Mao Tsetung e il Sessantotto

Mao Tsetung e il Sessantotto

Giancarlo Pajetta telefona. La nascita di una sinistra alla sinistra del PCI. Le occupazioni delle università. La protesta giovanile contro la guerra del Vietnam. IL maggio francese e De Gaulle. La rivoluzione culturale in Cina. Le Comuni popolari e l’ultimo tentativo di creare una società comunista.


  «Vergogna!» gridò il telefono, e così forte che lo sentirono altri nella mia stanza. «Vergogna! L’Ansa ha trasmesso un falso! È una indegna provoca­zione della Spes contro il Partito comunista».

   La voce dentro il telefono era di Giancarlo Pajetta; la Spes (acronimo di «Sezione propaganda e stampa») era un ufficio della Democrazia cristiana; la notizia Ansa che l’alto esponente comunista denunciava come falsa ripor­tava il testo di un manifesto affisso dentro la città universitaria di Roma: il primo attacco, da sinistra, al Pci. Era il gennaio del 1968.

   Prima di allora erano successe tante cose che sembravano voler rompere col passato. Nel 1963 c’era stata l’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni: un appello a tutto il mondo, cristiani e no, credenti e non credenti, Occiden­te e Oriente, perché alla logica folle della guerra si sostituisse la dialettica della pace. Nel 1964 era morto Palmiro Togliatti, lasciando una specie di te­stamento politico, il Memoriale di Jalta, che spezzava il monolitismo del co­munismo internazionale e sosteneva che ogni partito comunista doveva sce­gliere una sua via nazionale al socialismo. Era una grossa novità; il testo lo pubblicò, riassunto, perfino l’Osservatore romano e, integrale, il New York Times; anche la Pravda di Mosca, ma solo una settimana dopo e solo perché non ne poteva fare a meno.

   Il 1965 aveva visto una rivoluzione nella Chiesa cattolica: la messa si po­teva celebrare non più in latino ma in italiano. Nel 1967 papa Paolo VI aveva ricevuto in udienza Nikolai Podgorny: il primo capo di uno Stato comunista che entrava in Vaticano. Gli uomini si stavano intanto avvicinando alla Luna; e un cosmonauta russo e un cosmonauta americano avevano provato, con successo, a camminare nello spazio.

   Un nuovo modo di far musica, quello dei Beatles, dilagava in tutto il mondo; e, insieme, un nuovo stile musicale, il rock and roll. Milioni di don­ne trovavano non sperati spazi di libertà nell’uso della «pillola». La moda femminile stava rompendo con secolari tradizioni: da un lato, non fissava più regole rigide, e ogni donna poteva fare quello che voleva; dall’altro, la moda non era più effimera; alcune formule sarebbero rimaste stabili nel tempo; per esempio, la minigonna, altra novità del momento (a Milano una ragazza fu fermata e poi rilasciata perché il questore stabilì che una gonna «dieci centi­metri sopra il ginocchio» non attentava alla morale).

   La sensazione che stavano rompendosi certi schemi si aveva un po’ dap­pertutto. Negli Stati Uniti era cresciuta la protesta giovanile contro la guerra del Vietnam e una cantante dalla voce incredibilmente dolce e musicale, Joan Baez, diventò uno degli idoli della gioventù di tutto il mondo per le sue can­zoni contro la violenza.

   Nella boscaglia della Bolivia era stato ammazzato nel 1967, alla guida di un gruppo di guerriglieri, Ernesto Guevara, il «Che», che aveva collaborato con Fidel Castro per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista. Doveva esserci qualche ragione se, dopo la morte, la sua figura di intellettuale impe­gnato, venata di romanticismo, si era trasformata, per milioni di giovani, in un mito e in una bandiera (molto più tardi anche in una T‑shirt).

   Nella Cina comunista stavano poi accadendo cose straordinarie, spesso di difficile comprensione, ma terribilmente avvincenti. Che cosa era questa «ri­voluzione culturale proletaria» di cui si sentiva parlare? Milioni di ragazzi e di ragazze, chiamate Guardie rosse, avevano lasciato le loro case e percorre­vano il paese distruggendo ogni segno del passato; mezzo milione di Guar­die rosse si erano riunite nella piazza Tien An Men a Pechino e Lin Piao, il «grande compagno d’arme» di Mao Tsetung, le aveva arringate: «Servite il popolo».

   Le Comuni popolari non si capiva ancora bene che cosa fossero, ma si ri­chiamavano alla tragica appassionante vicenda della Comune di Parigi; cor­reva voce che forse erano la soluzione per arrivare a una vera società comu­nista. Ma che cosa significava «fare la rivoluzione nella rivoluzione»? e quel grido «Bombardate il Quartier generale» lanciato da qualcuno che stava dentro il Quartier generale?

