Consigli pratici per la grafia e la pronunzia di lingue straniere

Consigli pratici per la grafia e la pronunzia di lingue straniere

 

   La non buona conoscenza o la non conoscenza delle lingue straniere, comprese le lingue minori, porta spesso ad errori di pronunzia nei giornali parlati e di grafia nei giornali a stampa. Anche per chi conosce le lingue principali molti problemi nascono dalla traslitterazione da lingue con alfabeti diversi dal nostro (il greco, l’arabo, il cirillico per il russo ed altre lingue slave, l’ebraico) e dalla trascrizione da quelle lingue minori (come il ceco, il polacco, lo sloveno e il croato, lo svedese, il turco ecc.) che usano l’alfabeto latino, ma hanno lettere con segni diacritici che non esistono nell’alfabeto italiano oppure – ed è ancora peggio – con lettere eguali alle nostre ma con un suono diverso. Fra le lingue con alfabeto latino ma con lettere aventi suono diverso dalle nostre è ora da mettere anche il cinese trascritto ufficialmente col sistema “pinyin”.

Nel campo dell’informazione, dove, oltretutto, la fretta non sempre consente un controllo scientifico della pronunzia o della grafia, i problemi si aggravano:

  • le parole hanno viaggiato sul filo del telegrafo e poi della telescrivente; oggi viaggiano da pc a pc (per filo, per satellite; anche su Internet), ma, così come il tasto telegrafico e la tastiera della telescrivente, anche i sistemi esistenti di videoscrittura non hanno tutti i segni diacritici posseduti dalla lingue minori; e i segni che esistono occorre un po’ di pazienza per trovarli;
  • alcune lettere semplici dell’alfabeto latino hanno suoni diversi da lingua a lingua; il suono della c dolce italiana, per esempio, è dato da una c con una specie di cediglia in albanese, da una c con la pipetta in ceco, in slovacco, in sloveno, in croato, da ch in inglese e in spagnolo, da cz in polacco, da tsch in tedesco; e al rovescio, per esempio, la c semplice dello sloveno, del croato, dell’albanese, del ceco, dello slovacco e dell’ungherese suona z sorda italiana; ma quanti lo sanno? sicché è accaduto, per esempio, che il cognome “Kostunica”, così traslitterato dal serbo in croato, è stato pronunziato da molti, almeno all’inizio del suo ingresso in Italia, kostùnica e non kosctùniza;
  • il passaggio da un sistema morfologico all’altro presenta spesso delle difficoltà; ecco perché in francese il cognome russo che suona “Stalin” è trascritto “Staline” per non pronunziarlo stalèn; ecco perché in spagnolo, dove nessuna parola che non sia straniera comincia per “st”, si scrive “Estocolmo” per “Stoccolma”; ecco perché la parola russa che corrisponde ai suoni “ialta” si scrive in italiano e in tedesco “Jalta” con la j iniziale, ma “Yalta” con la y iniziale in francese e in inglese, dato che una j suonerebbe sg dolce in francese (come in “Jean”) e j palatale in inglese (come in “John”);
  • non esiste un sistema generale di traslitterazione da lingue con alfabeto diverso dal latino e i sistemi che esistono, per questa o quella lingua, non tengono conto delle esigenze di un linguaggio giornalistico che non può prescindere dai mezzi tecnici di trasmissione e di distribuzione; solo in questi ultimi anni, a causa della maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione, si è ritenuto da qualcuno che i criteri di traslitterazione debbano seguire una norma pratica: che la grafia indotta riproduca quanto più possibile i suoni della grafia originaria, tenendo conto anche degli esistenti sistemi di scrittura e di videoscrittura (esemplare è il caso di “Lenin”, ormai entrato con la scorretta pronunzia di lènin invece di liènin; e esemplare è anche la frequente ambiguità del tipo “Khrusciov”/“Khrushev” e “Eltzin”/“Ieltzin”).
  • ai giornali scritti e parlati i nomi propri di persona e di luogo portati dagli avvenimenti di cronaca arrivano quasi tutti attraverso le agenzie di informazione, che non sempre hanno la possibilità, e il tempo, di verificarne l’esatta grafia (e quindi la corretta pronunzia) in funzione del sistema morfologico del paese dove distribuiscono il loro notiziario; e comunque si servono di mezzi di distribuzione (oggi il pc in partenza e in arrivo) dove non è possibile o non è facile trovare lettere che non siano quelle di base dell’alfabeto latino.

