Benito Mussolini

Benito Mussolini

Scheda preparata per un film su Benito Mussolini, progettato e poi non realizzato


 

1 – Benito Mussolini non può essere ricordato come autore o interprete di una particolare ideologia. Il fascismo fu un movimento politico, fu poi un regime; non fu mai una ideologia. Mussolini stesso lo affermò con franchezza e addirittura con orgoglio: il fascismo (vedi la voce da lui stesso scritta nel 1932 per l’enciclopedia Treccani) era “prassi e non dottrina”, era lotta per la conquista e la conservazione del potere (“Il nostro programma è molto semplice: noi vogliamo governare l’Italia”). I richiami a Nietzsche, a Sorel, anche a Marx e alla sinistra hegeliana sono successivi rivestimenti, spesso opportunistici, con i quali alcuni intellettuali e storici fascisti cercavano di dare una giustificazione filosofica a quella che Mussolini aveva chiamato soltanto una “volontà di potere”.

2 – Mussolini può diventare il protagonista di una “fiction”, dopo più di mezzo secolo dalla sua scomparsa, soltanto se lo si presenta come il realizzatore di una formula di ordinamento statale che trovava le sue motivazioni nella situazione storico-economica, politica e sociale che fece seguito alla fine della prima guerra mondiale e proseguì con alterne vicende per tutti gli anni Venti e nella prima metà degli anni Trenta. I fondamenti pragmatici del fascismo erano due: primo, il bisogno, sostenuto dalla destra agraria e industriale, di stabilità del governo e di disciplina interna; secondo, il desiderio di ordine, espresso soprattutto dalla media e piccola borghesia, su cui trovavano facile eco alcuni temi patriottici e nazionalistici. Negli ambienti della destra e e in quelli borghesi prendeva così alimento il mito dell’”uomo forte”, un mito che analoghe situazioni storico-politiche accesero, in quegli stessi anni, anche all’estero.

3 – Primo. A cominciare dal 1919, le agitazioni popolari, provocate dalla situazione economica di povertà e sottoalimentazione aggravatasi durante e dopo la guerra e illuminate dal miraggio della Rivoluzione d’Ottobre, scossero le campagne (specie la pianura padana, la Toscana, la Puglia) e poi le aree industriali del Nord (l’Italia era allora un paese prevalentemente agricolo), mentre, specie nell’Italia settentrionale, il movimento socialista metteva in discussione il potere delle classi dirigenti. La conflittualità in corso (scioperi, violenze) e la paura dei fermenti rivoluzionari diffusi nelle masse contadine e operaie portò quindi la grande proprietà agraria (ma anche i proprietari mezzadri della pianura padana e della Toscana) e il grande capitale finanziario e industriale a rivolgersi con immediato favore – anche a causa dell’impotenza di governo dimostrata dalle classi dirigenti liberali – verso un movimento che, soprattutto nella sua base, proponeva le maniere forti e non esitava a proclamare il ricorso alla violenza in funzione antisocialista (la prima prova di forza fu la distruzione della sede milanese dell’”Avanti!” nell’aprile del 1919).

4 – Secondo. Nella società italiana di quegli anni c’erano anche vasti ceti che rimanevano ai margini dello scontro sociale; era la piccola e media borghesia (bassa burocrazia pubblica e privata, insegnanti, piccoli commercianti), a cui l’inflazione erodeva redditi e toglieva prestigio nell’ambito sociale. In questi ceti, caratterizzati anche da un livello culturale di tipo scolastico, avevano risonanza alcuni motivi nazionalistici, riaccesi dalle conclusioni del trattato di pace (la “vittoria mutilata”) e dal poco peso dell’Italia nel consesso internazionale.

5 – Non portatore di una particolare ideologia ma preoccupato soltanto della conquista del potere, Mussolini non esitò così ad abbandonare alcuni elementi dottrinali che avevano caratterizzato le prime fasi del suo movimento (pregiudiziale repubblicana, anticlericalismo, velleità di riforme di tipo socialista) e si presentò nel novembre del 1921 (costituzione del Partito Nazionle Fascista, il Pnf) come una forza esplicitamente di destra e nazionalista.

