Centenario della Federazione nazionale della stampa

Centenario della Federazione nazionale della stampa

Giornalismo: da ieri al futuro

  Intervento alla cerimonia di commemorazione del centenario della Federazione nazionale della stampa italiana, Roma, 23 aprile 2008


    L’importanza di questa cerimonia suggerirebbe l’opportunità che qualcuno, più valido di me, tenesse una bella “lectio magistralis”. Io non terrò una “lectio magistralis”. Il mio sarà soltanto un invito a condividere una serie di riflessioni maturate in tanti anni di esperienza professionale.

    La vecchiaia ha spesso un privilegio: il privilegio, per l’anziano, di potere – sia pure senza presunzione – lasciare, a chi è venuto dopo, qualcosa di quel patrimonio di conoscenze che ha messo insieme nella sua vita e che è la sua storia personale.

    Si dà il caso, infatti, che io sia arrivato al giornalismo lo stesso anno in cui è rinato, dopo la parentesi fascista, il nostro sindacato, la Federazione dei giornalisti. 1944. Anni duri, in un paese distrutto nelle case, nei beni, nelle persone. Anni duri, ma anche belli, perché pieni di progetti e di attese. La gente vedeva nella stampa, finalmente libera, il segno concreto della democrazia. Voleva sapere quanti etti di farina o quanti decilitri di olio la carta annonaria del razionamento avrebbe concesso in settimana; quando sarebbe tornata l’acqua, la luce, il gas, i tram e i treni; ma voleva anche conoscere i programmi proposti dai nuovi partiti politici, fino allora ignoti; e voleva conoscere  le ideologie di cui solo i vecchi sapevano parlare. Socialismo, liberalismo, comunismo creavano un immaginario collettivo carico di meravigliose palingenesi.

    Nelle redazioni dei giornali c’era una maggioranza di giovani. Molti provenivano dalla stampa clandestina, la maggior parte aveva dietro di sé qualche anno di insegnamento, tutti vedevano nel giornalismo un modo per contribuire più validamente al processo di ricostruzione, morale e materiale, del paese; un mezzo per consolidare gli istituti democratici appena riconquistati e per garantire il pluralismo in cui si esprimeva il neonato sistema politico. Il giornalismo come servizio; il giornalismo come passione civile.

   Prima riflessione, piuttosto ovvia, ma, almeno per noi, conquistata sul campo. Il giornalismo è uno strumento per dare ai cittadini le informazioni che li aiutino a governare meglio la propria giornata e a migliorare la qualità della vita e, insieme, ad allargare il proprio patrimonio di conoscenze. Chi più sa, più è libero. Insomma il giornalismo come contributo alla crescita civile della società.

  Furono anni belli – gli ultimi anni Quaranta e gli anni Cinquanta – anche perché la reazione alla retorica del giornalismo fascista, la necessità di dire cose concrete a lettori che volevano sapere cose concrete, la scarsità dello spazio (per mancanza di carta i giornali uscivano in due pagine, un foglio), ci induceva a usare un linguaggio sobrio, sintetico; era il linguaggio della gente comune per farci capire anche dalla gente comune; quindi a superare il mito cha da sempre pesava sul giornalismo: il mito della letteratura, cioè il giornalismo come una professione che attiene alla letteratura; il giornalismo come genere letterario.

   Era una convinzione che nasceva da una secolare tradizione, che nel passato ha trasformato in un privilegio della professione giornalistica quello che è stato invece un pesante impedimento a un modo moderno di fare informazione. Il gusto. oltre il giusto, per una prosa elegante e per un linguaggio ricercato, lontano quanto più possibile dalla lingua parlata, significava non rendersi conto del grado di istruzione (due terzi degli italiani avevano la licenza elementare come massimo titolo di studio) e del livello culturale di un paese che fino a qualche decennio fa (in piccola parte lo è ancora) era un paese bilingue, dove, accanto al dialetto, l’italiano era la seconda lingua. E questo spiega la scarsa lettura dei giornali (l’Italia al terzultimo posto in Europa) e quindi la scarsa informazione.