Può essere utile, quindi, qualche nozione di carattere generale e qualche consiglio pratico per la grafia e la pronunzia di nomi propri di località e di persona, presenti in lingue straniere e di uso frequente nel giornalismo italiano.

Albanese

  • Lettere con particolari segni diacritici: c con la cediglia (ç = c dolce), e con la dieresi (ë = una e poco sentita).
  • I toponimi più importanti hanno tutti una forma italianizzata (“Tirana”, “Valona”, “Durazzo”, “Argirocastro” ecc.).
  • Per i cognomi si deve ricordare che il digramma xh vale g dolce italiano; si veda il cognome del defunto dittatore “Hoxha”, di pronuncia hògia (il nome era “Enver”; “hoxha” significa “prete”).
  • Qualche altra avvertenza: c semplice suona z sorda italiana, ç (cioè la c con la cediglia) suona, come detto sopra, c(i) dolce; ë è una e quasi muta; la lettera h è aspirata; lj suona gl(i); nj suona gn(i); q ha un suono difficile: fra k e t; x suona z sonora; y suona u francese; zh suona uno sg(i) italiano ma non strascicato, simile alla j del francese “joli”.

Arabo

  • Per la scrittura araba esistono molti sistemi di traslitterazione, ma nessuno che sia comunemente accettato. Alcuni toponimi sono entrati nell’uso con la grafia stabilita dalla cultura (francese o inglese) prevalente nel paese; per esempio “Wadi Halfa” (Sudan) e “El Oued” (Algeria), dove “wadi” e “oued” sono la traslitterazione – inglese la prima, francese
  • la seconda – della stessa parola araba che significa “corso d’acqua”.
  • La traslitterazione è resa difficile anche dall’esistenza, almeno nell’arabo classico, delle sole vocali a, i ed u e dalla diversità di pronunzia nei paesi dove l’arabo è lingua ufficiale; per esempio la parola “gebel”, che figura spesso nella toponomastica araba, è pronunciata quasi dovunque gèbel, ma non in Egitto, dove è detta ghèbel.
  • L’articolo “al” (si veda “al-Djazair”, nome arabo di Algeri) ha una frequente variante in “el” (“el-Alamein, luogo della grande battaglia dell’ottobre-novembre 1942 in Egitto) e si assimila a volte con la consonante che segue, diventando “es” o “esh” (“Sharm esh-sheik”), “ad” o “adh” e così via. In ogni caso l’articolo deve essere scritto con l’iniziale minuscola e unito al suo sostantivo con un trattino.
  • La lettera h suona aspirata; per esempio “Bahrain” (lo stato nel golfo Arabico); pron. bahràin; in fine di parola la h è muta o leggermente aspirata.
  • Sostantivi arabi frequenti nella toponomastica: “bahr” (“mare” o “fiume”; il Nilo è chiamato “al-Bahr”), “bir” (“pozzo”, come in “Bir el-Gobi”), “dar” (“porta”, come in “Dar es-Salaam”), “marsa” (“porto”, v. “Marsa Matruh”, con la h aspirata, e anche “Marsala”, il “porto di Ali”), “shatt” (“fiume”, “alveo di fiume”, come in “Shatt al-Arab” nell’Iraq); “uadi” (“corso d’acqua”).
  • Per la pronunzia: sh suona sc(i) dolce; w suona u semiconsonantico.
  • La posizione dell’accento varia da parola a parola, secondo regole che si fondano sulla quantità, breve o lunga, delle ultime sillabe (sono sillabe lunghe quelle che contengono le vocali a, i e u); in genere l’accento cade sulla sillaba lunga più vicina alla fine della parola (per es. “Abdallah”, pron. abdallàah).
  • La scrittura dell’arabo va da destra a sinistra; i libri si sfogliano da quella che per noi sarebbe l’ultima pagina.

