Il Giornale del Mattino 1951-1956

 

Il Giornale del Mattino

Il Giornale del Mattino 1951-1956

Firenze 1951-1956. Un quotidiano che qualcuno chiama l’organo della repubblica fiorentina di Giorgio La Pira. Un giornale di cui il direttore, Ettore Bernabei, e il redattore capo, Sergio Lepri, dicono che batte bandiera corsara. Tira solo qualche decina di migliaia di copie, ma arriva anche a Roma e si è saputo che tutti i giorni viene letto alla Presidenza del consiglio e nella Segreteria di stato vaticana. E’ il “Giornale del mattino”.

Il “Giornale del mattino” nasce il 1° gennaio del 1947 e, per il momento, con un altro nome: “Mattino dell’Italia centrale”. Il concepimento è avvenuto l’anno prima, il 1946. Il 3 luglio si sono sciolti tutti i Comitati di liberazione nazionale e nello stesso giorno la “Nazione del popolo” ha perso il sottotitolo di “organo del Comitato toscano di liberazione nazionale”. Era un giornale originale, nato il giorno della liberazione di Firenze, il 10 agosto del 1944; aveva cinque direttori, e che direttori, almeno tre dei cinque: Vittore Branca per la Dc, professore di storia della letteratura italiana all’università (e il maggiore studioso del Boccaccio a livello mondiale); Carlo Levi (per il Partito d’azione), pittore e scrittore (il suo libro più famoso: “Cristo si è fermato a Eboli”); Vittorio Santoli per il Partito liberale, professore di lingua e letteratura tedesca all’università; Alberto Albertoni (per il Partito socialista), ispettore didattico, poi vicesindaco di Firenze; Luigi Sacconi (per il Partito comunista), professore di chimica all’università. Eguale per ogni partito anche il numero dei redattori; un bell’esempio, e una bella scuola di tolleranza e di reciproco rispetto.

E ora? I tre partiti maggiori trovano un accordo: la testata della “Nazione del popolo” va alla Democrazia Cristiana; quella del “Nuovo Corriere”, fatto nascere dagli Alleati nel 1945, ai comunisti e ai socialisti. Il comunista Romano Bilenchi, redattore capo della “Nazione del popolo”, sarà il direttore del “Nuovo Corriere”. La “Nazione del popolo” cambierà la testata in “Il Mattino dell’Italia centrale” e direttore sarà nominato un giornalista del “Corriere della sera”, Cristano Ridomi (Cristano, non Cristiano come quasi sempre si trova scritto), friulano, nato a Udine, 43 anni.

L’accordo per attribuire la proprietà e la direzione politica del “Nuovo Corriere” ai socialcomunisti e della “Nazione del popolo” ai democristiani è avvenuto fra gli esponenti dc fiorentini Renato Branzi (segretario provinciale) e Adone Zoli, e il deputato comunista Orazio Barbieri. Per realizzare l’operazione i socialcomunisti e   i democristiani devono   indennizzare il Pli e il Partito d’azione, comproprietari della   “Nazione del popolo”.

Pci e Psi versano subito la loro quota, ma la Dc non ha una lira. Vittore Branca (il direttore del giornale per la Dc) si è rivolto all’amico Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di stato vaticana, pregandolo di ricevere lui e Renato Branzi, che con Montini ha vissuto comuni vicende alla Gioventù cattolica   prima del fascismo.   Montini, futuro papa, sa che Branzi è un cattolico di fede profonda e di pratica militante e dopo averlo ascoltato gli dice: “Renato, tu pensi che in questo momento sia più urgente investire risorse nella ricostruzione delle chiese distrutte dalla guerra o nell’acquisto di un quotidiano?”. Branzi risponde: “Non ho dubbi. Più importante è avere in Toscana un quotidiano di ispirazione cristiana, autonomo dalla Chiesa e dalla Dc; un giornale non clericale, non conservatore, fautore della dottrina sociale impostata da Leone XIII nella sua ‘Rerum novarum’ e rielaborata nel codice di Camaldoli”.

Montini    apre    allora    un    cassetto     e    dice:    “Proprio     ieri    Il Santo Padre (Pio XII) mi ha dato questo assegno di otto milioni, lasciatogli da un visitatore, perché lo destini alla ricostruzione delle chiese distrutte dalla guerra in Toscana. Il Papa è molto angosciato per la presenza in Toscana di un comunismo ideologizzato come forse in nessuna altra parte d’Italia. Ti do questo assegno, condividendo la tua diagnosi e sapendo che ne farai buon uso. Spiegherò al Santo Padre il cambio di destinazione”.

Nella redazione della “Nazione del popolo” i redattori devono scegliere; qualcuno va al “Nuovo Corriere”, ma la maggior parte rimane nel giornale divenuto democristiano: non solo i cattolici, ma anche quelli di provenienza liberale e azionista (cioè dal Partito d’azione). Tra i redattori dei due giornali i rapporti rimarranno tuttavia ottimi e ci saranno anche scambi di collaborazione. La competizione non sarà fra loro, ma con la vecchia ottocentesca “Nazione”, che, chiusa nell’agosto 1944 come quotidiano repubblichino, nel 1947 sarà finalmente autorizzata a riprendere le pubblicazioni e ritroverà il suo mercato di lettori nelle fasce moderate dell’elettorato.

Col cattolico Raffaello Palandri, che diventa redattore capo grazie alla sua antica esperienza professionale, rimangono alla “Nazione del popolo”, poi “Mattino dell’Italia centrale”, Ettore Bernabei, democristiano; Angiolo Maria Zoli, dc, figlio di Adone che nel 1957 sarà presidente del consiglio; Manlio Cancogni e Carlo Cassola, già Partito d’azione; Sergio Lepri, già Pli e Sinistra liberale.

Insieme alla stampa molto si muove a Firenze anche nel campo culturale. Dopo anni di letargo, la città si risveglia come vivace centro di cultura. Una rivista, che non per niente si chiama “Il Ponte”, nata nel 1946, riunisce intellettuali di estrazione liberaldemocratica e intellettuali di radici cattoliche. Anche un’altra rivista, nata contemporaneamente, “La Rassegna”, vede un analogo ventaglio di collaboratori.

Fra i collaboratori del “Ponte”: Piero Calamandrei, Luigi Salvatorelli, Francesco Carnelutti, Eugenio Montale, Vittore Branca, Pietro Pancrazi, Carlo Levi, Mario Bracci, Gaetano Salvemini, Arrigo Levasti e un nome nuovo: Giorgio La Pira. Fra collaboratori della “Rassegna” Mario Luzi, Carlo Betocchi, Carlo Bo e anche qui Giorgio La Pira e un altro nome nuovo: Amintore Fanfani.

Nel campo propriamente cattolico ha ripreso le pubblicazioni la domenicana “Vita sociale”, che già dal suo nome conferma l’esigenza di “socialità” del mondo cattolico, cioè la lettura delle vicende della guerra e del dopoguerra alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Così la francescana “Città di vita”, così il “Focolare” di don Giulio Facibeni, così il settimanale “La Badia” di Giorgio La Pira, un giovane docente universitario di diritto romano intorno al quale si riunisce da tempo un folto gruppo di intellettuali, giovani e meno giovani. Alla “Badia” collaborano, con La Pira, Enrico Bartoletti, Giorgio Bassani, Carlo Betocchi, Nicola Lisi, Mario Luzi, Giovanni Papini, Alessandro Parronchi.

Sulla sponda opposta, per iniziativa di Romano Bilenchi e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, nasce “Società”. E’ una rivista legata al Pci, di fronte al quale rivela tuttavia un evidente spirito di indipendenza e un’autonomia di giudizio e di critica. Direttore è Romano Bilenchi, collaboratori Delio Cantimori, Cesare Luporini, Emilio Sereni.

Alla “Nazione del popolo, ormai diventata il 1° gennaio del 1947  ”Il Mattino dell’Italia centrale”, il direttore Cristano Ridomi dà ai redattori lezioni di buon giornalismo, ma è estraneo all’atmosfera che ha caratterizzato il giornale e ignora i fermenti che agitano l’ambiente politico e culturale di Firenze.

Nelle ultime settimane la “Nazione del popolo” ha pubblicato una specie di referendum per chiedere ai lettori quale testata preferiscono; fra le varie proposte risulta preferita quella di “Mattino”; ma il “Mattino” è una testata ancora di proprietà di qualche editore e quindi viene deciso di ripiegare su “Mattino dell’Italia centrale”; graficamente, però, “Il Mattino” è scritto in grande e “dell’Italia centrale” è un sottotitolo in piccoli caratteri.

I giovani redattori della “Nazione del popolo” ed ora del “Mattino dell’Italia centrale” hanno dovuto imparare da sé come si fa informazione e come si scrive sui giornali. I vecchi colleghi (pochi) provenienti dalla “Nazione” hanno dato loro insegnamenti pratici e tecnici (Palandri), ma non le basi culturali di un giornalismo moderno. Cristano Ridomi è il primo che insegna come si fa un titolo e come si scrive una recensione; e che il giornalista deve soprattutto attrarre l’attenzione del lettore e interpretare i suoi gusti, specie su fatti di cronaca vera e attinenti alla vita quotidiana.

Seduti: Ettore Bernabei è il primo a sinistra; al centro Sergio Lepri; a destra Renato Venturini. In piedi: primo a sinistra Paolo Cavallina, poi Hombert Bianchi e tre vecchi giornalisti. Renzo Martinelli, Righini e Cartoni

Seduti: Ettore Bernabei è il primo a sinistra; al centro Sergio Lepri; a destra Renato Venturini. In piedi: primo a sinistra Paolo Cavallina, poi Hombert Bianchi e tre vecchi giornalisti. Renzo Martinelli, Righini e Cartoni

Come tutti i quotidiani italiani il giornale aumenta col tempo le sue pagine (da due a quattro e il giovedì e la domenica a sei; in seguito le pagine saranno otto e poi dieci almeno due volte alla settimana). Crescono i redattori: arrivano Hombert Bianchi, professore di lettere al liceo (diventerà nel 1958 direttore del giornale; poi, nel 1961, sarà il portavoce di Amintore Fanfani presidente del consiglio); Sandro Norci, professore di storia e filosofia al liceo (nel 1965 passerà alla redazione centrale dell’Ansa a Roma e diventerà capo del servizio culturale); Paolo Cavallina, scrittore, poi conduttore alla Rai di programmi di successo; Leonardo Pinzauti, esperto musicale, poi direttore del giornale, poi critico musicale alla “Nazione”; Silvano Giannelli, critico d’arte; Franco Frulli, poi capo ufficio stampa di molti ministri dc; Ugo Guidi (diventerà capo dell’ufficio stampa della Rai); Uberto Fedi (diventerà assistente di Ettore Bernabei direttore generale della Rai); Giampaolo Cresci (diventerà capo dell’ufficio stampa della Rai e poi direttore del “Tempo”); Renato Venturini, poi giornalista alla Rai e capo dell’Ufficio documentazione; Luciano Ricci, poi giornalista alla Rai; Riccardo Ehrman, poliglotta, poi inviato speciale dell’agenzia americana Associated Press, poi corrispondente dell’Ansa da Berlino (il 9 novembre 1990 fu la sua domanda, in conferenza stampa, al responsabile delle informazione del governo della Rdt che dette avvio all’apertura del muro di Berlino; per cui fu portato in trionfo dai berlinesi che attraversavano il confine); più tardi sarebbero arrivati Vittorio Citterich, poi vaticanista del telegiornale Rai; Fulvio Damiani, poi giornalista alla Rai e cronista politico al telegiornale Rai.

Fra i redattori Carlo Cassola, che redige insieme a Sergio Lepri l’informazione dall’estero e la terza pagina, sta vivendo un momento di grande perplessità e incertezza: continuare a fare il giornalista o dedicarsi pienamente a quella che sente essere la sua vocazione, quella di narratore? Chiede consiglio al collega Sergio Lepri, che, pur sapendo di perdere così un amico col quale lavora in maniera tanto affiatata, lo incita a riprendere la sua vera strada. Cassola lascia il giornale e si ritira a Volterra, dove aveva cominciato a guadagnarsi la vita insegnando al liceo e confortandosi con lo scrivere racconti pubblicati da riviste giovanili. Nel 1952 pubblicherà il suo primo romanzo, “Fausto e Anna”, nel 1953 un racconto che gli procurerà subito   notorietà, “Il taglio del bosco”, nel 1960 il romanzo che lo renderà famoso, “La ragazza di Bube”, seguito negli anni da molti altri romanzi.

Nel 1951 il “Mattino dell’Italia centrale” cambia direttore. Cristano Ridomi è rimasto estraneo ai fermenti che agitano la città, ma ha gestito bene la campagna elettorale che ha portato al successo democristiano del 18 aprile 1948 e il presidente del consiglio De Gasperi lo ha chiamato a Roma per fare di lui il suo assistente per la stampa. E’ l’ora che il giornale diventi l’espressione di quel mondo fiorentino, cattolico e laico, che sta esplodendo intorno alla straordinaria figura di Giorgio la Pira, con la protezione di un altro eccezionale personaggio, Amintore Fanfani.

La direzione del giornale passa a uno dei redattori, Ettore Bernabei; dal 6 maggio Bernabei firma il giornale come  condirettore responsabile (Ridomi è stato nominato presidente della Rai; si insedierà il 18; continua a firmare il giornale, ma sta a Roma e vede il giornale solo quando è stampato). Bernabei diventerà ufficialmente direttore responsabile il 1° marzo del 1952. Redattore capo rimane Raffaello Palandri, un vecchio e bravo giornalista, espertissimo nelle tecniche di costruzione del giornale.

