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Manuale di linguaggio e di stile per l’informazione scritta e parlata.

libro

Indice dei capitoli:
1) Informazione e linguaggio; 2) L’universo dei fruitori dell’informazione; 3) I modi della lettura, dell’ascolto e della visione; 4) Consigli per un corretto linguaggio scritto e parlato; 5) Consigli per la grafia e la pronuncia di nomi stranieri; 6) Linguaggio e stile. Nomi comuni; 7) Linguaggio e stile. Nomi propri di persona e di luogo; 8) Sitografia

315 pagine, 21 euro, Rizzoli Etas

 


Indice della sezione:

Prefazione di Tullio De Mauro

Introduzione di Sergio Lepri

Aggiornamenti

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Prefazione di Tullio De Mauro

Questo nuovo libro di Sergio Lepri condensa in una sintesi ricca e articolata la sua lunga esperienza di giornalismo e di riflessioni e studi sull’informazione, sui suoi meccanismi, trasformazioni ed esiti, sui suoi linguaggi. Nella scrittura di Lepri si fondono la capacità di distacco dell’osservatore scientifico e la perizia di chi ha vissuto e vive dall’interno la realtà di cui parla. Alle spalle stanno anche le sue non poche felici esperienze di offerta informativa e didattica su tutta la materia. È un nuovo debito che contraiamo verso di lui in molti, giornalisti, studiosi, studenti e quanti si rendono conto che l’informazione, la sua elaborazione e messa in circolo sono ormai una vera materia prima nel mondo d’oggi.

Sergio Lepri entrò all’Ansa nel 1960, un anno dopo ne divenne direttore e lo restò per più di ventinove anni, fino alla pensione. Allora, al suo arrivo, alcuni arricciarono il naso: lo considerarono e dissero un “fanfaniano di ferro”, temettero che avrebbe compromesso l’imparzialità dei notiziari. Sbagliavano di molto e, per di più, avevano anche la memoria corta. Certo, Lepri era da poco stato portavoce di Fanfani segretario della Dc e, poi, capo del servizio stampa di Fanfani presidente del consiglio. Ma chi aveva buona memoria ricordava bene la sua militanza nella Resistenza fiorentina, nei giornali clandestini e poi in quelli della nascente democrazia, la sua appartenenza al Partito liberale e alla sinistra di quel partito, la sinistra del “Mondo”, con la quale era poi uscito dal partito per restare un senza tessera, un “cane sciolto”, si diceva in quegli anni, appassionato a un giornalismo senza costrizioni di parte. Chi lo conosceva ancor meglio sapeva che era un cultore e di Croce e di Marx e che, se lo si voleva etichettare per ancorarlo a un’appartenenza, bisognava definirlo “storicista post-crociano e post-marxiano”. Era un giornalista, una persona colta e onesta. E intelligente. E, di conseguenza, serenamente democratico.

Lepri ha scritto libri importanti sul mestiere del giornalismo e per illustrare l’idea di informazione cui si è ispirato nella sua professione. Ma qui non vorrei rinviare ai dieci e più saggi e manuali che ha scritto sull’argomento. A costo di mettere avanti mie vicende, per onorare il grande giornalista e l’amico e la sua generosità voglio testimoniare che del suo modo di concepire l’informazione ho potuto rendermi conto personalmente, in re. Ho infatti avuto il privilegio di incontrare Lepri sul campo, trovando almeno a due riprese il suo aiuto decisivo. Lo voglio ricordare perché in tutti e due i casi la prontezza dell’aiuto illumina, mi pare, l’idea di informazione cui Lepri si è ispirato e di cui si è fatto maestro.

Nel 1979 nel mio non ortodosso insegnamento di filosofia del linguaggio, che accanto alle riflessioni teoriche e storiche faceva largo posto a esperienze educative e applicative, avevamo avviato a Roma, auspice anche Natalia Ginzburg, il tentativo di costruire e pubblicare un foglio di informazioni periodiche destinato a categorie marginali: adulti con bassa scolarità, immigrati (eravamo allora pochi a sapere e cercare di spiegare che da alcuni anni il paese non era più un paese di emigrazione, ma di immigrazione) e – oh, orrore – down e ritardati. Un gruppetto di volontari, studenti, qualche laureando, ricercatori, tra cui Emanuela Piemontese, si accinse al compito di scegliere le notizie e presentarle in una forma comprensibile. La fonte a cui il gruppetto si rivolse fu la lettura dei nostri giornali. Avevo partecipato da molti anni alle ricerche e riflessioni critiche di Maurizio Dardano, Umberto Eco, Mario Isnenghi, Mario Lenzi sulle caratteristiche non positive prevalenti nel nostro giornalismo. E sapevo che quella fonte era pessima per trovare gli elementi necessari a presentare una notizia in modo completo e comprensibile. Ma nel mio lavoro di insegnamento non ho mai voluto prevaricare, imporre un punto di vista. E il tentativo che avevamo avviato era per me un pezzo prezioso del mio lavoro didattico. Lasciai che il gruppetto sperimentasse nelle cose quel che alcuni di noi già ben sapevano, e cioè che i nostri giornali, anche a collazionarne pazientemente i testi, non davano mai gli elementi necessari a presentare in modo stringato e completo e comprensibile l’essenziale di una notizia a una persona non già informata dei fatti (o non interessata a esserlo). Mettendo a confronto diversi quotidiani il gruppetto scoprì dopo un po’ a sue spese che per capire e poi per dire con la precisione imposta dalla chiarezza che cosa mai fosse accaduto, quale era il fatto all’origine della notizia, il confronto di quattro, cinque quotidiani non bastava: bisognava risalire alla fonte delle fonti a stampa, cioè alle agenzie. Così cercammo un contatto con l’Ansa. Ci chiesero di abbonarci all’agenzia. Ma eravamo senza una lira. L’università finanziava riviste di ricerca e i numeri zero che avevamo realizzato e messi in circolo erano essi stessi una ricerca in itinere, non una rivista accademica di ricerca. Senza abbonamento niente notizie di agenzia. Insistemmo, Lepri, incuriosito, volle conoscerci. Colse al volo il senso del nostro lavoro: provare che era possibile informare sui fatti con un linguaggio accurato capace di renderli comprensibili anche alle persone meno dotate di strumenti di conoscenza. Dopo ventiquattr’ore i pacchi dei notiziari Ansa (con un concordato giorno di ritardo rispetto al lancio) cominciarono ad arrivare, gratis, nella mia stanza di lavoro in Villa Mirafiori. Il lavoro poté fare un salto di qualità, il nostro periodico cominciò a uscire a stampa col titolo “Due parole”. Il seguito della vicenda lo ha raccontato e documentato Emanuela Piemontese nel suo libro Capire e farsi capire.

Dieci anni dopo Gianni Merlini, presidente della Utet, decise di assumersi l’onere di un tutt’altro progetto: un grande dizionario che documentasse non solo gli usi storici e letterari della nostra lingua, ma anche l’uso contemporaneo nelle sue varietà. E lo documentasse non solo attingendo ai dizionari già circolanti, che era ed è restata pratica corrente della nostra dizionaristica, ma risalendo alle fonti prime, ai testi dell’italiano dei nostri anni. L’accesso alla rete, Google o Alltheweb erano di là da venire. Avevo notizie vaghe del fatto che l’Ansa aveva attivato un information retrieval: era possibile pescare (questo sapevo) le ricorrenze di un nome proprio in tutto il mare magno delle notizie dell’agenzia. Ma lo stesso non poteva farsi con le parole comuni? Di nuovo, grazie a Lepri, fui ammesso alla beatifica visione del meccanismo. E di nuovo qualche giorno dopo potemmo avere in via di Santa Croce, nella sede romana della Paravia dove cominciavamo a lavorare al dizionario, la lista, l’index verbo rum delle parole meno frequenti ricorrenti nelle notizie Ansa (alle più frequenti pensavamo noi con i nostri spogli a Roma e, soprattutto, nella redazione di Torino). Varato nel 1989 un progetto di fattibilità che prevedeva la realizzazione in dieci anni, i sei volumi del Grande dizionario italiano dell’uso furono pubblicati a Torino da Utet nel 1999.

Se in entrambi i casi Lepri è stato tanto sollecito nel dare il suo appoggio decisivo questo è dipeso senza dubbio dal fatto che in entrambe le imprese ha riconosciuto la presenza delle sue stesse idee e ispirazioni: l’amore per un’informazione completa, accertata, comprensibile, e dunque l’amore per la documentazione e per la parola che informa.

Queste idee Lepri ha propugnato e realizzato nella sua direzione dell’Ansa e ha spiegato nei corsi universitari affidatigli dalla LUISS e più volte ha proposto e dettagliato in modo magistrale nei suoi libri precedenti e in questo. In Universal Journalist David Randall, geniale e autorevole giornalista britannico, ha condensato in dieci norme i consigli per il perfetto giornalismo. Nel libro di Lepri le norme sono assai di più rispetto al decalogo di Randall. Oppure, al contrario, si possono condensare in pochissime, perfino in una, che Lepri chiama “attenzione”, o forse, oserei proporre, in tre. A formularle appaiono di grande semplicità. Alla buona informazione Lepri, in sintesi, suggerisce fondamentalmente tre cose: (1) dare le notizie interessanti per il pubblico destinatario della fonte informativa; (2) darle in modo completo, dunque accurato; (3) darle in modo comprensibile, dunque in un linguaggio chiaro e accessibile.

Nella sua semplicità ciascuna norma presuppone un gran lavoro da fare e da fare appunto con molta attenzione.

Dare le notizie: i fatti sono infiniti nel cosmo e anche solo sul nostro piccolo pianeta. “Il mondo è tutto ciò che accade”, diceva Ludwig Wittgenstein nella prima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus. E chiosava immediatamente: “Il mondo è la totalità dei fatti”. Non si può chiedere a nessuno di dare conto di questa totalità. Ogni fonte informativa non può non selezionarne una parte secondo criteri di pertinenza, che dovrebbero essere dettati dal pubblico dei destinatari. E le selezioni sono comprensibilmente diverse a seconda dei pubblici. Qui può terminare questo succinto prologo logico-philosophicus. Andiamo al dunque. Una grande agenzia come l’Ansa o Afp o Reuters produce ogni giorno migliaia di lanci e seleziona centinaia di sintesi. Quante ne sono raccolte dai nostri quotidiani e telegiornali? Anni fa lo stesso Lepri ci offrì un conto: da un lato seicento notizie di agenzia, dall’altro poche decine di notizie riprese nei nostri quotidiani. Ad anni di distanza la divaricazione è aumentata ed è resa evidente dalle fonti che viaggiano in internet: da una parte, per ciascun paese, notizie che superano il migliaio, dall’altra una crescente povertà. Se si tolgono le cronache locali, sportive e finanziarie (di solito, oserei dire, le meglio fatte e più ricche), i nostri quotidiani maggiori danno nella parte generale, interni ed esteri, sette, otto, dieci notizie, galleggianti in un ondeggiare di commenti ed esternazioni più o meno autentiche, a fronte delle centinaia di notizie di agenzia. I telegiornali generalisti accentuano questa povertà: tre, quattro notizie politiche, mezza dozzina di scannamenti e stupri e di indagini sui medesimi, e arrivederci. Il semplice richiamo terra terra di Lepri all’opportunità di dare le notizie mette in crisi, dovrebbe mettere in crisi i modi tenuti dai nostri organi di informazione nell’informarci o, meglio, nel farci ignorare informazioni di grande rilevanza per noi, per la nostra società e il nostro paese.

Dare le notizie in modo completo e accurato. È la difficoltà contro cui trent’anni fa si scontrarono i ragazzi e le ragazze di “Due parole”, quando volevano ricostruire, partendo dai quotidiani, i tratti essenziali di un fatto. Ma cedo la parola allo stesso Lepri:

“Molti fatti di cronaca (di nera e di bianca, ma anche di politica e di economia o di sport) sono spesso importanti per i loro particolari e gli aspetti secondari del loro svolgimento. Se i particolari sono importanti, il bravo cronista deve saperli identificare e raccontare con precisione. Il nome oltre al cognome del protagonista del fatto e la sua età, il nome della strada in cui il fatto si è svolto ma anche il numero civico, l’ora della giornata, l’abbigliamento, il menù di un pranzo (questi sono esempi banali per spiegare il problema) possono a volte essere informazioni interessanti per capire meglio ciò che è avvenuto; ma è proprio questo che rende necessaria l’esattezza dei dati. Altrimenti si dà alimento a coloro che accusano il giornalismo – spesso a ragione – di colpevole pressappochismo. Il problema dell’approssimazione […] ha tuttavia una dimensione più grande e riguarda moltissimi casi, quando cioè il giornalista ritiene che la qualifica che gli è stata data, la posizione che occupa, la consapevolezza di scrivere per migliaia di persone (o, peggio, di rivolgersi a milioni di telespettatori) gli conferiscono un’autorità culturale che lo esonera dal controllare dati e grafie e (spessissimo in tv) la pronuncia, specie dei nomi stranieri. È strano che non ci si accorga di quanto discredito può portare un errore che è evitabile con la semplice e veloce consultazione di un dizionario, di un’enciclopedia, di un manuale; oggi, a volte, anche una veloce ricerca su Internet”.

A queste parole di Lepri non c’è altro da aggiungere. C’è invece da fare, c’è da (ri)costruire un diverso costume nella nostra informazione.