Ceco

  • L’accento tonico cade sempre sulla prima sillaba.
  • Avvertenze più importanti. Il ceco ha due lettere c: c semplice, che suona z sorda italiana (come per la città di “Teplice”, in tedesco “Teplitz”) e c con la “pipetta”, che suona c(i) dolce (come in “Alexander Dubcek”); ha due lettere s: s semplice (s sorda italiana) e š con la “pipetta” (sc(i) dolce); ha due lettere z: z semplice (s sonora it.) e z con la “pipetta” (sg(i) dolce).
  • La lettera h è aspirata; v. “Vaclav Havel” (pron. vàaslaf – cioè “Venceslao” – havel).
  • Le vocali hanno a volte un segnetto che somiglia a un accento acuto, ma non ha questo valore; indica solo che la vocale à lunga.
  • La pronunzia più difficile è quella della lettera r (sempre con la “pipetta”): un suono – dicono i manuali – intermedio fra r e sg(i), ma in realtà la r non si sente e il suono sg(i) è simile a quello della j francese di “joli”; si veda il nome del compositore “Antonin Dvorak”, pron. dvò(rs)giak.

Cinese

  • Un sistema ufficiale di trascrizione è stato stabilito dal governo cinese ed è entrato in uso il primo gennaio 1979; è chiamato “pinyin” e cerca di offrire un corrispettivo alfabetico per i 400 suoni che costituiscono la lingua cinese. E’ un sistema che sta dimostrandosi utile, pur creando grossi problemi di pronunzia: molte lettere hanno infatti suoni diversi da quelli cui siamo abituati. Altri problemi sono nati nella sua prima fase, perché il pinyin ha trasformato la grafia dei nomi (non la corretta pronunzia) e quindi anche la grafia di nomi illustri e noti: Mao Tse-tung è diventato Mao Zedong, Teng Hsiao-ping è diventato Deng Xiaoping, Chang Ching (la moglie di Mao) è diventata Jang Quing, Chiang Kai-scek è diventato Jiang Jeshi, l’agenzia di stampa Hsin Hua è diventata Xinhua e così via.
  • Le lettere che hanno un suono differente da quello che hanno nell’alfabeto italiano sono molte; ecco i casi più importanti: b ha il suono di p, c = z, d = t, j = c dolce tendente a g, q = c dolce, r = sg(i) dolce, x = s senza muovere la lingua; zh suona c dolce. Come si vede, “la grafia “Deng Xiaoping” di oggi ha una pronunzia quasi eguale a quella della grafia precedente “Teng Hsiao-ping”.
  • I casi più equivocanti sono il suono r e il suono zh. Per il primo valga l’esempio di “Renminribao” (il “Quotidiano del popolo”, organo ufficiale del Pc cinese; “renmin” significa “popolo”), che deve essere pronunciato (s)genmingipào; il suono della r è infatti vicino a quella della r della lingua ceca. Per il suono zh conviene ricordarsi che Chou En-lai, ministro degli esteri e primo ministro della repubblica di Cina dal 1949 al 1974, si scrive ora Zhou Enlai, con eguale pronunzia.
  • In cinese il cognome precede il nome; perciò diciamo e scriviamo ”il presidente “Mao Zedong” oppure “il presidente Mao”.

Ebraico

  • L’accento tonico cade quasi sempre sull’ultima sillaba; così i cognomi dei personaggi più famosi della recente storia di Israele: “Ben Gurion” (David), “Meir” (Golda), “Rabin” (Yitzak), “Shamir” (Yitzak), “Sharon” (Ariel); fanno eccezione “Begin” (Menahem) e, ovviamente, i cognomi appartenenti ad altre lingue: “Peres” (Shimon), “Weizmann” (Chaim).
  • Qualche avvertenza per la lettura: la lettera h suona h aspirata, ma in finale di parola è muta; w suona v.
  • La scrittura dell’ebraico va da destra a sinistra.

Finnico

  • L’accento cade sempre sulla prima sillaba; si vedano i toponimi “Hèlsinki”, “Tàmpere” e i cognomi “Kèkkonen”, “Kòivisto”, “Ràikkonen”, così come “Sùomi” (“Finlandia” in finnico).
  • Qualche avvertenza per la lettura: g suona sempre g(h); y suona u francese.