Ettore Bernabei, laureato in lettere, già assistente dell’italianista e docente universitario Francesco Maggini, ha solo trent’anni, ma ha la stima e l’amicizia dei suoi più i meno coetanei colleghi. La redazione è una buona squadra; anche se di diversa estrazione politico-culturale i redattori sentono a poco a poco di far parte di un progetto. Si sentono tutti coinvolti nel clima di una città in crescita culturale e politica e si impegnano a fondo per rendere vivo e vivace il giornale che è la bandiera di questa mirabile stagione fiorentina.

Sotto la direzione di Ettore Bernabei il giornale comincia ad affermarsi non solo per la sua posizione politico-culturale, ma per la ricchezza dei suoi collaboratori, per l’invenzione di rubriche di informazioni pratiche e per alcune soluzioni grafiche che troveranno sviluppo quando il giornale lascerà la tipografia della “Nazione” in via Ricasoli per trasferirsi nel palazzo e nello stabilimento tipografico costruito ex-novo in via delle Ruote. E’ un bell’edificio moderno, ideato da due giovani architetti e docenti universitari, Giuseppe e Enzo Gori.

Redattore capo è Sergio Lepri. Appena laureato ha insegnato nel 1940 a Firenze italiano e storia all’istituto tecnico Galilei e nel 1944, dopo la liberazione della città, storia e filosofia al liceo Dante, ma nel 1945 ha deciso di passare al giornalismo (alla “Nazione del popolo”), convinto che il giornalismo avrebbe permesso di contribuire in maniera più efficace alla ricostruzione morale e materiale del paese, alla conoscenza dei nuovi istituti democratici e alla garanzia del pluralismo in cui aveva cominciato ad esprimersi il neonato sistema politico. Il giornalismo, insomma, come servizio, da esercitarsi con passione civile.

La nuova sede del “Giornale del mattino” in via delle Ruote

La nuova sede del “Giornale del mattino” in via delle Ruote

Lepri ha anche qualche esperienza nella costruzione grafica e tipografica di un giornale. Nel 1944, durante la Resistenza, ha diretto a Firenze un giornale clandestino, “L’Opinione”, e nel 1946 ha diretto il settimanale politico della Sinistra liberale, “L’Italiano”; e da quando lavora al “Mattino” Raffaello Palandri (che è stato nominato vicedirettore) lo ha preso come suo notturno assistente nell’impaginazione del giornale. Sono loro due che lavorano in tipografia fino alle 5 del mattino per fare la cosiddetta edizione cittadina; e sono gli ultimi a andarsene.

Politicamente Lepri si dichiara liberale di sinistra postcrociano e postmarxiano, ma consapevole seguace del grande messaggio morale che è nato con i Vangeli. Con sessanta anni di anticipo, è convinto di quello che con ben alta autorità sosterrà papa Francesco: che credenti e non credenti possono camminare insieme. Con Bernabei ha cominciato a camminare insieme allora; lo farà per tutta la vita.

Quando è stato nominato redattore capo, con firma in fondo all’ultima pagina, sotto quella del direttore, Bernabei glielo ha detto con chiarezza: il nostro giornale deve essere fatto in maniera che vada in mano non solo ai democristiani, ma a tutti. Un giornale aperto e moderno. E Lepri gli ha risposto: d’accordo; facciamo un giornale che sia un giornaliero dialogo con i lettori. Facciamo un giornale nuovo.

La prima cosa che fa, appena nominato redattore capo, è un referendum per sapere che cosa vogliono dal giornale i suoi lettori. Per parecchi giorni viene pubblicato in seconda pagina un lungo testo con una serie di domande e di possibili risposte: sui contenuti e sui modi di lettura, sull’informazione di cronaca e sull’intrattenimento di varietà, sull’illustrazione fotografica, anche sul linguaggio e sui criteri di titolazione. L’esito dà due sorprese: la prima è il numero delle risposte, 19 mila, incredibile per un giornale che al massimo, la domenica, tirava, allora, trentamila copie; la seconda, che le proposte e le richieste coincidono con quello che Lepri ritiene necessario per fare di un quotidiano uno strumento sia di conoscenza (chi più sa più è libero, ricorda Lepri), sia di assistenza (un aiuto per governare meglio la propria giornata, facilitando l’esercizio delle responsabilità professionali e familiari); e anche – perché no? – una modo di passatempo.

I risultati del referendum il giornale li racconta soddisfatto ai suoi lettori: “Un processo di rinnovamento del giornalismo     quotidiano in Italia è una necessità largamente sentita. Noi vogliamo porci all’avanguardia di tale processo di rinnovamento”. Il successo diventa anzi un invito a fare ancora di più: non solo un giornale che sia un dialogo con i lettori, ma “UN GIORNALE SCRITTO IN COLLABORAZIONE CON I LETTORI (così è scritto in pagina con lettere maiuscole), un giornale non solo vicino alla sensibilità dei lettori, ma aperto alle loro critiche e ai loro consigli, libera tribuna delle loro opinioni e dei loro giudizi”.

Secondo i consigli dati, si articola in forma più concreta l’informazione politica, si amplia l’informazione estera, si dà spazio ai resoconti di grossi processi (tanti e appassionanti in quegli anni), si allarga la cronaca locale, bianca e nera; una “rassegna della stampa” riassume quello che scrivono i quotidiani più importanti. Poi si comincia con molte rubriche che rappresentano una novità nel quadro della stampa quotidiana.

Alcune sono rubriche di informazioni culturali (“Scartafaccio”, letteratura; “Sosta in libreria”, editoria; “Parole come personaggi”, linguistica; “Luci della ribalta”, teatro; “Gazzettino delle arti”; “Mostre d’arte”, pittura; “Pentagramma”, musica; “Occhio di vetro”, fotografia; “Fermo in posta”,  filatelia). Altre rubriche rispondono a bisogni informativi dei lettori (“Il medico in casa”, “Il medico dei bambini”, “Buonappetito” cioè ricette di cucina, “Specchio a tre luci” cioè notizie di moda).

Grande successo hanno le rubriche di consulenza: oltre alle rubriche legale e commerciale quelle che hanno maggior numero di richieste di informazione e di aiuto sono la tributaria e la previdenziale, tasse e pensioni, che da quindicinali devono, per il numero di domande, diventare settimanali.

C’è anche una rubrica, nuovissima per i quotidiani: “I nostri giuochi”, con rebus e parole incrociate, anagrammi e rompicapo; perfino con vignette umoristiche e “strisce” a fumetti; e col tempo la rubrica diventa una pagina (“Varietà della domenica”), a cui si aggiunge una parte per i più giovani (“Il Mattino dei ragazzi”).

A parte una normale rubrica “I lettori ci scrivono”, la collaborazione dei lettori comincia ad essere attuata chiedendo i loro pareri su inchieste che il giornale fa su temi di attualità (gli orari scolastici, l’educazione dei figli, la sicurezza nelle strade, i programmi della radio e della appena nata televisione, il lavoro delle domestiche; anche con domande: Firenze è una città cortese?). Il tema viene annunziato per tempo, invitando i lettori a scrivere il loro parere; e viene trattato dal giornalista soprattutto parlando con la gente. E su inchieste tradizionali (per esempio di Sergio Lepri sugli Stati Uniti nel 1952 e sull’Unione Sovietica nel 1955) si chiede, a pubblicazione avvenuta, il giudizio dei lettori e quindi un dibattito di idee.

Purtroppo non manca qualche problema. Uno è lo spazio. I quotidiani, che per mancanza di carta sono nati o rinati dopo la guerra con   un solo foglio, quindi due sole   pagine, ora escono a sei pagine, poi a sei pagine i giorni feriali e a otto la domenica, poi a otto pagine e dieci la domenica. Il secondo problema è più grave: i soldi. Il giornale ha difficoltà di carattere economico e bisogna stare molto attenti alle spese.

I redattori sono buoni ma pochi. Stanno in quattro stanze.

Nella più grande c’è un grande tavola a U; al centro sta il redattore capo; intorno, lungo i lati esterni, tutti i redattori, nove se tutti sono in sede e nessuno è fuori per servizio.

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Poi altre tre stanze, piccole; una per la cronaca fiorentina, una per lo sport, una per l’informazione delle province toscane e umbre. In una altra stanza, piccolissima, la stenografa, Marina Cecchi. E’ lei che prende e trascrive tutte le corrispondenze per telefono. Molto materiale arriva tuttavia per fuorisacco.

Il fuorisacco è una utilissima istituzione di cui possono ricordarsi solo i giornalisti anziani. Nelle città più importanti e per i treni diretti l’inviato consegna il suo pezzo al capotreno, quindi fuori del sacco della posta normale, e nelle città sedi di giornale, il capotreno consegna il pezzo a un incaricato del giornale. Così anche i grandi quotidiani, a volte con accordi generali; così, per esempio, al Lido di Venezia negli anni 1959 e 1951 per la mostra del cinema, dove c’era una cassetta nella quale tutti gli inviati mettevano i loro pezzi, portati alla stazione di Santa Lucia da un impiegato della mostra.

Nel 1954 Lepri ha un’idea: il lunedì il giornale esce a otto pagine. Bene; facciamo quattro pagine con la normale carta bianca e quattro pagine tutte di sport con la carta rosa, come la “Gazzetta dello sport”. “Due giornali in uno” dice la pubblicità.

Ma la carta rosa costa più della carta bianca. Dopo un po’ di numeri si torna al tutto bianco.

Un’altra idea di Lepri quando il giornale esce la domenica a dieci pagine: la pagina centrale viene stampata a mezza pagina orizzontale, sicché, ripiegata, diventa un inserto di quattro paginette. E’ il “Mattino della domenica”; una grande fotografia fa   da copertina e le due pagintte centrali pubblicano un’inchiesta o una documentazione fotografica: tutte foto (il giornale ha un bravissimo fotografo, Giulio Torrini) con belle didascalie (scritte da Paolo Cavallina o Mario Francini) che creano così un racconto illustrato. Il primo numero parla di un paese che ha una sua bella storia risorgimentale, Fucecchio. Il secondo parla della fiorentina via della Vigna, la strada che da palazzo Strozzi porta al ponte alla Carraia e che allora aveva il “meglio” della città: il quattrocentesco palazzo Rucellai, il più noto dei tanti antiquari cittadini e anche una elegantissima panetteria e la migliore latteria, famosa per la panna montata e i cialdoni. Una strada che è un mondo di cose belle.

Lepri si preoccupa anche di garantire, come del resto hanno suggerito i lettori nel referendum, un’nformazione fotografica che non sia solo un fatto grafico per la composizione della pagina, ma una informazione. L’immagine spesso racconta più della parola. Ecco perché nel 1956 mette una foto drammatica, il transatlantico Andrea Doria che sta affondando davanti alle coste americane del Massachusetts, addirittura in apertura di prima pagina: meglio del grosso titolo che affianca la foto.

L’informazione dall’estero è affidata a una serie di corrispondenti che sono gli stessi della “Gazzetta del popolo” di Torino (Piero Ottone, Bruno Romani, Carlo Trotter, Mino Caudana, Leo Rea, Bonaventura Caloro; poi anche Arrigo Levi e Angelo Del Boca) e qualche “freelance” come Riccardo Forte. I collaboratori di terza pagina sono per il giornale una ricchezza in proprio.

Alcuni nomi sono nomi già noti (Mario Luzi,   Leone Traverso, Vittore Branca, Carlo Betocchi, Ettore Allodoli, Bernardo Berenson), ma i più sono i giovani intellettuali fiorentini che faranno poi una brillante carriera letteraria e accademica (Gianfranco Folena, Luigi Baldacci, Leone Piccioni, Francesca Sanvitale, Giorgio Luti, Carlo Coccioli, Oreste Macrì, Dino Pieraccioni, Odoardo Strigelli, Margherita Guidacci, Valentino Bucchi, oltre agli ex redattori Cassola e Cancogni). C’è poi, nel settore varietà, anche qualche saltuario servizio di Oriana Fallaci, alle prime armi come giornalista “d’assalto”.

Il “Mattino” è anche uno dei primi quotidiani a pubblicare in prima pagina fatti di cronaca di ampio interesse. Per decenni, infatti, la stampa quotidiana riteneva che in prima pagina dovessero andare soltanto fatti di politica interna o internazionale.

Il caporedattore Sergio Lepri, che non si limita a occuparsi dell’architettura redazionale e grafica del giornale ma partecipa alla scrittura dei fondi di prima pagina e alle recensioni di libri politici per la terza pagina, si trova a suo agio nel clima politico del giornale. Nel 1946 è stato tra i fondatori a Firenze con un gruppo di intellettuali fra cui Eugenio Garin e Eugenio Montale di un movimento chiamato Sinistra liberale. Erano tutti usciti dal Pli, quando il partito cominciò a manifestarsi di destra e, in vista del referendum istituzionale del 1946, anche di orientamento monarchico. Non erano molti (la maggior parte degli intellettuali fiorentini non comunisti era col Partito d’azione) e non riuscirono   a trovare cinquecento   firme per presentare una lista alle elezioni del 2 giugno per l’Assemblea costituente.

Il movimento aveva anche un giornale settimanale, l’”Italiano”, di cui direttore (e finanziatore) era Luigi Boniforti, avvocato e, dopo Carlo Lodovico Ragghianti, presidente del Comitato toscano di liberazione. Un così chiamato Comitato di redazione portava i nomi di Manlio Cancogni, Sergio Lepri e Carlo Ferdinando Russo, ma dei tre l’unico che aveva tempo (tutti i giorni in   redazione, in piazza   del Duomo; alla “Nazione del popolo” lavorava di notte) e acquisite esperienze professionali era Sergio Lepri, e quindi era lui che in pratica faceva il giornale e teneva i rapporti con i collaboratori (Eugenio Garin, Alberto Predieri, Carlo Cassola, Paolo Cavallina, Hombert Bianchi). Alle elezioni per l’Assemblea costituente si decise di votare per la Concentrazione democratica repubblicana, che portò all’elezione, nel collegio unico nazionale, di Ugo La Malfa (poi capo del Partito repubblicano) e di Ferruccio Parri (il partigiano Maurizio, Partito d’azione, uno dei capi del Comitato di liberazione Alta Italia). Una redattrice del giornale era Laura Tatò. Fu lì che Sergio Lepri e Laura Tatò si conobbero e decisero di sposarsi l’anno seguente.