   Nelle università italiane cominciava a circolare qualche berretto di cotone grigio azzurro come quelli che si erano visti in testa a Mao Tsetung e a Lin Piao e anche qualche libretto con la copertina di plastica rossa, il «libretto rosso» di Mao. Se lo si fosse letto, ci si sarebbe accorti che non era un testo di propaganda; era soltanto un manuale di condotta civica, pieno di riflessio­ni di intonazione bonaria e di sapore chiaramente confuciano; si sapeva però che in Cina il “libretto rosso”, tenuto in mano o in tasca, era il segno ‑ come un distintivo ‑ della fedeltà a Mao e alla rivoluzione.

   Il mondo stava cambiando, l’Italia stava cambiando, le università comin­ciavano ad agitarsi, si stava formando una sinistra estrema e extraparlamenta­re, ma Giancarlo Pajetta, evidentemente, non se ne era accorto, e come lui ‑ si può supporre ‑ nessuno degli alti dirigenti del più grande partito comuni­sta occidentale. «Vergogna» mi disse per telefono; «l’Ansa ha trasmesso u­na notizia falsa!».

   Bisogna dire che quella notizia aveva sorpreso anche noi in agenzia, ma non tanto; meno di tutti aveva sorpreso il cronista che in essa aveva trascritto il testo del manifesto che quella mattina aveva visto affisso a una parete di un edificio universitario: una critica severa al Partito comunista, accusato di col­lusione con la borghesia capitalistica e di perdita di ogni spinta rivoluzionaria.

   Anche allora gli uomini politici, i parlamentari, gli uomini di governo frequentavano soltanto i loro ambienti, non andavano in giro per le città e i paesi, non facevano la spesa al mercato, non salivano sugli autobus, non si mettevano in fila in un ufficio postale. I giornalisti sì, invece, a quel tempo (oggi le cose sono cambiate); o almeno i cronisti; e il cronista che per l’agen­zia seguiva l’università, aveva capito che cosa bolliva in pentola; a differenza delle Botteghe Oscure non si stupì, perciò, di quel manifesto che per primo segnava la nascita di un movimento di sinistra, a sinistra del Pci.

   In quei giorni di metà gennaio si allargarono, come una grande macchia d’olio, le occupazioni delle università. Qualche mese prima aveva cominciato Milano con l’occupazione dell’aula Gemelli dell’Università cattolica e l’ave­va seguìto Torino con l’occupazione di palazzo Campana. Torino aveva dato una chiave di lettura: «Contro l’autoritarismo accademico, potere agli stu­denti» era scritto su Quindici, la rivista di un gruppo di intellettuali di sini­stra che per primo si era fatto portavoce della contestazione.

   Il 15 di gennaio qualche centinaio di studenti, maschi e femmine, dell’u­niversità cattolica del Sacro Cuore si erano seduti per cinque ore sul selciato di piazza San Pietro a Roma, distribuendo manifestini ciclostilati ai passanti che si fermavano incuriositi; alcuni cartelli dicevano «Vogliamo un dialogo all’interno dell’università», «Dio ci ha dato la libertà, la ‘Cattolica’ ce l’ha tolta»; altri si richiamavano al Concilio ecumenico Vaticano secondo, che Paolo VI aveva chiuso nel dicembre del 1965. Anche il Concilio era stato un grande segnale di apertura e di rinnovamento.

   L’occupazione avveniva per facoltà. Arrivava la polizia, sgombrava la fa­coltà e di lì a poco la facoltà era di nuovo occupata e venivano occupate altre facoltà. Così, in quel mese di gennaio, a Padova, a Pisa, a Firenze, a Siena, a Lecce; così il 31 del mese, a Trento, la facoltà di sociologia, che sarebbe di­ventata uno degli epicentri del movimento; c’erano Mauro Rostagno, Marco Boato (lo ritroveremo in Parlamento), Renato Curcio (lo ritroveremo fra le Brigate rosse); preside era Francesco Alberoni (lo ritroveremo sul Corriere della sera).

   Il coinvolgimento o la diretta partecipazione di alcuni docenti alla conte­stazione studentesca apparve uno degli elementi più sorprendenti. Molti professori prendevano qualche spintone o venivano buttati fuori dall’aula, ma altri si sedevano per terra, negli improvvisati sit‑in, e discutevano con gli studenti sulla guerra del Vietnam o sulla repressione sessuale. Così in feb­braio a Napoli, a Pavia, a Messina, a Bologna, a Modena, a Palermo.