Francese

  • Lettere con particolari segni diacritici: c con la cediglia (ç = s sorda come in “casa”); con l’accento circonflesso la e (ê = è) e la o (ô = ó stretto).
  • Nei nomi propri di persona e di luogo l’ortografia riproduce la pronunzia attuale in maniera a volte approssimativa, perché conserva grafie antiche che avevano pronunzia diversa; per es. “Broglie” (pron. bròi), “Caen” (pron. kan), “Reims” (pron. rems).
  • Molti nomi di città hanno una forma italiana; oltre a “Parigi”, ecco “Digione”, “Ginevra”, “Lilla”, “Lione”, “Losanna”, “Tolosa” e poi le città provenzali come “Avignone”, “Marsiglia”, “Mentone”, “Nizza”, “Tolone”; nell’Africa magrebina “Algeri”, “Orano”, “Tangeri, “Tunisi”. In tv si è sentito dire Oranò e Lillà.
  • In tv e alla radio si sono sentiti anche altri errori; ricordiamo, per chi non conosce il francese, qualche norma fra le più importanti: ai suona è aperta italiana (es. “Air France”); quando è finale di sillaba la e senza accento è quasi muta (es. “Grenoble”) o muta; così anche es (es. “Lourdes”); eu ha un suono speciale, intermedio fra e ed o (es. “Europe); l è muta nelle terminazioni in ault e auld (es. “Renault”, pron. renó); oi e oy suonano (es. “Charleroi”); anche la u ha un suono speciale, intermedio fra i ed u.
  • Il gruppo ill suona il se preceduto da consonante (es. “Lille”, pron. lil), ma i semiconsonantico italiano se preceduto da vocale (es. “Marseille”, pron. marsèj(e)).
  • La ë con la dieresi è muta anche quando non è finale di sillaba; per es. “Staël” (il cognome della scrittrice francese “Madame de Staël”).
  • La ï con la dieresi mantiene il suo valore; per es. “naïf” (pron. naìf).

Giapponese

  • Il sistema più usato di scrittura del giapponese in lettere latine ha una norma semplice: le consonanti sono scritte e pronunciate alla maniera inglese e le vocali alla maniera italiana.
  • L’accento tonico non esiste nel senso delle lingue europee; ogni sillaba ha un suo accento particolare e uno di essi prevale leggermente; per esempio, in “Hiroshima” l’accento primario è sulla seconda sillaba (pron. hiròscima), in “Osaka” è sulla prima (pron. òsaka).

Greco moderno

  • Anche per il greco moderno non esiste un sistema di traslitterazione comunemente accettato; bisogna quindi affidarsi a criteri pratici di trascrizione fonetica, badando se il tramite è di lingua inglese o di lingua francese.
  • L’ortografia è molto vicina al greco antico, ma la pronunzia è diversa; il dittongo ai suona e; il dittongo eu suona ef; la “eta” suona i; il dittongo ou suona u. Il porto ateniese del “Pireo” in greco traslitterato è “Pireus”, ma si pronunzia pirèfs.
  • Per fortuna quasi tutti centri più importanti della Grecia hanno una forma italianizzata: da “Atene” a “Corinto”, a “Patrasso”, a “Salonicco” e così via.
  • In greco la moglie prende il nome del marito, declinato al genitivo; così la signora “Vlachu” è la moglie del signor “Vlachos”.
  • Il dittongo ou suona u; perciò la grafia “Papadopoulos” è scorretta rispetto a “Papadopulos”.