     Letteratura, no. Allora che cosa? Non la storiografia? Il giornalismo (il giornalismo serio, esatto, veritiero) racconta i fatti con la freschezza dell’immediato; racconta ciò che è accaduto ieri. La storiografia – è ovvio – arriva dopo; e gli eventi passati, ricostruiti dallo storico, non sono più eventi passati ma diventano eventi contemporanei (la storia è sempre storia contemporanea, come diceva il mio maestro Benedetto Croce) e, diventati contemporanei, i fatti del passato perdono la loro storicità, il loro essere storia di allora, cioè quegli aspetti di umanità e quotidianità che ne sono spesso la pregnante caratteristica.

    La rivoluzione storiografica degli annalisti francesi ci dà un autorevole conforto. La storia – hanno detto Braudel e Le Goff e gli altri – non è soltanto la storia dei grandi eventi, ma la storia di ogni giorno e la storia di tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, potenti e deboli, superbi e umili; e per scrivere di storia non bastano più gli archivi e i documenti ufficiali, servono anche le curve dei canoni d’affitto, gli indici Dow-Jones, il numero dei morti per droga, i dati della produzione agricola, le condizioni del clima. Insomma le pagine dei giornali e i loro archivi elettronici.     

     Riflessione numero due: il giornalismo può avere una sua dignità anche nella comunità delle lettere, se, abbandonata la seduzione della letteratura, si fa storiografia o complemento di storiografia. Il giornalismo non come “conoscenza dell’effimero”, ma come “scienza del contingente”, come “scienza della quotidianità”. La “storiografia dell’istante” ha detto, un po’ poeticamente, Umberto Eco.  A una condizione, però: che il giornalismo cerchi di capire la realtà e la spieghi onestamente così com’è, senza applicare alla realtà i propri schemi ideologici e senza manipolarla per fini diversi, extragiornalistici, politici o economici, o anche di personale vanità. Un giornalismo che informi; non un giornalismo che cerchi di persuadere o che cerchi di piacere.

   Nel 1953 arriva la televisione, e dopo qualche anno è già una rivoluzione. Il nuovo medium trasmette messaggi nuovi, ma è esso stesso un messaggio. Modifica i nostri comportamenti, le nostre abitudini e anche i nostri modi di pensare. Irrompe nel giornalismo: nel bene, nel meno bene, anche nel male.

    Bene, nel passare da un pubblico che, con la carta stampata, appartiene soltanto ad alcune fasce socioculturali del paese, a un pubblico che coincide con l’intera società; compresi quelli che non leggono i giornali, compresi gli analfabeti effettivi (pochi) e gli analfabeti di ritorno (tanti); compresa la “casalinga di Voghera”, che, secondo una vecchia famosa inchiesta della Rai, non sapeva il significato di “scrutinio”, di “disegno di legge”, di “crisi di governo”, di “potere esecutivo”. La “casalinga di Voghera” non era un’invenzione o un’astrazione, ma una persona vera, interpellata, insieme agli agricoltori di Andria e agli operai di Sesto San Giovanni, dal Servizio Opinioni della Rai, ai tempi in cui la Rai si preoccupava di conoscere i telespettatori, e non soltanto i pubblicitari; i consumatori, e non soltanto i produttori di consumi. Anche la casalinga di Voghera aveva il diritto di essere informata con un linguaggio comprensibile; e il giornalista aveva il dovere di informare, con un linguaggio comprensibile, anche la casalinga di Voghera.

    Bene, dunque, per il linguaggio. Meno bene per la scelta dei contenuti e per il modo di presentarli. La televisione è immagine, e l’immagine è spettacolo; lo spettacolo comporta un palcoscenico e una platea; comporta quindi un pubblico di cui si deve cercare e ottenere il consenso, dandogli una realtà-spettacolo. Ma la spettacolarizzazione della realtà conduce fatalmente all’adozione, anche nell’informazione, dei sistemi della pubblicità. Più che strumento di conoscenza, l’informazione televisiva tende ad essere oggetto di intrattenimento, privilegiando i contenuti che non si rivolgono alla ragione ma ai sentimenti, che non suggeriscono riflessioni ma suscitano emozioni.