   Nel mese di marzo la fiammata prese maggior vigore. I giornali parlavano di analoghe agitazioni in corso all’università di Berkeley in California (erano cominciate nel 1964, ma nessuno in Italia ne aveva parlato) e a Berlino fin dall’estate dell’anno prima. Anche a Nanterre, in Francia, gli studenti erano in rivolta.

   In Italia aumentavano gli interventi della polizia, e questori e agenti si mostravano impreparati ad affrontare un avversario di cui non capivano mo­tivazioni e obbiettivi né la tattica di guerriglia urbana. Il primo del mese, a Roma, gli scontri fra reparti di polizia e di carabinieri e gruppi di studenti che volevano raggiungere la facoltà di architettura a Valle Giulia durarono qualche ora: candelotti lacrimogeni, automezzi incendiati, caroselli di camio­nette; 150 feriti fra le forze di polizia e 478 fra gli studenti.

   Più di cinquanta docenti (c’erano Aldo Visalberghi, Angelo Maria Ri­pellino, Tullio De Mauro, Tullio Gregory, Carmelo Samonà, Lucio Lom­bardo Radice, Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Ludovico Quaroni) e­spressero in un documento la loro «profonda indignazione» per l’interven­to della polizia contro la protesta studentesca. Abituati a come si compor­tava la polizia ai tempi di Mario Scelba, ministro degli interni dal 1947 al 1953, avevano creduto alla versione del giornale comunista Paese sera. Non avevano capito che erano stati gli studenti a scendere in piazza per far sape­re che esistevano a una stampa e a una opinione pubblica fino allora indiffe­rente.

   I docenti aggiungevano che la protesta degli studenti era «profondamente legittimata dalla vergognosa e irresponsabile carenza di potere che tiene la vita universitaria sostanzialmente soggetta alla legge fascista De Vecchi».

   De Vecchi: chi era costui? Lo conoscevano gli studenti? Sembra anche che nessuno di loro avesse letto il disegno di legge 2314 che ogni tanto veni­va tirato fuori nelle infocate assemblee, cioè la riforma universitaria proposta tre anni prima dal ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui e rimasta let­tera morta. Nel crogiolo della protesta c’era però ben altro, anche se confuso e in buona parte orecchiato.

   C’era di tutto: c’era Cuba con Fidel Castro e c’erano i Beatles, il Vietnam con Ho Chi Minh e la minigonna di Mary Quant, i pensieri di Mao e «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan; c’era Martin Luther King (assassinato in aprile) e i diritti civili dei neri d’America; c’erano i film di avanguardia: i Pugni in tasca di Marco Bellocchio e La chinoise di Jean‑Luc Godard; c’era anche un po’ (ma solo un po’) della «Primavera di Praga» e del «socialismo dal volto umano» di Alexander Dubcek.

   C’erano anche i testi sacri, di cui si parlava fra i giovani e sui giornali, in genere senza averli letti: L’uomo a una dimensione del tedesco‑americano Herbert Marcuse, fortemente critico della società industriale avanzata (ma in maggio la Pravda lo avrebbe definito, a sorpresa, «strumento del capitali­smo» e perfino «agente della Cia»), Il capitale monopolistico di Paul M. Sweezy (dedicato a Che Guevara), La rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich, l’autobiografia di Malcolm X (strano personaggio: un «musulmano nero» ucciso nel 1964 da un altro «musulmano nero»).

   C’era anche Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, un sacer­dote che era morto nel giugno dell’anno prima e non avrebbe mai immagina­to di diventare un autore di cult (com’è di moda dire oggi) di un movimento rivoluzionario; però ai ragazzi contadini della sua parrocchia di Barbiana nel Mugello fiorentino aveva spiegato il potere delle parole: «Impadronitevi del linguaggio; è con le parole che i padroni vi sottomettono».

   «No alla scuola dei padroni» era anche la scritta di molti striscioni portati nei cortei che attraversavano le città; e anche: «No all’università di classe». Ma qual era la provenienza sociale di questi ragazzi? Le statistiche dicevano che solo il 15 per cento degli studenti universitari apparteneva a famiglie di operai. Subito dopo gli scontri a Valle Giulia anche Pier Paolo Pasolini, che era classificato come uomo di sinistra, se l’era presa con gli studenti. La poe­sia (brutta; lo riconobbe anche lui) diceva fra l’altro: «Avete facce di figli di papà… Quando ieri avete fatto a botte coi poliziotti / io simpatizzavo coi po­liziotti / perché i poliziotti sono figli di poveri».