Inglese

  • Impossibile trattare in breve la pronunzia della lingua inglese. Converrà quindi dire non come si devono pronunciare ma come non si devono pronunciare certi nomi (specialmente nomi propri), limitatamente agli errori più frequenti.
  • La lettera a non suona mai come una e italiana; Los Angeles non si pronunzia losèngeles, perché all’interno di sillaba la lettera a ha un suono fra a ed e aperta; se l’a è accentata ha il suono ei in fine di sillaba (es. “Lake”); suona àa se è seguita da r muta (es. “Far West”).
  • La lettera e suona come una i italiana soltanto quando è in fine di sillaba (es. “Minnesota”); così nelle sillabe “de” e “re” (es. “design” e “reply”).
  • La lettera i suona ai soltanto in fine di sillaba tonica (es. ”North Carolina); all’interno di sillaba suona fra i ed e (es. “Clinton”).
  • La lettera u ha un suono intermedio fra a ed e soltanto all’interno di sillaba (es. “Buffalo”); in fine di sillaba suona di solito iùu (es. “Duke”); senza accento può suonare iu, u oppure e quasi muta.
  • Il dittongo ai non suona sempre èi; suona è quando è seguito da r (es. Tony Blair”).
  • Il dittongo ui suona di solito ùu; perciò il missile “cruise” si pronunzia crùus.
  • Il digramma gn suona ghn; nel digramma kn il k è muto (v. “know”).
  • Nei gruppi ang, eng, ing, ong e ung non si deve far sentire la g finale.
  • Molti nomi propri non rispettano le regole; per es. “Bush” (pron. busc con la sc di “scena”), Reagan (pron. règan), “Roosevelt” (pron. ròusvelt), “Chicago” (pron. scikàgou), “Greenwich” (pron. grinic con la c dolce), “Houston” nel Texas (pron. hiùuston), “Houston” in Georgia (pron. hàuston) e così via.
  • La maggior parte delle parole inglesi entrate negli ultimi anni nel nostro linguaggio corrente è arrivata per via scritta; molte di esse sono quindi pronunziate generalmente in maniera scorretta e con questa pronunzia rischiano di rimanere (come è avvenuto, in anni lontani, per “jazz”, pronunziata ancora oggi gièz invece di giàs con la a vicina a una e e con la s di “viso”). E’ perciò probabile che alla fine si dovrà accettare la presenza nel nostro vocabolario di parole inglesi “italianizzate” ossia con grafia esatta e con pronunzia più o meno scorretta rispetto all’originale, così come si è già fatto con parole come “corner” (nel gioco del calcio), “film”, “miss”, “overdose”, “record”, “slip”, “smog”, “snob”, “sport”, “stress”, “ticket” ecc. (tutte, però, senza grossi problemi di lettura, al contrario di “bluff”, “check-up”, “flirt”, “iceberg”, “trust” e così via).
  • Ecco alcuni nomi e aggettivi inglesi che sono entrati o stanno entrando nel nostro linguaggio corrente con pronunzia scorretta: “authority” (pronunziato autòriti invece che othòriti), “baby” (bèbi invece di bèibi), baby-sitter (bèbi sìtter invece di bèibi sit(e)), “hobby” (òbbi invece di hòbi), “identikit (identikìt invece che aidènti kìt), “manager” (mènager invece di màniger, con la prima a vicino a una e), “pace-maker” (pesmeker invece di péis meike®), “serial” (sèrial invece di sìriel), “show” (sció invece di sciòu), “turnover“ (turnover invece di te®n òuve®).

Polacco

  • Il polacco usa l’alfabeto latino ma con molti particolari segni diacritici: c, n, o, s e z hanno una specie di accento acuto che non vale come accento tonico ma ne modifica il suono; la l con un taglietto a metà suona u (come in “Woytila”); la e con la cediglia suona e nasalizzata (es. “Walensa”). La grafia italiana non suggerisce perciò una corretta pronunzia; si pensi al toponimo “Lodz”, che, con la l tagliata e la o e la z col segnetto, si pronuncia ùuc (la c di “cena”). Per i casi più importanti si veda perciò il glossarietto dei nomi propri in questa stessa sezione (“Didattica”)..
  • Da ricordare che il digramma sz suona sc(i) dolce italiano; il cognome “Wyszynsky” si pronunzia viscinski come il russo “Vysinskij”, normalmente traslitterato in “Viscinski”; analogamente il nome polacco di Varsavia: “Warszawa”, pron. varsciàva.
  • Si ricordi anche che il digramma cz suona c(i) dolce italiano; perciò “Czestokowa” si pronunzia ce(n)stokòva.
  • Con i digrammi cz e sz in alcuni nomi si incontrano addirittura quattro consonanti di seguito, come nel toponimo “Bydgoszcz”, che si pronunzia bidgos-c, con due suoni distinti di sc e c dolce.