     Così, gli alti costi di produzione e la ricerca del profitto hanno inventato l’Auditel e la schiavitù dell’audience; e, insieme alla concorrenza fra i vari organi di informazione televisiva, la ricerca del profitto e la schiavitù dell’audiencehanno portato a un’informazione televisiva che troppo spesso indulge a drammatizzare e a spettacolizzare i fatti, a volte adeguandosi ai cattivi gusti di minoranze. Gli interessi veri della maggior parte dei telespettatori, sono quelli accertati da una famosa ricerca del Censis: prima la salute, poi – bellissimo – la scuola e la cultura, poi il lavoro, poi il vitto e l’abbigliamento, poi il risparmio e i servizi sociali, poi i problemi della città e del quartiere. La politica viene al decimo posto; ma è la politica che i teleschermi ci fanno vedere: la politica come rissa, come frasi fatte, come retorica, come questione di potere.

     Quanto dell’antipolitica nasce dalla politica come tale e quanto dell’antipolitica, invece, nasce dal modo in cui la politica è promossa, direi inventata dalla televisione-spettacolo?

    E’ un cerchio perverso: la tv dice all’uomo politico: io ti faccio vedere; e l’uomo politico è pronto a farsi vedere. La tv dice: io voglio spettacolo; e l’uomo politico fa spettacolo. La tv è tutta un quiz, diceva Arbore. La tv è tutta uno show; spesso anche quella che fa informazione.

         Riflessione numero tre. L’informazione televisiva, almeno quella del Servizio pubblico, deve tener conto degli effettivi bisogni informativi dei cittadini; deve essere una informazione “di servizio”. Non spaventi la parola: informazione “di servizio” significa soltanto un’informazione dei fatti del giorno (di cronaca economica e politica e sociale, italiana ed estera, anche – perché no? – di una certa cronaca nera), capace non tanto di divertire o di commuovere quanto di soddisfare il nostro desiderio di sapere e anche le nostre curiosità culturali, utile per esercitare meglio le nostre responsabilità, idonea a rendere più facile la vita di ogni giorno.

     Vennero poi anni terribili. Gli anni Settanta. Sembrava che un vento di follia si diffondesse anche in ambienti impensabili: fra uomini di cultura, docenti universitari, intellettuali in genere; anche fra i giornalisti. Sui fatti (che spesso erano fatti di sangue e non solo conflitti di idee, politici e ideologici) si pubblicavano le notizie più drammatiche senza che se conoscesse la provenienza o se ne accertasse la veridicità; anzi, più che notizie, erano voci o supposizioni, che diventavano verità su cui si imbastivano processi e si pronunziavano sentenze. Qualcuno sosteneva che invece di fare informazione si doveva fare controinformazione; l’informazione come strumento di lotta politica.

   Era difficile fare un giornalismo serio. Si potevano ignorare quelle notizie, anche se non trovavano conferma? Perché poi, contemporaneamente, c’era chi sosteneva l’opposto; cioè che certe notizie era bene non darle, per esempio i deliranti proclami delle Brigate rosse. “Black up” si diceva, col vezzo che si ha spesso per le parole straniere.

    Riflessione numero quattro. Una riflessione così ovvia che è perfino imbarazzante enunciarla, se non fosse l’esperienza che ci autorizza a farlo. Un giornalismo serio non fornisce notizie che non siano accertate, e se non sono certe non le dà come tali e in ogni caso le attribuisce alla fonte da cui provengono, garantendosi con quella santa invenzione grammaticale che sono le virgolette. E se invece le notizie sono vere, come – purtroppo – i proclami delle Brigate rosse, le notizie non è giusto nasconderle. Come si fa a combattere il male se non lo si conosce?

    Su qualche fuoco, intanto, bollivano, fumanti, molte pentole. Pochi si preoccupavano di sapere che cosa c’era dentro. Alla fine ce ne accorgemmo, molti con sorpresa e interesse, qualcuno con fastidio e scetticismo: il personal computer, il passaggio dall’analogico al digitale, Internet.

