L’agenzia Stefani 1835-1945

L’Agenzia Stefani 1835 – 1945

L’Agenzia Stefani 1835 – 1945

L’agenzia Stefani nacque a Torino nel 1835 per iniziativa di Camillo Cavour e diventò nel 1924 l’organo di informazione e propaganda del regime fascista e poi anche della Repubblica Sociale fino al 25 aprile del 1945. Sulla Stefani Sergio Lepri ha scritto “Informazione e potere in un secolo di storia italiana. L’agenzia Stefani da Cavour a Mussolini”, pubblicato nella collana “Quaderni della Nuova Antologia”, Le Monnier, 1999 (con Giuseppe Cultrera e Franco Arbitrio); e una seconda edizione arricchita (“L’agenzia Stefani da Cavour a Mussolini”) nella collana “Quaderni di storia”, Le Monnier, 2001. Il saggio qui sotto fu pubblicato dalla “Nuova Antologia” nel numero dell’aprile-giugno del 1999.

Sulle colline sopra Chiavari in Liguria, in una campagna che si chiama “Case sparse”, e a Nigoline di Corte Franca, in mezzo ai vigneti di Franciacorta, tra Brescia e il lago d’Iseo, sono venuti alla luce carteggi e documenti dei primi settanta anni di vita – e soprattutto dei primi decenni – dell’agenzia di stampa che Guglielmo Stefani aprì nel 1853 a Torino per iniziativa di Camillo Benso di Cavour: relazioni, appunti, promemoria, carte amministrative, ovviamente tutto manoscritto; anche tante lettere: alcune, inedite, di Cavour, altre di Jean-Louis Havas, fondatore a Parigi, fin dal 1835, dell’agenzia che da lui prese il nome, e anche qualche pettegolezzo su Julius Reuter, che con i soldi di Havas aveva fondato a Londra nel 1851 una analoga agenzia.

“Un tesoro” hanno detto gli amici del “Cesare Alfieri” di Firenze. Per mancanza di documenti di archivio, almeno fino al 1924, sui 94 anni dell’agenzia Stefani, infatti, c’è ben poco di scritto e pubblicato. Eppure la Stefani è stata la prima agenzia di stampa in Italia e una delle prime in Europa; ha accompagnato il processo unitario del paese, seguendo la seconda e la terza guerra di indipendenza fino alla presa di Porta Pia; è rimasta coinvolta dalle vicende politiche degli ultimi tre decenni del secolo scorso: la sinistra al potere, le dittature parlamentari di Depretis e di Crispi, l’avvicinamento all’Austria-Ungheria e alla Germania, le avventure coloniali in Eritrea e in Abissinia; si è dimostrata succube strumento del potere nelle preteste popolari per la tassa sul macinato, nei tumulti di Torino per il trasferimento a Roma della capitale, nella rivolta a Milano del ‘ 98 e nella repressione di Bava Beccaris; è stata il portavoce degli alti comandi militari nella guerra di Libia e soprattutto nella prima guerra mondiale.
E poi il periodo d’oro dell’agenzia, piena di soldi e di iniziative, temuta e rispettata all’estero, da quando, nel 1924, è venduta a un intimo di Benito Mussolini e diventa l’organo ufficiale del regime fascista, lo strumento del suo consenso nazionale: fedele portavoce delle direttive del ministero della cultura popolare (il famigerato Minculpop), abile mezzo di manipolazione delle notizie e di condizionamento della stampa. Sono diciannove anni di informazione e di propaganda, di fatti e di retorica, fino alla sera del 25 luglio del 1943, la sera in cui il presidente e direttore generale dell’agenzia, Manlio Morgagni, si suicida dopo l’arresto di Mussolini: l’unico fascista suicida in quei drammatici momenti.
Delle carte di Morgagni e del periodo fascista della Stefani c’è molto nell’archivio centrale dello stato, salvo i notiziari, largamente mancanti; ma poco è rimasto del successivo periodo “repubblichino”, da quando, nel novembre del 1943, la Stefani si trasferisce da Roma a Salò. E’ scomparso l’archivio della direzione ed è scomparso quello della presidenza a Milano (presidente era Luigi Barzini). Nell’archivio centrale dello stato c’è solo qualche carta e qualche pagina del notiziario, fino a due o tre giorni prima della morte definitiva dell’agenzia insieme al suo direttore Ernesto Daquanno, fucilato dai partigiani sul lungolago di Dongo il 27 aprile del 1945 e finito il giorno dopo in piazza Loreto a Milano, cadavere fra i cadaveri.