L’orientamento politico di Sergio Lepri ha reso facile il suo inserimento nella linea politica del “Giornale del mattino” e così la sua fedeltà al magistero di Benedetto Croce, che gli è stato maestro di pensiero e di libertà.

Il riferimento a Giorgio La Pira era decisivo. Tra la sinistra laica e la sinistra cattolica c’era spesso una divergenza di fondo. Certi cattolici dicevano aiutiamo i poveri, i laici dicevano eliminiamo i poveri. Questo diceva anche La Pira quando sosteneva che la città di Dio dobbiamo costruirla su questa Terra.

C’era un’altra incredibile sintonia fra Croce e La Pira. Le parole destra e sinistra, e allora la contrapposizione fra destra e sinistra era fortissima, non sono state mai usate da La Pira. Quello che proponeva e poi come sindaco faceva era considerato di sinistra dagli oppositori, anzi di preoccupante eversiva sinistra, come denunziavano a Firenze la “Nazione” e il suo notista e poi direttore Enrico Mattei (omonimo del Mattei presidente dell’Eni). La Pira quello che proponeva e faceva lo chiamava la cosa giusta e non si preoccupava se, secondo le classificazioni di allora, la cosa giusta era definibile di sinistra.

Lepri ricordava Croce e il suo famoso dibattito con Luigi Einaudi sul rapporto fra liberalismo e liberismo. Einaudi sosteneva che non c’è liberalismo senza liberismo, cioè senza libero mercato. Croce diceva invece che in una società aperta la soluzione migliore per ottenere una maggiore libertà dell’individuo e una maggiore libertà di tutti deve essere stabilita caso per caso,   secondo la situazione storico politica del momento, a volte con una soluzione liberistica, a volte con una soluzione collttivistica (proprio così si diveva: collettivistica), cioè, diremmo oggi, ora di destra, ora di sinistra. E se allora il giusto aveva quasi sempre la definizione di sinistra, era perché allora, in un paese dove c’erano ancora le macerie della guerra, il giusto dipendeva quasi sempre non dal mercato ma da un intervento dei poteri pubblici. In fondo che cos’era il giusto, a Firenze e in quegli anni, per il sindaco La Pira? Un lavoro, una casa.

Oggi c’è da domandarsi se dopo la fine delle ideologie ossia dopo la morte culturale e storica del comunismo e del liberismo e la nascita dello stato sociale, sia ancora pertinente l’uso concettuale e verbale di destra e di sinistra. Nella pratica il processo è già cominciato e se ne vedono gli effetti nell’attuale difficoltà di definire certi movimenti politici e certi provvedimenti sociali. Ma questi processi sono di lunga durata (qualcuno potrebbe dire che questo processo destra-sinistra è cominciato negli anni Trenta col new deal di Roosevelt negli Stati Uniti); e questo processo è oggi contrastato da chi nella sopravvivenza di un capitalismo senza vincoli o con meno vincoli possibile vede la salvaguardia del proprio potere.

Ecco perché, nonostante le sue idee, Lepri sta volentieri al cattolico “Giornale del mattino” e collabora spesso nella definizione della sua linea politica.

Quando Bernabei ha assunto la responsabilità del giornale, il 6 maggio del 1951, Firenze è in piena campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Sindaco uscente è il comunista Mario Fabiani, eletto nel 1946. La città è notoriamente “rossa” e in quelle elezioni il Pci e il Psi hanno ottenuto più del 55 per cento dei voti e 34 seggi su 60. La Dc ha avuto solo il 23 per cento.

L’idea di fare La Pira capolista della Dc è di Renato Branzi, l’esponente più importante del partito, e Adone Zoli, (l’avvocato che è stato arrestato durante la Resistenza e ha rischiato di essere fucilato) si assume il compito di fare accettare questa idea “paradossale” ai notabili romani del partito, molti dei quali reputano quel professore siciliano trapiantato a Firenze uno strano monaco, un po’ sognatore, gran benefattore ma privo di realismo politico.

Quando Zoli torna a Firenze con l’assenso di Roma, Branzi si reca da La Pira e gli propone la candidatura. La Pira risponde di no: “Ti ho detto di sì nel 1946 per le elezioni all’Assemblea costituente e per il governo, ma ora devo continuare ad approfondire i miei studi di economia, di storia e di sociologia. E poi, come sai, non sono iscritto alla Dc e l’unica cosa che voglio fare è di studiare e di insegnare”.

Branzi, però, non si rassegna e aspetta una domenica mattina. La Pira si trova nella chiesa di san Pròcolo, vicino a via Ghibellina, dove dal 1934 tutte le domeniche assiste i poveri (anzi “i più poveri tra i poveri”; e l’iniziativa è chiamata la “Messa di san Pròcolo”). E’ finita la Messa e La Pira sta dando da mangiare a dei vecchi infermi, quando compaiono Adone Zoli e Renato Branzi. Gli si avvicinano e dicono “Guarda chi è venuto”; dietro di loro, sorretto dal suo giovane discepolo don Carlo Zaccaro perché da tempo soffre di una grave forma di Parkinson, c’è don Giulio Facibeni, il sacerdote che, dopo la prima guerra mondiale, ha fondato per gli orfani una benefica comunità, l’Opera Madonnina del Grappa, ed è conosciuto in tutta la città come un sant’uomo. Per La Pira don Facibeni è il punto di riferimento, insieme a don Raffaele Bensi, che è il suo direttore spirituale, e all’arcivescovo di Firenze, il cardinale Dalla Costa, che è la sua cattedra teologale. Don Facibeni guarda La Pira, senza dire una parola, e gli fa un gesto con la mano, come dire “Forza. Vai”. La Pira “Ho capito” dice; “accetto”.

Con 38 voti su 60 (astenuti comunisti e socialisti) il 5 luglio Giorgio La Pira è eletto sindaco di Firenze. Il 46,80 per cento dei voti è andato alle liste apparentate di Dc, Pli, repubblicani e socialdemocratici, il 44,20 alle liste apparentate di Pci e Psi. La Dc è salita da 15 a 31 consiglieri (più cinque socialdemocratici e quattro liberali), il Pci è sceso da 21 a 13 (la legge elettorale allora vigente prevedeva che la lista maggioritaria ottenesse i due terzi dei seggi, mentre le altre liste si ripartivano proporzionalmente il residuo terzo dei seggi).

Il risultato di Firenze appare tanto più significativo perché sul piano nazionale (le elezioni si sono svolte in gran parte nell’Italia centrosettentrionale e in alcune province del sud) la Dc è passata dal 48 al 39 per cento (rispetto alle politiche del 1948), le sinistre dal 35 al 37.

Durante la campagna elettorale il Partito comunista ha capito che Giorgio La Pira gode di molte simpatie nei settori proletari ed operai della città; gli incaricati della propaganda (i cosiddetti ”agit-prop”) ricevono perciò istruzioni di diffondere fra gli iscritti e i potenziali elettori questo consiglio: “Se vi piace La Pira, dategli la preferenza insieme al voto per il Pci”.

In questa maniera, secondo la norma, vale il voto al partito ed è considerata nulla la preferenza. Un’inchiesta fatta da un redattore del giornale all’uscita da molti seggi elettorali (una specie di “exit-poll” anticipato di mezzo secolo) accerta che parecchi avevano dato il voto al Pci e la preferenza a La Pira. Tutto questo è confermato dalla decisione dei comunisti e dei socialisti di non votare contro, ma di astenersi sull’elezione del sindaco in Consiglio comunale.

La Pira ha fatto la sua campagna elettorale in prevalenza nei quartieri popolari d’Oltrarno e soprattutto nel quartiere di San Frediano, dove il Pci ha preso, nelle precedenti elezioni, il 75 per cento dei voti. In quelle vecchie case e nelle povere botteghe artigiane La Pira parla con la gente, accompagnato da Fioretta Mazzei, una giovane donna che fin da bambina abita in quel quartiere e conosce tutti, uomini e donne, per averli più volte aiutati nei momenti del bisogno, avvalendosi delle risorse familiari. Specie ai senzatetto e agli abitanti di tuguri malsani La Pira prende un impegno: “Prenderemo le case che non sono abitate e ne costruiremo delle nuove; e creeremo nuovi posti di lavoro”.

Nella sua prima riunione, subito dopo l’elezione di La Pira a sindaco, il primo ordine del giorno è presentato dal consigliere socialista Giovanni Pieraccini. Viene votato all’unanimità: “Il Consiglio comunale di Firenze, constatando che il suo insediamento coincide con la rinascita delle speranze di una distensione internazionale in seguito all’apertura delle trattative per la tregua in Corea, vuole che il suo primo atto interpreti solennemente la profonda aspirazione di tutta la cittadinanza alla pace”. In aula il sindaco si rivolge all’opposizione dicendo: “Ci sono dei problemi, come ad esempio l’adesione al patto atlantico, su cui abbiamo idee differenti, ma non possiamo non essere d’accordo su dichiarazioni sulla pace, che toccano le radici fondamentali di ogni essere umano”.

Il “Nuovo Corriere” di Romano Bilenchi guarda tuttavia La Pira con diffidenza. E’ certo un uomo onesto, antifascista, cattolico di sinistra, ma quella che il giornale chiama la sua “angelicità” rende sospettosi; e il suo pauperismo – scrive – “puzza di demagogia”. E poi è sempre un esponente del campo avverso, di quel governo che – scrive – spara sui manifestanti.

Il giornale prende però iniziative che si richiamano ai temi di La Pira. Fra ottobre e novembre lancia una grande inchiesta dal titolo “Per una distensione fra i popoli”. L’inchiesta, aperta a uomini e donne di ogni appartenenza culturale, politica e religiosa, si conclude con questo bilancio: “Il compito che ci siamo prefissi è quello di lottare con tutte le nostre forze per una pacificazione interna e internazionale”; è necessario perciò “diradare l’atmosfera di odio suscitata dall’errata propaganda tra avversari politici e creare la distensione degli animi”.

L’auspicio è di “un incontro nel segno della pace da difendere e che dovrebbe permettere l’avvento di forze nuove, unitarie, concordi pur nella discordia ideologica, alla direzione del paese, il suo avvio su un binario di intesa e di pace, di progresso e di modernità”.

A Firenze c’è dunque qualcosa di nuovo e il “Giornale del mattino” se ne fa portavoce. Nel saluto al nuovo prefetto di Firenze    La Pira così definisce la città: “Questa dolce città, fiore del mondo, civitas requiei meae, città della mia pace”. Per Natale La Pira manda una lettera a tutti i cittadini malati e sofferenti: sono i suoi primi auguri natalizi; ai malati augura la guarigione e chiede l’offerta delle loro sofferenze per l’edificazione di una città armoniosa e in pace. Alla fine dell’anno La Pira manda una lettera anche ai nonni, cioè a “coloro che nel corso della loro lunga vita hanno custodito e accresciuto col loro amore, con la loro fede, con la loro operosità, con la loro virtù, il valore di questa Firenze così cara al cuore di tutti”.

Nel 1951 anche l’Italia comincia a fare qualche passo in avanti. De Gasperi ha costituito il suo settimo governo. Per la prima volta ne fa parte una donna, Anna Cingolani Guidi, sottosegretaria all’Industria e Commercio. Ministro delle finanze è Ezio Vanoni; è suo l’avvio di un grande e moderno progetto di riforma fiscale. Ministro per il commercio estero è il repubblicano Ugo La Malfa, che il 1° novembre riduce del 10 per cento i dazi doganali e avvia così la liberalizzazione degli scambi commerciali,     premessa del “boom” della fine degli anni Cinquanta.

Cominciano a volare aerei a reazione; da Londra a Roma un “Comet” raggiunge la velocità di 800 chilometri all’ora. Dal 29 al 31 gennaio si svolge il primo festival di Sanremo. Ancora non c’è la televisione, ma la trasmissione radiofonica ha un grande successo e suscita apprezzamenti, discussioni e polemiche. Vince Nilla Pizzi con una canzone, “Vola colomba bianca, vola”, che rivendica l’italianità di Trieste. L’aria condizionata comincia a diffondersi. Un impianto viene inaugurato alla fine di luglio nel palazzo di Montecitorio. Il metano al posto del carbone rappresenta una rivoluzione in cucina; il metano in bombole arriva anche nei più piccoli centri abitati. Grande successo delle “radioline”, gli apparecchi radio che, grazie all’invenzione dei transistor, hanno piccole dimensioni e funzionano a batteria. Fausto Coppi vince la Milano-Sanremo, il Giro d’Italia (secondo è Gino Bartali), il Giro di Francia e il campionato del mondo.

In questo anno c’è tuttavia anche un grande disastro. A metà novembre il Po rompe gli argini da Pavia in poi. L’alluvione colpisce il Parmense e soprattutto il Polesine e il delta padano.

Migliaia di ettari sono allagati; i profughi sono più di ventimila. Il “Mattino” mette in apertura di prima pagina una foto scattata dal suo fotografo inviato sul posto (Giulio Torrini); è una foto che ritrae una famiglia – un uomo, una donna, un bambino seduto su una valigia di fibra tenuta da uno spago – sull’argine del Po e sullo sfondo di un mare di acqua. E’ una bella foto, più descrittiva e impressionante di un titolo fatto di parole; ed è la prima volta che un quotidiano pubblica una foto in apertura della prima pagina. Questa novità grafica e concettuale (la preminenza dell’immagine sul testo) preannunzia il rinnovamento del giornale non solo sul piano dei contenuti, ma anche nell’impostazione grafica delle pagine.

