; il cronista D a Orte, e co­sì via, fino a Loreto e ad Assisi. «E sul treno?» chiese il redattore capo; e ag­giunse: «Di cronisti disponibili non ne abbiamo più». «Andrò io» dissi.

   Il treno papale («papale» per l’occasione; il Vaticano non possiede treni) e­ra stato messo a disposizione dallo stato italiano ed era composto da dieci va­goni, oltre a due locomotori: prima un «carro riscaldo», con l’impianto di ri­scaldamento, poi un «carro scudo», col compito di protezione, poi la vettura salone di papa Giovanni, con un piccolo studio e un inginocchiatoio ricoper­to di velluto rosso; poi ancora una vettura salone; poi un’altra vettura con cinque cabine, uno studio e un salottino, dove stavano i cardinali Tisserant, Cicognani, Giobbe e Di Jorio; nella settima vettura c’era la delegazione italiana: il  presidente del consiglio Fanfani, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, il ministro dei Trasporti e il vicecomandante generale dei carabinieri.

   Dal 22 febbraio Amintore Fanfani era a capo del primo governo di centro sinistra: Dc-Psdi-Pri col sostegno esterno dei socialisti. La cosiddetta «a­pertura a sinistra» aveva avuto il via libera dall’ottavo congresso nazionale della Democrazia cristiana, che si era chiuso il 1° febbraio a Napoli. Violen­temente contrari, più ancora dei comunisti, erano i partiti di destra e soprat­tutto la Confindustria. E la Chiesa?

   Angelo Giuseppe Roncalli era stato eletto papa il 22 ottobre del 1958. Il nome Giovanni era stato portato dal maggior numero di pontefici, ma non era stato più usato dal Quattrocento, quando il nome di Giovanni XXIII e­ra stato preso da un antipapa, Baldassarre Cossa. Durante la cerimonia del­l’incoronazione il nuovo papa aveva rotto il cerimoniale pronunciando un discorso non previsto, in cui aveva detto di sentirsi il «pastore di tutto il gregge».

   Con l’indizione del Concilio aveva poi mostrato di volere aprire la Chie­sa cattolica al mondo moderno, ma già con l’enciclica Mater et magistra, del luglio 1961, un’enciclica che fu sùbito chiamata «sociale», aveva cercato di aggiornare la dottrina della Chiesa, esprimendo solidarietà alle classi lavora­trici e lanciando un appello al superamento degli squilibri dei paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. Qualcuno, poi, si ricordava del messaggio inviato, quando era patriarca di Venezia, al trentaduesimo congresso del Partito so­cialista, nel febbraio del 1957. Non era mai successo prima.

   Il papa non era però la Curia di Roma. Il 4 aprile del 1959, dopo le di­missioni del governo Fanfani, il primo che si era presentato come governo di «centrosinistra», il Sant’Uffizio, presieduto dal cardinale Ottaviani, ave­va rinnovato la scomunica emessa nel 1949 contro i comunisti e l’aveva e­stesa ai socialisti. Nel gennaio del 1960 lo stesso cardinale Ottaviani aveva definito gli esponenti della sinistra dei «novelli anticristi» e il 18 maggio u­na nota dell’Osservatore romano, intitolata «Punti fermi», aveva espresso netta opposizione a una collaborazione fra democristiani e socialisti e aveva richiamato i politici cattolici alla sottomissione al giudizio dell’autorità ecclesiastica.

   Il vento non soffiava diverso in periferia, almeno nel campo dei vescovi e degli arcivescovi. Qualche giorno prima della nota dell’Osservatore, a Bari l’arcivescovo Enrico Nicodemo aprì le celebrazioni in onore di san Nicola dicendo che, in base al decreto del Sant’Uffizio, i socialisti non potevano partecipare alle cerimonie; e il sindaco socialista Giuseppe Papalia fu costret­to a andarsene.

    Il 14 aprile di quello stesso anno 1960 (su invito della direzione dc il go­verno Tambroni, sorretto alla Camera dai voti del MSI, si era dimesso 1’11) Amintore Fanfani aveva ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo. Con l’appoggio del Psi? Il 22 (ero ancora il suo portavoce) l’aspettai a lungo davanti alla casa in cui abitava in via Platone. Era scomparso poco dopo mezzogiorno e non si sapeva dove fosse andato. Arrivò verso le tre; salimmo insieme in ascensore; aveva la faccia scurissima e non fece parola; disse solo che avrebbe restituito l’incarico.