Gli iniziali motivi di sinistra non scomparvero completamente, rimanendo tuttavia al margine del partito fascista e riemergendo saltuariamente: nella fronda intellettuale degli anni Trenta (il fiorentino “Universale” di Ricci e Bilenchi, i giornali universitari come “Corrente” di Milano, “Il bo” di Padova, “Rivoluzione” di Firenze). Alcuni di quei motivi furono ripresi nella Repubblica Sociale di Salò (non per nulla chiamata “sociale”).

6 – Se il fascismo si schierò a destra, a difesa dei grandi interessi industriali ed agrari (in Italia il capitalismo si esprimeva come difensore non di un libero mercato ma di un mercato sostenuto e disciplinato dallo stato; si veda nel 1933 la creazione dell’Iri come holding pubblica per il salvataggio delle principali banche di investimento, in crisi dopo la depressione economica mondiale cominciata nel 1929), il personaggio Mussolini rimase legato in parte alla sua estrazione sociale e culturale e non si dichiarò mai apertamente uomo di destra, bensì sensibile alle esigenze del popolo e non indifferente alle istanze sociali del momento: un misto di populismo e di demagogia che si esprimevano sia con le parole (si veda il ricorso alla parola “proletario”: “Italia proletaria e fascista in piedi!”) sia con i fatti (i cosiddetti “treni popolari”; la colonizzazione della Tripolitania e la guerra contro l’Etiopia come “conquista di un posto al sole”).

7 – Nel personaggio Mussolini c’è dunque un singolare miscuglio di motivi e di temi (la patria, la bandiera, la famiglia, la nazione) che, seppure assunti anche per motivi di opportunità e in chiave retorica, erano patrimonio della media e soprattutto della piccola borghesia italiana, un patrimonio fondato sui libri di testo soprattutto delle scuole elementari e medie inferiori. Il successo di Mussolini e il suo largo consenso popolare almeno fino al 1936 dipendevano dunque dal suo essere interprete degli umori, dei sentimenti, delle ambizioni, delle delusioni, dei rancori di alcuni strati della società. Il suo pensiero era un involucro vuoto, che a volta a volta, secondo il cambiare dei tempi e delle circostanze, trovava i propri contenuti proprio in quella massa di aspirazioni deluse e di confuse velleità (nazionalismo, dannunzianesimo, colonialismo, antieuropeismo, attivismo, mito della romanità) che schiumava alla superficie di un paese povero e retrogrado.

La personalità di Mussolini è ben descritta nel libro di Paolo Monelli uscito nel 1950 e intitolato, appunto, “Mussolini piccolo borghese”.

8 – Di questo mondo Mussolini è un tipico rappresentante e i suoi atteggiamenti, i suoi gesti, la sua mimica, il suo stile oratorio possono essere spiegati soltanto dal contesto storico e comunicativo nel quale si espressero. Della sua personalità il migliore ritratto viene dagli anni giovanili, prima della conquista del potere: un proletario che si vanta di venire dal popolo, ma tiene al suo vestito di maestro che vuol passare da professore (e a Roma, dopo la “marcia su Roma”, si reca in vettura-letto, colletto rigido, “redingote” e ghette bianche); litigioso, inquieto, insofferente di disciplina, favorevole sempre ad affidare ai pugni la risoluzione di ogni contrasto; pusillanime, ma col coraggio del rissante; elogiatore del volontarismo e interventista, ma contrario ad arruolarsi quando viene la guerra, perché “non si deve forzare il destino”; facile agli entusiasmi così come alle crisi, tanto da pensare, un giorno, di cambiare mestiere per fare il suonatore ambulante o il filodrammatico, e subito disposto, ove occorra, a darsi l’aria del martire e della vittima; privo di idee politiche, ma pronto ad accettare quelle dell’ultimo che gli parli, purché gli faccia comodo, senza quindi esitare ad affastellare conoscenze disordinate e superficiali e perciò sempre in tempo per cambiare opinione; anticlericale, bestemmiatore di Dio e mangiatore di preti, ma non contrario a far battezzare segretamente i figli, e superstizioso tanto da portare sempre addosso un portafortuna donatogli dalla madre; tutt’altro che incline alla pulizia, ma profumato sempre a causa di un uso frequente di acqua di colonia come surrogato di lavaggi che non ha il tempo o il gusto di fare.