Dare le notizie in modo comprensibile, dunque, in Italia, darle in buon italiano. È da anni un’idea ricorrente di Sergio Lepri, che nel sostenerla non è stato e non è un isolato. Fu per esempio un’idea guida di Mario Pannunzio nella direzione del “Mondo”. Per la parte delle comunicazioni dell’amministrazione pubblica fu fatta propria da Sabino Cassese, quando fu ministro della funzione pubblica, e ispirò il suo Codice di stile per le pubbliche amministrazioni, che ha avuto qualche buona ricaduta in amministrazioni pubbliche locali e nei lavori di ricerca e proposta di alcuni studiosi. Ma è una posizione minoritaria. Come molti intellettuali autori di saggistica di varia umanità anche il giornalista si sente offeso se si mette in discussione il suo modo di comunicare. Eppure ci sono alcune norme “piccine” (diceva don Lorenzo Milani) relativamente facili da ricordare e rispettare se si vuole praticare bene l’arte grande dello scrivere per informare: ricordarsi che tra due interpunzioni “forti” (quelle di Totò: “punto, puntevvirgola e due punti”) è meglio che non ci siano più di 25 parole, altrimenti il lettore si imbroglia; ricordarsi che tra una parola o espressione più comune e una più rara è meglio scegliere la prima: collegare meglio di interconnettere o correlare, cooperazione meglio di sinergia, andare meglio di recarsi, oscuro meglio che criptico, con molte facce meglio di poliedrico. Chi fa la scelta migliore si ritrova a usare le parole del vocabolario fondamentale che sono poi, all’80%, parole di Dante, che ripetiamo e capiamo da secoli e che, se parliamo italiano, tutti conosciamo. Usarle significa garantire la massima possibile comprensibilità a ciò che diciamo e scriviamo.

Sergio Lepri già in passato e di nuovo in questo libro non risparmia sforzi e cura per ricordarci le norme di buon uso e metterci in guardia contro cattivi usi correnti della nostra lingua. I prontuari alfabetici che arricchiscono il volume sono il luogo in cui emergono i frutti puntuali di questo suo impegno. Se ne avvantaggeranno, se se ne serviranno, giornalisti e annunciatori di radio e televisione. Se ne potrebbero avvantaggiare direttamente o indirettamente (ma forse è sperar troppo) anche quei nostri attuali ministri che, per esempio, dicono egìda e inclìto. Ma ce ne avvantaggiamo tutti perché Lepri ci mette in guardia anche da quegli stereotipi in cui rischiamo di scivolare. E fa tutto ciò con affabilità, con la grazia di un lieve sorriso. Cito ad esempio la voce annunciato.

annunciato Fra tutti i titoli di libri o di film o di programmi televisivi di successo cui amano richiamarsi specialmente i titoli dei giornali, quello più ripreso è la Cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez: “un disastro annunciato”, “una crisi annunciata”, “un caos annunciato”. Forse sarebbe giusto cambiare libro.

Dicono che un sorriso o una bella risata fanno bene alla salute. A volte è dura sorridere o ridere. Ma vale la pena provarci e questo bel libro, denso, ricco, utile, ma anche umoroso ci aiuterà a farlo. Motivo non ultimo della gratitudine che dobbiamo a Sergio Lepri.

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Introduzione di Sergio Lepri

Stiamo vivendo da anni un eccezionale processo di trasformazione tecnologica e sociale, così vasta e così profonda quale mai si è avuta nella storia dell’umanità; un processo che ha preso avvio con l’invenzione del computer, è proseguito con la digitalizzazione e con Internet e ha trovato come coprotagonista la televisione, cioè un medium che non si limita a trasmettere messaggi ma è essa stessa un messaggio, cioè un medium che ha modificato e modifica anche le nostre capacità di percezione e di reazione. È un processo che ha cambiato e sta cambiando non solo le strutture economiche e produttive dei nostri paesi, ma l’intera società e le forme in cui essa si esprime: la cultura, la politica e i nostri modi di pensare e di comportarci; forse, anche i nostri meccanismi logici e biologici.

In questo mondo che cambia il giornalismo è soggetto e oggetto del cambiamento, una delle cause e uno degli effetti più sensibili. Grazie ai pc portatili sempre più piccoli e leggeri, grazie ai telefoni e videotelefoni cellulari e satellitari e agli apparecchi che assumono sempre più le prestazioni del pc e altre ancora, alle reti satellitari, alle macchine fotografiche e alle cineprese digitali che sempre più facilmente e rapidamente permettono ripresa, stampa e trasmissione delle immagini, grazie a tutto questo i modi di produzione dell’informazione, cioè la raccolta, la gestione e la distribuzione delle informazioni, sono cambiati, stanno cambiando e cambieranno ancora.

Ma nel giornalismo c’è qualcosa che non cambia: il suo istituzionale fondamento, il perché è nato e si è diffuso; il giornalismo come mediazione tra la fonte e il destinatario dell’informazione; il giornalismo che tra i cento e cento fatti che accadono ogni giorno sceglie quelli che più rispondono ai bisogni informativi dei cittadini e li racconta in maniera chiara e comprensibile.

Scrivere bene è farsi capire e far capire. La giusta selezione dei contenuti deve essere accompagnata dall’esattezza dei dati, dalla precisione dei termini, dall’uso corretto della lingua. L’insegnamento di un giornalismo serio e responsabile e rispettoso dei suoi doveri è l’ambizione, nella sua semplicità didascalica, di questo manuale, scritto per i giovani che vogliono avviarsi alla professione giornalistica, che stanno apprendendone le basi tecniche e culturali nelle scuole di giornalismo o che sono già in qualche redazione, vivendo le prime esperienze professionali.

Un giornalismo serio e responsabile. Perché, al di fuori dei miti, questo è il vero fascino della professione giornalistica: contribuire alla crescita civile della società. E, nella misura in cui il giornalista riesce a limitare o a controllare i condizionamenti del sistema e a esprimersi come operatore capace e onesto, questo è il suo grande potere: un potere inteso come servizio, esercitato nell’interesse dell’unico legittimo detentore di esso, il cittadino.

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Aggiornamenti

In calce all’introduzione del libro è scritto: “I libri a stampa hanno un grosso guaio: di non potere essere via via aggiornati. Le riflessioni sui temi di questo manuale sono invece condizionate dai continui progressi delle apparecchiature elettroniche; e anche i due dizionarietti (capitoli: Linguaggio e stile. Nomi comuni e Linguaggio e stile. Nomi propri di persona e di luogo) non possono non tener conto (specialmente quello dei nomi propri di persona e di luogo) delle nuove voci offerte spesso dalla cronaca. L’autore ha perciò concordato con l’editore di pubblicare via via sul proprio sito Internet (www.sergiolepri.it), in libera consultazione, gli eventuali aggiornamenti”.

Aggiornamenti precedenti:

25 giugno 2011: cap. 4, 6 e 7.

13 ottobre 2011: cap. 6 e 7.

25 novembre 2011: cap. 6 e 7.

18 novembre 2012: cap. 2.

26 gennaio 2013: cap. 2, 6 e 7.

8 dicembre 2013: appendice.

Ultima data di aggiornamento: 27 aprile 2014: cap.6 e 7, Consigli per un corretto linguaggio scritto e parlato.

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Capitolo 2. L’universo dei fruitori dell’informazione

Il 3 ottobre di quest’anno 2012 è uscito il decimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione. Il titolo è sociologicamente suggestivo: “I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”.

Nel secondo e nel terzo capitolo del nostro libro abbiamo parlato del prevedibile aumento dell’informazione in rete, in ragione della crescente informatizzazione della società; e che, oltre che multimediale e ipertestuale, l’informazione si sarebbe affermata come informazione personalizzata (con la libertà del lettore di scegliere le informazioni che lo interessano) e come informazione interattiva, cioè un’informazione che offre al cittadino non solo di chiedere ma anche di collaborare alla produzione dell’informazione. C’è qualcosa di più. Scrive il rapporto del Censis: “Il notevole sviluppo di Internet, l’evoluzione della Rete nell’ultimo decennio, la crescita esponenziale dei social network, insieme alla miniaturizzazione dei dispositivi hardware e alla proliferazione delle connessioni mobili, sono i fattori che hanno esaltato la primazia del soggetto”. E ancora: “I media siamo noi” è allora una affermazione vera dal punto di vista della fruizione dei contenuti, che sintetizza correttamente l’evoluzione dei consumi mediatici, perché siamo noi stessi a costruirci i nostri palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle nostre esigenze e preferenze”.
“Noi stessi” scrive il rapporto del Censis “realizziamo di continuo contenuti digitali e, grazie a Internet, li rendiamo disponibili in molti modi”. “I contenuti generati dagli utenti (i software liberi, le enciclopedie gratuite, i forum, o blog, i social network, i siti web di ‘citizen journalism’ ecc.), dove circolano testi, immagini, video, fanno concorrenza alle stesse produzioni commerciali”.
Conviene davvero dare un bel sunto del rapporto, cominciando dall’evoluzione dei consumi mediatici. I mezzi che riscuotono un successo crescente sono quelli che integrano le funzioni dei vecchi media nell’ambiente di Internet. Come gli smartphon (telefono e web) e i tablet (schermo della tv, lettura di libri e giornali, pc, web). Ecco i dati in sintesi:

  • La televisione continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione (il 98.3 per cento; lo 0.9 in più rispetto al 2007.
  • La radio resta un mezzo a larghissima diffusione di massa. L’ascolta l’83.9 per cento della popolazione; in notevole aumento, grazie anche all’ascolto via web tramite il pc e per mezzo dei telefoni cellulari, rispetto al 2007, quando la percentuale era del 77.7.
  • I quotidiani a stampa continuano a perdere lettori. Dal 66.6 per cento del 2007 sono passati al 45.5 per cento di oggi. Meno 2.3 per cento nell’ultimo anno, dal 2011 al 2012. La maggiore disaffezione per la carta stampata è dei giovani: tra il 2011 e il 2012 i lettori di quotidiani di 14-29 anni sono passati dal 35 al 33.6 per cento.
  • I quotidiani on line contano il 2,1 per cento in più rispetto allo scorso anno.
  • Anche la free press perde lettori; dal 37.5 al 25.7 nell’ultimo anno (meno 11.8 per cento).
  • Anche l’editoria libraria perde lettori: ormai il 49.7 per cento degli italiani legge non più di un libro all’anno.
  • Il press divide, cioè le persone che non leggono organi di stampa, è salito al 45.5 per cento della popolazione, contro il 33.9 del 2006. Il 36 per cento dei giovani che navigano in Internet non sentono il bisogno di leggere libri o giornali. E così non legge libri e giornali un terzo dei diplomati e laureati.
  • Il digital divide è molto cambiato. Le persone che accedono a Internet sono il 55.5 per cento (il 29 nel 2006); il 44.5 per cento le persone estranee (il 71 per cento nel 2006).

Il rapporto del Censis fa anche alcune inquietanti riflessioni sul futuro della comunicazione.
Il conformismo dell’informazione “Fai da te”. I consumi dei quotidiani cartacei sono in diminuzione, ma i portali web di informazioni generici, che non fanno riferimento alle testate giornalistiche tradizionali, sono ormai utilizzati da un terzo degli italiani (il 33 per cento nel 2012). Non è il bisogno di informazioni a essere diminuito, ma sono cambiate le strade per acquisirle. Queste fonti hanno successo nella misura in cui si adeguano alla tendenza diffusa tra i navigatori della rete di personalizzare non solo l’accesso alle fonti, ma anche la selezione dei contenuti di informazione. Si può arrivare a creare su ogni desktop o tablet un giornale composto solo dalle notizie che l’utente vuole conoscere, proprio il contrario del ruolo svolto storicamente dalla stampa, quello cioè di formare un’opinione pubblica che esprime pareri diversi ragionando sulle stesse cose. La rete diventa quindi uno strumento nel quale si cercano le conferme delle opinioni, dei gusti, delle preferenze che già si possiedono.

La privacy ha ancora un valore? In realtà – scrive il rapporto – il 75.4 per cento di chi accede a Internet ritiene che esista il rischio che la propria privacy possa essere violata sul web; e il 23.5 per cento teme la registrazione da parte dei motori di ricerca dei percorsi di navigazione e la possibile acquisizione e all’utilizzo delle informazioni che li riguardano.

Su questo secondo tema il rapporto non accenna a un libro uscito di recente (“Il filtro”, di Eli Parise, Il Saggiatore, Milano), in cui si parla di motori di ricerca che, nell’algoritmo generale con cui si rastrellano milioni di siti, stanno provando un sottoalgoritmo che, sulla base delle ricerche fatte da ciascuno di noi, individua i nostri interessi e quindi fornisce risposte in relazione a quegli interessi; per cui, se io e altri facciamo la stessa richiesta, la risposta può essere personalizzata e quindi diversa. Non è poi da escludere che i ritratti di chi cerca sul motore di ricerca possano essere forniti a strutture pubblicitarie e commerciali. Della pubblicità parla anche il rapporto del Censis:

  • La nuova pubblicità. In una fase di prolungata contrazione degli investimenti pubblicitari che ha colpito tutti i media – scrive il rapporto – Internet è l’unico mezzo ad vere incrementato il volume della raccolta pubblicitaria, con una variazione a due cifre: più 12.3 per cento nel 2011 rispetto all’anno precedente. Il 13.6 per cento degli italiani ha acquistato grazie alla pubblicità vista sul web.