    Non era difficile capire che era stato in Vaticano e che in Vaticano qual­cuno gli aveva detto di no. Fanfani rinunciò qualche ora dopo. Su invito di Aldo Moro, segretario della DC, Tambroni ritirò le dimissioni e rimase al governo col voto che i fascisti gli dettero anche al Senato. Il governo non durò molto, però; dopo le grandi dimostrazioni delle sinistre in tutta Italia e incidenti gravissimi, se ne andò il 19 di luglio, per lasciare il posto ancora ad Amintore Fanfani e al suo governo monocolore, il famoso governo delle «convergenze parallele». E la Chiesa? La Chiesa, zitta, per il momento.

    Sul treno che in quel primo giovedì di ottobre del 1962, era partito da Roma di buon’ora e si stava dirigendo verso Ancona, tra la vettura del papa e quella di Fanfani, presidente ‑ dal 22 febbraio ‑ del primo governo con l’ap­poggio dei socialisti, c’erano due vetture, una vuota e quella di alcuni cardi­nali di Curia.

    Era una giornata di sole. Fino a Orte la ferrovia costeggia il Tevere poi entra nella vallata della Nera: Narni, Terni; poi Foligno, Fabriano, Albacina, Falconara. La campagna mostrava i colori dell’autunno, piena di olivi, di pioppi e di salici. C’era gran folla a tutte le stazioni, anche le più piccole; e gente anche ai passaggi a livello, anche sulle prode erbose lungo la linea ferroviaria. Si sentiva lo scampanio delle chiese, perfino le sirena di qualche fabbrica. A tutte le stazioni il treno si fermava o rallentava e il papa si affacciava al finestrino salutando con la mano e col sorriso.

   Tra Orte e Narni, ad una curva della ferrovia, Massimo Chiodini dell’agenzia Italia ed io, gli unici giornalisti sul treno (ci avevano messo comodi, ma nel «carro scudo»), ci eravamo accorti che un po’ dietro il papa, che stava in piedi davanti al finestrino, c’era Amintore anfani. Evidentemente il papa lo aveva invitato al suo fianco, facendogli saltare il vagone dei cardinali di Curia. Arrivati a Loreto, Fanfani mi chiese: «Ha visto?». Avevo visto. «Nihil obstat quominus…” dissi.

   Sei mesi più tardi e 54 giorni prima di morire Giovanni XXIII chiarì la sua linea pastorale con l’enciclica Pacem in terris. Il papa si rivolgeva a «tutti gli uomini di buona volontà» e indicava i «segni dei tempi» nell’ascesa delle classi lavoratrici, nel mutamento della condizione femminile, nella nascita di nuovi stati nazionali in Africa e in Asia, nel progresso della democrazia e dei diritti dell’uomo, nella diffusione del convincimento che i conflitti internazionali vanno risolti non con le armi ma col negoziato.

    L’ultima parte era ancora più nuova. La collaborazione fra credenti e non credenti veniva giustificata con l’introduzione di un distinguo tra false dottrine e movimenti  politici e sociali che ad esse si ispirano; a differenza delle dottrine, i movimenti possono cambiare e sono o possono diventare portatori di istanze giuste. Una cosa è l’errore e un’altra è l’errante; si deve combattere l’errore, ma non, necessariamente, combattere l’errante. Per un qualsiasi discepolo di Benedetto Croce una affermazione come quella era piuttosto ovvia; ma lo diceva il papa, e questa era la novità importante. Nella Curia romana non c’era Benedetto Croce ma il cardinale Ottaviani.

   Di ritorno da Loreto e da Assisi, il treno speciale entrò a sera nella stazione di Roma Trastevere. Era già buio. Il papa si affacciò al finestrino della sua carrozza, guardò sorridente la folla assiepata che lo aveva aspettato; fece cenno che si avvicinassero e disse: «Ecco ora una benedizione per tutti. Così sarà contento il vostro cuore e sarà contento anche il mio».