   In molti striscioni e manifesti non mancava un certo spirito. Un giorno, sul portone principale del rettorato, all’università di Roma, apparve un car­tello: «Casa del nulla». Non male. Ma la più bella esplosione di fantasia («L’immaginazione al potere», «Vietato vietare», «Stiamo inventando un mondo nuovo», «Siamo realisti; chiediamo l’impossibile») avvenne a Parigi in maggio, le « joli mai», come venne poi chiamato. Ma il maggio francese non fu tanto «joli»: né «bello» né «carino». Tra il 10 e 1’11 maggio il Quartie­re Latino conobbe una notte di fuoco e di sangue; la polizia assalì con bruta­lità le migliaia di giovani che manifestavano contro 1’«imperialismo» e il «po­tere borghese»; ma c’erano cartelli e grida anche contro Charles De Gaulle e il gollismo.

   Due giorni dopo mezzo milione di persone sfilarono nel centro di Parigi. A1 movimento studentesco si erano aggiunte tutte le grandi federazioni sin­dacali e i partiti di sinistra anche non comunista. Migliaia le bandiere rosse e, insieme, le bandiere rosse e nere dei trotzkisti e le bandiere nere degli anar­chici. Tra i manifestanti c’erano anche Fran~ois Mitterrand, che sarebbe di­ventato presidente della repubblica nel 1981 e poi confermato nel 1988, e Guy Mollet, segretario del partito socialista.

   Il giorno dopo, il 14, gli studenti occuparono la Sorbona e gli operai co­minciarono a occupare le fabbriche. Gli scioperi si estendevano a tutto il paese; il 19 gli scioperanti erano milioni, mentre anche gli agricoltori pensa­vano di entrare in agitazione. C’era un clima rivoluzionario, ma non manca­vano episodi comici: in sciopero erano anche i locali notturni di «Paris la nuit» a Montmartre; un centinaio di giocatori di calcio occuparono la sede della federazione francese di football, issando sul balcone una bandiera rossa e uno striscione «Il calcio ai calciatori»; anche Jean‑Paul Sartre e Simone De Bouvoir, tanto per occupare anche loro qualche cosa, occuparono 1’«Hotel de Massa», sede della «Société des gens de lettre».

   La Borsa crollava e, il 20, davanti agli sportelli delle banche si formarono lunghe file di persone che volevano ritirare i loro risparmi. Il 21 il ministero delle forze armate assunse il controllo del traffico aereo in tutti gli aeroporti. Il 24 il Quartiere Latino vide altre otto ore di combattimenti, i più violenti dall’inizio delle agitazioni studentesche: barricate di fuoco, strade disselciate, alberi sradicati. Ospedaletti di fortuna furono organizzati da medici volonta­ri alla Sorbona e al teatro dell’Odeon, perché le autoambulanze non riusciva­no a passare.

   Il giorno prima, parlando nella chiesa di Notre Dame, l’arcivescovo di Parigi, monsignor Marty, aveva detto: «I tempi sono gravi, ma carichi di spe­ranza. Uomini fra gli uomini, noi partecipiamo a questo movimento che tra­scina la Francia verso un profondo cambiamento».

   Il mondo era davvero a una svolta? Il 30 gennaio, in coincidenza col Tet, cioè il capodanno buddista, i comunisti vietcong avevano lanciato un’offensiva in tutto il Vietnam del sud e, con grandi forze, nella capitale Saigon, attaccando perfino il palazzo presidenziale e bombardando obbiettivi nel cen­tro della città; alcuni reparti erano riusciti a entrare anche nell’ambasciata de­gli Stati Uniti, sorvegliata giorno e notte dai marines. Fra i fuochi di artificio dei festeggiamenti per salutare il nuovo anno e in mezzo alle bottiglie di bir­ra e di spumante il comando americano fece fatica ad accorgersi che la città era in mano al nemico. Un popolo di contadini stava sopraffacendo la più grande potenza del capitalismo occidentale?

   Dalla Cina popolare arrivavano via via notizie che cominciavano a far ca­pire che cosa stava succedendo. Mao Tsetung (Mao Zedong, secondo la nuo­va grafia), presidente del Partito comunista cinese, e Lin Piao (Lin Biao), mi­nistro della difesa, avevano dato il via a una lotta che era sicuramente una lotta di potere; gli avversari erano il presidente della repubblica, Liu Shao­chi (Liu Shaoqi), e il segretario del Pcc, Teng Hsiao‑ping (Deng Xiaoping); ma la lotta era anche lotta ideologica e il progetto rappresentava l’ultimo grande tentativo di creare ‑ come aveva promesso Carlo Marx e come l’Urss non aveva fatto ‑ una società comunista senza classi e senza stato.