I due archivi ritrovati a Chiavari e a Nigoline di Corte Franca -ricchissimi, anche se non completi – riguardano il periodo risorgimentale e prefascista. Di questo periodo esiste poco o niente nell’archivio di stato di Torino per gli anni dal 1853 al 1865, né in quello di Firenze (per i sei anni passati a Firenze capitale, prima del trasferimento a Roma nel 1871), né in quello centrale. In compenso si hanno le notizie, o parte di esse, trasmesse dalla Stefani dal 1855 fino al 1920: si trovano, prima con la dizione di rubrica “Dispacci elettrici privati” e poi di “Telegrammi Stefani” sulla “Gazzetta piemontese, giornale ufficiale del Regno”, che diventa nel 1860 “Gazzetta ufficiale del Regno” e nel 1861 “Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia”.
Qui, e fino al 1920, le notizie della Stefani vengono pubblicate in quella che è chiamata “parte non ufficiale”. Notizie sì, dunque, anche se il notiziario giornaliero non è completo; ma per il resto, niente, salvo qualcosa trovata da Enrico Serra negli archivi del ministero degli esteri (carte Levi) e nell’archivio centrale dello stato (carte Pisani Dossi) per il periodo del governo Crispi, quando, dopo la Triplice Alleanza, la Stefani fu costretta a ribaltare le alleanze, passando dall’agenzia francese Havas alla tedesca Wolff e alla austriaca Correspondenz.
Tuttavia, come si dice, “chi cerca trova”. L’espediente è stato piuttosto semplice: si è disegnato un albero genealogico con a capo Guglielmo Stefani e si è andati a bussare, con pazienza, a casa di tutti i discendenti in vita.
Guglielmo Stefani era nato a Venezia nel 1819 e morì a Torino nel 1861, cinque giorni dopo la morte di Camillo Benso di Cavour, suo grande protettore e ispiratore. Di Cavour, otto anni prima, era stata l’idea di dar vita ad un’agenzia che fosse un efficiente veicolo per la trasmissione alla stampa quotidiana dei comunicati ufficiali e delle informazioni ufficiose del governo in un’Italia e in un’Europa alla vigilia di eccezionali avvenimenti.
Arrestato a Padova nel febbraio del 1848, dopo gli scontri sanguinosi del giorno 8 fra studenti e polizia (in carcere ebbe compagni Daniele Manin e Niccolò Tommaseo), bandito dal Lombardo-Veneto nell’agosto del 1849 con un proclama firmato dal generale Radetzky, Guglielmo Stefani aveva trovato a Torino assistenza e lavoro. Quando, alla vigilia della guerra di Crimea, Cavour prese 1’iniziativa di creare un’agenzia di stampa sul tipo della parigina Havas e della londinese Reuter, lo Stefani era da due o tre anni direttore di fatto della ufficiale “Gazzetta piemontese” e aveva già messo insieme un certo bagaglio di esperienze professionali, di giornalista (fondatore a Padova di due organi patriottici: nel 1844 il mensile “l’Euganeo” e nel 1845 il settimanale politico-letterario “Caffè Pedrocchi”) e anche di scrittore.
Sposato a Padova con Maria Rosa Paris (Rosa o Rosina per i familiari), conosciuta durante gli anni dell’università, Guglielmo Stefani ebbe quattro figli: Domenico (lo stesso nome del nonno paterno), che morì a cinque anni, e poi Teresa, Girolamo e Matilde. Tre figli e tre rami, che possiamo chiamare Piacentini, Stefani e Aymonino. Il primo ramo nasce da Teresa (chiamata Teresina), che sposò l’ing. Pio Piacentini (il loro figlio è il notissimo architetto Marcello, che fu anche accademico d’Italia). A questo ramo appartiene una nipote di Teresina, e quindi pronipote di Guglielmo, anch’essa di nome Teresa, che sulle colline di Chiavari conserva il primo degli archivi privati che sono stati trovati: una copiosa raccolta di documenti, che prima o dopo andranno all’archivio centrale dello stato.
La raccolta va dal 1853 al 1919; c’è un brogliaccio con note e appunti di Guglielmo Stefani e copia delle sue corrispondenze, lettere di Havas padre e figlio e così di Reuter padre e figlio; c’è anche un gustosissimo sfogo del braccio destro di Jean-Louis Havas, di cognome Danjou, che tratta Julius Reuter di “intrigante” e soprattutto di ingrato, visto che ha fondato a Londra la sua agenzia con le idee e i mezzi fornitigli da Jean-Louis Havas, di cui era stato dipendente a Parigi, e non ha per lui – afferma – neppure un minimo di riconoscenza.
Una copiosa corrispondenza di Pio Piacentini con Teodoro Mayer lungo tutti i due primi decenni di questo secolo ha fatto conoscere un fatto finora non noto: Teodoro Mayer, nato a Trieste nel 1860, fondatore del “Piccolo” nel 1881, ardente irredentista, uomo d’affari, banchiere (consigliere di amministrazione delle “Generali”), senatore nel 1920, ministro di stato nel 1931, era dal 1900 proprietario di metà dell’agenzia: un fatto che potrà aiutare a spiegare com’è che nel 1924 Manlio Morgagni, amico e collaboratore di Benito Mussolini, diventò proprietario della Stefani e quale parte ebbe, in questo passaggio di proprietà, il conte Giuseppe Volpi di Misurata.
Nel 1920 l’agenzia si era infatti trasformata da impresa privata in società anonima con un capitale sociale di un milione di lire, diviso in duemila azioni da 500 lire. I sottoscrittori di 260 azioni erano i cinque discendenti di Guglielmo Stefani (la figlia Matilde, vedova del generale Carlo Aymonino; la nipote Enrichetta, figlia di Girolamo e moglie di un diplomatico, Alberto Corsi; la nuora Giuseppina Coppi, vedova di Girolamo; il genero Pio Piacentini, marito di Teresina, e il loro figlio Marcello, l’architetto) e – attenzione – un personaggio esterno alla famiglia: il grand’ufficiale Eugenio Pinzauti di Cortona, il cui nome compare in molte delle tantissime società di cui era parte maggiore o minore il finanziere veneziano Giuseppe Volpi, membro, come Teodoro Mayer, del consiglio di amministrazione delle Assicurazioni Generali. Governatore della Tripolitania dal 1921 al 1925, Giuseppe Volpi sarebbe stato chiamato da Mussolini, nel luglio del 1925, al ministero delle finanze, dieci giorni dopo essere stato nominato conte di Misurata, la cittadina libica 210 chilometri ad est di Tripoli, dove si era fatta un’azienda agricola di duemila ettari.