L’annuale “Rapporto sulla situazione sociale del paese” pubblicato dal Censis alla fine del 2012 conferma e consolida, nel capitolo “Comunicazione e media”, le riflessioni fatte nel “Rapporto Censis-Ucsi” che qui sopra abbiamo riassunto. Ne riprendiamo i punti più importanti.

  • “Le tecnologie digitali hanno innescato un rivoluzione nelle modalità di consumo dei media e nei processi di produzione dei contenuti, eleggendo la soggettività individuale a protagonista assoluta dell’ambiente mediatico”.
  • “Il notevole sviluppo di Internet, la crescita esponenziale dei social network insieme alla miniaturizzazione dei dispositivi hardware e alla proliferazione delle connessioni mobili sono i fattori che tutti insieme hanno esaltato la primazia del soggetto”.
  • “La caratteristica che meglio distingue l’evoluzione dell’habitat mediatico nell’era digitale è la progressiva integrazione dei diversi strumenti di comunicazione.Grazie alla diffusione di device sempre più piccoli e mobili e al successo dei social network questa integrazione è ormai compiuta”.
  • “Le macchine diventano sempre più piccole e portatili, fino a costituire solo un’appendice della propria persona; un prolungamento che ne amplia le funzioni, ne potenzia le facoltà, ne facilita l’espressione e le relazioni, inaugurando così un fase nuova: l’era biomediatica, in cui diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali”.
  • “L’informazione può essere prodotta oltre che autogestita. Si pensi alle innumerevoli occasioni in cui, per testimoniare eventi di cronaca di rilievo, i tg delle gradi tv nazionali hanno dovuto usare le immagini amatoriali girate da qualcuno con telefonini o videocamere non professionali. Con la proliferazioni dei contenuti prodotti dall’utente, il primato del soggetto ha sfondato ormai anche l’ultima barriera, quella che era rimasta sul fronte della produzione: testi, immagini, video autoprodotti fanno concorrenza alle produzioni commerciali”,
  • “La rivoluzione digitale ha finito così per sovvertire l’equilibrio fra produttori e consumatori, spostando l’asse del potere tv-centrico, frammentandolo in mille soggetti e in mille canali, destabilizzando il privilegio monopolistico dell’industria editoriale e culturale. In un mondo segnato dalla decostruzione delle sovranità tradizionali, come quella dello stato-nazione e della rappresentanza dei grandi soggetti politici, la comunicazione è diventata un terreno d’elezione per l’esercizio della microsovranità individuale. E’ come se dalla moltitudine degli utenti si levasse un coro di voci: la mia tv la programmo io, l’informazione la faccio da solo, i contenuti sono i miei”
  • “Dal momento che il contenuto mediatico è costituito in gran parte da noi stessi e dalla nostre vite private, uno degli aspetti più controversi dell’attuale fase della rivoluzione digitale è l’impatto sulla tutela della riservatezza e la protezione di dati sensibili. Che cosa rimane oggi della privacy in un’epoca in cui il primato del soggetto si traduce nell’esibizione denudata del sé digitale, quando il paradigma della condivisione ha sancito la preminenza dello sharing sul diritto alla riservatezza?”.
  • “I timori per la violazione della privacy riguardano la possibile ingerenza esterna da parte di soggetti di mercato. Le preoccupazioni si appuntano in particolare sulla memorizzazione delle parole inserite nei motori di ricerca, sulla tracciatura dei percorsi di navigazione, sulla profilazione degli utenti a scopi commerciali. I social network sono gigantesche banche dati che raccolgono automaticamente i dati sugli utenti e possono rivenderli alle agenzie di pubblicità”.
  • “La rete come strumento nel quale si cercano le conferme delle opinioni, dei gusti, delle preferenze che già si possiedono. Il conformismo come risultato della autoreferenzialità dell’accesso alle fonti di informazione. Precisamente il contrario del ruolo che storicamente hanno svolto la stampa e le aziende editoriali, quello cioè di formare un’opinione pubblica che esprime pareri diversi ragionando sulle stesse cosa”.

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Capitolo 4. Consigli per un corretto linguaggio scritto e parlato

Le parolacce E’ il sistema mediatico che diffonde le cosiddette parolacce; ma, più dei giornali a stampa o in Internet, è la televisione che, con la sua capacità suasiva derivante dalla forza prepotente dell’immagine, le “sdogana”, cioè le fa accettare e poi le fa entrare in uso, accelerandone il processo di desemantizzazione. E’ tuttavia la politica, da qualche tempo in Italia, che ha accresciuto il numero delle parolacce, facendole essere informazione e quindi qualcosa che la stampa scritta e parlata non può ignorare.
Se il presidente del consiglio dice in pubblico che chi non vota per lui è un “coglione”, se un ministro dice in pubblico che “non conta più un cazzo”, se il capo di un partito dice in pubblico che la legge elettorale è “una legge di merda”, se il sindaco di Roma dice in pubblico che prenderà i contestatori “a calci in culo”, le agenzie di informazione e i giornali non possono ignorare quelle parolacce o sostituirle con eufemismi o ipocritamente usare le iniziali di quelle parolacce seguite da puntini di sospensione. Quelle parolacce sono, purtroppo, informazione. Se il personaggio le ha usate davanti a un pubblico e ai microfoni dei cronisti, vuol dire che il personaggio voleva che si sapessero.
Un giornalismo serio non può non seguire le regole del buon gusto e del rispetto degli altri, lettori o radio e telespettatori, ma qui si tratta di citazioni, cioè di espressioni usate non dal giornalista, ma da persone importanti, e vengono riportate con la protezione delle virgolette. Il problema tuttavia esiste; non tanto per i giornali a stampa o “on line”, che si rivolgono a fasce socioculturali limitate; il problema esiste per i giornali radio e soprattutto per i telegiornali, che si rivolgono all’intera società, compresi anziani e bambini. Per gli anziani le parolacce possono essere una ferita, per i bambini un cattivo modello, in contrasto con gli insegnamenti – si suppone – della famiglia e della scuola; un modello reso autorevole dal mezzo televisivo: se quelle parole le usano quei signori in televisione, le possono usare tutti.
Il problema, quindi, non è un problema dei media e dei giornalisti; è un problema dei personaggi provvisti di pubblica posizione e notorietà (non solo i politici): ritengono che questo involgarimento del linguaggio sia utile al paese e davvero conveniente ai loro interessi? Ai giornalisti, soprattutto ai giornalisti dei telegiornali si pone soltanto un caso di coscienza: se, per lo meno nelle fasce cosiddette “protette”, non sia opportuno “sfumare” certe informazioni.

Capitolo 6. Linguaggio e stile. Nomi comuni

account Parola (in inglese vuol dire “conto”) che nel linguaggio dell’informatica ha preso il significato di quell’insieme di elementi di identificazione (“username”, cioè il proprio nome o un nome di fantasia; e “password”, cioè una serie di lettere e come una specie di “parola d’ordine”) che servono per esistere come soggetti presso un fornitore di servizi. Da usare con prudenza nel linguaggio dell’informazione scritta; imprudente nell’informazione parlata.

anodino Meglio con l’accento sulla o: anòdino; ma di significato non chiaro a tutti (“insignificante”, “di poco conto”; anche “privo di carattere”; in medicina “lenitivo”, “che calma il dolore”); meglio evitarlo.

app Come abbreviazione di “application” sta entrando di moda nel linguaggio dell’informatica per indicare il prodotto scritto o musicale che, via Internet, si può scaricare, gratis o a pagamento, sul proprio pc o sul proprio iPad, iPod o iPhone. Parola buona per gli “addetti ai lavori; meno peggio è dire “applicazione”. Il sito dove si trovano le “app” è chiamato “app store”.

ascensore In inglese è “lift”; in Usa è “elevator”.

assise Parola gia’ presente nel libro. Conviene però insistere, perché autorevoli editorialisti, anche su importanti quotidiani nazionali, usano “assise” come se fosse di numero singolare. No, è plurale; quindi non “la grande assise”, ma “le grandi assise”.

associazione per delinquere L’articolo 416 del Codice penale scrive: “Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni”. L’imputazione viene sempre completata col delitto o i delitti per cui è nata l’associazione. E’ bene quindi scrivere non soltanto “accusati di associazione per delinquere”, ma “accusati di “associazione per delinquere finalizzata a”. Comunque, “associazione perdelinquere”, non “associazione a delinquere”.

autoblinda Inutile e non giustificato accorciamento di “autoblindata”. Peggio ancora “autoblindo”.

basta Può essere interiezione (dall’imperativo di “bastare”) e significare un invito energico a interrompere qualcosa, ma può essere anche la terza persona dell’indicativo presente di “bastare” col significato di “è sufficiente”. Attenzione, quindi specie nei titoli: una frase come “basta mangiare gratis” ha due significati diversi: “finiamola di mangiare gratis” e “è sufficiente mangiare gratis”.

bello e buono E’ un’espressione colloquiale col significato di “vero”, “autentico”, “perfetto”; ma “bello” e “buono” possono non perdere il loro significato primario. E’ perciò un po’ comico dire “è una vergogna bella e buona”.

braccio destro Espressione da usare con cautela. Significa “collaboratore di fiducia”, ma anche “braccio destro”. Esempio recente (in un tg): “Sotto terra è stato trovato il braccio destro di Hitler” (il suo aiutante Rudolf Hess, non una parte del suo corpo).

bulgaro Per indicare una percentuale altissima di voti (come nelle votazioni della Bulgaria comunista) è aggettivo comprensibile a tutti? E anche “editto bulgaro” per l’invito berlusconiano (2002) alla Rai a estromettere Enzo Biagi e Michele Santoro?

cancelliera Giusto. Per Angela Merkel i giornali usano, correttamente, la parola “cancelliera”. Perché, allora, non usare anche “ministra”, in italiano, per le donne a capo di un ministero? In spagnolo la parola “presidente”, che è maschile e femminile come in italiano, ha anche il femminile “presidenta”; e l’ha stabilito un secolo fa la Reale Accademia spagnola della lingua (fondata nel Settecento sul modello dell’italiana Accademia della Crusca).

centre Così “centro” in inglese; ma in Usa è scritto “center”. Lo stesso per “metre” (“metro”); nell’inglese degli Stati Uniti è “meter”. Identica la pronunzia.

combo E’ parola inglese (come accorciamento di “combination”) per “unione di due o più fotografie”; in uso, raro, nel campo fotografico. Lasciamo che rimanga lì.

congratularsi E’ verbo riflessivo (“pronominale” per i linguisti); “congratularsi con qualcuno”, non “congratulare qualcuno”. Esiste anche “congratulare” (ma sempre intransitivo) col significato di “rallegrarsi”, “manifestare gioia”, ma è voce dotta e antiquata.

corso Nel linguaggio dei telecronisti delle partite di calcio: “Il 00 minuto nel corso del primo (o secondo) tempo”. Certo che è “nel corso”; e non si può dire, più semplicemente: “Il 00 minuto del primo (o secondo) tempo?

disfare Un verbo sbarazzino al presente indicativo: “disfaccio”, “disfò” o dìsfo”; “disfà” o “dìsfa”; “disfanno” o “dìsfano”. Come “fare” il resto della coniugazione.

dopo E’ bene usarlo, in certi casi, con cautela oppure farlo seguire da una virgola. Per esempio: “Alle sette del pomeriggio faceva ancora caldo; dopo, la sera si è fatta fresca”.

empatia Parola che si sta diffondendo nel linguaggio scritto colto o che vuole apparire colto; e spesso con un significato diverso da quello suo proprio: capacità di identificarsi con gli stati d’animo di qualcuno.

endorsement Un’altra parola inglese venuta di moda, come se non ci fossero “appoggio”, “adesione”, “sostegno”. Ma, come in tanti altri casi, piace usarla per apparire colti e conoscitori di una lingua straniera. E qualcuno ha scritto anche “endorsare” e “endorsato”. Si è visto anche Endorsement con l’iniziale maiuscola; perché, non è un nome comune? Sul “Corriere della sera” Sergio Romano ha suggerito un’espressione (forse un po’ dotta): “professione di appoggio”.

escort Eufemismo felicemente usato da qualche tempo per indicare una prostituta “di lusso”. In inglese significa “accompagnatore” o “accompagnatrice”, “scorta” e anche il “cavaliere” che balla con una donna. Il problema è ora di non chiamare escort le “accompagnatrici” che lavorano, stipendiate da grandi aziende, come accompagnatrici di uomini d’affari senza essere necessariamente prostitute. Quante espressioni scomparse o quasi: “meretrice”, “bagascia”, “baldracca”, “sgualdrina”, “donna da marciapiede”, “donnaccia”. Resiste solo “puttana”, ma è fra le parole proscritte dal buon parlare. Nell’ultimo dopoguerra si usava la parola “signorina”, perché così i militari alleati cercavano e chiamavano le prostitute.

esergo Motto o citazione che si mette all’inizio di uno scritto. Parola incomprensibile ai più.

fils “Figlio” in francese. La pronunzia è fis. Sicché il cognome del noto tennista “Monfils” si pronunzia monfìs.

giallo Con riferimento ai famosi “libri gialliè parola usata spesso per qualificare un fatto o una vicenda di incerta spiegazione; ma e anche il nome di un colore. Attenzione, quindi, specie nei titoli: una frase come “cadavere nel Tevere; è giallo” può avere due significati diversi, uno serio, uno tragicomico.