   Le linee dell’ambizioso ma suggestivo progetto erano due: la prima era la «rivoluzione permanente», la «rivoluzione nella rivoluzione», espressa dal famoso «dazebao» di Mao: «Bombardate il Quartier generale», cioè attaccate la stessa dirigenza del partito e del governo, per impedire che, eliminate le vecchie classi, nasca, come in Urss e negli altri paesi comunisti, una nuova classe, quella politico‑burocratico‑militare.

   Una società senza classi ‑ aveva detto Carlo Marx ‑ e anche senza stato. Nell’Urss lo stato non era scomparso, ma era solo cambiato di mano e, no­nostante l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, lo schema‑tipo dello sviluppo capitalistico non era mutato se non nella gestio­ne, non più privata ma statale.

  Ecco allora la seconda linea del progetto di Mao: la distruzione dello stato centralizzato attraverso la creazione di mi­gliaia di piccoli stati, le Comuni popolari, raggruppanti attività produttive prima separate (agricoltura, artigianato, commercio e industria, anche pesan­te) e funzioni educative, politiche e addirittura militari, tradizionalmente di competenza dello stato centrale.

   La filosofia legata alle Comuni era un grosso salto di qualità, davvero il grande balzo in avanti verso l’edificazione del comunismo e il raggiungimen­to dell’ideale rivoluzionario: l’interesse comune al posto dell’interesse indivi­duale, la politica che prevale sull’economia, le idee sui fatti. Dopo il fallimen­to del socialismo reale nelle sue varie versioni ‑ sovietica, jugoslava, cubana, albanese ‑ non poteva essere finalmente, quella di Mao, la strada giusta?

   Dalla Cina arrivavano però anche notizie imbarazzanti: il culto di Mao (definito ‑ secondo la rivista di Pechino Ricerche filosofiche ‑ «Verità uni­versale», «Torcia che illumina la via della rivoluzione», «Ruota motrice», «Il nostro nutrimento»); certe epurazioni culturali come quelle di Shakespeare («Abbracciò l’ideologia della classe dominante»), di Tolstoi (per le sue «concezioni revisioniste» specialmente in Anna Karenina), di Beethoven (la nona sinfonia ha «influenze negative sulla saldezza ideologica»); la destitu­zione di molti professori universitari, mandati poi in giro per le strade con un buffo cappello di carta in testa e un cartello sulla schiena: «Sono un in­tellettuale controrivoluzionario»; la decisione di affidare agli operai e ai contadini la direzione delle scuole; l’invito ai dirigenti del partito a dedicarsi al lavoro manuale e agli studenti universitari di andare a zappare i campi; le guarigioni di malati e gli interventi chirurgici riusciti ispirandosi al pensiero di Mao.

   Anche in Italia succedevano cose che lasciavano sconcertato chi non era pregiudizialmente contrario alla protesta giovanile e ne capiva le ragioni. A Milano gli studenti delle facoltà umanistiche dell’università statale approva­rono, in marzo, una carta programmatica in cui si chiedeva «l’abolizione del­la figura tradizionale del docente e della lezione cattedratica, così come degli esami di profitto e di laurea e la loro sostituzione con una valutazione pub­blica complessiva».

   A Roma, in giugno, il «Movimento studentesco» affisse un manifesto che diceva: «Noi lottiamo contro la scuola di classe che prepara i servi della bor­ghesia. I servi devono essere efficienti. L’efficienza si misura col merito. Il me­rito è stabilito dalla scuola. Il merito si stabilisce nei voti. Perciò lottiamo con­tro l’esame, strumento di questa selezione. Esigiamo l’abolizione del voto».

   Ancora a Roma: nella facoltà di lettere fuori dell’aula di storia dell’arte (Giulio Carlo Argan) un manifesto diceva: «1) lo studente ha il potere di re­spingere il voto; 2) il voto di esame va discusso pubblicamente con gli stu­denti presenti; 3) a richiesta dello studente l’esame può avvenire su argomen­ti non in programma». In alcune università gli esami erano stati sostituiti con dibattiti sulla rivoluzione culturale cinese o sulla guerra del Vietnam. Sempre a Roma circolava un documento ciclostilato in cui si sosteneva che non ba­stava distruggere la «scuola dei padroni»; per arrivare a una società di eguali bisognava distruggere anche lo studio. La rivoluzione elettronica era alle porte e questi ragazzi che cosa volevano? volevano una società livellata dall’ignoranza?