    Bene, il personal computer. Sembrava una macchina per scrivere più veloce e capace di maggiori prestazioni. Era molto di più; e migliorava il modo di fare informazione; costringeva a un linguaggio lessicalmente più sobrio e sintatticamente più semplice; e condizionava, in meglio, anche la scelta dei contenuti. Sullo schermo di un pc si possono leggere tre pagine sul delitto di Cogne? No. Si può leggere una nota politica lunga due colonne? No.

     Bene, perciò, il pc; e benissimo il passaggio dal modello analogico al modello digitale. Un solo segnale serviva a gestire la parola scritta, la parola detta, il suono, l’immagine fissa, l’immagine in movimento. Grazie anche al processo di miniaturizzazione nascevano nuovi apparecchi: la macchina e la cinepresa digitale, il telefonino, il videotelefonino. Le reti cellulari e satellitari rendevano più facile e più rapida la raccolta e la distribuzione delle informazioni.

     Riflessione numero cinque. Che momento esaltante. La digitalizzazione dell’informazione significava la multimedialità, cioè l’operatività di tutti i media secondo uno stesso codice binario e quindi una semplificazione dei modi di fare informazione. Significava l’interattività, cioè l’interazione fra chi produce e che riceve informazione, e quindi la possibilità di dialogo fra emissore e ricettore dell’informazione. Significava l’ipertestualità, cioè la possibilità di collegare l’informazione corrente con altre informazioni correlate, e quindi un’informazione più ricca e più completa. Tutto questo apriva una prospettiva affascinante: la demassificazione dell’informazione, cioè un’informazione sempre migliore in un mercato sempre più vasto di consumatori.

     Già; ma il giornalismo come categoria professionale e come impresa editoriale?

    In contemporanea era arrivata anche Internet. Internet è la parafrasi del mondo. Tutto il bene e tutto il male del mondo, di un mondo globalizzato, in tempi rapidi; in tempo reale, anzi, come si dice. Nel campo della comunicazione Internet era il massimo: era un insieme infinito di fonti di informazione, una grande biblioteca elettronica, un enorme somma di banche dati, cioè uno strumento prezioso per moltiplicare e arricchire le informazioni; e insieme un insieme infinito di soggetti a cui distribuire quelle informazioni.

     I nuovi apparecchi digitali e Internet creavano anche una realtà nuova: il giornalismo che potremmo chiamare “amatoriale”, il “citizen journalism”, come dicono gli americani; i “blogger”, cioè i siti privati che in pochi anni sono diventati decine e decine di milioni. Con pochi mezzi e pochi soldi tutti possono diventare giornalisti e editori di se stessi, anche senza essere iscritti all’albo professionale. La libertà di stampa concessa a milioni di persone, la possibilità per tutti di esprimere opinioni, di raccontare fatti non conosciuti dai media, anche di criticare i detentori del potere.

     C’è già una storia: i blogger che nel 1999 dal Kosovo e dall’Iraq ci facevano sapere quello che le autorità (Milosevic per i primi, Saddam Hussein per i secondi) non volevano farci sapere. Nel 2005 furono i blogger e non le agenzie di stampa a dare notizia dell’uragano Katrina che stava devastando New Orleans, e nel 2006, durante il bombardamento israeliano di Beirut, è stata la stessa Cnn a chiedere ai blogger americani che si trovavano nella città di raccontare che cosa stava succedendo.

     E’ il caso, però, di ripetere la domanda: e il giornalismo come categoria professionale e come impresa editoriale?

    Riflessione numero sei; ed è anche una prima risposta alla domanda. Il giornalismo è mediazione tra la fonte dell’informazione e il fruitore dell’informazione. Internet permette al fruitore di raggiungere direttamente la fonte senza la mediazione giornalistica. Il giornalismo comporta tre attori: la fonte, il fruitore e il giornalista come mediatore. Con Internet gli attori diventano soltanto due: la fonte e il fruitore. Internet può allora eliminare il giornalismo?