    Sette giorni più tardi, al termine della prima giornata del Concilio, Giovanni XXIII si affacciò al balcone di piazza San Pietro e, ad alcune migliaia di persone riunite nella piazza, disse: “Cari figliuoli, sento le vostre voci; sembra una voce sola, la voce del mondo intero. Noi chiudiamo ora una giornata di pace. Continuiamo a volerci bene, tralasciando quello che ci può tenere disuniti. Ritornando a casa, date una carezza ai vostri figli e dite loro che questa è la carezza del papa”.

    Non càpita tutti i giorni un grande papa che sa essere anche un meravi­glioso parroco di campagna. Era questo l’aspetto più sconcertante dell’uo­mo: la sua percezione del nuovo che stava arrivando nel mondo, la sua ca­pacità di eccezionali intuizioni e, insieme, quel suo modo semplice e pieno di umanità che lo faceva caro a tutti, credenti e non credenti. Era un dono misterioso, fatto di saggezza e di autorità, di dottrina e di prestigio, ma an­che di fascino e di simpatia; ed era quel dono che, in quegli anni difficili di «guerra fredda», accomunò papa Giovanni con john Kennedy nell’iconografia popolare.

    Chi crede nello Spirito Santo ha sùbito una validissima spiegazione (memore del ventesimo congresso del Pcus e della denunzia dei misfatti di Stalin,  Giorgio La Pira accanto a Giovanni XXIII e a Kennedy ci metteva anche Nikita Kruscev), ma gli altri? Com’è che le ansie e le speranze di milioni di uomini e di donne potevano proiettarsi in due uomini, cattolici entrambi, ma di estrazione così diversa e di vita non certo egualmente esemplare?

    Nell’ultimo numero di quell’anno 1963 la Domenica del Corriere, il setti­manale popolare che ancora resisteva, eguale come decenni prima, davanti a­gli emergenti newsmagazine, pubblicò una copertina che esprimeva il senti­mento di tutti: papa Giovanni e John Kennedy che quasi si tenevano per ma­no, avanzanti su una vasta distesa di campi incolti, in atto di seminare; e la dicitura: «Ciò che entrambi hanno fatto per la pace nel mondo è destinato, a rimanere nella storia e nel cuore degli uomini».

    Kennedy morì il 22 novembre, papa Giovanni tre mesi e mezzo prima, il 3 giugno, dopo una settimana di sofferenze. Il 3 giugno fu una giornata calda, assolata, ma la piazza San Pietro era piena di gente fin dal primo pome­riggio. Alle sette cominciò la messa, celebrata sui gradini della basilica. Il sole si avviava al tramonto.

    Il medico pontificio, Antonio Gasbarrini, stava vicino al papa, che era a letto da una settimana, e gli teneva il polso. In mattinata (così poi ci raccontò) il papa gli aveva detto: «Non si preoccupi, caro professore; io ho le valige sempre pronte; quando sarà il momento di partire, non perderò tempo».

     Alle 19.49 la messa finì con 1’«Ite, missa est». Alle 19.49 il polso del papa si fermò. Alle 19.49 l’Ansa lanciò il flash; uno strano flash: «Il papa è morto. Il papa è morto. Il papa è morto”. L’annunzio dato tre volte, di seguito. Per tre volte; come era potuto accadere? Giuro che  non lo so.

    So invece in quale maniera l’agenzia dette per prima nel mondo l’annunzio della nomina del successore di Giovanni XXIII. A differenza che in Italia, i quotidiani degli altri paesi, compresi i più importanti, mettono sempre in calce a ogni notizia di agenzia la sigla dell’agenzia che l’ha fornita e, in America lati­na, dell’agenzia che l’ha data per prima. In America latina l’Ansa, col suo no­tiziario in spagnolo, ha il mercato estero più importante e quindi, specie per gli avvenimenti in Italia, ha cercato sempre di precedere le altre agenzie, la france­se Afp, le americane Ap e Upi, la spagnola Efe, la tedesca Dpa.

   Nel 1963 non c’era ancora l’Eurovisione e la Mondovisione e quindi l’e­sito del conclave si sarebbe saputo soltanto a Roma, in piazza San Pietro op­pure davanti ai televisori con la trasmissione in diretta della Rai; tutti eguali, noi dell’Ansa e i colleghi delle agenzie straniere.