   Nell’occupazione delle facoltà, nei cortei, negli scontri con la polizia era­no intanto apparsi anche studenti di estrema destra. Ogni tanto studenti di estrema destra e studenti di estrema sinistra si azzuffavano, ma non era facile distinguere gli uni e gli altri sulla base degli slogan e degli obbiettivi di lotta. A Roma, alla facoltà di giurisprudenza, occupata da elementi che si dichiara­vano fascisti ed erano guidati dai deputati del Msi Giorgio Almirante e Giu­lio Caradonna, era apparsa una scritta: «C’è un solo modo di migliorare il si­stema: distruggerlo». Alcuni giovanotti non meglio identificati si dichiarava­no addirittura «nazimaoisti».

   A Parigi, intanto, il mese di maggio si avviava alla fine in tutti i sensi. Il mattino del 25 maggio lo spettacolo della città era desolante: barricate ancora in fiamme, alberi divelti, vetture incendiate, vetrine in fiamme, strade dissel­ciate, nell’aria ancora il fumo e l’odore acre dei candelotti lacrimogeni. Il 26 il ministero degli affari sociali convocò i sindacati e cominciò la trattativa; in 24 ore fu firmato un «protocollo di accordo». Gli operai avevano mollato gli studenti; volevano l’aumento dei salari, non la rivoluzione.

   Il 30 il generale De Gaulle partì in elicottero da Parigi e ricomparve dopo quattro ore. Dove era stato? Qualcuno pensò a un incontro con i più alti co­mandi militari. Al ritorno annunciò lo scioglimento dell’Assemblea naziona­le e 1’indìzione di nuove elezioni. La Francia ‑ disse ‑ era minacciata da una dittatura comunista. Se la calma non fosse tornata, si sarebbe ricorsi a mezzi diversi da quelli di un voto popolare. Il discorso durò soltanto sei minuti. Nel pomeriggio trecentomila persone si riunirono in piazza della Concordia e marciarono fino all’Arco di Trionfo, inneggiando a De Gaulle. C’erano tutti i ministri e i parlamentari gollisti.

   Il 13 giugno il governo decretò lo scioglimento di undici associazioni di estrema sinistra. «Il Partito comunista potrà ora dormire sonni più tranquil­li» scrisse un giornale, l’Aurore. Alla fine del mese, all’Accademia delle Belle arti furono messe in vendita copie dei manifesti che avevano ricoperto i muri di Parigi durante il mese di maggio. Ebbero molto successo fra i turisti stra­nieri, specie americani; il più ricercato: «Ce n’est que un debout».

   In Italia le agitazioni proseguirono ancora un po’. Nella notte fra il 7 e 1’8 giugno parecchie centinaia di giovani, che gridavano «Ho Chi Minh», «Ban­diera rossa», «Potere operaio», tentarono di assalire il Corriere della sera (l’indomani il giornale pubblicò la notizia in una pagina di cronaca, senza di­re qual era l’obbiettivo degli assalitori). Continuavano le occupazioni delle università, ma, per lo più, simboliche e attuate soltanto per alcune ore della giornata.

   Il Partito comunista aveva cominciato a prendere le distanze dal Movi­mento studentesco. «Davanti a un rigurgito di infantilismo estremista ‑ scrisse Giorgio Amendola su Rinascita ‑ è necessario richiamare e valorizzare il patrimonio ideale che abbiamo accumulato in decenni di dure esperien­ze». Alla fine di luglio, in una conferenza stampa al Politecnico, il Movimen­to studentesco annunziò che le agitazioni sarebbero riprese in autunno (do­po le vacanze?).

   Ci furono dei ritorni di fiamma. A Venezia il 25 agosto un gruppo di re­gisti (Zavattini, Pasolini, Ferreri, Pontecorvo, Pirro, Solinas, Gregoretti) cercò di occupare il palazzo del cinema, protetto dalla polizia. A differenza del festival di Cannes, che in maggio era stato sospeso, la Mostra del cinema si aprì, sia pure in ritardo, e si svolse, sia pure senza assegnazioni di premi e in mezzo a contestazioni di ogni tipo. Con tanta gente famosa e importante gli agenti ‑ confessò il questore ‑ spesso non sapevano che cosa fare perché non riuscivano a distinguere i «buoni» dai «cattivi».

   Altri episodi avvennero in dicembre. Il 7 l’inaugurazione della stagione lirica della Scala col Don Carlos di Verdi fu salutata dalle grida e dai cartelli di un gruppo di contestatori guidati da Mario Capanna («Schifosi padroni», «Ricchi, godete; sarà l’ultima volta»). Questa volta, contro la tradizione, la maggior parte degli spettatori vestiva abiti da pomeriggio e le signore abiti corti e senza gioielli. Il 23, a Roma, alcune decine di giovani (fra loro c’era Gian Maria Volonté, ma c’erano anche alcuni studenti cattolici) crearono taf­ferugli nella centrale via Frattina piena di addobbi natalizi; gridavano che il Natale era diventata una festa borghese e imbrattarono alcune vetrine con scritte inneggianti a Mao Ttsetung.