Nel 1952 morte e misteri nei paesi comunisti dell’Est europeo, un fenomeno che rimarrà a lungo incomprensibile agli osservatori occidentali: esponenti di rilievo del partito comunista di governo, gloriosi di antica militanza, qualcuno sopravvissuto alla prigione e ai campi di concentramento, vengono arrestati e processati con imputazioni incredibili, non solo vecchie come il trotzkismo o nuove come il titismo (cioè l’essere favorevoli, come Tito, a vie nazionali al socialismo), ma addirittura di spionaggio a favore degli Stati Uniti e, per alcuni, perfino di antiche simpatie per il fascismo e il nazismo; ancora più incredibile è il fatto che quasi tutti si dichiarano colpevoli, rei confessi dei più gravi misfatti ideologici.

Quasi per contrapposizione, negli Stati Uniti comincia una specie di caccia alle streghe che colpisce chiunque sia sospetto di simpatie per la sinistra. Il grande inquisitore è un senatore repubblicano, Joseph McCarthy, presidente del Comitato per le attività antiamericane. Il “maccartismo” che da lui prende nome imperversa per qualche anno, fino a quando è lo stesso Senato degli Stati Uniti a bloccare l’impresa: è contraria – losapevamo – alle norm di una società democratica.

Alla presidenza degli Stati Uniti viene eletto un generale, Dwight Eisenhower, l’uomo che con Winston Churchill ha guidato le forze occidentali nella seconda guerra mondiale contro Hitler. Il giornale ha un inviato (Lepri) in America per seguire la campagna elettorale; l’ha seguita dietro il candidato perdente, il democratico Adlai Stevenson: un “uomo eccezionale” per idee e fantasia, ha scritto; (“sembrava un italiano del Partito d’azione”).

Anche in Italia si pone il problema di contenere il Partito comunista e i suoi alleati socialisti. Ma come? Per escludere la sinistra da ogni posizione di potere, anche se determinata dal voto dei cittadini, qualcuno pensa di dimenticare il passato e di stringere alleanze, al governo e nelle amministrazioni locali, con i fascisti del Movimento sociale e con i monarchici.

A Roma, alla vigilia delle elezioni amministrative, è l’ottantunenne don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare nel 1919, che – d’accordo, sembra, col papa Pio XII – suggerisce alla Democrazia cristiana di presentare una lista civica aperta alle destre (la fascista e la monarchica), per evitare così che i comunisti arrivino in Campidoglio. Questa che verrà chiamata “operazione Sturzo” non trova però il consenso di Alcide De Gasperi, presidente del consiglio e democratico di antica tradizione. I risultati elettorali del 25-26 maggio gli dànno ragione e soddisfazione: la Democrazia cristiana e i partiti di centro hanno la maggioranza senza bisogno delle destre.

Per il fallimento dell’”operazione Sturzo” il giornale non nasconde il proprio compiacimento, nonostante che don Sturzo sia stato un suo collaboratore. E così il 28 maggio è felice di intitolare “Il Campidoglio è rimasto agli amministratori democratici. La Dc con il blocco di centro supera le sinistre di 70 mila voti e le destre di 178 mila”.

Alla fine di luglio il “Giornale del mattino” dedica buona parte del suo poco spazio a un evento di grande valore internazionale. E’ il “Convegno per la pace e la civiltà cristiana”, una iniziativa di La Pira, la prima di tante, analoghe, che verranno negli anni. Sono sedici i paesi rappresentati, appartenenti a Europa, America e Asia. “Che cosa è questo convegno?” si chiede La Pira: “E’ un concilio di nazioni che considerano il Cristianesimo un elemento vitale e propulsivo della loro storia e del loro progresso tecnico, economico, sociale, politico, culturale e spirituale”. Perché a Firenze? “Per la misteriosa ma reale e permanente capacità di attrattiva che Firenze esercita su tutte le genti: città essenzialmente di pace e di contemplazione, che rappresenta nel sistema organico della civiltà cristiana una delicata clausura dentro le cui mura si custodisce una bellezza che rasserena e pacifica”. Al convegno partecipano, fra gli altri, Jacques Maritain, José Ortega y Gasset, Gabriel Marcel.

In gennaio c’è stata un’altra iniziativa di La Pira: la distribuzione di latte caldo ai bambini delle scuole elementari; ma il senso della politica di La Pira è soprattutto in una lettera aperta (che il “Mattino” ovviamente pubblica) al Pretore: “Signor Pretore, abbia la bontà di ascoltarmi. Come fare per questi sfratti? Se non vogliamo che a Firenze si verifichi una vera rivolta, è necessario frenarli. La legge è fatta per gli uomini – come dice il Vangelo e anche il diritto romano – e non viceversa. Come fa un disgraziato sfrattato a vivere in mezzo alla strada? Prima bisogna procurargli una casa e poi sfrattarlo!”.

Il problema degli sfratti è il tema di un bel film di Vittorio De Sica, “Umberto D.”, che ha una sua storia nel “Giornale del mattino”. Nel maggio del 1951 una notte verso mezzanotte un giovane ha chiesto di parlare con qualcuno della redazione. Si chiama Luciano Ricci e al redattore che lo riceve (Lepri) dice che ha una notizia che gli sembra importante: per il suo film “Umberto D.” (l’amara storia di un pensionato statale che viene sfrattato dalla sua povera camera di affitto) il regista Vittorio De Sica ha scelto come interprete un docente dell’università di Firenze, il professor Carlo Battisti. Il professor Battisti è un uomo schivo, timido, che nell’istituto di filologia romanza nella sede universitaria di piazza San Marco usa sedere davanti alla scrivania con una papalina in testa e un gatto sulle ginocchia (a volte, d’inverno, con uno scaldino).

Come? Il professor Battisti dell’università di Firenze che diventa attore in un film di De Sica? Il redattore porta il giovanotto in una stanza, davanti a una macchina per scrivere; “Scriva    subito    quello    che    mi    ha    detto”;    e    chiude    a    chiave    la porta. Il giorno dopo il giornale pubblica la notizia con grande rilievo. E’ uno “scoop”, che viene poi ripreso da tutti i giornali. Qualche giorno più tardi il giovanotto è assunto come redattore. E il prof. Battisti diventerà un collaboratore del giornale.

Il film “Umberto D.” non piace tuttavia ad alcuni settori della Dc e Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del consiglio e presidente della commissione d’appello di revisione dei film, scrive che il film, soffermandosi sugli aspetti deteriori della realtà nazionale, rende un “pessimo servizio” all’Italia, e aggiunge che così De Sica favorisce le “vie disgregatrici dello scetticismo e della disperazione”. Il “Mattino”, però, non se ne dà per inteso; manda anzi un inviato (Lepri, che ha conosciuto all’università il professor Battisti e da lui, studioso della lingua ladina, è stato aiutato in una sua inchiesta sull’Alto Adige) alla prima del film a Bologna e pubblica un’intervista col regista.

In novembre muore Benedetto Croce. Dopo la fine del fascismo e dopo la fine della guerra è stato presidente del Partito liberale, ministro nel governo Badoglio e nel governo Bonomi, membro della Consulta nazionale, dell’Assemblea costituente e del Senato; ma il suo valore è in quello che ha rappresentato, durante gli anni del regime fascista, per una intera generazione che in lui vedeva il simbolo della libertà contro l’oppressione mussoliniana. E’ un lutto per la cultura italiana e mondiale e il “Mattino” di Bernabei, pur tenendo conto del laicismo dell’uomo, gli dedica uno spazio eccezionale per un giornale che affonda le sue radici nel cattolicesimo. Dopo un grosso titolo su quattro colonne in prima pagina con la notizia della morte l’intera terza pagina commemora il filosofo scomparso: articoli di Vittorio Santoli, Odoardo Strigelli, Dario Faucci; solo un articolo di padre Ernesto Balducci ne ricorda l’”incomprensione per il cattolicesimo”. Dagli Stati Uniti, dove si trova come inviato del “Mattino”, Sergio Lepri, che non ha mai nascosto la sua devozione al suo maestro Benedetto Croce, invia un messaggio al direttore Bernabei: “Grazie”.

In novembre si svolge il quarto congresso nazionale della Dc.

Il “Mattino” sottolinea l’uscita di “Iniziativa democratica”, la rivista della nuova corrente dc che Fanfani ha preannunziato a La Pira. L’articolo introduttivo della rivista parte dalla constatazione di uno stato di disagio e di insoddisfazione di molti strati sociali del paese, tale da suscitare un senso di sfiducia nei valori della democrazia e da offrire punti di inserimento agli estremisti di destra e di sinistra. Il partito è inteso come organo propulsore dell’attività di governo, aperto ad una libera discussione che sia fedele a due stelle polari: l’ispirazione cristiana e le attese sociali della gente comune.

Così finisce il 1952. In occasione del Natale La Pira scrive (e continuerà a farlo finché sarà sindaco) ai ragazzi delle scuole elementari, accompagnando la lettera con un piccolo panettone e un libretto, curato da Piero Bargellini (lo scrittore; sarà poi

sindaco di Firenze negli anni Sessanta; il “sindaco dell’alluvione” del 1966), sulla storia e l’arte di Firenze: “Amatela con tutto il trasporto della vostra anima questa vostra città così preziosa, perla del mondo e faro di civiltà”.

Il 1953 è un anno di prime volte. E’ la prima volta che il comitato per i premi Nobel del parlamento norvegese decide di non assegnare il premio per la pace. E’ la prima volta che nel mondo comunista succede il finimondo: muore Stalin; Lavrenti Beria, vicepresidente del consiglio e ministro degli interni, viene condannato a morte e fucilato con l’accusa di essere un agente dell’imperialismo americano; a Berlino migliaia di operai bruciano la bandiera rossa e chiedono libertà di sindacato, fino a quando arrivano i carri armati sovietici. In Italia è la prima volta che il sistema mediatico condiziona opinione pubblica e elettorato con una campagna basata su una menzogna, chiamando “legge truffa” una legge che truffa non è, perché attribuisce un piccolo premio di maggioranza solo a chi ottiene la maggioranza assoluta del 50,1 per cento. E’ la prima volta che in Italia una fabbrica – la Pignone di Firenze – viene occupata dagli operai, con l’intervento pesante del sindaco La Pira, col coinvolgimento dell’arcivescovo di Firenze e di tanti vescovi, in certo modo anche del Papa; è così la prima volta che ha inizio un generale dibattito sul giusto e il non giusto del libero mercato.

Nella vicenda della Pignone il “Giornale del mattino” diventa parte attiva. Tutto è cominciato nel novembre precedente quando la Snia proprietaria decide, licenziando tutti i 1750 dipendenti, di mettere in liquidazione le officine. Per scongiurare un fatto drammatico per la città il sindaco La Pira ha scritto a tutti, a De Gasperi, a Pacciardi ministro della difesa (la Pignone ha fatto soldi per commesse di guerra), a Fanfani ministro dell’interno, al senatore Cini (che detiene la maggioranza delle azioni). Il 19 telegrafa a Gronchi presidente della Camera: “Freddamente calcolata liquidazione della Pignone ha offeso città di Firenze. Poche volte come in questo caso lettera legge ha servito coprire spirito inumano. Viene spontanea alla mente immagine evangelica sepolcro imbiancato che racchiude ceneri ingiustizia”.

La Pira scrive a tutti i vescovi e anche al Papa; gli risponde il prosegretario di stato monsignor Montini: “La sicurezza dell’occupazione, del salario e della casa sono premessa indispensabile per la pace sociale e la vita religiosa…Il Sommo Pontefice esorta la S.V. a volersi prodigare ancora generosamente al servizio della buona causa”.

Il 17 novembre gli operai, 1750, occupano la fabbrica. Il Comune manda brande perché non dormano per terra e le coperte arrivano dalla Pontificia Commissione di assistenza. La Cooperativa latte e derivati assicura 50 litri al giorno di latte e l’Unione macellai il necessario giornaliero di carne. Domenica, il 22, il parroco del quartiere, don Bruno Borghi, celebra la Messa nella fabbrica occupata. Il sindaco La Pira assiste alla Messa in mezzo alle maestranz. Il 23 tutti i parroci di Firenze esprimono la loro solidarietà con gli operai.

I proprietari della Pignone e la Confindustria denunziano gli operai per l’occupazione della fabbrica e i liberali presentano un’interpellanza alla Camera sul sindaco che assiste alla Messa in una fabbrica occupata. Risponde Fanfani, ministro dell’interno: “Non consta al ministero dell’interno che il sindaco di Firenze si sia mai recato nella fabbrica occupata dagli operai. Dai giornali si è appreso soltanto che domenica 22 novembre il professor Giorgio La Pira ha soddisfatto il precetto festivo ascoltando la Santa Messa che si celebrava in un locale sito nelle grandi officine del Pignone. Né il ministero ha obbligo per legge di richiedere ai sindaci di assistere alla Messa domenicale in luogo e tra pubblico diverso da quello che essi come cattolici per propria comodità prescelgono”.

La rivista americana “Time” parla di Firenze, di La Pira e della Pignone. La vicenda fiorentina viene a conoscenza di tutto il mondo. L’11 un lettore di “Time” manda dal Perù 200 dollari per aiutare gli operai. Se ne parla anche nelle scuole italiane; 250 lire arrivano dagli alunni di una scuola elementare romana.

Appellandosi a leggi del 1865 e del 1915 (il suggerimento è dell’amico magistrato Gianni Meucci) il sindaco La Pira ha pronto un incredibile decreto di requisizione della Pignone. Fanfani lo ferma; non ce n’è bisogno; c’è qualcuno, amico di lui e di La Pira, che farà trascorrere un buon Natale agli operai della Pignone.