    Internet ci mette a disposizione migliaia, decine di migliaia di fonti. Troppe, anche con l’ausilio dei motori di ricerca. In ogni caso, chi ci garantisce l’attendibilità delle fonti? Anche le fonti autorevoli, che si presentano con un autorevole biglietto di visita, ci danno quello che ritengono di farci conoscere, non tutto; e nel migliore dei casi hanno un codice, e la loro informazione deve essere perciò decodificata per avere un’informazione sicura.

    Poi ci sono le notizie false o manipolate, che certe fonti producono non per far conoscere la realtà, ma per modificarla. Vedi la “disinformazia” di un tempo; vedi episodi recenti (la guerra del Golfo) quando notizie false furono impiegate addirittura come strumenti di tattica militare, con lo stesso valore di un attacco di carri armati.

     Poi i blogger. Viva i “blogger”; ma quasi tutti non sono stati a scuola di giornalismo, non ne conoscono le responsabilità, ignorano la deontologia professionale; e non hanno, a differenza del giornalismo ufficiale, la convalida o la condanna dei propri lettori.

    Riflessione numero sette, e ultima. Se l’informazione si dimostra sempre più indispensabile come strumento di conoscenza e come strumento di lavoro, l’informazione deve essere corretta e quanto più possibile esatta. La sopravvivenza del giornalismo, cioè la necessità di ricorrere al giornalismo tradizionale come sicuro organo di base, dipende quindi dalla misura in cui la sua mediazione significhi non soltanto gestione delle informazioni che circolano fuori di Internet e dentro Internet, ma anche verifica e controllo di quelle informazioni. Il giornalismo riconquista così la sua funzione di mediazione: una mediazione di verità; e se la parola “verità” fa un po’ paura, diciamo: una mediazione di qualità.

    E’ un problema che coinvolge non solo i giornalisti, se vogliono salvaguardare il loro futuro e la loro professione. Coinvolge anche gli editori e i politici. Coinvolge i politici, almeno quelli convinti che una società sempre meglio informata è una società sempre più libera e democratica. Coinvolge gli editori, almeno quelli che vedono negli organi dell’informazione uno strumento non soltanto per vendere pubblicità ma anche per contribuire alla crescita del paese, e che quindi hanno bisogno di giornalisti qualificati e professionalmente protetti.

     Due giorni fa, a Fiuggi, ho introdotto, come sempre, il seminario che l’Ordine dei giornalisti organizza ogni sei mesi per i praticanti alla vigilia degli esami di idoneità professionale. Erano 000 praticanti; alcuni avevano già una collocazione professionale; tanti, invece, erano vittime di un precariato che sta diventando istituzionale, con un praticantato svolto un po’ qui e un po’ là, un po’ prima e un po’ dopo; molti erano disoccupati, e quindi con la prospettiva, superato l’esame, di passare da praticanti disoccupati a professionisti disoccupati.

    A tutti ho detto: ragazze e ragazzi, avete scelto una professione bellissima, ma difficile. Giornalisti non si nasce, come qualcuno pensa; giornalisti si diventa; con lo studio, con la lettura, col far tesoro delle giornaliere esperienze, con la coscienza di fare un lavoro che, al di là delle sue istituzionali finalità, ha anche una responsabilità sociale. Una professione che può essere anche un potere, ma non come riflesso o strumento di altri poteri. Può essere un potere nella misura in cui sia un servizio, svolto con onestà e umiltà, a favore dei cittadini.

    A queste parole c’è stato un grande applauso. Nonostante la diversità delle provenienze e l’incertezza del loro futuro, erano tutti d’accordo: sul giornalismo come responsabilità e come servizio. Vorrei che questo applauso venisse sentito dai politici, dagli editori e anche da alcuni direttori di testata e conduttori di talk-show. Il giornalismo come responsabilità e come servizio.

   Queste parole sono state seguite da un grande applauso. Nonostante la diversità delle provenienze e l’incertezza del loro futuro, erano tutti d’accordo: sul giornalismo come responsabilità e come servizio. Vorrei che questo applauso venisse sentito dai politici, dagli editori e anche da alcuni direttori di testata e conduttori di talk-show. Il giornalismo come responsabilità e come servizio.

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