   Mao Tsetung, in Cina, aveva il suo daffare. Si era liberato del presidente Liu Shao‑chi (Liu Shaoqi) e di Teng Hsiao‑ping (Deng Xiaoping), aveva de­signato Lin Piao (Lin Biao) come proprio successore (Lin Piao cadrà presto in disgrazia e morirà nel 1971 in un misterioso incidente aereo) e aveva chia­mato vicino a sé, nell’ufficio politico del partito, la moglie Chiang Ching (Jang Qing).La produzione agricola stava precipitando e così quella industriale; gli in­teressi locali ignoravano quelli generali; la politica di piano saltava per aria. Le Comuni popolari si dimostravano inadeguate ‑ come scriverà in seguito Bandiera rossa, mensile ideologico del partito ‑ a garantire le esigenze di svi­luppo del paese: «La mentalità legata alla piccola produzione è incompatibile con le necessità di una produzione di massa moderna e socialista». Già verso la fine degli anni Sessanta le Comuni non saranno più «isole autosufficienti», ma semplici unità socioamministrative di coordinamento.

   La Costituzione del 1975 sancirà il fondamentale mutamento delle Comu­ni popolari. Nel 1978 il Quotidiano del popolo riconoscerà che «non si posso­no negare gli interessi individuali in nome degli interessi comuni di classe».

  Le Comuni saranno gradualmente svuotate; la responsabilità dell’organizza­zione produttiva passerà dalla Comune (cinquemila famiglie, in media) alla brigata (200‑300 famiglie) e poi alla squadra (20‑30 famiglie). Alla fine la fa­miglia tornerà ad essere l’unità di base della società contadina cinese, mentre le grandi regioni economiche in cui la Cina si divide costituiranno di nuovo dei sistemi produttivi integrati, coordinati fra loro dal piano nazionale.

   Anche la grande rivoluzione culturale proletaria ha i giorni contati. Nel­l’aprile del 1969 il nono congresso del partito ne celebrerà il trionfo, ma la riapertura della lotta di classe, il richiamo alle masse perché riprendano il po­tere monopolizzato dal partito, la sostituzione dell’antica cultura (usi, costu­mi, tradizioni) con una cultura completamente nuova e socialista hanno falli­to e portato al caos. Le Guardie rosse hanno devastato il paese, distrutto te­sori, ucciso… Non si sa; ma in un paese che ha un miliardo di abitanti anche la cifra di qualche milione può essere verosimile.

   Per riportare l’ordine e tornare alla «normalità» ci vuole l’esercito. Il pre­sidium del Partito comunista, uscito dal congresso di aprile, ha 71 militari su 176 membri: il 40 per cento. Ai vertici di ogni struttura c’è un militare; si ri­conosce dall’uniforme di cotone verde con le mostrine rosse al bavero della giacca e il berretto con la visiera e la stella rossa.

   Nel Comitato centrale sta per rientrare Teng Hsiao‑ping (Deng Xiao­ping), che la Rivoluzione culturale aveva destituito da viceprimoministro, ma al potere rimangono ancora Wang Hongwen, capo dei «ribelli rivoluzio­nari», e Zhang Chunqiao, capo della Comune di Shanghai. Con la moglie di Mao, Jang Qing, e con Yao Wenyuan, autore di uno dei saggi più clamorosi del 1968, La classe operaia deve dirigere tutto, Wang e Zhang sono i «Quat­tro»; dopo la morte di Mao, nel 1976, diventeranno la «Banda dei Quattro» e Deng Xiaoping potrà imboccare la via cinese al socialismo attraverso i meccanismi del capitalismo: «Niente di male ‑ dirà ‑ se aree e persone diventeranno ricche per prime,tracciando così la strada per la comune prosperità».

   L’esperimento cinese, che a milioni di giovani in ogni parte del mondo e­ra parso l’apertura di orizzonti nuovi e di affascinanti prospettive, falliva an­ch’esso come erano falliti tutti gli altri esperimenti, dall’Urss alla Jugosla­via, da Cuba all’Albania; e l’ideologia che lo confortava non era sconfitta da un’altra ideologia, ma dalle leggi dell’economia e dalle esigenze tecnologiche di una società moderna. Il comunismo come filosofia è morto in Cina, prima ancora che sulle macerie del muro di Berlino.