9 – Al di là del modesto livello culturale e dei suoi stessi progetti politici, la fortuna e il successo di Mussolini furono di interpretare un modello di concezione dello stato che non solo in Italia ma in Europa e anche in altri continenti (Giappone, America del sud) seduceva in quegli anni Venti e anche nei primi anni Trenta molti centri di potere e molta parte della borghesia. L’idea di un regime in cui il potere viene concentrato nelle mani di un solo uomo o di uno stretto gruppo dominante non era un’idea nuova; e nuova non era neppure la realtà statuale che quell’idea aveva realizzato in molti paesi nel secolo diciannovesimo e all’inizio del ventesimo. La novità era che questa volta un sistema politico autoritario, soppressore delle libertà democratiche e limitativo dei diritti dell’individuo, veniva teorizzato come modello ideale per assicurare l’ordine e il progresso sociale. Le parole “totalitario” e “totalitarismo” nacquero nel 1928 in Italia (e in Germania: “totalitarismus”) e Mussolini se ne serviva con orgoglio per definire il suo regime, senza preoccuparsi del suo significato negativo per molti (“antiparlamentare” e “antidemocratico”).

10 – In molti paesi europei le speranze di palingenesi suggerite dall’Unione Sovietica, che con la Rivoluzione d’Ottobre sembrava stesse per instaurare un sistema di eguaglianza e di giustizia sociale e che comunque aveva sovvertito il precedente sistema di potere, davano vigore alle sinistre, che, abbandonando realistiche politiche di alleanza con i partiti democratici, considerati “borghesi” e antipopolari, non nascondevano le loro velleità rivoluzionarie: contro lo Stato, contro i centri di potere capitalistico, contro la Chiesa, contro la borghesia; e là dove maggiore era il disordine e la violenza causate dalle agitazioni e dalle lotte operaie e contadine e minore la capacità delle classi dirigenti di arginare le spinte eversive, in quei paesi la democrazia parlamentare entrò in crisi e il fascismo di Mussolini apparve un modello da imitare o da favorire insieme al mito dell’”uomo forte” che porta ordine e disciplina.

11 – In Europa la crisi della democrazia parlamentare si manifestò in Spagna fin dal 1923 con la dittatura militare del generale Primo de Rivera; in Ungheria dopo il 1924 con l’aggravamento in senso autoritario del governo dell’ammiraglio Horthy; in Romania nel 1930 con la dittatura di re Carol; in Portogallo nel 1932 con la dittatura di Salazar; in Austria nel 1932 col il parafascismo di Dollfuss e poi di Schussnig. Movimenti di destra di tipo fascista si diffusero in Romania (Codreanu e le “Guardie di ferro”), nelle regioni croate del regno di Jugoslavia (Pavelic), in Slovacchia (mons. Tiso), mentre formazioni politiche di destra e di estrema destra presero via via vigore in Belgio (Degrelle), in Francia (Maurras, de la Rocque, Déat, Doriot, Drieu la Rochelle) e perfino in Gran Bretagna (Mosley). Ultimo episodio fu la dittatura instaurata in Spagna del generale Franco dopo tre anni di guerra civile (1936-39), conclusa con l’abbattimento del legittimo governo repubblicano (di “fronte popolare”), nato dalle elezioni del 1934, e col ritorno della monarchia.

