Giuseppe Stalin

Giuseppe Stalin

Scheda preparata per un film progettato e poi non realizzato


   Il personaggio Stalin non è facilmente decifrabile. Anche nel male si trova a volte una demoniaca grandezza. Dietro i milioni di morti di Hitler c’è una lucida follia e un folle progetto, che trova la sua tragica e apocalittica conclusione nelle macerie e nelle fiamme del bunker di Berlino il 30 aprile del 1945. E non parliamo di Mao; dietro i milioni di morti di Mao c’è un progetto, e che progetto: la creazione di una società senza stato e senza classi; la grande rivoluzione culturale, la creazione delle comuni popolari (cento, mille, migliaia di piccoli stati per distruggere lo stato), la rivoluzione permanente, per distruggere le classi che la rivoluzione fatalmente crea via via. Un progetto fallito, un progetto che non poteva non fallire, ma un grande glorioso progetto. Ma dietro i milioni di morti di Stalin che cosa c’era? C’era un progetto? No; c’era la distruzione di tutti i possibili progetti, a cominciare dal primo, il progetto di Lenin di una utopistica società di eguali e di liberi. Prima, nel 1924, la rottura con la tradizione rivoluzionaria del bolscevismo: dalla rivoluzione mondiale si passa al “socialismo in un solo paese”; si può capire. Poi, nel 1925, la rottura con Trotzki, che rappresentava ancora certe istanze libertarie. Poi, nel 1927, la scomunica della sinistra di Zinoviev e di Kamenev. Poi, nel 1929, tocca a alla destra, con la deposizione di Rikov da primo ministro, di Bucharin e di Tomski; e gli uni e gli altri che cercavano, con sistemi diversi, un qualche compromesso fra dittatura e democrazia.

   Nel cinquantesimo compleanno di Stalin, in quello stesso 1929, si cominciano a vedere, sui muri delle città, grandi ritratti di Stalin, soltanto di lui. Gli oppositori erano però ancora in vita; saranno ammazzati tutti, uno per uno; e con la vecchia guardia bolscevica, quella che aveva dato vita alla Rivoluzione d’Ottobre, saranno assassinate migliaia, milioni di persone. Tanti processi, e senza diritto alla difesa e all’appello.

   Forse qui si può trovare la chiave per capire Stalin. Mussolini e Hitler creano il partito-stato. Stalin crea il partito-chiesa. La bandiera del comunismo non lo interessa più, né la creazione di una società di eguali. Stalin non vuole essere il realizzatore di una storica ideologia. Vuol solo essere il Potere, e fare dell’Unione Sovietica la più forte potenza del mondo. Il Potere, l’onnipotenza del Potere diventa una chiesa e una religione.

   Dopo la morte di Lenin, il giuramento di fedeltà al grande capo scomparso fu letto da Stalin con lo stile del catechismo ortodosso, da lui studiato nel seminario teologico di Tiflis (Tbilisi), e con un tono da litania: “Ti giuriamo, compagno Lenin, di osservare i tuoi comandamenti..”.

   Un’altra idea di Stalin fu la deposizione della salma imbalsamata di Lenin nel mausoleo costruito sulla Piazza Rossa: un modo per garantire, in mancanza dell’aldilà, una immortalità terrena. Per milioni di contadini russi, i cui sentimenti religiosi erano stati repressi dal regime, il mausoleo di Lenin era la meta di un pellegrinaggio, la Mecca di una religione atea, che aveva bisogno di sepolcri, di profeti e di santi.

   E che cosa era il culto della personalità se non il modo per assicurare l’esistenza di un dio in terra, capace di guarire le malattie e di moltiplicare il pane? E l’accettazione, senza reazioni, del carcere e della deportazione che cos’era se non un rito di autoflagellazione? Il gulag come ascesi. E durante le purghe del ‘36 che cosa erano le confessioni degli imputati – confessioni, convinte, di colpe non commesse – se non un modo per salvare l’anima e scongiurare, dopo morti, la discesa nell’inferno?

   Questo può spiegare anche un fenomeno altrimenti inspiegabile: quello di milioni di uomini e di donne, anche qui in Italia, che vedevano in Stalin il salvatore dell’umanità e nell’Unione Sovietica il Paradiso in Terra. Molti di noi cercavano di dire che quella del comunismo in Russia era una grande menzogna, la più grande menzogna nella storia del mondo; ma quelli ci guardavano con sprezzo o, nel migliore dei casi, con indifferenza; la verità era la loro; era una verità di fede. Un piccolo industriale del Nord mandava a spese sue a Mosca i suoi operai comunisti perché si rendessero conto quale era il loro paradiso; quelli andavano, tornavano e continuavano a votare comunista.

  Quando morì Stalin, nel marzo del 1953, il Comitato centrale del Pci disse che Stalin era l’uomo al quale milioni di operai, di contadini e di intellettuali italiani guardavano, con fiducia e affetto, come al loro capo e alla loro speranza. “Gloria eterna a Stalin” dicevano i manifesti di fronte ai quali c’era gente che piangeva. Gloria eterna. Dopo tre anni, al XX congresso del Pcus, Khruscev raccontò a tutti, con cognizione di causa, chi era veramente Giuseppe Stalin. Come si spiega che tanta gente vedesse in Stalin l’incarnazione delle proprie speranze e l’Unione Sovietica come un paradiso di eguaglianza e di giustizia sociale e non, invece, come disse Khruscev, un regime di paura, di sospetto e di terrore? Era una questione di fede. Stalin era la divinità inconoscibile, un essere metastorico; e giustamente la religione non consente al fedele di discutere l’essere supremo e i suoi profeti.

   Palmiro Togliatti, commemorando alla Camera la figura di Stalin, ne dette un’interpretazione “laica” che non contraddice il ritratto che ne abbiamo fatto: Stalin era la risposta a un profondo bisogno di certezze, perché in quel clima di continui e violenti mutamenti egli appariva rassicurante nella sua immensa autorità e nella sua salda permanenza al potere. Chi visitò l’Urss nel 1954 e 1955 ebbe chiara la percezione di un popolo impaurito, cui era venuto a mancare un sostegno e un ancoraggio; e ricorda le code lunghissime che sotto la neve e con molti gradi sotto lo zero aspettavano di entrare, in silenzio, nel mausoleo dove accanto alla salma di Lenin c’era ora anche la salma di Stalin.

   A questo punto c’è da domandarsi se esistano meriti di Stalin e come si debba costruire in televisione il suo personaggio. I meriti di Stalin sono pochi.

   L’aver contribuito in maniera determinante, accanto agli Stati Uniti, alla vittoria su Hitler, grazie alla pianificazione forzata dell’industria di guerra e alla compattazione del popolo russo sul motivo della “guerra patriottica”; la temporanea e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo portò alla vittoria della democrazia; qualcuno ha detto che il comunismo è stato un messaggio a volte dimenticato dal Cristianesimo; Stalin fu l’involontario, casuale, tragico rivelatore di un’esigenza planetaria di giustizia sociale; dopo la seconda guerra mondiale, per paura del comunismo, il capitalismo ritenne di doversi autoriformare, traendo dai principii dell’economia pianificata dei regimi socialisti alcuni metodi per una riforma interna; l’apparente immunità dell’Unione Sovietica rispetto alla grande crisi economica del 1929 fornì infatti al capitalismo occidentale il motivo per abbandonare la fede assoluta nei principii del liberismo ortodosso.

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