hashtag E’ la parola o la combinazione di parole con cui – preceduta dal simbolo “cancelletto (#) – si può etichettare un messaggio di Twitter (v.), in maniera da identificare una categoria informativa dei messaggi, che così possono essere trovati dagli utenti di Twitter che cercano quella categoria, pur ignorando chi li ha scritti e quanto si sono occupati di quel tema. La parola deriva dall’inglese “hash” (“cancelletto”) e “tag” (“etichetta”). La presenza del simbolo # trasforma la parola che segue in una parola chiave con link attivo.

hockey Nella parlata corrente e nell’informazione dei tg il nome di questo sport (su ghiaccio o su prato) è sempre pronunziato hòkkei, ma la corretta pronunzia inglese è hòki.

link Parola inglese (“collegamento”, “congiunzione”. “anello”, “catena”) che nel linguaggio dell’informatica ha preso anche il significato dell’ indicazione che serve per collegarsi, in Internet, con un altro sito.

ma Congiunzione avversativa. Se è congiunzione, non ha senso farla precedere da un punto fermo; e cominciare una frase con Ma.

monnezza Incredibile che questa parola del dialetto napoletano (e anche di altre parlate meridionali) stia entrando disinvoltamente nel linguaggio del giornalismo soprattutto televisivo; “monnezza” è variante di “mondezza” (usato nel romanesco) e l’una e l’altra vengono da “immondizia” per aferesi, cioè per caduta della prima sillaba; una sillaba importante, perché ha valore negativo: “immondizia” significa “non mondezza” cioè “non pulizia”; infatti, in secoli lontani “mondezza” e in latino “munditia” volevano dire l’opposto della odierna “mondezza”; proprio “pulizia”, “essere mondo”, addirittura anche “pulizia spirituale” (“vedi “omnia munda mundis” in un’epistola di San Paolo).

mail Scritta “mail” e pronunciata mèil o addirittura scritta “meil”, nell’uno e nell’altro caso senza la e- iniziale (“e-mail”) è parola che rischia di diventare regolare parola italiana. Del primo caso c’è già un esempio ormai vecchio: “computer” che scriviamo “computer” e pronunciamo compiuter.

ne Si leggono spesso espressioni come: “Di questo ne parleremo dopo”, “Del testo ne fu già data lettura”. Quel pronome “ne” è inutile.

non expedit Locuzione latina (accento sulla prima sillaba) usata dalla Chiesa cattolica (1874) per vietare ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni e in genere alla vita politica dello stato.

omissare Anche questo ci è capitato di leggere; invece di “usare gli omissis” o “servirsi di omissis”. o nascondere o censurare con gli omissis. Un neologismo che non esiste in nessun vocabolario.

omofobia Come “avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità” è un esempio della facilità con cui nascono e si diffondono parole concettualmente sbagliate. L'”omo” di “omosessualità” viene dal greco “simile, eguale”; giusto quindi per “omosessualità”, cioè “attrazione sessuale per individui di eguale sesso”; non giusto per “omofobia”. Ma non c’è niente da fare. Altri analoghi casi: molte parole formate da “auto” (come “autostrada” da “automobile”) e da “tele” (come “telecronaca” da “televisione”).

premier Parola inglese purtroppo entrata ormai nell’uso giornalistico per “presidente del consiglio”, nonostante che nei paesi di lingua inglese si preferisca “prime minister”; è quindi diventata in pratica una parola italiana con la pronunzia italianizzata prèmier; a conferma, “premier” ha già figliato “premierato”. Non è però proibito continuare a dire e a scrivere “presidente del consiglio”.

pourparler Espressione francese (“conversazione informale”) di uso dotto quando il francese era la lingua straniera più conosciuta in Italia. Una ragione di più per non usarla oggi. Pron. purparlé.

quadra Che Umberto Bossi usi questa parola per “conciliazione di elementi discordanti” non giustifica il suo uso nel linguaggio giornalistico nazionale. E’ una parola regionale del Settentrione lombardo, presente di necessità solo nelle ultime edizioni dei dizionari (nel Battaglia non c’è). Invece di “trovare la quadra” si può continuare a dire “trovare un accordo”.

raid I telegiornali stanno facendo entrare nell’uso questa parola inglese pronunziata come se fosse italiana (raid invece di rèid) e come se in italiano non esistesse “incursione”, “azione a sorpresa”.

rosanero Chissà come è nata l’idea in quasi tutti i giornalisti sportivi di usare invariato questo aggettivo per la squadra di calcio del Palermo (“un giocatore rosanero”, i “giocatori rosanero”, “la squadra rosanero”). Eppure per la squadra del Milan l’aggettivo “rossonero” diventa, giustamente, “rossoneri” al plurale e “rossonera” al femminile.

saint Se è inglese la pronuncia è sèint (sent in qualche toponimo); se è francese la pronuncia è sen (col suono nasale della n). E’ scorretta, per i toponimi francesi, la frequente (nei tg) pronuncia san. Così“Saint Vincent” (Valle d’Aosta) non è sanvensànt, ma senvensàn. Per il femminile: “sainte” in francese è se(n)t; in inglese “sainte” esiste solo nei toponimi e la pronunzia è eguale al maschile.

signorina Parola che sembra destinata a sparire. Negli Stati Uniti le sigle Mrs (signora sposata) e Miss (donna nubile) sono state sostituite da Ms (pron. m(i)s con la s di “viso”). In francese si comincia a usare “madame” invece di “mademoiselle” anche se la persona è nubile. Così è probabile che accada anche in Italia, chiamando “signora” anche chi è “signorina”.

social network Espressione inglese che ha preso oggi lo specifico significato di struttura informatica che gestisce un sistema di relazioni e comunicazioni sociali. Così Facebook, Linkedin e Twitter.

soldatessa Basta con l’uso di “soldatessa” al posto di “soldata”. E’ segno di ignoranza. Il femminile di “soldato”, che è il participio passato di “(as)soldare”, è “soldata”; come “deputata” è il femminile di “deputato”.

spending review Solito vezzo di usare espressioni straniere. Non si può dire “revisione di spesa (o della spesa)”? Caso mai, la pronunzia di “review” è riviù.

spread E’ parola inglese che ha vari significati. Nell’inglese finanziario è la differenza (in più) tra un tasso di interesse e un tasso base di riferimento. Quello di cui si parla più spesso sui giornali è lo “spread” fra i titoli di Stato decennali dei vari paesi dell’area euro, calcolato usando la Germania come base. Da qualche tempo in Italia la parola è usata così spesso dai giornali che non è necessario spiegarla anche se i più ne ignorano lo specifico significato. Tutti sanno ormai che se lo “spread” è alto le cose vanno male (malissimo sopra 500) e se è basso le cose vanno bene (benissimo, dice Mario Monti, quando è 285 o sotto). “Spread” è anche, nell’inglese di tutti i giorni, una crema che si spalma sul pane.

stabilità Per la legge proposta dal governo Monti e approvata dal Parlamento nel dicembre 2012 (prima si chiamava “legge finanziaria”) si è letto spesso sui giornali “legge di Stabilità” con l’iniziale maiuscola a “stabilità” e l’iniziale minuscola a “legge”. Semmai l’inverso. L’unicità che fa diventare nome proprio un nome comune è, in questo caso, della parola “legge” (quella legge).

startup Significa l’operazione di avvio di un’impresa. E’ una parola di limitata comprensione, almeno per ora. La parola viene usata oltretutto per “startup company”, cioè per l’impresa appena costituita e in fase di completa organizzazione. Meglio, perciò, “nuova impresa”.

streaming Dal verbo inglese “to stream”, che significa “far fluire”, la parola (un gerundio diventato sostantivo) indica un modo di ricezione, via Internet, di documenti video a audio senza bisogno di scaricarli per intero sul pc per poterli riprodurre.

terna Parola che indica un insieme di tre persone o cose; di raro uso, salvo che nel gioco del calcio per indicare l’arbitro e i due guardalinee. (“terna arbitrale”). Speriamo che sparisca, ora che ci sono anche i due “arbitri di porta”. Il vocabolario, infatti, porta solo “quaterna”, che vale per quattro (come nel gioco del lotto o della tombola). Terna è, con l’iniziale maiuscola, anche una società per azioni di proprietà pubblica, che gestisce la rete di trasmissione dell’energia elettrica.

testare Per colpa soprattutto della pubblicità questo verbo coniato da “test” sta entrando nel linguaggio dell’informazione per “sottoporre a controllo”; ma tutti lo comprendono?

vaffa… Molti continuano a non rendersi conto – per ignoranza – che questa espressione ingiuriosa, oltre che volgare, è culturalmente scorretta, nata, com’è nata, con negativo riferimento all’omosessualità, attiva o passiva.. “Vaffanculo” significa “va a fare (cioè a prendere o mettere) in culo”, cioè “sei un finocchio”, con evidente disprezzo per l’omosessualità. Un tempo, in Toscana, si usava “Va a pigliarlo…”, lessicalmente più esplicito e pertinente al tipo di omosessualità considerato più grave.

valoriale Recente neologismo per amore della terminazione -ale; come “coscienziale”, “museale”, “negoziale”, “notiziale”, “premiale”. Tutti brutti.

welfare Per favore, non si pronunzi uèlfer, ma uelfaa(r). Approfittiamo per ricordare che in inglese la a si pronunzia é soltanto se è atona in fine di parola. Tutte le altre volte si pronunzia ei se è tonica in fine di sillaba (“to save”), tra a ed e all’interno di sillaba (“man”, “cat”), àa se è seguita da r muta (“park”, “car”), èe se seguita da r pronunziata (“bird”, “girl”, “word”).

Repetita iuvant (si spera)

de Si legge: “il lunedì de la Repubblica”, “Un articolo de La Stampa”, “Un capitolo de ‘I Promessi sposi'”. Ma la parola “de” non esiste nella lingua italiana. Il Grande dizionario della lingua italiana non la tratta e rinvia subito a “di” e alle sue articolazioni; anche il Dop la rimanda a “di”. Iil Devoto scrive che “è usata, in modo a dire il vero non molto funzionale, nella citazioni di titoli che cominciano con articolo” e così lo Zingarelli. E allora? Semplice; si scriva, come si dice parlando, “Un articolo della Stampa”, “Un capitolo dei Promessi sposi”; e in qualche caso, ma solo in qualche caso (titoli di giornali e così via), si usi “di”; e così “il lunedì di la Repubblica”, “Un programma di La7″.

kolossal E’ un aggettivo tedesco; è un aggettivo anche, poco usato, francese (ma con l’iniziale c; pron.colossàl); anche inglese (con l’iniziale c; pronunzia, presso a poco, kolòsl). Se proprio lo si vuole usare, lo si scriva con l’iniziale k e si pronunzi, come i tedeschi, colossàal. Scorretta, quindi la pronunzia kòlossal, che non è né inglese, né francese, né tedesca.

media Incredibile. Anche su giornali importanti si legge ogni tanto “un media”. “Media” è plurale, il plurale del latino “medium”. Lasciamo l’errore ai francesi, che ogni tanto scrivono “un media” e al plurale “les medias”. Altro errore: la pronunzia midia invece di mèdia; si pronunzi midia soltanto quando si vuole usare (inutilmente, per vezzo) l’espressione inglese “massmedia” invece di (meglio) “mezzi di comunicazione”, “organi di stampa”.

Capitolo 7. Linguaggio e stile. Nomi propri di persona e di luogo

Abdullah Nome arabo che vuol dire “servo di Allah” così come Abdallah. Le due traslitterazioni dipendono dalla duplice pronunzia araba (abdàlla e abdùlla; o abdallàh); in alcuni casi anche dalla traslitterazione inglese dove la pronunzia araba abdalla è trascritta abdulla.

Angela Nonostante che questo nome femminile esista anche nella lingua italiana, il nome della cancelliera della Germania deve essere pronunziato ànghela come in tedesco, così come Holland lo chiamiamo François e non Francesco e come Putin lo chiamiamo Vladimir e non Vladimiro. Anche De Gaulle lo chiamiamo Charles e non Carlo.

Bahrain Sulla base della pronuncia inglese si sta affermando nell’informazione parlata italiana la pronuncia bahrèin; in arabo la pronuncia di questo toponimo (un femminile plurale: “le isole”) è bahràin.

Bengasi Grafia italiana della città della Libia. Altre grafie: Benghasi, Banghazi. In ogni caso la pronuncia è bengàsi. Solo i torinesi pronunciano bèngasi il nome di una strada così intitolata. L’accentazione corretta nasce dall’origine del nome: “figlio” (ben) di “Ghazi”, un notabile locale del Quattrocento.

Bernanos Cognome francese, anche dello scrittore Georges (1988-1948); pron. bernanóos.

Coppa Davis Da sempre per gli italiani il “Davis” di “Coppa Davis” è pronunziato dèvis; ma la corretta pronunzia inglese è dèivis.

Disneyland Pronunzia corrente (anche nei tg) è dìsneiland; ma la pronuncia corretta inglese è disniland (con la a di “land” fra a ed e). Disney è infatti disni; come Jersey è gersi, money (moneta) è moni, honey (miele) è honi e così via.

Dubrovnik Sempre incertezza sull’accento. In croato – così è scritto – si pronunzia dubròvnik e a Dubrovnik dicono dubròvnik; ma all’ambasciata croata di Roma, se si chiede, rispondono dùbrovnik.