In febbraio è nato l’Eni; all’Eni la legge attribuisce il monopolio dello sfruttamento dei giacimenti di metano recentemente scoperti in valle Padana, i pacchetti azionari dell’Agip, della Snam e dell’Anic. Presidente dell’Eni è Enrico Mattei, che così prosegue una politica intesa a garantire all’Italia una autonomia quanto maggiore possibile nel campo energetico.

Enrico Mattei si incontra con la Pira in dicembre a Palazzo Vecchio. Lo smantellamento della Pignone, gli dice La Pira, deriva non solo da “una concezione moralmente pagana dell’economia”, ma da “una visione tecnicamente sbagliata”. Mattei – è Vittorio Citterich che assiste all’incontro e lo racconta sul “Giornale del mattino” – lo guarda con aria sorniona, “Dicono che tu abbia il fiuto degli affari” prosegue La Pira; “bene; mettilo alla prova; quelli lì, sull’altra riva del Mediterraneo, tra meno di dieci anni saranno tutti indipendenti e padroni del loro petrolio e del loro gas. Questo è il momento di allacciare un rapporto con loro, oggi che tutti i potenti gli dànno contro. Questa fabbrica di Firenze potrebbe costruire bombole..”. E bombole furono.

Proprio alla vigilia di Natale si conclude così una vicenda fiorentina che ha avuto echi in tutto il mondo. L’Agip di Enrico Mattei subentra nella proprietà delle officine Pignone. Su quelle che dovevano essere le ceneri di una fabbrica nasce la “Nuova società Pignone, “Officine meccaniche e fonderie”.

Per il “Giornale del mattino” il 1953 è stato un anno buono, anche di citazioni e di diffusione. Un giorno il direttore Bernabei scrive una lettera al caporedattore Lepri: “Oggi ho sentito il bisogno di riaprire il giornale più e più volte e di rileggermi le cose già lette. Ogni volta mi entusiasmavo e con rinnovata gratitudine pensavo a te e ai colleghi che vi avevate travasato la vostra intelligenza e la vostra passione. Anche a nome di lettori e di amici autorevoli devo esprimerti il sincero e fraterno grazie, con la preghiera di estenderlo a tutti i colleghi della redazione. Penso che il numero di oggi possa essere una buona premessa per quel rinnovato e più bel giornale che faremo”.

Il 21 febbraio del 1954, domenica, il “GIORNALE DE/IL MATTINO” (su du righe) modifica la testata in “GIORNALE DEL MATTINO” (su una sola riga), con un significativo sottotitolo: “Quotidiano d’informazione”. Già da alcuni giorni i lettori erano stati avvertiti: “La diffusione ormai nazionale del ‘Mattino’ ha reso necessario questo provvedimento, allo scopo di evitare omonimie con altri quotidiani dell’Italia meridionale” (il riferimento è al “Mattino” di Napoli).

Sul piano politico il giornale accentua la sua posizione, secondo la linea che La Pira e Fanfani stanno proseguendo con costanza e pazienza. Ci vorranno ancora quattro anni perché si cominci a parlare di centrosinistra (o di “svolta a sinistra” o di “apertura a sinistra”) e otto anni per un governo con la partecipazione dei socialisti, ma già da oggi il giornale preannunzia i tempi nuovi.

Il 7 marzo c’è un articolo di fondo (di Lepri, ovviamente d’intesa con Bernabei): “Il dramma di Nenni”. Il dramma è quello di una dottrina che, nata sul terreno cristiano dell’amore verso il prossimo e della fratellanza tra gli uomini in nome dell’umana sofferenza che nasce dalla miseria e dalla fame e del comune diritto a una equa ripartizione della ricchezza, cento anni or sono si trovò di fronte, con Carlo Marx, a una ideologia che tendeva ad accoglierne la successione e, giudicando impossibile l’eliminazione delle ingiustizie sociali nell’ambito della vigente società e alla luce di quegli ideali di fraternità e di eguaglianza, ne propugnò il sovvertimento, ignorando ogni solidarietà umana almeno finché non si sia giunti a una società senza classi”.

Sullo stesso tema il 5 aprile il giornale dà rilievo in prima pagina a un discorso di Fanfani: “La Dc ha compiuto il suo tratto di strada. Tocca ora al capo del Psi di chiarire quale strada è disposto a compiere e con quali accompagnatori”.

Il 19 marzo un altro fondo di ispirazione lapiriana (del direttore Bernabei): “Due milioni e mezzo di iscritti al Pci e quasi quattro milioni di votanti non possono essere classificati come una minoranza di gente malvagia e in malafede; non ci danno il diritto di dividere il mondo in due settori: tutta la ragione è dalla parte nostra, tutto il torto è dalla loro. Che cosa abbiamo fatto per raccogliere il grido delle loro sofferenze e delle loro angosce? Per rispondere agli appelli di chi è oppresso dalla miseria e dalla fame? Per liberarci dalle cattive compagnie che ci pongono dalla stessa parte dei potenti e degli sfruttatori? Per riconquistare e meritare la fiducia dei diseredati? Per dimostrare alla povera gente che ci sentiamo tutti eguali, fratelli in Cristo?”.

Sono concetti difficili, specie in questi tempi, e insoliti. Gli autori si sentiranno rassicurati qualche anno più tardi, quando Papa Giovanni con la sua enciclica “Mater et magistra” giustificherà la collaborazione fra credenti e non credenti, introducendo una distinzione fra errore e erranti e tra false dottrine e movimenti politici e sociali che ad esse si ispirano e che, a differenza delle dottrine, possono cambiare e diventare portatori di istanze giuste.

Il 1954 è un anno importante per il “Giornale del mattino”.

Muore Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani viene eletto segretario della Democrazia Cristiana.

De Gasperi muore improvvisamente il 19 agosto nella sua casa di campagna a Sella di Valsugana. Nato suddito austriaco nel 1881 in un piccolo paese del Trentino, laureatosi a Vienna nel 1905, deputato nel Parlamento austriaco nel 1911 e poi in quello italiano nel 1921 e nel 1924, De Gasperi è stato a capo di sette governi: continuativamente dal 1945 al 1953. Si è dimostrato un buon presidente del consiglio e anche un uomo di stato; col francese Schuman e col tedesco Adenauer è stato uno dei primi costruttori dell’unità dell’Europa.

E’ agosto, ma il direttore Bernabei e il caporedattore Lepri sono a Firenze. Si precipitano in via delle Ruote e in poco tempo riescono a fare uscire un’edizione straordinaria del giornale.

Il 23 agosto, in concomitanza con i funerali di De Gasperi a Roma, tutte le Confederazioni sindacali aderiscono all’invito del ministro del lavoro, il socialdemocratico Vigorelli, e proclamano una sospensione del lavoro per cinque minuti; anche la comunista Cgil. E’ un fatto insolito, specie per questi tempi di forte contrapposizione fra governo e opposizione, fra la Dc e le sinistre.

La morte di De Gasperi lascia un vuoto in Italia, come se un’era finisse. In realtà qualcosa è finito e qualcosa comincia.

Amintore Fanfani, 46 anni, più volte ministro, già noto al grosso pubblico per il piano di costruzione di case per i lavoratori (che sono state chiamate, appunto, le “case Fanfani”) ha vinto col suo schieramento al recente congresso di Napoli della Dc; è conosciuto anche per certe idee che qualcuno dice di sinistra: simpati per il mondo arabo, diffidenze sulle alleanze militari, ammiccamenti ai socialisti di Pietro Nenni. Del suo partito vuol fare un partito bene organizzato e non condizionato dai finanziamenti della Confindustria e dell’America. Sono idee che lo fanno subito guardare con sospetto dalla destra economica e anche da certi ambienti vaticani. Fanfani è eletto segretario il 16 luglio con 59 voti e 12 schede bianche; presidente del Consiglio nazionale è Adone Zoli, avvocato, fiorentino, amico di La Pira.

Al congresso di Napoli La Pira, che non ha e non prenderà mai la tessera della Dc, interviene come delegato, designato all’unanimità (e a sua insaputa) dai democristiani fiorentini. “Mi sono chiesto” dice nel suo intervento, riportato dal ”Giornale del mattino”, “quale valore e quale finalità ha questo congresso. E mi sono risposto: la finalità è forse una sola, quella di rendere chiari i rapporti essenziali fra la Dc, partito politico dirigente, e certe grandi speranze storiche che la Provvidenza ha suscitato nel nostro tempo”. Le speranze sono la speranza del miglioramento economico e sociale, la speranza per una politica adeguata alla dignità e grandezza dell’uomo, la speranza per la pace. E come operare per la pace? “Operando con fiducia, da portatori e mediatori di pace fra i popoli; e costituendo fra essi, anziché una trincea di divisione e di amarezza, un ponte di congiunzione e di speranza”.

In giugno si è tenuto a Firenze il terzo “Convegno per la pace e la civiltà cristiana” (qualcuno lo chiama anche “Concilio delle nazioni”). Il tema è “cultura e rivelazione”. Partecipano 46 paesi (quattro in più del secondo); fra essi Cuba, Egitto, Giordania, Israele, Siria, Vietnam.

Al termine del convegno l’”arrivederci” di La Pira dice: “Pace col lavoro… pace con la libertà… Pace totale; pace che spera di vedere estinti i focolai di guerra che ancora esistono su tanti punti della Terra: nell’Estremo Oriente, nel Medio Oriente, nell’America, in Europa; pace che desidera vedere fraternamente convivere tutti i popoli la cui storia spirituale risale ad Abramo, padre dei credenti: popoli d’Israele, popoli dell’Islam, popoli della cristianità; e con essi tutti i popoli della terra con i quali si accomuna la stessa divina discendenza dal comune Padre Celeste… Se qualcuno ci dirà che siamo dei sognatori, non importa; siamo i sognatori di Dio; ma solo i sognatori di Dio hanno l’intuizione totale delle cose dell’uomo”.

Purtroppo in maggio c’è stata una grande tragedia del lavoro in una miniera di lignite di Ribolla, nel Grossetano: ottanta minatori rimangono sepolti a 260 metri sotto terra; 42 muoiono.

Ribolla e tutta la zona delle cosiddette colline metallifere è terra del “Mattino” e il giornale segue con grande rilievo la tragica vicenda. Non è solo un grosso fatto di cronaca, ma un fatto che implica gravi responsabilità da parte degli industriali. Il direttore Bernabei interviene con due fondi, il primo per denunziare la scarsa sicurezza negli ambienti di lavoro, il secondo per rispondere alle inevitabili polemiche: denunziare questi fatti può “indurre l’opinione pubblica a fare una distinzione fra datori di lavoro degni di ogni rispetto e imprenditori senza scrupoli… Ma fino a che queste oneste denunzie saranno scambiate per sovversivismo, fino a che per un industriale veramente disonesto e asociale sorgeranno in difesa centinaia di industriali onesti e sociali solo perché la difesa di classe viene posta al di sopra di ogni altro dovere, difficilmente si potranno evitare guai peggiori”.

Il giornale decide un’inchiesta (di Silvano Giannelli e Athos Mosti) sui minatori maremmani: come vivono, come lavorano, che cosa temono, che cosa sperano.

Una bella notizia è il ritorno di Trieste all’Italia. E’ un avvenimento che commuove gli italiani; soprattutto per i più anziani, quelli che si ricordano della prima guerra mondiale. E’ stata occupata nel maggio 1945 per quaranta giorni da partigiani sloveni, rivendicata nel 1945, insieme all’Istria, dalla Jugoslavia di Tito, trasformata nel 1946 in Territorio libero controllato da inglesi e americani. Un memorandum firmato a Londra da Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Jugoslavia restituisce Trieste all’amministrazione italiana. Il 26 ottobre truppe italiane oltrepassano il confine e entrano nella città rivestita di tricolore, accolte da un mare di folla festante.

In novembre un evento fiorentino acquista un valore che va al di là della città: vengono consegnati agli inquilini circa mille appartamenti all’Isolotto, il nuovo quartiere che l’Ina-casa in brevissimo tempo ha costruito sotto il pressante stimolo del sindaco. Il ”Giornale del mattino” dà molto rilievo a questo evento, cercando di aiutare l’amministrazione comunale che in questo anno 1954 ha avuto una vita inquieta. La vicenda della Pignone, anche se conclusa positivamente, ha lasciato strascichi e il Partito liberale e la Confindustria alimentano violente polemiche contro La Pira attraverso il supporto compiacente della “Nazione”, il vecchio quotidiano fiorentino, e del suo direttore Alfio Russo. Altre polemiche nascono dalla concessione all’”Unità” del parco delle Cascine per il suo festival nazionale. Alfio Russo definisce il sindaco “il pesciolino rosso nell’acquasantiera”.

Menomale che l’anno che segue, il 1955, è un anno di novità e quindi un anno di particolare interesse per un giornale come il “Mattino”, che segue con passione tutto quello che promette progresso e pace. Comincia a circolare una parola nuova: “distensione”. Si risolvono anche alcuni nodi insoluti: si trova l’accordo per ammettere l’Italia alle Nazioni Unite; con una delle tante conferenze di Ginevra si pone fine al conflitto franco-vietnamita in Indocina; a Bandung in Indonesia si svolge una conferenza dei paesi afroasiatici per la costruzione di un’”area di pace” fra i due blocchi.

Il nuovo segretario del Pcus Nikita Kruscev fa sapere che andrà a Belgrado per incontrarsi col maresciallo Tito, allo scopo – dice proprio così – “di incrementare ulteriormente le relazioni fra i due paesi e rafforzare la pace”. Ma Tito non era il grande nemico, espulso dal Cominform nel 1948 come traditore degli ideali socialisti? Tutto sbagliato, tutte accuse ingiustificate, tutta colpa del defunto (e fucilato) Lavrenti Beria, dichiara Kruscev al microfono, appena sceso dall’aereo all’aeroporto di Belgrado.