Contro le 220 azioni degli eredi Stefani e le 40 di Eugenio Pinzauti, 1740 azioni della nuova società Stefani furono sottoscritte da Giovanni Cappelletto, che era stato redattore dell’agenzia dal 1902 al 1909 e vi ritornava ora come direttore generale “in pectore”. Con quali soldi il Cappelletto comprò nel 1920 la proprietà dell’agenzia dagli eredi Stefani e da Teodoro Mayer lo spiega lui stesso in una dichiarazione messa a verbale nella riunione del consiglio di amministrazione del 10 marzo 1925: “con denaro fornitomi da S.E. il conte Volpi Giuseppe”. A questo punto si tratterà soltanto di chiarire – se non basta intuirlo – per quale ragione e per conto di chi il Volpi dette a Cappelletto le 870 mila lire necessarie e come fu che la quota Volpi-Cappelletto (e poi anche il resto) passò nei primi mesi del 1924 all’intimo di Mussolini Manlio Morgagni, già direttore amministrativo del “Popolo d’Italia”.
Fin qui i primi risultati della lettura dell’archivio personale degli Stefani e di Pio Piacentini, trovato in casa di Teresa Piacentini, pronipote di Guglielmo, e consultato grazie alla sua cortese disponibilità. L’altro carteggio è nel palazzo Monti di Nigoline di Corte Franca, nelle mani di Maria José Riva; glielo ha lasciato il nonno Alessandro Monti della Corte, marito di Gisa Corsi, figlia di Enrichetta Stefani Corsi, a sua volta figlia di Girolamo Stefani detto Momi e quindi nipote del capostipite Guglielmo.
Storico, docente all’università di Pavia, appassionato studioso di araldica, Alessandro Monti della Corte aveva raccolto moltissimi documenti che riguardano non tanto l’agenzia Stefani quanto Guglielmo e la sua famiglia. Grazie alla cortesia di Maria Josè Riva si è potuto consultarli: atti di nascita, certificati di battesimo, di cresima e di matrimonio, versi di nozze, necrologi, ricevute di prestiti, decreti di concessione di onorificenze, lettere di amici (Aleardo Aleardi, Angelo Brofferio, Cesare Cantù, Massimo d’Azeglio, Arnaldo Fusinato, Domenico Guerrazzi, Costantino Nigra), diplomi, contratti, inventari, ritagli di giornale e molte fotografie. C’è la foto – questa già nota – di Guglielmo Stefani da giovane, in carcere a Venezia, con barbetta e baffi come Vittorio Emanuele II, e la camicia – così si diceva un tempo – “alla Robespierre”; poi Guglielmo Stefani marito e padre con la moglie Rosina e i tre figli, i baffi non più volti all’insù; poi Guglielmo Stefani quarantenne e ingrassato, seduto in posa davanti a un tavolo pieno di giornali e di libri e, sopra, un grosso cappello a cilindro, la tuba.
Fra i documenti originali più interessanti c’è il salvacondotto austriaco col quale Guglielmo Stefani lasciò Venezia per Torino, con bolli e timbri ad ogni controllo di polizia: un viaggio durato dal 26 agosto (del 1849) al 3 settembre; e, fra le lettere, delle due di Camillo Cavour quella con cui il presidente del consiglio invita Guglielmo Stefani a pubblicare la notizia della dichiarazione di guerra della Turchia alla Russia nell’ottobre del 1853; non è un’informazione; è una notizia scritta in forma giornalistica e pronta per la pubblicazione. Benito Mussolini non è stato il primo a scrivere di proprio pugno – come si è saputo – le notizie per l’agenzia Stefani.
Il ritrovamento di questi due carteggi (e anche di un altro, appartenente a una ennesima nipote di Guglielmo, Matilde detta Matildina, morta zitella a 78 anni a Montopoli Valdarno, in provincia di Pisa, e in mano a un collezionista toscano, Silvano Rabai) ha suggerito la ripresa di antiche ricerche negli archivi di stato di Roma, Firenze, Milano e Torino, negli archivi di molti musei del Risorgimento, negli archivi della Camera e del Senato, negli archivi dell’agenzia Havas (passati agli Archives Nationales di Parigi) e dell’agenzia Reuter a Londra.
Si potrà così colmare un grave vuoto nello stato dell’informazione in Italia negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi di questo così come nei rapporti tra informazione e potere negli anni che vanno dall’unità d’Italia alla seconda guerra mondiale. La storiografia contemporanea è infatti inspiegabilmente silenziosa sull’agenzia Stefani. Gli storici del giornalismo (Tranfaglia, Castronuovo, Murialdi) ne parlano poco o niente, specie del suo periodo risorgimentale e prefascista; e anche l’opera più recente (“Storia del giornalismo italiano” di Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio e Angela Ida Villa; Utet, 1997), così attenta e documentata sul giornalismo come specchio – nel bene e nel male – della società italiana, si limita a nominare, in cinquecento pagine, quattro volte Guglielmo Stefani e due volte Manlio Morgagni e qua e là l’agenzia, ma senza ripercorrerne le molteplici vicende, dalla nascita cavouriana alle avventure crispine e alla stagione giolittiana, fino al sodalizio con Benito Mussolini, prima trionfo e poi tragedia.