Dunkerque Città portuale francese sul passo di Calais; pron.donkérk. La grafia inglese è “Dunkirk” . Il nome originario è olandese: “Duinkerke” ( “duin” duna e “kerke” chiesa). Noto per la battaglia che vide il reimbarco dei resti dell’esercito francese e del corpo di spedizione britannico incalzati dalle truppe tedesche nel 1940.

Eisenhower Dwight David, detto Ike, presidente degli Stati Uniti 1953-1961; cognome di origine tedesco-alsaziana; pron aisenhàuer con la s di “rosa” e la e finale fra e e a.

Giuba Capitale del Sudan del Sud; in inglese Juba.

Gomez Cognome spagnolo che esiste anche in Italia e così lo pronunziamo gòmez; ma in spagnolo la pronunzia ègómeth e si scrive con l’accento (acuto) sulla o.

Juba Vedi Sudan del Sud e Giuba.

Kirchner Cristina Kirchner (meglio: Cristina Fernandez de Kirchner; Kirchner è il cognome del marito ed ex presidente, Néstor Carlos, morto nel 2010) è dal 2007 presidente della repubblica argentina. E’correttamente chiamata “presidenta”; è un nome ufficiale (si veda la voce cancelliera) e non ha senso usarlo tra virgolette, come fanno molti giornali. Il cognome Kirchner è di origine tedesca, ma in spagnolo è pronunciato kircner con la c di “cena”.

Michelangelo Corretta grafia, ma Michelangelo Buonarroti si firmava Michelangiolo o Michelagnolo, così come Agnolo (deformazione toscana di “angelo”) si chiamavano tanti personaggi di quelle epoche (Agnolo Gaddi, Agnolo Poliziano, Baccio d’Agnolo, Agnolo Bronzino). A Firenze, centro storico, c’è anche una via dell’Agnolo e a Firenze il nome maschile è Angiolo piuttosto che Angelo. Del resto, in lingua, il diminutivo di “angelo” è “angioletto”.

Navy Seals Così si chiama un reparto speciale della Marina degli Stati Uniti. “Seals” è una specie di acronimo da “United States Navy Sea, Air and Land forces”. Ma “seals” in inglese significa “foca” e anche “sigillo”, “timbro”, “suggello”, “simbolo”. C’è un giuoco di parole, insomma. Il reparto è diventato famoso con la morte di Osama bin Laden, scoperto il 2 maggio 2011 presso Abbottabad in Pakistan. La pronuncia di “seals” è sìils.

Sud Sudan Repubblica federale nata il 9 luglio 2011 per scissione dal Sudan. Fa parte dell’Onu. Nome ufficiale “Republic of South Sudan”. La dizione Sud Sudan sembra quindi più corretta rispetto a Sudan del Sud o, peggio, “Sudan meridionale” (analogamente chiamiamo Sud Africa la “Republic of South Africa). Capitale Juba (italianizzabile in Giuba). La pronunzia di Sudan è sudàn.

Irlanda del nord In inglese “Northern Ireland”, una delle quattro nazioni del Regno Unito (Uk, United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland). Da non confondere con lo stato sovrano di Irlanda (Eire).

linea Maginot Un’espressione che ogni tanto torna in uso per “sbarramento (spesso inutile)”. Si riferisce al complesso di fortificazioni, opere militari, ostacoli anti-carro, caserme e depositi di munizioni, progettato da André Maginot, ministro della guerra, e realizzato dal 1928 al 1940 dal governo francese per proteggere i confini francesi con il Belgio, il Lussemburgo, la Germania, la Svizzera e l’Italia. Nel maggio del 1940 l’esercito tedesco ignorò la linea Maginot e entrò in Francia dal nord, dopo avere invaso Olanda e Belgio.

Mall Nei paesi anglosassoni “Mall” o “The Mall” si può riferire a una zona pedonale, a un viale di passeggio o a un centro commerciale (“shopping mall”). A Londra “The Mall” è l’ampio viale che unisce Buckingham Palace all’Admiralty Arch. Il nome “mall” deriva dal gioco “pall mall”, in voga in Inghilterra nel XVII secolo; e il nome “pall mall” deriva a sua volta dall’italiano “pallamaglio” attraverso il francese “ballemaille”. I londinesi pronunciano mal (con la a vicina alla e); molti americani dicono tuttavia mol (con la o vicina alla a). Un’antica marca di sigarette statunitensi, le Pall Mall, veniva pronunciata pelmèl, ma oggi corre anche la pronuncia polmòl.

Priapo Dio della potenza sessuale maschile nella mitologia greca: l’accento è sulla a; non prìapo ma priàpo.

Rompuy Herman Achille Van Rompuy, politico belga di origine olandese, attuale presidente del Consiglio europeo (2011); corretta pronunzia nederlandese: rompèi(e), con la prima o fra a e o.

Saleh Ali Abdullah Saleh, presidente in discussione (2011) dello Yemen; pron. àli abdùlla sàle, magari con una leggera h aspirata finale; nell’informazione parlata l’uso dei primi due nomi evita buffi giuochi di parole (come in “il presidente Sale”; “sale” e “scende”).

Südtirol In tedesco la parola “süd” ha la Umlaut, cioè i due puntini, sulla u. Scrivere quindi Sudtirol con la u senza puntini è scorretto.

Tobin Tax E’ una tassa, proposta nel 1978 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, che intende colpire le transazioni valutarie per disincentivare quelle con fini speculativi. L’introduzione di una tassa Tobin per finanziare gli aiuti ai paesi poveri è ora decisa da undici paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia; contraria la Gran Bretagna. Come si fa a spiegarlo tutte le volte che se ne parla? Ovviamente è corretta l’iniziale maiuscola di Tobin. In inglese è maiuscola anche la t di tax.

Twitter E’ il servizio gratuito di un social network (v.) col quale gli utenti che si sono registrati possono scrivere nella loro pagina, col proprio nome o simbolo, messaggi (“twitt”) lunghi non più di 140 caratteri, che vengono comunicati agli utenti (in inglese chiamati “followers”) che si sono registrati per riceverli. I messaggi possono comunque essere letti da qualunque utente che chiami il nome (o il simbolo) di chi li ha scritti. I messaggi appartenenti a una stessa specifica categoria informativa possono essere anche etichettati con un hashtag (v.), cioè da una parola chiave preceduta dal simbolo “cancelletto” (#) che indica il tema di cui si occupano o la categoria informativa di cui si ritiene che facciano parte. Il nome Twitter, che ormai merita l’iniziale maiuscola, deriva dal verbo inglese “to twit”, che significa “cinguettare”. Per chi opera nel campo dei media Twitter è così diventato una larga fonte di informazioni, specie da quando vi “cinguettano” importanti soggetti di cronaca (anche Obama; anche il papa; anche Mario Monti e così via).

Ungheria Il nome ufficiale dell’Ungheria, recentemente ribadito, è “Magyar Köztársaság”, cioè “Repubblica magiara”.

Usama bin Laden. La Fox (la Broadcasting company americana di proprietà di Rupert Murdoch), la Cia e l’Fbi usano la grafia Usama invece di Osama (bin Laden); forse perché la u è più vicina alla pronuncia araba (usàmah bin muhàmmad bin àwad bin làdin). La grafia accreditata è ormai quella di Osama; da ricordare, però, che il suono della s è quello della s di “casa”, non di “rosa”.

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NEWS – Appendice 2013

“News” è un manuale che ha più di due anni di vita; le tecniche della comunicazione continuano a cambiare e quindi anche i modi di gestire l’informazione in una società che evolve e si trasforma giorno dopo giorno. Gli aggiornamenti promessi non possono perciò limitarsi a integrazioni o arricchimenti dei capitoli; conviene creare, almeno ogni anno, un testo aggiuntivo, che confermi o corregga o rinnovi il testo base. Lo chiameremo “appendice”. Questa è l’“Appendice 2013”.

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Linguaggio e stile. Nomi comuni

Anche qui ogni parola si richiama a errori accertati nella stampa scritta e parlata di questi ultimi mesi. Perciò non ci si stupisca se appaiono parole che possono sembrare incredibili sviste o incredibili casi di ignoranza; non solo di giornalisti, ma, senza che abbiano avuto giornalistiche correzioni, anche di ministri e politici. Nel giornalismo si conferma una tendenza che passa da generazione a generazione: l’uso di parole difficili e di forestierismi come segno di appartenenza a una categoria professionale di più elevata cultura (ma dimostrando così l’ignoranza della norma fondamentale del buon giornalismo, che è quella di farsi capire da tutti i lettori); e anche il disinteresse per l’accertamento di una corretta grafia e di una corretta pronunzia.

accelerare Viene da “celere”; quindi è sbagliato “accellerare” con due l.

acribia L’accento è sull’ultma i: acribìa.

ad Ogni tanto si trova “ad” o, peggio, “Ad” Capiscono tutti che è l’acronimo di “amministratore delegato”? Vedi anche ceo.

adire Si legge spesso “adire alle vie legali”; si deve dire “adire le vie legali; ma è espressione burocratica; meglio “ricorrere all’autorità giudiziaria”, “ intraprendere un’azione legale”.

aereare Per “dare aria”; non “aereare”, non “areare”,

aeroporto Ogni tanto si legge ancora “areoporto” o “aereoporto; il prefisso è “aero”.

agape Parola dotta per “convito fra amici”. Viene dal greco, dove significava“amore fraterno” (così l’ha usata papa Francesco) e anche il banchetto che si teneva nella antiche comunità cristiane in ricordo dell’ultima cena di Gesù. Accento sulla prima sillaba (ma in greco era sulla seconda).

agenzia Col significato di “notizia di agenzia” questa parola è purtroppo entrata nell’uso giornalistico, specie dei telegiornali e dei giornali radio. Continua a non piacere a chi ha lavorato e a chi lavora in un’agenzia di informazioni.

amalgama E’ di genere maschile: “un amalgama”.

aneddotico Aggettivo da “aneddoto”; quindi è sbagliato “anedottico”.

annuire col capo Non si può annuire che col capo; quindi “col capo” è inutile. La parola viene dal latino “adnuire”, derivazione di “nutus”, che significava “cenno del capo”.

architetta Anche l’Accademia della Crusca è d’accordo se l’architetto è un donna; e lo accetta anche il Battaglia.

arista Il toscano arrosto di maiale ha l’accento sulla prima sillaba. A Firenze dicono che così lo definirono con parola greca (“àristos”, “buonissimo”) i delegati greci intervenuti nel 1439 al concilio che doveva discutere della riunificazione fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa.

arancio E’ l’albero (e il colore); il frutto è “arancia”.

assessora Anche l’Accademia della Crusca è d’accordo quando assessore è una donna; e lo accetta anche il Battaglia; c’è perfino nel Tommaseo.

assise E’ plurale; “le assise”. Viene dal francese “assises”, participio passato di “asseoir” (“far sedere”). Come dire: “le sedute”.

avvocata Perché no? Non “avvocatessa” (vedi sindachessa, soldatessa e vigilessa); e non “avvocato”, se è donna (vedi ministra e il saggio più avanti). Oltretutto è un attributo dato alla Madonna da tanta letteratura del Trecento e Quattrocento e alle sante dal Machiavelli. Esisteva anche in latino come “advocata”.

beh Interiezione (“Beh, che vuoi?”); non “bè” o “be’”.

benedire Si coniuga come il verbo “dire”. Non “egli benediva”, “egli benedì”, ma “egli benediceva”, “egli benedisse”.

beneficenza Ovviamente non “beneficienza” con la i. Una regola empirica: finiscono in -ficenza senza la i tutti i vocaboli il cui primo componente è un nome (“beneficenza”, “onorificenza”); finiscono in –ficienza con la i tutti i vocaboli il cui primo componente è un semplice prefisso (“deficienza”, “efficienza”, “sufficienza”). Così gli aggettivi: “deficiente”, “efficiente”, “sufficiente”.

blogger E’ una parola ormai entrata nell’uso giornalistico per “soggetto che ha un sito in Internet”; spesso è scambiato con “blog”, che è il sito e che in inglese è la strana contrazione di “web-log”, dove “web” è la Rete e “log” l’abbreviazione di “logbook”, cioè “diario di bordo”.

c La terza lettera del nostro alfabeto ha due suoni: uno gutturale davanti alle vocali a, o e u (”casa”, “collo”, “cuscino”) e uno dolce, davanti alle vocali e ed i (“cena”, “cicoria”). Per darle il suono gutturale davanti ad e ed i si usa la h davanti alle vocali (“cherosene”, “chilometro”). Chissà perché molti giornali scrivono “c’ha” e “c’ho” invece di “ci ha” e “ci ho”. Perché? La lettera c davanti alle vocali a ed e (la lettera h è solo un segno grafico) ha un suono gutturale; quindi “c’ha” si pronunzia ca, non cià e così “c’ho”.

caffellatte Ormai accettato al posto di “caffè e latte”.

carcere Maschile al singolare, femminile al plurale: “le carceri”; non i carceri”, come detto da una ministra (2009) dell’istruzione.

cdm Da qualche tempo si nota una tendenza all’uso di acronimi; ma invece di “cdm” non è meglio e più chiaro scrivere, come sempre, “consiglio dei ministri”?

ceo Non solo troviamo ad (vedi) come “amministratore delegato”; si trova ogni tanto anche il corrispettivo acronimo inglese (ceo o CEO: “chief executive officer”), usato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e anche altrove nel linguaggio economico; spesso al posto di “MD” (“managing director”). Chi lo usa nei giornali italiani è sicuro che siano molti a capirlo?