Il “Giornale del mattino” racconta l’incredibile scena: il maresciallo Tito non apre bocca; nessuno dei presenti applaude; solo silenzio, un silenzio di gelo. Kruscev non ha fatto parola delle decine e decine di alti esponenti comunisti condannati a morte per “titismo” nei paesi dell’Europa orientale fra il 1948 e il 1950.

In Europa nasce l’Unione dell’Europa occidentale (Ueo) e la Repubblica federale tedesca entra nell’Alleanza atlantica. I problemi della questione tedesca (la divisione della Germania in Rft e Rdt) così come i problemi della sicurezza in Europa inducono i “Quattro Grandi” a incontrarsi al massimo livello a Ginevra in luglio, e poi, a livello di ministri degli esteri, a ottobre. Non ne esce nessun accordo, ma il ghiaccio sembra rotto.

In Italia Giovanni Gronchi è eleto in aprile presidente della repubblica (contro Fanfani, che aveva proposto Merzagora; e con i voti di comunisti, socialisti e missini). La sensibilità che si attribuisce a Gronchi verso i problemi sociali, la spinta rinnovatrice che viene dalle correnti di sinistra della Democrazia cristiana, l’intraprendenza di Enrico Mattei nel campo delle forze energetiche, l’opera del ministro Vanoni, cui si deve il primo schema di programmazione economica nazionale, tutto questo porta un po’ di aria nuova. Ma è a Firenze che si fa sentire forte lo scontro fra la destra economica e le istanze sociali rappresentate dal sindaco la Pira, in una città dove più urgenti sono i problemi del diritto al lavoro e del diritto alla casa.

Di fronte alle incomprensioni e agli ostacoli che gli vengono da tante parti La Pira ha un momento di stanchezza e di sfiducia (“Mi sento fisicamente stanco” scrive a Fanfani). Il “Mattino” pubblica una sua lettera amara: il sindaco è stato denunziato per avere requisito delle case disabitate e averle date a famiglie sfrattate (“Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri – sfrattati, licenziati, disoccupati – è come un pastore che per paura del lupo abbandona il suo gregge”).

Anche a causa di tutte queste difficoltà, che si ripercuotono fatalmente sul suo stato d’animo. La Pira vede con favore l’elezione di Giovanni Gronchi alla presidenza della repubblica.

In Consiglio comunale dice addirittura che l’elezione di Gronchi “è destinata ad aprire nella storia d’Italia, e perciò nell’Italia e nel mondo, un capitolo ricco di fermenti storici di eccezionale portata; fermenti che danno direzione e volto all’intera dinamica del nostro tempo e che sono destinati ad operare, per un verso, una più organica inserzione delle classi lavoratrici nelle strutture, sociali, economiche, politiche, culturali e spirituali dello stato moderno e della società moderna; e, per l’altro verso, a generare speranze sempre più valide, di pace, di amicizia e di libertà fra tutti i popoli della terra”.

Il messaggio di insediamento di Gronchi sembra rispondere alle attese di La Pira. E’ in realtà un messaggio dai contenuti innovativi: si mostra aperto sostenitore della distensione internazionale e della coesistenza pacifica e afferma che nessun progresso è possibile senza la partecipazione di “quelle masse lavoratrici e quei ceti medi che il suffragio universale ha condotto fino alle soglie dello stato senza introdurle effettivamente dove viene esercitata la funzione politica”.

Nell’articolo di fondo del “Mattino” il direttore Bernabei segnala la novità del messaggio di Gronchi: un messaggio che “non si muove dai presupposti della concezione liberista del potere, esercitato nominalmente dai rappresentanti di tutti gli elettori, ma effettivamente da un élite di privilegiati che si avvalgano soprattutto delle proprie facoltà economiche per determinare il destino di tutti gli altri cittadini”; un messaggio che “si ispira a una concezione solidaristica, in base alla quale i ceti medi e i lavoratori cessano di fornire la massa di manovra ed entrano nella effettiva direzione della cosa pubblica”; di qui “la moderna concezione dello stato, che interviene non già a soffocare individualità e libere iniziative, ma a tutelare i diritti dei più umili e sprovveduti”.

Per il “Giornale del mattino” il 1955 porta anche un fatto importante: si comincia a parlare di “apertura a sinistra”. In marzo si svolge a Torino il XXXI congresso nazionale del Psi. Il segretario Pietro Nenni ribadisce l’unità d’azione con i comunisti, ma nel suo intervento conclusivo propone – sia pure in maniera velata e con molti dissensi fra i delegati – l’avvio di un dialogo con i cattolici per favorire un’”apertura a sinistra”, un’espressione nuova che accompagnerà il dibattito politico per tutti i rimanenti anni Cinquanta.

Il “Mattino ha a Torino un inviato (Lepri) e – unico quotidiano in Italia – percepisce, al di là delle caute parole di Nenni, una svolta nell’atteggiamento dei socialisti. L’articolo di fondo del 4 aprile (dal titolo significativo: “Il congresso dell’attesa”) conclude così: “Al termine del congresso l’on. Nenni ha messo le mani in tasca e, sorpreso, ne ha tirato fuori alcune foglie di ulivo. Ieri, lo sappiamo, era la domenica delle Palme, una domenica di speranze e di attese”. Nel titolo di apertura della prima pagina, su cinque colonne, il giornale azzarda: “Sul dialogo tra socialisti e cattolici imperniata la dichiarazione conclusiva del Psi”. Il 28 aprile il “Mattino” ha in prima pagina, su un fatto apparentemente provinciale, un titolo a cinque colonne: “I socialisti rompono a Massa l’unità d’azione coi comunisti. Hanno votato a favore del bilancio presentato dall’amministrazione democristiana”.

Nel 1955 le iniziative internazionali di La Pira, e quindi le particolari attenzioni del Mattino”, sono due: il quarto convegno “per la pace e la civiltà cristiana” e il convegno dei sindaci delle città capitali. Il primo ha per tema “Speranza teologale e speranze umane”. Le nazioni rappresentate sono salite a 53; più di un centinaio gli inviati della stampa e della televisione di parecchi paesi. Il Vietnam è presente non più come membro dell’Unione francese, ma come stato indipendente e sui lavori del convegno si fa sentire la voce dei paesi del Terzo Mondo.

Il Convegno dei sindaci delle città capitali ha un lungo titolo: “Le città come continuità storica e patrimonio comune – religioso, culturale, sociale, economico – di tutti i popoli della Terra: un patrimonio che le generazioni presenti hanno ricevuto in eredità dalle generazioni passate perché venga trasmesso – non diminuito o dilapidato, ma accresciuto – alle generazioni future”.

E’ così che il convegno intende diventare lo strumento efficace per mettere insieme intorno a uno stesso tavolo – per la prima volta pubblicamente – Occidente e Oriente, cosa che invece non era stata pienamente raggiunta con i convegni per la pace e la civiltà cristiana. Al convegno partecipano i sindaci, o i loro rappresentanti, di 38 capitali, fra le più importanti in ogni area geografica della Terra: c’è Washington ma ci sono anche Mosca e Pechino, c’è Praga, Varsavia, Tirana, Vientiane e Saigon, Amman e Riyad, Berna e Nuova Delhi. La conclusiva dichiarazione d’impegno per la pace – stilata in latino e greco da Dino Pieraccioni, professore di materie letterarie e collaboratore del “Mattino” – è firmata da tutti. Il sindaco di Mosca Jasnov invita la Pira a visitare Mosca e l’Unione Sovietica. E’ la premessa del viaggio che La Pira compierà nel 1959, come segno di uno dei suoi progetti politici: la conversione della Russia.

Gli accenni dei socialisti a uno sganciamento dal Partito comunista e a un possibile dialogo con i cattolici; gli scricchiolii nella destra guidata dal Pli (titolo sul giornale del 28 giugno: “La sinistra liberale all’attacco contro il classismo reazionario di Malagodi”); il connubio antidemocratico fra destra e sinistra (il “milazzismo” in Sicilia, cioè – scrive il giornale il 21 luglio – l’”assurda alleanza” di governo fra socialcomunisti e liberali e missini): tutto questo viene registrato e percepito dal “Mattino” come un preannunzio di qualcosa che si sta movendo e come presagio di tempi nuovi e diversi.

Analoga valutazione per quello che accade all’estero: la firma del trattato con l’Austria (che viene definito, il 16 maggio, “il primo atto della distensione”) e la riunione dei “Quattro Grandi” a Ginevra, cui viene dato grande spazio e rilievo: “Oriente e Occidente si incontrano a Ginevra”, così il titolo del 18 luglio; “un clima diverso” è il titolo, il 20, della corrispondenza da Ginevra dell’inviato speciale del giornale, Hombert Bianchi; “un piano generale per il disarmo” si sottolinea il 22. E quando, il 23, l’incontro si conclude, ecco i titoli, che esprimono più i desideri che i fatti: “La pace ha vinto a Ginevra.

Con un accordo generale si è aperta una nuova fase fra Est e Ovest”; e addirittura: “La fine della guerra fredda”. Il giornale è solo in anticipo di qualche decina di anni.

Il “Mattino” prosegue anche nella sua linea di dialogo con i lettori e di soddisfacimento dei loro bisogni informativi e di intrattenimento. Una prima iniziativa è di raddoppiare lo spazio dedicato alla cronaca locale (due pagine invece di una per la cronaca di Firenze; è un colpo sentito con rabbia dalla concorrente “Nazione”).

Un’altra iniziativa del giornal è di aprirsi all’arte contemporanea. Una grande sala, affrescata dal pittore Fernando Farulli (è un giovane simpatico comunista e per conciliare le sue idee con il lavoro nella sede di un giornale cattolico ha dipinto cantando ogni tanto Bandiera Rossa) diventa la “Sala d’arte Le Ruote” (dal nome della strada). In gennaio c’è una personale di Ottone Rosai, che spesso capita di notte, dopo l’uscita della prima edizione del giornale, e si diverte a schizzare il ritratto di qualche redattore. In marzo c’è la personale di Primo Conti, un altro pittore importante, anche se qualcuno gli rimprovera un vecchio dipinto di Mussolini a cavallo.

Il giornale ha anche altre idee di successo. Si comincia con l’amico (e buon cattolico) Gino Bartali: perché non fargli fare il commento a ogni tappa del Giro ciclistico d’Italia? Accordo fatto (in cambio dell’assunzione del cognato come commesso): ogni sera, al termine della tappa, Paolo Cavallina gli telefona, sente le sue opinioni e i suoi giudizi e scrive un bel pezzo, ovviamente con la firma Gino Bartali. Sul “sommario” (o “civetta”, cioè il manifesto che, affisso ad ogni edicola, contiene le notizie più importanti del giornale): “Il Giro d’Italia commentato da Gino Bartali”).

Questo è accaduto nel 1955; e nel 1956 Il “Mattino” ha avuto un’altra idea, che ha anche un risvolto interessante di psicologia popolare. Ogni domenica Radio Firenze (cioè la stazione fiorentina della Rai) trasmette un programma ideato dal caporedattore Omero Cambi, che ha avuto e continua ad avere un enorme successo, “Il grillo canterino”, in cui uno dei personaggi è “Gano, i’ dduro di San Frediano”. Gano è un bullo di quartiere (San Frediano è il quartiere più popolare di Firenze), una maschera, un personaggio di fantasia, ma di cui tutti, specie i giovani, vorrebbero essere amici, perché è la caricatura di certi giovanili modi di vivere. Gano è stato creato da un autore dilettante, un funzionario delle Ferrovie, Silvano Nelli, ed è impersonato da un attore, Corrado De Cristofaro, della compagnia di prosa di Radio Firenze.

Bene, allora; perché – si dice al “Mattino” – visto che quest’anno Gino Bartali non è disponibile, non far commentare il Giro d’Italia a Gano? I pezzi li scrive Paolo Cavallina insieme a Silvano Nelli e li firma come? con la “firma autografa”, una croce.     La cosa ha un eccezionale successo e fa vendere il giornale. C’è però un imprevisto, a cui il giornale non ha pensato. Quando il Giro arriva in Toscana, la gente che affolla le strade per veder passare i “girini” e le auto del seguito, identifica l’auto del “Mattino” e cerca Gano, ma Gano, ovviamente, non c’è. Nella mente della gente Gano non è un personaggio di fantasia; deve essere fisicamente esistente. Per fortuna ci sono altre due tappe del Giro in Toscana e il “Mattino” provvede subito; assolda l’attore De Cristofaro e lo mette sull’auto del giornale. La gente è soddisfatta e l’applaude. Eccolo lì, Gano, “i’ dduro di San Frediano”.

Un altro successo di consensi e di vendite il “Mattino” lo avrà seguendo con rilievo un programma a quiz della Rai, “Lascia o raddoppia?”. E’ un programma presentato da uno sconosciuto giovane americano, Mike Buongiorno, e basato su un meccanismo semplice: a una risposta esatta corrisponde una vincita, che si può raddoppiare con una successiva risposta esatta (fino a un massimo di cinque milioni di lire) oppure si può “lasciare”. E’ il primo grande successo della televisione italiana; davanti ai televisori, nelle case private (ancora pochi sono gli abbonati) e nei bar, la sera del giovedì c’è un pieno di gente; e anche i cinema sono costretti, quella sera, a installare televisori per evitare il vuoto. Per un concorrente che si ritiene sia stato ingiustamente eliminato ci sono anche interrogazioni parlamentari.

Il “Mattino”, unico quotidiano in Italia, ha un’idea che si dimostra fruttifera di simpatie e di vendite: ogni venerdì una pagina intera è dedicata al resoconto di “Lascia o raddoppia?”, ai ritratti dei concorrenti, alla riproduzione delle domande e delle risposte.