Portoghese

  • E’ la lingua del Portogallo e dei suoi ex domìni d’oltremare ed è anche, con molte differenze di pronunzia, la lingua ufficiale del Brasile.
  • Qualche avvertenza per la lettura (anche per distinguere il portoghese dallo spagnolo): ç suona s sorda italiana; j suona sg(i) non strascicato (es. “Rio de Janeiro”); lh suona gl(i) (e. “Coelho”): nh suona gn (es. “Espinho”); o atono suona spesso u (es. Rio de Janeiro”); s in fine di parola suona sc(i) (es. “Soares”; Mario Soares il più volte primo ministro e presidente della repubblica portoghese); x suona sc(i) dolce.
  • Il segno chiamato tilde (~) sopra una vocale ne indica il suono nasale; il dittongo ão, che corrisponde agli italiani “-anto” o “-one”) si pronunzia au con un suono molto nasale della a (es. “São Paulo” cioè “San Paolo”, “Concepção” cioè “concezione”; il cognome di un noto giocatore di calcio della Roma di alcuni anni fa, “Falcao”, era la deformazione brasiliana di “falcone”, cognome e nome).

Rumeno (o romeno)

  • “Rumeno” o “Romeno”? C’è incertezza sul sostantivo e aggettivo relativo a “Romania” (che però in italiano si è scritta anche, nel passato, “Rumenia” e “Rumania” oltre a “Romenia”). Dei dizionari italiani alcuni (i più) dànno la prevalenza a “rumeno”, altri a “romeno”, altri sono indifferenti all’una o all’altra forma. I francesi scrivono “roumain”, gli inglesi “rumanian”, i tedeschi “rumänisch”, gli spagnoli “rumano”, tutti col suono u. Gli intellettuali della Romania tengono invece alla o, sempre fieri della loro discendenza linguistica e culturale da Roma.
  • Fino al 1964 quella che chiamiamo “Romania” veniva scritta in rumeno “Romînia” (la prima i con un accento circonflesso); oggi è scritta “România”; la pronunzia è rominìa, dove la prima i ha un suono intermedio fra la i e la e italiane.
  • Anche la lingua rumena ha molti segni diacritici; fra l’altro ha due s: una s semplice, che suona s sorda italiana, e una s con un segnetto sotto, che suona sc(i) dolce. Il cognome Ceausescu (che ha la prima s col segnetto) è entrato in italiano in questo modo, cioè con la nostra s, ed è fatale che venga pronunziato scorrettamente ceausescu invece che ciauscescu (il digramma ea ha un suono unico: ia).

Russo

  • Per la traslitterazione dalla lingua russa non esiste un sistema comunemente accettato e molto è quindi affidato al caso, cioè al modo in cui la parola arriva: da che fonte e in quale lingua e con quale mezzo. Istruttivo in questo senso è il caso di “Lenin”, come sopra abbiamo visto. Purtroppo l’uso anche recente ha radicato o sta radicando altre grafie scorrette come “Khruscev” (oltretutto con l’accento sulla u; la pronunzia russa è krusciòf) e “Eltsin” (la pronunzia russa è ièltsin). Come molto dipenda dal caso lo dimostra anche il cognome “Gorbaciov”, entrato in italiano, a differenza di “Khruscev”, con corretta grafia e corretta pronuncia (gorbaciòf).
  • Per quel che vale, qualche avvertenza riguardo certi modi di trasliterazione: la e in posizione tonica suona ie (come in “Eltsin”); la e con due puntini (ë) suona io (come nel digramma finale (ëv) di ”Khruscev”; la o suona o quando è tonica e suona quasi a se atona (es. “Boris” si pronunzia barìs).
  • Se l’uso ritiene di mantenere la v in fine di parola, ricordiamoci di pronunciarla f.
  • La traslitterazione zh suona come sg(i) italiano non strascicato, come in “disgelo”; si veda il cognome “Brezhnev”.
  • La traslitterazione shc corrisponde a due suoni: sc(i) dolce e c dolce (es. “Shciaranski”, pron. sc-ciarànski).
  • La traslitterazione dal cirillico è diversa da una lingua europea all’altra; per esempio il suono del cirillico traslitterato in c(i) dolce italiano è scritto in francese e in inglese tch, in tedesco tsch e in spagnolo ch. Un cognome russo come quello che in italiano si ritiene debba essere scritto “Ciaikovski” è scritto in francese “Tchaikovski”, in inglese “Tchaikovsky”, in tedesco “Tschaikowski” e in spagnolo “Chaikovski”.