coefficiente Non “coefficente” senza la i.

complementarità Non “complementarietà” con la e.

cosa Nelle frasi interrogative dirette e indirette va bene “Che cosa”? va bene “Che”? va bene “Cosa”? Risposta: va bene il primo (“Che cosa vuoi?”); è accettabile il secondo (“Che vuoi?”); è sconsigliabile il terzo (“Cosa vuoi?”).

cuginetto Non basta dire “cugino”? Vedi anche femminuccia e maschietto.

davanti E’ avverbio, ma con valore di preposizione vuole – così come vicino – una preposizione (“a”, “al”, “ai”, “agli”): “davanti alla casa”, “davanti agli occhi”..

de Niente da fare. Ormai questa preposizione che non esiste (ed è ignorata anche dal “Grande dizionario della lingua italiana” di Salvatore Battaglia, che la rinvia a “di” e alle sue articolazioni) continua ad essere usata senza necessità e in contrasto col linguaggio corrente. Perché “Il Venerdì de La Repubblica” invece di “Venerdì della Repubblica” o, almeno, “Il Venerdì di La Repubblica”?
Sono dizioni ormai consolidate? Scriviamo bene, almeno, “Un capitolo dei Promessi sposi” e non “Un capitolo de I promessi Sposi”; “Un cittadino della Spezia” e non “Un cittadino de La Spezia”.

decorrenza “Decorrenza dei termini”? No; è “scadenza dei termini”.

default Parola inglese (pron. difòlt) che significa “difetto”, “mancanza” e che il giornalismo italiano ha copiato con diletto dall’americano, che l’ha usata per indicare una recente particolare situazione deficitaria del Tesoro. Potremmo spiegarla come “incapacità di un soggetto di onorare i suoi impegni finanziari” o come “dichiarazione di insolvenza”. Manca un corrispettivo italiano; “fallimento” (che in inglese è “bankruptcy”, come “bancarotta”) ha un significato vicino ma diverso.

delinquere Anche il codice penale (articolo 416) ha corretto la vecchia grafia. Si dice “Associazione per delinquere”, non “associazione a delinquere”.

In un titolo a quattro colonne in un grande quotidiano nazionale: “Salvatore, dì la verità per tua figlia”. “Dì” (monosillabo con l’accento, per distinguerlo dalla preposizione”di”; vedi do) viene dal latino “dies” e significa “giorno”. Per l’imperativo del verbo “dire” i linguisti e anche l’Accademia della Crusca propendono per “di’” con l’apostrofo, analogamente ad altri imperativi come “da’”, “fa’” e “va’”; e anche perché in latino si diceva “dic”.

do Un grande quotidiano nazionale scrive “dò”, con l’accento, per la prima persona del presente indicativo del verbo “dare”: “io do”. E’ evidentemente una norma redazionale: così scrivono tutti i suoi giornalisti, così appare (per correzione, si suppone) nei testi dei collaboratori esterni. Non si capisce perché; oltretutto il giornale scrive “(io) do” con l’accento, ma “(egli) fa” senza. La grammatica e la logica dicono che i monosillabi non hanno bisogno dell’accento; soltanto per antica grammaticale convenzione si è suggerito l’accento nei casi in cui conviene distinguere un monosillabo da un monosillabo simile (“là” e “lì” avverbi e “la” e “li” articoli; “dà” di “dare” e “da” preposizione; “né” congiunzione e “ne” pronome o avverbio”; “sé” pronome e “se” congiunzione; “sì” avverbio e “si” pronome). Analogamente l’accento si usa in altri monosillabi che hanno omografi (“dì” per “giorno”; “è” voce del verbo “essere”; “tè” la bevanda). Non vengono considerati omografi le note musicali (quindi senza accento i monosillabi “do”, “fa” e “re”). La regola non vale per i monosillabi composti da due grafemi vocalici: “ciò” ,”già”, “giù”, “più”, “può”, “scià”. Vedi anche su.

efferato Non “efferrato” con due r.

efficienza Non “efficenza” senza la i; vedi beneficenza.

egida L’accento è sulla prima sillaba; ègida. Storico errore commesso da una ministra (2008) dell’istruzione.

elementarità Non “elementarietà” con la e.

empatia Parola che da qualche tempo piace a molti. Il vocabolario la spiega come “capacità di identificarsi con gli stati d’animo di una persona”; poi, come succede con la parole nuove che entrano nell’uso, ha acquistato un significato più largo, ma sempre di comprensione dello stato d’animo o della situazione emotiva di un altro.

familiare Così, se lo facciamo venire dal latino “familia”; “famigliare”, se lo facciamo venire da “famiglia”. Meglio “familiare”.

fan Se si sente davvero il bisogno di usare questa parola inglese, abbreviazione di “fanatic”, non si metta la s al plurale. Il bello è che l’inglese “fanatic” deriva dal latino ”fanaticus”, che voleva dire “invasato da entusiasmo divino” (da “fanum” , “tempio”).

femminicidio Parola nuova (chi l’ha inventata?) e discutibile, che sta entrando nell’uso giornalistico e politico. “Femmina” è dell’uomo, ma anche dell’animale. Più giusto sarebbe “muliericidio”, che viene dal latino “mulier”, o “donnicidio”, che viene da “donna” e dal latino “domina” (che – mica male – significava “signora”)…

femminuccia Si trova spesso “un maschietto e una femminuccia”; non si può dire “un maschio e una femmina”?

fidanzatino Detestabile diminutivo, specie se (in qualche fatto di cronaca) è imputato di omicidio.

fidanzato Fino a qualche anno fa “fidanzato” (e così “fidanzata”) significava ”promesso sposo”, “che ha scambiato la promessa di matrimonio”, “che è stato promesso o si è promesso in matrimonio”, dando così “fidanza”, cioè “fiducia”. Oggi ha preso il significato di persona con cui si ha una rapporto non soltanto sentimentale e più o meno duraturo. Basta capirsi?

flop E’ nato in inglese e lo si sta usando per “fiasco” e “insuccesso”. E’ di origine onomatopeica; può andare.

giudichessa Inutile e vagamente dispregiativo, come molti nomi in –essa (vedi vigilessa, soldatessa); “giudice” è maschile e anche femminile; quindi “un giudice”, “una giudice”.

giustiziare A un giornale radio: “Erano turisti stranieri molti dei giustiziati dai terroristi somali nel grande centro commerciale di Nairobi”. “Giustiziare” è una parola connotata e fa riferimento a “giustizia”. I vocabolari dicono che “giustiziare” significa “Punire dopo condanna a morte”, “Eseguire una condanna a morte”. In casi come questo non c’è condanna a morte e soprattutto non c’è giustizia. Quindi è meglio dire “ammazzare”, “uccidere”; e, se si sa come, “fucilare”, “pugnalare” o altro.

graffiti In inglese c’è l’uso di “graffito” (proprio così; anche nei vocabolari; e, al plurale, “graffiti”) per “disegni murali”. Sia perdonato agli inglesi questo strano prestito dall’italiano; ma in italiano si dovrebbe sapere che “graffito” ha a che fare con “graffio” e quindi vale per qualunque segno scalfito o inciso su una superficie. Bene quindi per le incisioni rupestri della Val Camonica, ma non per i disegni e le scritte fatte con vernici spray sui muri delle città e sui convogli della metropolitana. Da “graffiti” è nato anche il romanesco “graffitaro”; meno peggiore dell’inglese “writer” (che non tutti capiscono”)

greco Si può pensare che qualcuno abbia usato “grechi” invece di “greci” come plurale di “greco”? Sì; un direttore di giornale e una nota esponente politica.

handicappato Da evitare. Da accettare, se proprio è necessario, è “disabile”, come da tempo si dice all’Onu (“disabled people”). Comico è “diversamente abile” (che scherzosamente ha generato “diversamente giovane” per “vecchio”)

inflattivo Con una t o con due t? Qualche vocabolario suggerisce “inflattivo” con due t, qualcun altro “inflativo” con un t sola, come in inglese “inflative”, da cui è copiato. In italiano si dice “inflazionistico”.

interdisciplinarità Non interdisciplinarietà con la e.

legge di stabilità Vale per questa espressione e per le altre analoghe: la norma grammaticale dice che l’iniziale maiuscola spetta ai nomi propri e ai nomi comuni quando acquistano il valore di nome proprio; in questo caso è la “legge” (quella legge) che diventa un soggetto unico, non “stabilità”; quindi si deve scrivere “Legge di stabilità”, non “legge di Stabilità”.

made Molti che ritengono di conoscere l’inglese sono sicuri che in quella lingua la lettera a ha sempre il suono di e; e perciò “made in Italy” la sentiamo spesso pronunziata mèdinìtali invece di méidinìtali.

mah Così l’interiezione; bene, seguita dal punto esclamativo (“Mah! Non so”).

maledire Così come benedire si coniuga come il verbo “dire”; quindi non “io maledivo” ma “io maledicevo”; non “io maledii” ma “io maledissi”.

maschietto Si legge spesso “un maschietto e una femminuccia”; non si può dire “un maschio e una femmina”?

massmediatico Sconsigliabile l’uso del sostantivo “massmedia” (meglio “organi di informazione” o, semplicemente, media, che è parola latina); ma l’aggettivo “massmediatico” si può, con prudenza, accettarlo.

media E’ il plurale del latino “medium”; quindi non può essere usato al singolare (“un media”); scorretta anche la pronunzia midia, come se fosse inglese.

meglio Il titolo di un film (“La meglio gioventù”) rischia di far dimenticare che “meglio” comparativo di “bene”, è un avverbio e quindi che in casi come questo si deve usare l’aggettivo, cioè “migliore”. Molti dizionari lo indicano però anche come aggettivo.

mesi I mesi – gennaio, febbraio ecc. – vengono scritti, più frequentemente, con l’iniziale minuscola; ma sono nomi propri; quindi sarebbe bene scriverli con l’iniziale maiuscola: Gennaio, Febbraio ecc.

ministra Forza e coraggio; si scriva “ministra”; non “ministro”, se è donna. Si veda il breve saggio più avanti.

murales Se si vuole usare questa parola spagnola (“pitture” o “disegni murali”) si ricordi che è plurale; il singolare è “mural”. E allora perché non dire e scrivere “murale”?

E’ necessario ricordare che questa congiunzione ha l’accento acuto?

oh Nella vignetta di un bravissimo vignettista sulla prima pagina di un grande quotidiano nazionale: “Oh mio caro zio”. No; “oh” è una interiezione che indica stupore, meraviglia, fastidio, sofferenza ed è seguita da una virgola (“Oh, chi si vede”); qui ci vuole “o”, interiezione rafforzativa del vocativo, senza h e senza virgola (“O mio caro zio”).

ossequente Scorretto “ossequiente” con la i.

pasticciere L’uso corrente è “pasticciere” con la i e qualche linguista spiega quella inutile i come lettera facente parte della desinenza iere, come in “banchiere” e “infermiere”; ma un tempo, un secolo fa, anche “messaggiero” si scriveva con la i (così anche la testata del quotidiano romano). Forse è più sensato e comunque da non considerare errore scrivere “pasticcere” senza la i, così come “pasticceria”.

pecularità Corretta grafia così; non “pecularietà”.

po’ E’ l’abbreviazione di “poco”; bene, quindi, con l’apostrofo. Sbagliato “pò” con la o accentata.

premier Parola inglese ormai entrata nell’uso giornalistico. La pronunzia prèmier è differente da quella inglese, che è prèmi(er), con poca e e poca r.

prestito temporaneo Ci può essere un “prestito” non temporaneo? “Temporaneo” sembra quindi inutile.

pronuncia Anche “pronunzia”. I vocabolari sono incerti che cos’è meglio fra l’una e l’altra; ma “pronunzia” è più vicino al latino “pronuntia” (da “nuntiare”, da cui “annunciare”; ma da “nuntius”è nato “nunzio”).

qual Senza incertezze: sempre senza apostrofo.

quercia Al plurale è “querce”; ma in Toscana esiste anche il singolare”querce” (e al plurale “querci”).

scambio reciproco Quel ”reciproco” è inutile; se è uno scambio, è ovviamente reciproco.

scanner Per “digitalizzare” o “acquisire un testo o un immagine attraverso uno “scanner” si trova: “scannerizzare”, “scansionare”, “scannerare”, “scandire” e anche “scannare”. Accettabile sembra essere “scandire”, che viene appunto dal giusto sostantivo “scansione”.

sindachessa I nomi femminili in –essa sono vagamente dispregiativi, salvo quelli storicamente acquisiti (”professoressa”, dottoressa”, “poetessa” ecc.). Perché, in questo caso, non dire “sindaca”? Il Battaglia ne segnala un’esistenza antica, scritta “sindica”; “sindachessa” è indicata come parola usata con ironia, anche come “moglie del sindaco”. Vedi anche soldatessa e vigilessa.

soldatessa “Soldato” è il participio passato del verbo “(as)soldare”. Quindi il femminile è “soldata” (come “deputato” e “deputata”), senza quel suffisso “essa” che, salvo in casi storicamente legittimati (“professoressa”, “dottoressa”, “sacerdotessa” e altri), ha un sapore antipatico e maschilista. Vedi anche vigilessa e sindachessa.

sponsor E’ una parola che gli inglesi hanno preso pari pari dal latino. Probabilmente è ormai compresa da tutti e quindi possiamo usarla senza problemi.