12 – Nei primi anni del terzo decennio del secolo la crisi economica mondiale che fece seguito al crollo della Borsa di New York del novembre del 1929 aveva aggravato la situazione politica di molti paesi europei. Erano diminuiti gli investimenti, era cresciuta la disoccupazione, il commercio internazionale si era ridotto per l’aumento delle tariffe doganali. Le difficoltà e la miseria costituivano così il terreno più fertile per la retorica nazionalistica e autoritaria dei movimenti di estrema destra. In Germania le pesanti clausole della pace di Versailles, l’inflazione spaventosa, i tentativi rivoluzionari della sinistra, il terrorismo politico, gli scontri promossi dalla destra nazionalista avevano creato una situazione disastrosa; la crisi economica generale l’aveva aggravata, interrompendo la stabilizzazione avviata nel 1925 col trattato di Locarno.

13 – Prodotto dalla crisi politica e sociale determinata dalla sconfitta, il nazionalsocialismo era stato creato nel 1920-21 da un disoccupato austriaco che non era riuscito a terminare gli studi superiori, Adolf Hitler. Dopo il fallito tentativo di colpo di stato nel 1923, il partito aveva abbandonato i suoi progetti rivoluzionari e aveva accettato le regole della lotta parlamentare. Fu dunque in maniera democratica che Hitler, interpretando gli umori della società tedesca in quegli anni terribili, e soprattutto le proteste dei ceti medi e dei disoccupati, vinse le elezioni del 1932 (più di 13 milioni di voti) e nel 1933 fu nominato cancelliere di un governo formato in maggioranza da rappresentanti della destra. Con l’immediata instaurazione di un regime monopartitico e il rigetto delle istituzioni democratiche, Hitler si ispirava al fascismo di Mussolini (per il quale mostrò più volte di avere, nei primi anni, una sincera ammirazione), ma, a differenza del fascismo, la sua era una vera dottrina, una perversa dottrina (v. “Mein Kampf”), basata sulla superiorità della razza germanica, sulla necessità di riunificare tutte le popolazioni di pretesa origine ariana residenti oltre i confini della Germania e di creare in Europa (specie nell’Europa orientale) uno spazio vitale (“lebensraum”), liberato dalle razze considerate inferiori, a cominciare dagli ebrei. Accanto a un nazionalismo esasperato, il fondamento dell’ideologia nazista era dunque il razzismo. Orientamenti antisemiti fermentavano da tempo nelle società nazionali dell’Europa orientale e della stessa Germania fino ad arrivare a sanguinose sommosse contro gli ebrei (“pogrom”), ma solo il nazionalsocialismo fece della difesa della razza (ariana) e dell’antisemitismo la base ideologica di una politica che, in nome di un principio biologico (contestato, oltretutto, dalla scienza), sosteneva il diritto all’aggressione e alla soppressione dei diritti civili, fino al genocidio.

14 – L’avvento al potere di Hitler, la sua politica dei fatti compiuti (cancellazione delle clausole del trattato di pace, riarmo, rimilitarizzazione della Renania, 1936, unione con l’Austria, 1938) e l’inizio dell’azione contro gli ebrei determinarono in Europa la fine del mito fascista dell’uomo forte e delle simpatie che il fascismo aveva suscitato in molti ambienti sociali. Fu lo stesso Mussolini a firmare il declino e la caduta del suo regime prima con l’alleanza con Hitler (“asse Roma-Berlino”, marzo 1936), poi con l’approvazione delle leggi razziali a imitazione dei tedeschi (1938) e infine con l’entrata in guerra al fianco della Germania (1940). Il consenso popolare su cui, con alti e bassi, Mussolini si era retto vide il suo culmine nel ritorno dai “legionari” dalla guerra di Etiopia (1936, dopo la proclamazione dell’impero) e poi cadde progressivamente, salvo un breve ritorno di fiamma quando Mussolini, reduce dalla conferenza di Monaco (settembre 1938), venne acclamato come salvatore della pace. Nel 1940 ormai erano in pochi a sentire come giusta guerra di popolo la guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, che Mussolini chiamava “potenze plutocratiche” e che la maggior parte degli italiani vedevano invece con simpatia, una simpatia che risaliva con le sue radici al Risorgimento e alla prima guerra mondiale.

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