A far parlare del “Giornale del mattino” sono anche le “eresie” di La Pira. Una sua lettera aperta sul superamento del capitalismo inviata in agosto a Fanfani in occasione del Consiglio nazionale della Dc alla Mendola dà il via a una interminabile serie di polemiche sulla cosiddetta stampa di informazione – dal “Corriere della sera” al “Messaggero” di Roma, e non parliamo della “Nazione” di Firenze – tutta chiaramente schierata con la destra padronale. La Pira – si scrive – trascura le leggi dell’economia di mercato, che non possono essere eluse, pena la catastrofe; solo una politica fondata sul rispetto delle leggi che regolano l’economia si traduce in un maggiore benessere economico.

La polemica è così violenta che interviene anche l’”Osservatore romano”. Il 31 agosto scrive spiritosamente: “Ci si domanda come mai, pur non essendo ancora applicate le teorie di la Pira, questo maggior benessere non si sia avverato”; e il 7 settembre, rispondendo a un corsivo di Mario Missiroli che sul ‘Corriere” ha accusato La Pira di essere addirittura un eretico: “Farisaica è la consueta interpretazione classista per cui il Vangelo dovrebbe soltanto rassegnare i diseredati alle ingiustizie del mondo perché i privilegiati se ne possano avvantaggiare”.

Il 15 dicembre appare in prima pagina sul “Mattino” una grande firma; è quella di don Lorenzo Milani, con una lettera al direttore in cui bacchetta i democristiani: “Sono dieci anni che i cattolici hanno in mano i due poteri, legislativo e esecutivo. Per l’uso di quale dei due pensi, caro direttore, che saranno più severamente giudicati dalla storia e forse anche da Dio?”. Gli altri hanno scusanti, scrive; i cattolici no. Perché a noi Dio ha parlato. Possediamo la sua legge scritta per esteso in 72 libri e in più possediamo da venti secoli anche un interprete vivente e autorizzato di quei libri… A noi cattolici non può far dunque difetto la luce”.

Nella    sua     scuola     di     Barbiana     don     Lorenzo     fa     leggere     il “Mattino” ai ragazzi e sottolinea sul giornale tutte le parole che non vengono comprese perché difficili. Al giornale si viene a saperlo e si rimane un po’ sorpresi: direttore e redattore capo si sono posti da tempo il problema di fare informazione con un linguaggio semplice, lontano da ogni stile ricercato o erudito. Bisogna – si dice – usare il linguaggio della gente comune per farsi capire dalla gente comune. In redazione, anzi, è affisso un cartello dove è scritto “Scrivete come se tutti i vostri lettori fossero bocciati alla terza elementare”. Il cartello verrà poi tolto, perché lascia interdetto qualche importante visitatore, ma esprime il dovere dell’informazione giornalistica: farsi capire.

Perché anche chi ha la licenza elementare come massimo titolo di studio, anche il semianalfabeta, anche l’analfabeta ha diritto ad essere informato.

Il 1955 si è chiuso con una grande festa in Palazzo Vecchio. Per celebrare la municipalizzazione del servizio di nettezza urbana, il sindaco La Pira ha invitato nel salone dei Dugento tutti gli spazzini della città e le loro famiglie. “Vi ho voluto qui – dice – per ringraziarvi a nome di tutti i cittadini per quello che fate ogni giorno: la pulizia di questa perla meravigliosa che è Firenze”. E conclude ricordando che la bandiera fiorentina “è una bandiera bianca con un grande giglio rosso e la scritta pane, amore e fantasia”; tre parole che sono il titolo di un recente film di Vittorio De Sica, ma spiritosamente rappresentano la politica di La Pira: carità, fratellanza e intuizione dei segni misteriosi dei tempi.

Siamo arrivati al 1956, l’ultimo anno del “Giornale del mattino” di Ettore Bernabei e Sergio Lepri. Non è certo per questo motivo, ma il 1956 è uno degli anni cruciali del secolo; è un anno di svolta nel mondo comunista, anche se gli effetti matureranno gradualmente e per quelli finali occorrerà aspettare 44 anni.

Il 14 febbraio si riunisce a Mosca il ventesimo congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica, il primo dopo la morte di Stalin; vi partecipano 1436 delegati e gli invitati di 55 partiti comunisti di ogni parte del mondo; per il partito comunista italiano c’è Palmiro Togliatti. Nikita Kruscev, primo segretario del Comitato centrale, illustra la sua politica; in particolare la sua politica di coesistenza pacifica con l’Occidente; ma l’ultimo giorno, il 24, a porte chiuse, davanti ai soli delegati sovietici, Kruscev legge un atto di accusa a Stalin. Che cosa ha detto? Qualcosa si riesce a sapere subito, molto si saprà soltanto i primi di giugno: Stalin – dice Kruscev – ha instaurato un regime di sospetto, di paura e di terrore; ha dato frequenti prove di intolleranza, di brutalità e di abuso di potere; ha accettato e promosso un vero e proprio culto della personalità.

Dal Cremlino le notizie trapelano frammentarie. Il “Mattino” non ha un corrispondente a Mosca e si affida, come quasi tutti i quotidiani, ai servizi dell’Ansa e dell’agenzia francese Afp. Il 15 febbraio si dice di una relazione letta da Nikita Kruscev e che dura sei ore; il segretario del Comitato centrale del Pcus ha parlato di coesistenza pacifica e della speranza di un miglioramento dei rapporti con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Il giorno dopo si dice che il rapporto di Kruscev è stato approvato all’unanimità. Solo il 19 si comincia a parlare di critiche alla politica di Stalin e il 25 si dà notizia della fine del congresso e, da Roma, delle prime imbarazzate reazioni negli alti gradi del Pci.

Soltanto il 17 marzo, in un lungo servizio da New York, il “Mattino” riprende dal “New York Times” (il cui corrispondente da Mosca, Harrison Salisbury, dice di aver ricevuto, misteriosamente, ampi brani del rapporto Kruscev) alcuni punti che appaiono incredibili a tutti e figuriamoci ai devoti del comunismo: molti dei grandi processi e delle grandi “purghe” erano delle montature; complotti, intrighi e tradimenti erano invenzioni; Stalin era un megalomane, un malato di mania di persecuzione, un mandante di assassinii, forse anche un uxoricida; avvezzo alla brutalità, all’intolleranza, all’abuso di potere. Non era vero neppure che fosse un grande condottiero militare e quindi l’artefice della vittoria russa sulla Germania nazista. Appaiono verosimili alcune indiscrezioni che parlano di svenimenti fra i delegati durante il discorso di Kruscev al Comitato centrale; si dice che lo stesso Kruscev sia scoppiato a piangere quattro volte.

Il testo integrale del rapporto Kruscev viene reso pubblico il 4 giugno a Washington dal Dipartimento di stato. E’ un fascicolo di 52 pagine ciclostilate; tutte le accuse a Stalin, già note, vengono confermate e aggravate. Quasi due mesi prima, una copia del rapporto di Kruscev è arrivata nelle mani di La Pira. Nei primi giorni di aprile (forse il 9, ricorda Bernabei) glielo ha portato, in Palazzo Vecchio, Aleksandr Bogomolov, che con La Pira ha stabilito un buon rapporto quando era ambasciatore dell’Urss a Roma e che ora è ambasciatore a Parigi. (una volta La Pira l’ha portato a passeggio in piazza Santa Croce a Firenze e poi, chiacchierando e tenendolo a braccetto, è entrato con lui nella chiesa).

Il testo è in francese (quindi è stato appositamente tradotto) e La Pira non ha difficoltà a rendersi conto dell’importanza del documento, che appare come il testo integrale di un rapporto di cui si è scritto sulla stampa ma che non è mai uscito in versione completa e ufficiale. La Pira è però imbarazzato: perché gli à stato portato il documento? forse perché Kruscev vuole che sia lui, un amico, a conoscere per primo questa grande svolta nella dottrina e nella politica dell’Urss? e forse anche perché vede in lui un credibile tramite della sua pubblicazione? (Bogomolov gli ha detto esplicitamente che del testo può fare quello che crede). Oppure è un documento apocrifo? Bogomolov, di nobile famiglia, è diplomatico di lungo corso e non si capisce perché da Roma sia stato trasferito a Parigi, una sede in quei tempi meno importante; forse non può essere caduto in disgrazia e questo documento risponde a un suo giuoco? e accettarlo non può rischiare di dispiacere al nuovo ambasciatore in Italia Kozirev?

La Pira legge il documento e lo restituisce all’ambasciatore.

Poi telefona a Bernabei e Bernabei accorre in Palazzo Vecchio.

Troppo tardi; Bogomolov se n’è già andato. La comprensibile prudenza di La Pira ha impedito la conoscenza integrale di un documento storico due mesi prima di quanto poi accadrà. Ha impedito anche che il “Mattino” sia l’autore di quello che sarebbe stato uno dei più grossi “scoop” nella storia del giornalismo.

La diffusione del rapporto Kruscev provoca effetti dirompenti nei paesi comunisti dell’Europa orientale. Alla fine di giugno una rivolta operaia scoppia a Poznan in Polonia per le cattive condizioni di vita e di lavoro. Gli studenti si uniscono agli operai; si chiede pane, libertà, democrazia. Le autorità instaurano la legge marziale, intervengono i carri armati, ci sono decine di morti e centinaia di feriti.

A Firenze nelle elezioni amministrative di maggio La Pira è di nuovo il capolista della Dc, alla testa di una lista rinnovata e ringiovanita. Nonostante un’aspra campagna elettorale e i continui attacchi alla persona di La Pira, la Democrazia Cristiana ottiene un significativo aumento di voti (che passa dal 36,24 per cento del 1951 al 39,27) e La Pira consegue un clamoroso successo personale (le sue preferenze passano da 19.132 del 1951 a 33.907).

Nel luglio viene rieletto sindaco, ma l’elezione è complicata. E’ infatti difficile costituire una maggioranza, perché i risultati, dopo il mutamento del sistema elettorale, imporrebbero una maggioranza insieme al Psi, cosa ancora impossibile. La Dc ha ottenuto infatti 25 consiglieri, il Pci 17, il Psi 10, il Psdi 3, il Msi e i monarchici 3, il Pli 2. E’ significativo che la perdita maggiore è stata dei comunisti (che hanno perduto 12.600 voti rispetto alle amministrative del 1951), mentre la destra liberale è rimasta coi suoi modestissimi undicimila voti. Sarà un po’ merito anche del “Giornale del mattino”?

La campagna elettorale si è aperta in marzo con un discorso di La Pira, che indica nell’esperimento fiorentino una politica per superare la crisi attuale della società. Spesso, dice, mi faccio una domanda: “Perché tanti italiani votano comunista? Perché sono marxisti? Ma nemmeno per idea. Perché sono atei? Nemmeno. Quelli che votano comunista lo fanno per protesta contro la civiltà attuale, che non è cristiana”.

Il 19 maggio Togliatti parla per il Pci in piazza della Signoria e il suo comizio è definito dal “Mattino” (nell’articolo di fondo di Bernabei) “la più violenta accanita requisitoria che mai sia stata pronunciata da un uomo politico contro il prof. La Pira”. Si sa che lo scarto fra le due parti è minimo e Togliatti ce la mette tutta per – dice Bernabei – riportare la bandiera rossa sulla torre di Arnolfo: “L’alternativa è ormai fra Togliatti e La Pira. La scelta ai fiorentini”.

Ancora più grave che in Polonia è la rivolta che in Ungheria si accende in luglio e divampa in ottobre, il 23, a Budapest e nel resto del paese. Nelle strade scendono gli studenti, poi anche gli operai, poi anche giovani ufficiali dell’esercito, poi tutti, uomini e donne; chiedono il ritiro delle truppe sovietiche, libere elezioni, l’uscita dal Patto di Varsavia. Il 30 ottobre i carri armati sovietici entrano in Ungheria, il 4 novembre si attestano nelle vie della capitale; cominciano gli scontri a fuoco e ci sono morti e feriti. Gli operai proclamano uno sciopero generale e il governo risponde con la legge marziale. Alla fine, il 3 novembre, hanno ragione i carri armati. Il 13 dicembre Mosca può dire di avere schiacciato quella che chiama la controrivoluzione ungherese; ma trentamila sono i morti.

La reazione del Partito comunista è improntata alla piena adesione alla politica di Mosca: “Da una parte della barricata, a difesa del socialismo” è il titolo dell’editoriale (25 ottobre) dell’”Unità”, che vede nella rivolta in Ungheria “un putsch controrivoluzionario”; “”Bisogna scegliere o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria”.

In Consiglio comunale il sindaco La Pira esprime a nome della città al popolo ungherese i sentimenti di “fraterna comunione col suo dolore” e di “appassionata solidarietà con la sua ansia di liberazione”, con la speranza che esso “sia restituito alla libertà”,   “sia risanato presto nelle sue ferite” e che “continui ad essere anche nella storia di domani imbattibile antemurale della civiltà cristiana”.

In ottobre 101 intellettuali comunisti (fra gli altri: Sapegno, Cantimori, Crisafulli, Colletti, Renzo De Felice, Antonio Maccanico, Asor Rosa) criticano i metodi illiberali e coercitivi dello stalinismo e l’atteggiamento della dirigenza del partito verso la rivolta ungherese. Antonio Giolitti, Massimo Onofri, Furio Diaz e molti altri escono dal partito; fra essi anche Romano Bilenchi, direttore del fiorentino “Nuovo Corriere”.

Il “Giornale del mattino” riporta con rilievo in prima pagina che il patto di unità di azione fra Pci e Psi, firmato nel 1934, è stato trasformato in patto di consultazione.

C’è un altro fatto che infiamma il giornale in giugno: la squadra della Fiorentina vince il campionato di calcio con dodici punti di vantaggio sul secondo in classifica, che è il Milan. La squadra è composta (secondo lo schema di allora: il portiere, due terzini, tre mediani, cinque attaccanti) da: Sarti; Magrini, Cervato; Chiappella, Rosetta, Segato; Julinho, Gratton, Virgili, Montuori, Prini. Dopo la squadra del Torino, distrutta nella sciagura aerea di Superga del 1949, è la squadra più forte e di bel giuoco che si sia avuta in Italia dopo la fine della guerra.