su Alcuni linguisti suggeriscono di mettere l’accento sopra “su” avverbio; in alcuni casi si può infatti confondere con “su” preposizione (per esempio: “Tirami su la sedia”); oppure per rendere più incisivo l’avverbio (“Sta’ su”).

suicidio tragico Ci può essere un suicidio non tragico?

truismo Solo il deprecabile vezzo di usare parole straniere o di copiarle dall’inglese può spiegare l’uso – raro, per fortuna – di un “truismo” (da “truism, derivato di “true”) sicuramente incomprensibile ai più. Non va bene “ovvia verità”?

tuttora Sbagliato scrivere “tutt’ora”. Con l’apostrofo, invece, “tutt’altro” e “tutt’oggi”.

vicino Come davanti (vedi), “vicino” è un avverbio che si usa anche come preposizione, seguìta da una preposizione: “vicino a casa”, non “vicino casa”.

vaffa-day E’ in progetto un altro “vaffa-day”. E’ incredibile l’ignoranza con cui si continua a non capire che “vaffa” con quel che segue è un insulto omofobico, cioè un insulto col quale un tempo si ingiuriava uno come omosessuale e lo si invitava ad esercitare la sua omosessualità; “vaffa ecc.” significa – diciamolo senza mezzi termini – “va’ a prenderlo nel culo”.

vigilessa L’aggettivo “vigile” è maschile e femminile; così l’aggettivo sostantivato. Quindi “un vigile” e “ una vigile”; non “vigilessa”. Vedi anche soldatessa e sindachessa.

vintage Parola inglese (pron. vìntig con la g dolce, non vìnteig) di derivazione francese (ma in francese non esiste) che significa “vendemmia”, “vino di una particolare annata” e poi “di buona annata” e quindi “buono”, “di prima qualità”. E’ entrata di moda all’estero e, ahimè, anche in Italia (ha cominciato il linguaggio della moda) per indicare qualcosa che ha acquistato nel tempo un valore derivato dalla sua rarità o irripetibilità e poi, semplicemente, qualcosa di pregiato, come, appunto, un vino di annata.

volere Nel titolo di un grande giornale nazionale: “Lizzani e sua moglie avrebbero voluto morire insieme”. Quel verbo ausiliare “avere” (“avrebbero”) con un verbo intransitivo (“morire”) non suona male, ma non rispetta le regola secondo cui i verbi servili (”dovere”, “potere”, “volere”) prendono l’ausiliare del verbo che segue; l’ausiliare “avere” con i verbi transitivi, l’ausiliare “essere” con in verbi intransitivi. Quindi, in questo caso, era meglio “sarebbero voluti morire”. Così come, ad esempio, “Io sono dovuto partire”, “Essi non erano potuti andare”.

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Linguaggio e stile. Nomi propri

Boris La pronunzia di questo nome russo è borìs, con la o fra o e a. Boris Godunov è borìs godunòf. Si veda Romanov.

Brasil I prossimi campionati mondiali di calcio in Brasile riporteranno la frequente grafia Brazil con la z; è la grafia usata in inglese; il nome ufficiale è “República Federativa do Brasil”; quindi è giusto “Brasile”.

Carducci Con l’accento o senza accento, “Giosué” o “Giosue”, il nome del poeta Premio Nobel 1906? La prima forma accentata è quella più in uso; ma alcune enciclopedie usano la seconda, senza accento, per rispettare una preferenza da lui espressa in tarda età.

Fratelli musulmani Questo movimento politico, nato in Egitto nel 1928, e chiamato in arabo “associazione”, ha una dizione imbarazzante specie per chi parla alla radio o in televisione. E’ bene non dire, per esempio, che “negli scontri di oggi fra polizia e dimostranti sono stati uccisi dieci fratelli musulmani”.

Gorbaciov Il cognome di Mikhail, segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991, viene scientificamente traslitterato in Gorbacëv, ma la comune grafia nel linguaggio giornalistico è Gorbaciov, con pronunzia gorbaciòf. Grafia accettabile e corretta pronunzia; ma la terminazione russa in ëv (pron. iòf) è la stessa di Nikita Khruscev, segretario generale del Pcus dal 1953 al 1964, il cui cognome è stato a suo tempo scorrettamente traslitterato in Khruscev (vedi), nonostante che la pronunzia sia analoga (krusciòf).

Khruscev Il cognome di Nikita, segretario generale del Partito comunista sovietico dal 1953 al 1964, è stato a suo tempo così traslitterato scorrettamente. Sarebbe stato meglio traslitterarlo Khrusciov, analogamente a Gorbaciov (vedi). La pronunzia terminale è analoga: krusciòf. La traslitterazione scientifica è Khrušcëv.

Monfils E’ un cognome francese, anche di un bravo tennista. La pronunzia è monfìs. Anche “fils”, cioè “figlio”, va pronunziato fis.

musulmano Anche l’Accademia della Crusca propende per ”musulmano” con una sola s.

Paesi baltici Ricordiamo: la Lituania (capitale Vilnius) è Lietuva in lituano e Lithuania in inglese; la Lettonia (capitale Riga) è Latvija in lettone e Latvia in inglese; l’Estonia (capitale Tallinn) è Eesti in estone e Estonia in inglese.

Romanov E’ la dinastia a cui apparteneva Nicola II, ultimo zar di Russia (!984-1917), ucciso a Jekaterinburg nel luglio del 1918. Questa è la corretta traslitterazione (un tempo si scriveva Romanof o Romanoff e si accentava sull’ultima sillaba). L’accento è sulla seconda sillaba: romànof; ma se si volesse essere più precisi, si dovrebbe pronunziare la prima o fra o e a e l’ultima o fra e e o, come accade in russo quando quelle vocali sono atone. C’è da aggiungere che in russo questi nomi che terminano in –ov possono avere l’accento sulla penultima sillaba o sull’ultima.

Sharapova La bella tennista russa Maria Sharapova (pron. mària sciaràpova) ha femminilizzato il suo cognome richiamandosi al cognome del padre (Sharapov); ma in genere sono le donne sposate che riprendono così il cognome del marito (come Raissa Gorbaciova e Nina Khrusciova). Per l’accento la terminazione in –ova non dà indicazioni; l’accento può essere sulla terzultima sillaba (come in Sharapova) oppure nella penultima (come in Gorbaciova).

Sankt Moritz E’ il nome, tedesco, del noto comune dell’Alta Engadina, nel cantone svizzero dei Grigioni. La pronunzia è sanktmòritz, ma i tedescofoni locali pronunziano sanktmorìtz. In italiano (c’è una forte minoranza di italianofoni) è San Maurizio; in romancio è San Muressan. La grafia francese Saint Moritz (pron. sentmorìtz, ma, in molti nostri telegiornali, è pronunziata sentmòritz o, ancora peggio, santmòritz) ha senso solo per i francesi o per gli svizzeri francofoni.

San Pietroburgo Visto che non esiste un santo che si chiami Pietroburgo, il nome della vecchia Leningrado sarebbe bene scriverlo Sanpietroburgo in una sola parola. Ma in radio e in televisione si eviti almeno di dirlo con una pausa fra San e Pietroburgo.

Ucraina Gli ucraini dicono ucraìna; e così, oggi, anche i russi, nonostante che molti attribuiscano ai russi la pronunzia ucràina. In Italia si sente dire quasi sempre ucràina e gli ucraini che stanno in Italia hanno in uggia che molti italiani usino questa pronuncia.

uruguagio Il cittadino dell’Uruguay ama chiamarsi “uruguayo”, che pronunzia uruguagio, perché nella parlata spagnola dell’Argentina e di parte dell’Uruguay la y è pronunziata g dolce (così Nueva York è pronunziata nuevagiòrk). Per noi i cittadini uruguaiani sono “uruguaiani”.

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L’undicesimo Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione (2013)

L’11 settembre 2013 è stato pubblicato l’undicesimo “Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione”. Il titolo è suggestivo: “L’evoluzione digitale della specie”. Conviene riprenderne i concetti più importanti.

Il primo: “Le tecnologie digitali si stanno fondendo con la nostra dimensione corporale e mentale, non solo perché i device che possediamo diventano sempre più piccoli e immateriali, per cui nella digital life ci accompagnano ogni momento della nostra vita quotidiana. I media digitali si fondono con noi perché di fatto non sono più “media”, cioè qualcosa che sta “in mezzo” tra una cosa e l’altra. Gli strumenti digitali “sono” la cosa che si forma dalla fusione di noi stessi con i dispositivi telematici. Per questo motivo si può sostenere che è in corso una vera e propria evoluzione della specie, un salto qualitativo delle nostre attitudini e capacità”.

L’affascinante considerazione ha lontanissimi precedenti, di cui chi scrive parlò nel suo “Medium e messaggio”, pubblicato da Media 2000 nel 1986. Eccone un brano: “L’invenzione dell’alfabeto fonetico e poi delle vocali (nella prima metà del secondo millennio avanti Cristo) non solo provocò la crescita dei commerci nei paesi del Mediterraneo orientale, ma lentamente riprogrammò una parte delle funzioni essenziali della comunicazione ossia capovolse il sistema neurologico della lettura col dare priorità all’analisi sequenziale e temporale del testo invece che all’analisi visivo-spaziale precedentemente imposta dagli altri tipi di alfabeto. La diffusione della scrittura avrebbe così portato non solo allo sviluppo della scienza e della filosofia, ma anche alla trasformazione delle tecniche della memoria e al rafforzamento di un senso, la vista, a detrimento degli altri. E la ruota? La potenza meccanica assicurata dall’invenzione della ruota permise la moltiplicazione della forza umana; fu come se i muscoli dell’uomo si estendessero nello spazio; così i suoi muscoli si indebolirono, ma ne trassero vantaggio le sue attività cerebrali”.

Anche Derrick de Kerckhove, il sociologo canadese allievo di Marshall McLuhan, ha parlato, già negli anni Ottanta, del capovolgimento dell’organizzazione neurofisiologica determinato dal passaggio della scrittura di tipo ideografico alla scrittura di tipo fonetico e ha visto in questo la conferma della plasticità del cervello, cioè della sua straordinaria adattabilità; e la possibilità che le nostre strutture conoscitive siano modificate non solo dai contenuti, ma anche dai modi di trattamento dell’informazione. Lo stesso possiamo quindi dire oggi delle nuove tecnologie elettroniche. L’uomo e la donna come centri di strutture nervose e come organizzazione di idee e di sentimenti sono forse alla vigilia di una mutazione biologica quale – si dice – non avviene da qualche millennio. Giovanni Giovannini, il bravo giornalista che è stato anche presidente della Fieg e dell’Ansa, parlò anni fa di una “grande mutazione”. Qualcuno sorrise, allora; ma forse la mutazione è in corso, e non ce ne rendiamo conto. I nuovi media si stanno dimostrando un prolungamento nello spazio e nel tempo del nostro sistema nervoso in una società di cui anche la televisione ha cambiato i modi di pensare e di comportarsi.

“Nell’ambiente che si viene a organizzate intorno all’uso diffuso di nuove modalità comunicative” scrive ancora il Rapporto del Censis “cambiano i nostri modi di stare al mondo, di pensare e di agire, di organizzare le nostre conoscenze e di sviluppare le nostre potenzialità, di reagire alle esperienze e di proiettarci verso il futuro. In definitiva, si trasformano i paradigmi (cognitivi, interpretativi, valutativi, così come relazionali ed emotivi) che adoperiamo nella vita di tutti i giorni”.

Il secondo dato importante del Rapporto del Censis è quello che viene chiamato un vero salto evolutivo, quando l’incremento dell’uso delle tecnologie digitali induce ad abbandonare la consuetudine con i mezzi a stampa: “Il paradigma non è più espansivo, ma subisce una deviazione. Non aumenta più la fruizione di tutti i media, ma si abbandonano progressivamente quelli che richiedono tempi di attesa non istantanei e attenzione prolungata e impongono un ordine alla gerarchia degli argomenti presentati”.

La terza osservazione riguarda la riservatezza della nostra vita privata, come dimostra lo scandalo (il così chiamato datagate) scoppiato nel giugno 2013 negli Stati Uniti. E’ la stessa natura degli scambi di messaggi nell’era biomediatica ad aver reso possibile questo controllo planetario: “La Rete trasmette da un nodo all’altro ogni evento che si determina al suo interno e lo registra…e chi vive all’interno della Rete deve manifestarsi continuamente ai nodi attraverso i quali ottenere i servizi e i prodotti di cui ha bisogno. Gli algoritmi delle aziende che operano in Internet trasformano questi passaggi in informazioni su abitudini e preferenze degli utenti. Lo straordinario potere di calcolo e di elaborazione dei dati chiude il cerchio”.

Il consumo dei media: “ Dal 2012 al 2013 gli utenti di Internet sono passati dal 62,1 al 63,5 per cento, ma nel 2002 erano il 27,8; in nove anni si sono quindi ben più che raddoppiati. Gli altri media hanno oscillato fra alti e bassi, con una tendenza al rialzo per la radio e l ribasso per i settimanali e i mensili; televisione e quotidiani sono rimasti sostanzialmente stabili. Gli utenti abituali di Internet sono il 56,5 per cento della popolazione, il 49 per cento gli utenti di almeno un “socialtetwork”, il 43,8 per cento usa un smartphone o un tablet. Il 46,4 acquisisce informazioni tramite motori di ricerca; 37,6 tramite Facebook, il 25,9 tramite Youtube.