   In agenzia avevamo portato un televisore nel salone delle telescriventi. Sulla telescrivente di trasmissione erano già pronti cinque flash: «Agagianan papa», «Lercaro papa», «Urbani papa», «Montini papa», «Siri papa»; cioè tutti i «papabili». Si stava in silenzio, giornalisti e tecnici, guardando il televi­sore. Era la mattina del 21 giugno.

   Alle 11.22 una fumata bianca uscì dal fumaiolo della Cappella Sistina. A mezzogiorno e dieci si aprì la grande vetrata e uscì il cardinale Ottaviani: «Ha­bemus papam: excellentissimum ac reverendissimum dominum Ioannem…». Di Giovanni ce ne erano due: Montini e Urbani; chi dei due? ma uno dei due si chiamava anche Battista. Il cardinale Ottaviani continuò: «… Bap…». Era la pri­ma sillaba di Baptistam; il papa non poteva essere che Montini. Erano le 12.11 e partì il «flash»: «Montini papa». Il cardinale proseguì: «… tistam»; e qui la folla che gremiva piazza San Pietro ci aiutò, perché capì sùbito che si trattava del cardinale Montini e scoppiò in un grande applauso. Dopo una quindicina di secondi il cardinale Ottaviani finì la frase: «… cardinalem Montini».

   A questo punto le agenzie straniere lanciarono il loro flash, ma quello dell’Ansa era già arrivato a destinazione ventuno secondi prima, sufficienti perché tutti i quotidiani dell’America latina pubblicassero il giorno dopo la notizia con la sigla Ansa; e così anche la seguente, che indicava in Paolo VI il nome del nuovo papa.

   Due anni dopo, monsignor Angiolo Dell’Acqua, sostituto della Segrete­ria di Stato, si divertì molto quando gli raccontai questo aneddoto. Era un prelato simpatico e vivacissimo. Di lui si raccontava che fosse molto amico di Amintore Fanfani e che avesse avuto un peso importante nell’illustrare a Giovanni XXIII le posizioni dei politici cattolici che operavano per il cen­trosinistra. Con papa Paolo VI era rimasto al suo posto e da lui eravamo an­dati (il presidente dell’Ansa, Lodovico Riccardi, il consigliere delegato Gastone Fattori ed io) per chiedere udienza al papa (al Quirinale eravamo già stati) in occasione dei vent’anni dell’agenzia, nata il 15 gennaio del 1945.

   L’udienza speciale ci fu il 2 dicembre, alla vigilia della chiusura del Conci­lio Vaticano secondo, che Paolo VI aveva ereditato da Giovanni XXIII e che solennemente concluse il mercoledì 8. La delegazione dell’Ansa (insieme al presidente, al consigliere delegato e al direttore c’era l’intero consiglio di am­ministrazione, oltre a una rappresentanza del personale giornalistico, ammi­nistrativo e tecnico) fu ricevuta nella sala dei Paramenti.

   Quelli di noi che non avevano mai visto prima di allora papa Montini a quattr’occhi rimasero sorpresi: una persona affabile, gioviale, sorridente, e­spansiva, così diversa dalla sua immagine pubblica, di papa severo, quasi al­tero, non privo di fascino, ma di un fascino puramente intellettuale, ben lon­tano da quello di papa Giovanni. Salutò tutti con cordialità, anche i due (il direttore dell’Ansa e il consigliere dell’Unità, Amerigo Terenzi) che, unici, non gli avevano baciato l’anello, ma si erano limitati, inchinandosi con ri­spetto, a stringergli la mano.

   Il giorno dopo l’Osservatore romano pubblicò con grande rilievo il reso­conto dell’udienza e il discorso del papa. Un titolo a quattro colonne in pri­ma pagina diceva nel sommarietto: «L’enorme importanza assunta nel mon­do moderno dai servizi di informazione ha offerto al Santo Padre l’occasione di elogiare, con superiore richiamo alle responsabilità giornalistiche, l’attività dell’Ansa».