E’ chiamata la “Fiorentina record”: 33 partite consecutive senza sconfitte, maggior vantaggio sulla seconda, 24 punti in trasferta (la vittoria, allora, comportava due punti), una sola sconfitta (l’ultima partita).

Gli undici titolari e le riserve (in completo grigio, camicia e cravatta) vengono ricevuti in Palazzo Vecchio dal sindaco La Pira, che li ringrazia a nome della cittadinanza. Il “Mattino” pubblica in prima pagina la foto del sindaco in mezzo ai giocatori e all’interno un’altra in cui i giocatori circondano la gabbia dei canarini che il sindaco tiene nel suo ufficio vicino alla finestra. Il lunedì successivo il “Mattino” dedica alla Fiorentina un supplemento di sei pagine, stampate con inchiostro viola, come il colore delle maglie della squadra.

In giugno si è svolto il quinto Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana sul tema “Storia e profezia”. Sono presenti rappresentanti di 60 nazioni, appartenenti a tutti i continenti e a tutte le grandi culture religiose. Con i paesi dell’Occidente e dell’America latina sono presenti i paesi arabi (Egitto, Giordania, Iraq, Iran, Libano, Libia, Siria), c’è Israele, ci sono India, Indonesia, Thailandia, Vietname, c’è l’Etiopia, la Liberia, la Nigeria, la Turchia; hanno inviato osservatori l’Afghanistan, il Pakistan, il Nepal; partecipano anche la Croce rossa internazionale, il Sovrano Ordine di Malta e l’Unesco. Le assenze che ancora si notano – dice La Pira nel discorso introduttivo (e sicuramente pensa all’Algeria, al Marocco, forse alla Palestina) – “non sono, lo speriamo, assenze definitive”.

Il titolo di prima pagina del “Mattino” dice: “Dinanzi ai delegati di sessanta nazioni la Pira annunzia la sua grande speranza”. Integrale in terza pagina il discorso inaugurale: “A Firenze si rinnova il patto per l’edificazione religiosa e politica della pace”; “Sulle tenebre della storia la luce consolatrice della profezia”.

Durante il convegno, Palazzo Vecchio è illuminato di notte con tante fiaccole accese sugli antichi merli. Nella seconda giornata il francese padre Jean Daniélou dice: “La profezia si realizza nella storia contro ogni miseria e ogni mito. I miti della democrazia liberale, del socialismo, del nazionalismo e dell’internazionalismo non hanno dato risposta al problema finale dell’esistenza dell’uomo”.

A metà anno ci sono grandi cambiamenti al “Giornale del mattino”. La direzione di Ettore Bernabei ne ha fatto un quotidiano letto a Roma dai detentori dei vari poteri e, grazie anche alla stretta collaborazione di Sergio Lepri, un organo moderno di informazione che ha conquistato un buon pubblico in Toscana e Umbria (la tiratura oscilla ora tra le 60 e le 70 mila copie), nonostante la concorrenza con la “Nazione”, ben più forte per mezzi finanziari e tecnici. E’ comprensibile che Fanfani veda nel trentacinquenne direttore del giornale fanfanlapiriano il giornalista più adatto per trasformare il quotidiano del partito – fondato nel 1923 da Luigi Sturzo e, dopo la parentesi fascista, rinato subito dopo la liberazione di Roma nel 1944 – in uno strumento di formazione oltre che di propaganda, in appoggio alla nuova linea politica della Dc. In luglio Bernabei lascia quindi la direzione del “Mattino” per passare alla direzione del “Popolo”, che comincia a firmare dai primi di agosto.

Bernabei ha raccontato che a Fanfani il suo nome per il “Popolo” lo ha fatto anche Mariano Rumor; ma le ragioni per cui l’uno e l’altro convergevano sulla medesima candidatura erano opposte. Fanfani voleva veramente rilanciare il “Popolo”, mentre Rumor voleva eliminare la spina di un “Giornale del mattino” tutto schierato con l’esperimento di La Pira. Bernabei ha raccontato anche che fece carte false per non lasciare Firenze e che la discussione Firenze o Roma durò parecchi mesi, fino a quando in un colloquio con Fanfani, durato più di tre ore, presente Rumor, uscì l’accordo: Bernabei avrebbe fatto col “Popolo” quello che aveva fatto col “Giornale del mattino”: un giornale di centrosinistra, sensibile alle esigenze del mondo del lavoro.

Il problema della successione di Bernabei preoccupa subito i dirigenti fiorentini della Dc (Speranza, Zilletti, Giovannoni), che, pur sapendo che il redattore capo Sergio Lepri non è iscritto al loro partito e continua a dichiararsi liberale di sinistra postcrociano e postmarxiano, pensano di proporre al segretario della Dc la sua candidatura al posto di Bernabei. Sotto la direzione di Bernabei (ricordiamo: “Facciamo che il ‘Mattino’ sia letto soprattutto dai non democristiani; perché i democristiani si sa che votano Dc”) ha fatto un bel giornale per scelta di contenuti e per modi di presentarli; perché non deve continuare a farlo? La sorpresa è a Roma. Fanfani non conosce di persona Sergio Lepri (non immagina che un anno e mezzo dopo lo sceglierà come uno dei suoi più stretti collaboratori) e ha da sistemare un giornalista, Arturo Chiodi, reduce da due esperienze concluse (il “Popolo di Milano” e il “Popolo di Sicilia”); Arturo Chiodi diventa così il direttore del “Giornale del mattino”.

Arturo Chiodi (si racconta che appena arrivato ha chiesto a qualcuno perché il giornale non si vende sulla porta delle chiese) è giornalista di provata professionalità, ma non conosce la realtà fiorentina e ha di un quotidiano politico un’idea ben differente da quella di Bernabei: non un foglio aperto o una pluralità di voci e di opinioni e a un giornaliero dialogo con i lettori, bensì un organo di stretta e rigorosa osservanza.

Bernabei si rende conto che su quella strada (a parte il rischio di veder perduta l’immagine di quello straordinario mondo che è nato intorno a Giorgio La Pira) la prima vittima diretta è Lepri, che vede giorno dopo giorno la distruzione di tutto quello – inchieste, rubriche, impaginazione, grafica – che ha costruito.

E’ giusto che Lepri cambi aria; e Bernabei gli offre una collocazione diversa: corrispondente da Parigi del “Mattino” e del “Popolo”. Alla prima offerta Lepri risponde di no; si sente troppo legato a quella Firenze dove è nato e cresciuto professionalmente e troppo coinvolto umanamente e culturalmente in quella eccezionale esperienza lapiriana; ma al secondo no la risposta di Bernabei è “Ti ho già fatto comprare il biglietto per Parigi”.

A Parigi Lepri non rimane molto. E’ arrivato mentre le truppe francesi insieme a quelle inglesi hanno aggredito l’Egitto; segue così la grave vicenda da un osservatorio privilegiato: una Francia che, come la Gran Bretagna, appare culturalmente arretrata, obbedendo ancora a schemi ottocenteschi di politica internazionale.

AI primi di gennaio del 1957 Lepri sta sistemandosi e organizzando il trasferimento della famiglia a Parigi, quando una notte alle tre Bernabei (gli amici li chiama sempre alle due o alle tre di notte, appena chiuse le pagine del giornale) gli telefona dal “Popolo” per dirgli di andare a Roma per parlare con Fanfani, che sta cercando un giornalista che diventi il suo portavoce nei rapporti con la stampa. La figura di portavoce di un uomo politico o di governo esisteva già negli Stati Uniti e in qualche altro paese; Fanfani è il primo uomo politico italiano che ne ravvisa l’opportunità anche in Italia. E lo vuole bravo, ma, possibilmente, non democristiano e magari privo di ambizioni politiche.

Le vicende del “Giornale del mattino” hanno un significativo parallelo con quelle del “Nuovo Corriere” diretto da Romano Bilenchi. Da qualche tempo il giornale non nasconde le sue simpatie per molti atti di la Pira e qualche distacco dalla politica ufficiale del Pci. Il primo luglio in un articolo di fondo dal titolo “I morti di Poznan” scrive che “se da Est venissero prove che le cose sono in parte sbagliate, noi affermeremmo tranquillamente che quelle esperienze di socialismo non vanno bene e faremmo di tutto per correggerne gli errori; e se questo fosse ancora infruttuoso, cercheremmo altre vie per realizzare il socialismo in casa nostra”. Non è l’interpretazione che il Pci dà dei fatti di Poznan e proprio in quei giorni appare sull’”Unità” un articolo dal titolo “Presenza del nemico”; del “nemico in casa”.

A metà luglio, presagendo il peggio, Bilenchi si rivolge a La Pira, che a sua volta chiede l’intervento di Enrico Mattei. Mattei – dirà poi Bilenchi – promette di aiutare il giornale a patto che il presidente della repubblica Gronchi assicuri il consenso di almeno una parte della Dc. Gronchi risponde di sì, a condizione che Bilenchi rimanga direttore. Ma quando Mattei sta per intervenire con la pubblicità dell’Eni e del suo gruppo, l’”Unità” lo attacca con un articolo di Arrigo Terenzi, il grande amministratore (il “ras”, lo chiamavano) del giornale. E’ il segnale che il Pci ha mollato il “Nuovo Corriere”.

Così, in agosto Bilenchi annuncia che il giornale chiude.

“Congedo” dice il titolo dell’articolo di fondo. I motivi, scrive, sono di carattere economico; ma a nessuno sfugge che la vera ragione è che il giornale non piace a molti settori del Pci.

Proprio lo stesso che accade al “Giornale del mattino”, che non è mai piaciuto a molti settori della destra dc. L’articolo “Congedo” finisce con alcuni ringraziamenti; anche a La Pira.

Per ora il “Giornale del mattino” non muore. Arturo Chiodi lascerà la direzione nel settembre del 1957 e sarà sostituito da Hombert Bianchi, già corrispondente da Londra e poi notista politico da Roma, poi, succedendo nel 1959 a Sergio Lepri, portavoce di Fanfani. Bianchi darà al giornale una ventata di novità, riuscendo a fare quello che non era riuscito a Lepri: comprare nuovi carattere tipografici e assicurare alle pagine una veste grafica più moderna. A Hombert Bianchi succederà Leonardo Pinzauti e poi Osvaldo Biondi. Ma i tempi sono cambiati e nel giugno del 1966 la società editrice del giornale dichiarerà fallimento. Il 31 luglio uscirà l’ultimo numero.

I tempi sono cambiati per il giornale perché sono cambiati anche per La Pira. Beghe politiche nei partiti alleati, lacerazioni nell’interno della Democrazia Cristiana, dubbi e incertezze anche nel mondo cattolico. Rieletto sindaco il 3 agosto del 1956, si dimetterà dieci mesi dopo, il 27 giugno del 1957. Dopo quattro anni di commissario prefettizio, La Pira sarà eletto sindaco per la terza volta il 7 marzo 1961, ma alla fine del 1964 deciderà di dare l’addio definitivo a Palazzo Vecchio. I partiti, tutti (anche la Dc a Roma), non lo vogliono più; anche parecchi “salotti” cittadini; e quello che molti chiamano il ”sindaco santo”, molti altri lo chiamano il “comunistello di sacrestia”.

Nel 1957 ha ripreso i suoi incontri internazionali. Ora si chiamano “Colloqui mediterranei”, con l’intento – come lui dice – di ”riconciliare la triplice famiglia di Abramo”: cristiani, ebrei e musulmani. Tutti – aggiunge – vogliono la stessa cosa: una casa per amare, una scuola per imparare, una fabbrica o bottega per lavorare, un ospedale per guarire, una chiesa per pregare e tanti giardini perché i bambini possano giocare e i vecchi riposare.

Nel 1959 andrà a Mosca, primo politico occidentale non comunista a varcare la cortina di ferro, e in visita al Cremlino non avrà timore di sollevare il problema dell’ateismo di stato.

Nel 1965 un simposio internazionale con la partecipazione di personalità inglesi e francesi e un osservatore sovietico affronterà il problema della guerra nel Vietnam. E’ possibile arrivare a un accordo di pace? Dopo il convegno La Pira si reca avventurosamente ad Hanoi, si incontra con Ho Chi Minh, concorda con lui un piano che Fanfani, presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, presenta al governo americano; ma il Pentagono lo fa fallire e soltanto otto anni più tardi gli Stati Uniti accetteranno un accordo di pace basato più o meno sui punti dell’intesa concordata da Ho Chi Minh e La Pira.

La Pira morirà nel 1977.

Ettore Bernabei nel 1956 e Sergio Lepri nel 1957 hanno per sempre abbandonato Firenze. Bernabei è direttore del “Popolo” dal 1957 al 1961; poi direttore generale della Rai fino al 1974; poi presidente dell’Italstat fino al 1991; poi fondatore della casa di produzione televisiva LuxVide. Morirà nell’agosto del 2016.

Nel 1957 Lepri è portavoce di Fanfani segretario della Dc e poi capo del Servizio stampa della presidenza durante il governo Fanfani del 1958-1959. Nel 1961 è nominato condirettore e nel 1962 direttore dell’agenzia Ansa, società cooperativa fra tutti i quotidiani italiani; vi rimane per 29 anni, fino al gennaio 1990.

Nel 1977 quando La Pira muore, Lepri pubblica nel notiziario dell’agenzia un racconto del viaggio di La Pira ad Hanoi, scritto da Mario Primicerio che lo ha accompagnato nella capitale del Vietnam. Il pezzo viene ripreso dalle agenzie internazionali France Presse e Associated Press; a Parigi “Le Monde” ne pubblica un sunto con un titolo a due colonne.

Sui giornali italiani niente.

05. gennaio 2017 by Sergio Lepri
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