“La Rete – scrive ancora il Censis – ha accresciuto in maniera inesorabile lo iato fra la notizia pubblicata dalla carta stampata e il nuovo concetto di notizia, che non può essere che in tempo reale. La Rete ha anche creato altri luoghi in cui fare e attingere informazioni, aprendo a più voci e contributi e diversificando le fonti.

“Gli utenti abituali dei quotidiani a stampa sono il 31,4 per cento, meno di un terzo, della popolazione (26,1 meno istruiti, 37,7 più istruiti; il 37,5 nel Nord, il 36,9 nel Centro, il 20,2 nel Sud e nelle isole). Una quota elevata di persone non si informano attraverso i giornali a stampa, per scelta o mera indifferenza: ammettendo che per informarsi queste persone ricorrano ad altri canali, come, ad esempio, televisione e radio, resta il fatto che si affidano a una dieta informativa che non sfrutta appieno le potenzialità disponibili e si precludono così uno sguardo ben più ampio sul mondo”.

I consumi mediatici degli italiani: l’evoluzione digitale della specie nell’era biomediatica.

Il 6 dicembre 2013 è stato pubblicato il 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. Ecco la sintesi di “Comunicazione e media”.

“Si conferma il ruolo intramontabile della televisione, che continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione… Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’82,9% degli italiani), nonostante la riduzione dell’uso dell’autoradio dipendente dalla diminuzione del traffico automobilistico, mentre l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari risulta in forte crescita (+5,4%). L’uso dei cellulari continua ad aumentare (+4,5%), soprattutto grazie agli smartphone sempre connessi in rete (+12,2% in un solo anno), la cui utenza è ormai arrivata al 39,9% degli italiani (e al 66,1% dei giovani). Gli utenti di Internet, dopo il rapido incremento registrato negli ultimi anni, si assestano al 63,5% della popolazione (+1,4%). Al tempo stesso, non si arresta la crisi della carta stampata: -2% i lettori dei quotidiani a pagamento, -4,6% la free press, -1,3% i settimanali. Stabili i quotidiani online (+0,5%), in crescita gli altri portali web di informazione, che contano l’1,3% di lettori in più rispetto allo scorso anno. Infine, si segnala una ripresa della lettura dei libri (+2,4%), dopo la grave flessione dello scorso anno, benché gli italiani che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno sono solo il 52,1% del totale. E gli e-book arrivano a un’utenza del 5,2% (+2,5%). Spiccano le distanze tra giovani e anziani, con i primi massicciamente posizionati sulla linea di frontiera dei new media e i secondi distaccati, in termini di quote di utenza, di decine di punti percentuali. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 90,4%, mentre è ferma al 21,1% tra gli anziani; il 75,6% dei primi è iscritto a Facebook, contro appena il 9,2% dei secondi; il 66,1% degli under 30 usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 6,8% degli over 65; i giovani che guardano la web tv (il 49,4%) sono diciotto volte di più degli anziani (il 2,7%); il 32,5% dei primi ascolta la radio attraverso il cellulare, contro solo l’1,7% dei secondi; e mentre il 20,6% dei giovani ha già un tablet, solo il 2,3% degli anziani lo usa. Si nota qui anche il caso opposto, quello dei quotidiani, per i quali l’utenza giovanile (il 22,9%) è ampiamente inferiore a quella degli ultrasessantacinquenni (il 52,3%).

Sull’accesso personalizzato alle fonti di informazione: “Cresce la voglia di informarsi degli italiani: nel 2011 l’89,8% della popolazione dichiarava di avere consultato una qualche fonte di informazione nella settimana precedente la rilevazione, nel 2013 questa quota è salita al 95,4%. Lo strumento di informazione condiviso da quasi tutti è ancora il telegiornale, che raggiunge un’utenza pari all’86,4% degli italiani (erano l’80,9% nel 2011), così come registrano un incremento le tv all news (35,3%). Nel web prende piede la consultazione dei motori di ricerca che operano anche da aggregatori di notizie, come Google (al 46,4% di utenza per informarsi nel 2013), così come salgono gli impieghi di Facebook (37,6%) e YouTube (25,9%). A un incremento delle app informative per smartphone e tablet (che praticamente raddoppiano l’utenza, attestandosi al 14,4%) e di Twitter (passato dal 2,5% al 6,3%) fa riscontro un calo dei siti web di informazione (scesi dal 29,5% al 22,6%), dei quotidiani online (dal 21,8% al 20%) e dei siti web dei telegiornali (dal 17,4% al 12,9%). Gli strumenti preferiti dai giovani under 30 sono i telegiornali (ma la percentuale scende al 75%), seguiti da vicino da Facebook (71%), dai motori di ricerca sul web (65,2%) e da YouTube (52,7%). L’85,1% degli italiani crede che ognuno può trovare facilmente le notizie di cui ha bisogno. Il 70% ritiene che gli apparati dell’informazione tradizionale manipolano le notizie. Per il 56,7% chiunque sia testimone di un evento può fare informazione, ma per il 45% per fare informazione è necessario un apparato complesso e costoso per la raccolta e la verifica delle notizie. Nello stesso tempo, per il 44,5% è la stessa partecipazione degli utenti a garantire l’affidabilità delle notizie che circolano in internet, ma il 33,5% degli italiani ritiene non professionale, quindi inattendibile, l’informazione diffusa in rete, mentre il 36,1% considera il sistema dell’informazione tradizionale superato”.

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Ultimi in italiano e penultimi in matematica nella classifica dei Paesi Ocse.

Italiani bocciati in italiano e matematica. Nel nostro Paese le competenze linguistiche e scientifiche sono al di sotto della media dei Paesi dell’Ocse. Ultimi nelle «competenze alfabetiche» dietro Spagna e Francia (penultima e terzultima), ben distanti da Giappone e Finlandia che guidano la classifica internazionale insieme alla maggioranza dei Paesi del Nord Europa. Penultimi invece in matematica, gli italiani, migliori solo degli spagnoli.

Sono i risultati del programma PIAAC (Program for the International Assessment of Adult Competencies), l’indagine internazionale promossa dall’OCSE che valuta le competenze degli adulti (16-65 anni); il primo rapporto contiene i risultati relativi a 24Paesi di Europa, America e Asia (l’indagine in Italia è stata realizzata da Isfol). PIAAC si colloca entro un ampio progetto dell’OCSE volto a sviluppare negli anni analisi ricorrenti sulle competenze delle popolazioni, dopo che la rivoluzione tecnologica ha prodotto trasformazioni significative nel mercato del lavoro a livello mondiale, che si esprimono nella richiesta abilità, competenze e conoscenze nuove in relazione alla necessità di gestire processi complessi, al fine di reperire e di produrre informazioni, di possedere livelli elevati di abilità cognitive ed anche di abilità sociali (capacità di interagire in modo efficace nel lavoro e nella vita quotidiana).

Il rapporto evidenzia i risultati dei sistemi di istruzione e il rapporto tra questi e il mercato del lavoro, analizza le information processing skills in relazione alla possibilità di migliorare le prospettive occupazionali di tutta la popolazione, individua le fasce di popolazione a rischio e misura il match o il mismatch esistente tra le competenze offerte, disponibili sul mercato del lavoro e quelle richieste dal mercato del lavoro , in senso globale e nei singoli paesi.

COMPETENZE E SCOLARIZZAZIONE – Le competenze della popolazione 16-65 anni sono sicuramente correlate con i livelli di istruzione, questo si conferma in tutti i paesi. Gli adulti italiani dimostrano un limitato possesso di competenze , raggiungono infatti punteggi inferiori alla media Ocse, che li collocano all’ultimo posto della graduatoria relativa alle competenze alfabetiche funzionali (literacy) ed al penultimo della competenze matematiche funzionali (numeracy). Giappone, Finlandia ed in genere i Paesi del Nord Europa occupano i primi posti delle due graduatorie, Italia e Spagna si scambiano l’ultimo e il penultimo posto della graduatoria di literacy e di numeracy. Appare utile ricordare che la popolazione italiana 25-64 anni, che non ha un diploma di secondaria superiore, è circa il 45% , contro un dato europeo del 25% ; in Europa la Germania ha raggiunto l’obiettivo di Lisbona 2010 ( contenere sotto il 15% la popolazione priva di diploma), mentre la Spagna raggiunge il 47%. Se poi si osserva chi, nella stessa popolazione, raggiunge un titolo post diploma, troviamo che l’Italia conta un 15% circa di popolazione, contro l’Europa che supera il 27%: da notare che in Italia i percorsi post diploma sono praticamente solo percorsi accademici a differenza di quanto accade negli altri Paesi, che hanno percorsi di alta specializzazione superiore; a questo va aggiunto il dato degli abbandoni scolastici relativi ai 15-19enni, non presenti a scuola, che arriva al 18% (dati Ocse Education at a glance 2010-11.12).

DISPARITA’ NORD-SUD – Esaminando i dati PIAAC per aree geografiche, si nota, in Italia, la distanza tra il nord e il sud del Paese e, confrontando i punteggi raggiunti per ciascun livello di istruzione, i punteggi conseguiti dalla popolazione italiana sono più bassi rispetto ai punteggi medi Ocse, soprattutto nei livelli di istruzione più elevata. Il vantaggio derivante dalla partecipazione ad attività di studio o formazione in età adulta appare evidente in Italia, come negli altri paesi, ma il problema italiano è lo scarso coinvolgimento degli adulti in queste attività: in Italia partecipa il 24% degli adulti contro la media Ocse del 52%.

OCCUPAZIONE E COMPETENZE – Il settore di popolazione, esclusi gli studenti, che raggiunge i migliori risultati sono i lavoratori occupati e , in particolare quelli che si impegnano in attività di formazione; tuttavia anche per gli occupati si evidenziano differenze significative nei livelli di competenza tra i residenti nel nord e nel sud del paese.

I NEET E I GIOVANI A RISCHIO – Lo studio mette sotto osservazione i Neet , 16-29enni che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro. Si tratta di early school leavers, ma non solo, che non hanno concluso precorsi di studio, che avevano intrapreso. Il punteggio medio di questi giovani si colloca sotto la media nazionale e le loro competenze sono molto limitate rispetto a quelle dei coetanei che studiano e lavorano.

QUALCHE MIGLIORAMENTO, LE DONNE – Osservando le tre indagini cui l’Italia ha partecipato (Ials International Adult literacy survey e ALL Adult Literacy and Lifeskills) è possibile evidenziare un fatto sicuramente positivo: le donne raggiungono il punteggio dei maschi per quanto riguarda le competenze alfabetiche (literacy), questo risultato si deve alle buone performance delle più giovani, che compensa le limitate prestazioni delle donne anziane. L’indagine mette in luce inoltre un patrimonio di competenze femminili che il nostro paese non utilizza (le disoccupate hanno competenze più elevate dei disoccupati maschi in literacy e numeracy). Si nota un miglioramento complessivo, soprattutto in relazione alla riduzione della popolazione con limitatissime competenze funzionali, al limite dell’analfabetismo. Si riduce la distanza dei punteggi conseguiti dai più giovani e dai più anziani (si passa da 63 a 30 punti circa di differenza.).

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Consigli per un corretto linguaggio scritto e parlato

La punteggiatura

Cominciamo con un esempio: “Matteo Renzi, appunto. Perché questo è il ‘suo’ governo. Non quello di Napolitano. Ma neppure di altri leader: del Pd e dei partiti alleati. La lista dei ministri, per questo, conta, ma non troppo. In parte riproduce lo schema del governo precedente”. E’ un brano di un articolo di uno scrittore e commentatore politico, Ilvo  Diamanti, su “Repubblica”.

E’ uno stile che rischia di diventare di moda, non solo nelle note politiche (dove lo si può accettare come stile personale), ma anche nel linguaggio dell’informazione, dove questo uso anomalo della punteggiatura e della sintassi è da evitare, perché trasferisce in un linguaggio scritto i toni dell’oratoria, cioè di un linguaggio parlato, e la sintassi del linguaggio pubblicitario. Il punto fermo – ci dice la grammatica – significa una pausa lunga, non una pausa lunghissima, come fa l’oratore dal banco del comizio (o dal balcone…); e così la sintassi, con proposizioni senza verbo.

Traduciamo quel periodo: “Perché questo è il governo di Matteo Renzi, il ‘suo governo’, non quello di Napolitano e neppure di altri leader, del Pd o dei partiti alleati. Per questo (motivo) conta la lista dei ministri, anche se non troppo, perché in parte riproduce lo schema del governo precedente”. E’ uno stile più semplice, magari non necessario a un commento politico, dove può giocare anche una personalizzazione dello stile, ma sicuramente pertinente al linguaggio dell’informazione.

 

I nomi stranieri

manager Per “dirigente d’azienda” la parola inglese è ormai entrata nell’uso, tanto da produrre anche l’aggettivo “manageriale”; purtroppo è stata adottata con la scorretta pronunzia mènager (in inglese la pronunzia è mæniger, cioè con la prima a fra a ed e, la seconda a quasi i, la e debole e la r quasi inesistente). Il caso è uno dei tanti (come “hobby”, “corner”) in cui la parola inglese diventa praticamente una parola italiana, pronunziata secondo i suoni italiani delle lettere che la compongono. Così è successo nel passato con “festival”, “film”, “garage”, “gong”, “harem”, “sport”, “radar”, “slalom”, “slip”, che però comportavano minori differenze di pronunzia dalla loro lingua d’origine all’italiano.

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