Sloveno e serbocroato

  • Il serbo è scritto in cirillico, il croato e lo sloveno usano l’alfabeto latino; per il resto le differenze fra le tre lingue non sono forti, almeno per gli obbiettivi del nostro piccolo manuale. I problemi sono i soliti: la traslitterazione dal cirillico per il serbo e l’esistenza nel croato e nello sloveno di segni diacritici che scompaiono quasi sempre nella trasmissione telegrafica e telematica.
  • Cominciamo dalla lettera c; c’è una c semplice che suona z sorda italiana (come in “spazio”; es. “Kostunica”) e una c con pipetta che suona c(i) (come la c doppia di “faccia”; es. “Milosevic”); il serbocroato ha una terza c, che ha una specie di accento acuto e un suono corrispondente alla c italiana palatale di “voce” (es. “Trumbic”).
  • La c finale di molti cognomi è, in sloveno, la c con la pipetta oppure, in serbocroato, la c con il segnetto simile all’accento acuto (indica la paternità: “figlio di..”); quindi si pronunzia c(i) (es. “Pavelic”, “Mihailovic” e così via).
  • La lettera d (in croato) ha un segnetto che la taglia, sia minuscola sia maiuscola (d e Ð); se non si ha questo segno grafico, si scrive dj; in ogni caso si pronuncia g(i) dolce (come in “gente”; es. “Djuganovic”); nella italianizzazione di molti nomi croati la d tagliata è diventata g; si veda, per esempio, il nome dello scrittore e uomo politico montenegrino Milovan Gilas, che in croato è scritto “Ðilas” (la D col segnetto) o “Djilas”.
  • Il digramma dz (la z ha la pipetta) conta come una lettera unica anche nell’alfabeto (e quindi nel vocabolario) e suona g(i) dolce italiana (come in “spiaggia”).
  • La lettera j corrisponde all’i italiano semiconsonante.
  • Il digramma lj è considerato (anche nel vocabolario) una lettera sola, che suona gl(i) come in “figlio; la j è quindi non una lettera ma un segno grafico (es. Edvar Kardelj, pron. kàrdegl).
  • Analogo il digramma nj, che suona gn come in “compagno” (es. “Cetinje”, pron. cetìgne).
  • Anche le s sono due: una s semplice, che suona s sorda italiana (come “rosso”; es. “Split”, cioè “Spalato”), e una š con la pipetta, che suona sc(i) dolce (come in “scendere”; es. “Pristina”).
  • Due sono anche le z: una semplice, che suona s sonora (come in “rosa”) e una z con la pipetta, che suona come sg(i) o, meglio, come la j francese di “joli”.
  • Tra sloveno e serbocroato esistono differenze nell’accentazione: eguali nomi sono accentati sulla penultima sillaba in sloveno e sulla terzultima in serbocroato; per esempio “Gorica” (gorìza e gòriza).