   Ai giornalisti presenti (pochi, in mezzo a tanti editori) le parole pronun­ciate dal papa sulla professione giornalistica erano piaciute molto: il parlare del nostro lavoro come di un «servizio», inteso «a educare l’opinione pub­blica all’onestà dell’osservazione e del giudizio su quanto accade nel mon­do», un servizio cui si doveva riconoscere responsabilità, dignità e funzione sociale e, in un certo senso, anche (qualcuno di noi si commosse) una «ap­passionante bellezza».

   Il pontificato di Paolo VI durò quindici anni, contro i cinque di Giovanni XXIII. Quindici anni tremendi: la crescita della Cina comunista e la rivolta delle «Guardie rosse», i carri armati sovietici che soffocavano la «primavera» di Praga, la «contestazione globale» della gioventù di tutto il mondo, la sconfitta americana nel Vietnam; e in Italia l’avanzata dei comunisti e il loro avvicinarsi all’area di governo, il no all’abolizione del divorzio, il terrorismo rosso e nero e le stragi (forse «di Stato»). Aveva avuto ragione papa Giovanni a parlare di epoche tragiche nella storia della Chiesa.

   Il colpo finale fu il sequestro, il 16 marzo del 1978, e poi l’assassinio di Aldo Moro, l’uomo politico cattolico al quale Paolo VI si sentiva forse più vicino: l’uomo «buono, mite, saggio, innocente», che era convinto dell’ine­luttabile vittoria del comunismo e della opportunità che il mondo cattolico si preparasse all’eventualità di diventare un’altra «chiesa del silenziò». Il 22 a­prile il papa aveva diretto un appello alle Brigate rosse: «Io non vi conosco, ma vi prego in ginocchio». «Io»: aveva usato la prima persona, non il «plura­lis maiestatis».

   Il 13 maggio, nella basilica di san Giovanni in Laterano, Paolo VI presie­dette, come vescovo di Roma, il solenne rito funebre in suffragio di Aldo Moro, trovato morto quattro giorni prima dentro una Renault rossa in via Caetani.

   Nella chiesa piena di gente quello che faceva più impressione era il silen­zio. Eravamo tanti («eravamo tutti», se fosse lecito fare una battuta), ma era il silenzio a dare il senso della tragedia; e, col silenzio, il volto del papa, ma­cerato di sofferenza. Fu lui a rompere quel silenzio: «Ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, vogliono aprirsi per esprimere il grido e il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce». E qui una terribile esclamazione, quasi di rimprovero: «Signore, tu non hai esaudito la nostra supplica».

   Paolo VI morì due mesi e mezzo più tardi, il 6 agosto. Se ne andò in fret­ta, senza lunghe agonie; ebbe una crisi cardiaca nel pomeriggio e morì alle 21.40. Il flash dell’Ansa porta le 21.53, tredici minuti dopo; non ci fu la contemporaneità con cui l’agenzia aveva dato l’annuncio della morte di papa Giovanni. La crisi fulminea (tre giorni prima Paolo VI aveva ricevuto il pre­sidente della repubblica Sandro Pertini), la stagione (era agosto), la sede (tut­to si era svolto a Castelgandolfo), l’impreparazione dei servizi vaticani: tutto questo può spiegare quei tredici minuti di ritardo con cui l’Ansa ebbe e dette notizia della morte; non spiega, o non spiega pienamente, l’eco mode­sta che la scomparsa di Paolo VI ebbe in Italia e nel mondo.

   La cronaca è spesso impietosa, e molti ricordarono che cosa era accaduto per papa Giovanni quindici anni prima: non solo le lacrime dei fedeli in piazza San Pietro e il cordoglio della gente in tutto il mondo; anche, in Italia, la sospensione delle lezioni nelle scuole e delle udienze giudiziarie, il rim­pianto del rabbino capo di Roma, il telegramma della Cgil, perfino una bandiera a mezz’asta su una nave sovietica nel porto di Genova.

   In coincidenza con la cerimonia funebre le confederazioni sindacali ave­vano deciso una sospensione del lavoro di dieci minuti. La Confindustria ri­dusse la sospensione a un minuto, ma senza successo. Giorgio La Pira disse a commento del pontificato di Giovanni XXIII: «L’Oriente e l’Occidente, il Settentrione e il Mezzogiorno saranno una cosa sola e una famiglia sola».

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