   Ma il Sessantotto, allora, che cosa è stato? A 29 anni di distanza, fra per­dite di memoria e ventate di revisionismo, non è facile darne una definizione generale; ma non è facile soltanto perché, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Francia alla Germania, dal Giappone all’America latina, la rivolta della gene­razione nata nel dopoguerra ha preso aspetti diversi, da un paese all’altro, se­condo le diverse situazioni culturali e storico‑politiche.

   Sulle bandiere della protesta le parole erano molte, spesso confuse, spesso approssimative, spesso in contrasto fra loro: contro la guerra («Pace in Viet­nam», «Facciamo l’amore non la guerra»), contro la morte nucleare («No al­la bomba atomica») oppure a favore di qualche tipo di rivoluzione («No alla scuola dei padroni», «Distruggere il sistema») o di guerriglia («Dieci, cento, mille Vietnam»). Anche i nomi gridati erano di personaggi velati dal mito (Mao, Ho Chi Minh, Fidel Castro, «Che» Guevara) o di realtà (Cuba, la Ci­na, il Vietnam) conosciute a orecchio, dove più, dove meno.

   Nell’esplosione giovanile c’era però, da una parte all’altra del pianeta, un comune denominatore: l’opposizione all’autoritarismo e a una società che a molti si presentava come una società violenta o, per lo meno, oppressiva.

   Bisogna intendersi: violenza non è solo l’uomo che prende a pugni un al­tro uomo o gli spara; violenza è anche l’arroganza, la prepotenza, la sopraf­fazione; violenza è il «Lei non sa chi sono io» e la faccia dell’impiegato del­l’ufficio postale che ci tratta con sufficienza perché sta dall’altra parte dello sportello.

   Violenza ‑ a quei tempi, negli anni Sessanta ‑ apparivano le istituzioni dello stato, che spesso vedevano nel cittadino non un fine ma un mezzo per la conservazione del potere; violenza apparivano alcuni alti settori della ma­gistratura, che facevano finta di non vedere il marcio che c’era intorno; vio­lenza appariva l’ordinamento sociale e anche, in molti casi, la famiglia, quan­do della realtà mostrava un’immagine ipocrita per garantire quelli che si cre­deva fossero gli indispensabili ancoraggi della morale; violenza appariva l’in­segnamento scolastico, che dava della storia un’interpretazione manipolata e retorica per salvaguardare certi schemi nazionalistici; violenza era l’ignoran­za, se non il disprezzo, dei diversi, degli indifesi, dei discriminati.Violenza appariva il consumismo avanzante e la televisione, che dettava modi di vita e ci diceva che cosa dovevamo mangiare e come lavarci e come dormire e come muoverci; violenza appariva la moda che stabiliva regole e stili; erano le canzoni che cantavano amori falsi e narcotizzantì; erano i film che assopivano le coscienze con i loro finali dolciastri (l’immancabile «happy end») e servivano a nascondere una realtà ben diversa, fatta di fatica e di do­lore, di pene e di sacrifici.

   Violenza e oppressione appariva il generale sistema di valori (o pseudo­valori), che continuava senza scosse dal secolo prima, come se non ci fossero state due guerre mondiali, il fascismo e il nazismo, i lager dell’Olocausto e i gulag dello stalinismo, la fine del colonialismo e l’avvento delle multina­zionali.

   Il sistema era fallito col fallimento degli istituti che di quei valori erano la fonte di riferimento morale. Si trattava, ora, di recuperare almeno alcuni di quei valori, ma dal «basso», come personale autonoma conquista dell’indivi­duo: una gerarchia di valori non imposta dall’alto, ma autodiretta, che pren­desse corpo e significato all’interno delle dinamiche della vita quotidiana.

   Il Sessantotto dette un segnale: la storia stava cambiando. In quegli anni, giorno dopo giorno, senza aspettare il 31 dicembre del 1999, finiva il secon­do millennio e cominciava il terzo. Fu un errore non capire quello che c’era dietro la rivolta dei giovani, al di là dei loro errori e delle loro insensatezze; erano stati loro gli inconsapevoli strumenti di un processo che ancora non sappiamo quali esiti avrà, misteriosi e lontani.

   Non capire fu un errore anche per un altro motivo. Il 31 maggio, sempre del 1968, l’Ansa trasmise una notizia, a cui, lì per lì, non fu dato peso. Dice­va che due nuove scritte erano apparse sui muri di un edificio universitario a Roma: «Il potere sta sulle canne dei fucili» e «Armi agli operai e agli studen­ti».

   Ce ne ricordammo qualche tempo dopo, quando cominciarono gli anni che dal titolo di un film qualcuno chiamerà «anni di piombo» e che forse sa­rebbe più giusto chiamare gli «anni della follia».

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