Spagnolo

  • Lo spagnolo (chiamato anche “castigliano”, specie nei paesi di lingua spagnola fuori della Spagna) ha un grande privilegio: di avere una ortografia ufficiale, stabilita da un organismo scientificamente valido come la “Real Academia española”. Ecco qualche avvertenza per la lettura.
  • La lettera b ha un suono fra b e v quando non è in principio di parola (es. “caballero”).
  • La lettera c ha un suono speciale davanti alle vocali e ed i, come il th inglese (es. “Valencia”).
  • Il digramma ch suona c(i) dolce italiano (es. “Chile”).
  • La lettera g suona ch aspirata davanti a e ed i (es. “Cartagena”).
  • I gruppi gue e gui si pronunciano ghe e ghi (es. “Guernica”, “Guipuzcoa”).
  • La lettera j suona come una ch aspirata (es. “Jerez”).
  • Il digramma ll suona come gl(i) (es. “Valladolid”).
  • La n con la tilde (ñ) suona gn (es. “La Coruña”).
  • Il digramma qu suona k (es. “Quito”).
  • La lettera y suona i (es. “Vizcaya”).
  • La lettera z suona sempre th inglese (come la c davanti alle vocali e ed i); es. “Zaragoza”.
  • Le voci che finiscono per consonante (che non sia né ns) sono tronche e hanno quindi l’accento sull’ultima sillaba: “Salvador” (salvadòr), “Ecuador” (ecuadòr), “Valladolid” (vagliadolìd).
  • In Argentina la doppia ll è pronunziata g dolce (“Calle” è cage) e così anche la y (“Nueva York” diventa nuevagiòrk.

Svedese

  • E’ lingua con una difficile ortografia. Qualche avvertenza per la lettura: la lettera a con un cerchietto sopra (å) suona o (e nell’alfabeto è collocata in fondo, dopo la z); la lettera g può suonare anche i (es. “Göteborg”); il gruppo skj suona sc(i) dolce.

Tedesco

  • Qualche cenno sommario per la lettura: la vocale ä (che in mancanza della ä con la Umlaut si può scrivere anche ae) suona e aperto (es. “Länder”, plurale di “Land”).
  • äu (o aeu) suona oi (es. “Schäuble”, scritto anche “Schaeuble”).
  • c suona z sorda italiana davanti ad a ed i (es. “Mercedes”).
  • ch suona h aspirata dopo a, o, u (es. “Aachen”, cioè “Aquisgrana”), ma ha un suono un po’ difficile, fra h aspirata e sc dolce, dopo ä,e,i,ö,ü (es. “Reich”).
  • ei suona ai (es. “Leipzig”, cioè “Lipsia”).
  • eu suona oi (es. “Eugen”, cioè “Eugenio”).
  • ö (o oe) ha un suono intermedio fra e ed o, come il francese eu (es. “Köln”, cioè “Colonia”).
  • il digramma ph suona f.
  • s suona sc dolce davanti alle consonanti p e t (es. “Stuttgart”, cioè “Stoccarda”).
  • sch suona sc(i) dolce (es. “Schröder”).
  • tsch suona quasi come c(i) dolce (es. “Tschaikovski”, cioè “Ciaikovski”).
  • ü (o ue) suona come la u francese (es. “München”, cioè “Monaco”).
  • v suona f (es. “Beethoven”); w suona v (es. “Wuppertal”).
  • Per fortuna moltissimi nomi di città e di regioni hanno da tempo una forma italiana. Si tratta però di riconoscere questi nomi; per esempio che “Hessen” è l’“Assia”, che “Bayern” è la “Baviera”, che “Rheinland” è la “Renania”, che “Pfalz” è il “Palatinato”, che “Aachen” è “Aquisgrana”, che “Köln” è “Colonia”, che “Mainz” è “Magonza”, che “Nürnberg” è “Norimberga” e così via.
  • E’ utile ricordarsi che, così come i nomi propri, anche i nomi comuni hanno in tedesco l’iniziale maiuscola. In un testo italiano il nome comune tedesco mantiene l’iniziale maiuscola se usato come tale (per es. “I compiti della Wehrmacht nel conflitto…”); prende invece l’iniziale minuscola se usato come se fosse una parola italiana (per es. “Il würstel che ho mangiato era ottimo…”).

Turco

  • La lingua turca è stata scritta con l’alfabeto arabo fino al 1928. E’ un alfabeto con qualche speciale segno diacritico: la c con la cediglia, che suona come la c dolce italiana; la g con la pipetta, che è quasi sempre muta dopo a, i, o e u (come per “Ali Agcha”, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II); la i senza puntino, che ha un suono fra i ed e; la s con un trattino sotto, che suona sc(i) dolce. La y suona i e la z suona s sonora italiana.

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