Perfino Renzo De Felice, che nella sua voluminosa storia del fascismo nomina centinaia di volte la Stefani per riportarne i comunicati che documentano gli atti più importanti del fascismo, non trova il modo di spiegare in che modo l’agenzia diventò quello che fu definito “il più delicato strumento giornalistico del regime”, “un organo politico di governo e, più ancora, un organo di battaglia”; solo due righe sul suicidio di Manlio Morgagni in “Mussolini l’alleato”, una nota in fondo pagina in “Mussolini il fascista”, tre note e un accenno alla Stefani in “Mussolini il duce”, tre note e due accenni a Morgagni in “Mussolini l’alleato”.
Soltanto chi scrive questa nota, un giornalista, all’agenzia Stefani (1853-1945) dedicò un capitolo di 24 pagine del suo “Le macchine dell’informazione” (Etas, 1982). Ma allora non sapeva tutte le cose che sa oggi; non aveva scoperto i carteggi di Teresa e di Maria Josè e ignorava tanti fatti e anche fatterelli sconosciuti, venuti alla luce grazie alla sagacia di due suoi amici e colleghi dell’Ansa, Franco Arbitrio e Giuseppe Cultrera, con cui ha lavorato per tanti anni quando era direttore dell’agenzia, e lavora ora nella stesura di un libro sulla Stefani. Tra i fatterelli, per esempio, la tomba Stefani al cimitero del Verano a Roma. Nessuno dei discendenti ancora in vita, e sono parecchi, sapeva che al Verano è sepolto Girolamo, figlio di Guglielmo, insieme alla moglie Giuseppina Coppi e al figlioletto morto a sette anni, anche lui di nome Guglielmo.
Il monumento è in peperino, a forma di piccolo obelisco troncato, con iscrizioni su tre delle quattro facce, al centro di un riquadro delimitato da quattro pilastrini in pietra, collegati da sbarre metalliche. La tomba è in cattive condizioni e le scritte pressoché illeggibili. Sopra l’obelisco, come dimostra il perno di ferro sporgente, c’era il busto di Girolamo. Ora il busto è scomparso, chissà da quanto tempo. Mezzo secolo fa scomparve anche il busto di Guglielmo Stefani che si trovava nell’ingresso della sede romana della Stefani (e poi dell’Ansa) in via di Propaganda. Qualcuno ricorda di averlo visto in cantina tra il 1945 e il 1946, ma non si è saputo mai che sorte abbia avuto, dopo.
Negli anni Venti e poi nel 1933 qualcuno dei familiari pensò di seppellire nella tomba del Verano anche Guglielmo con la moglie Rosa, trasportando a Roma le due salme dal cimitero comunale di Torino. L’ing. Pio Piacentini fece il progetto del nuovo monumento, con due busti, quello del suocero Guglielmo e quello del cognato Girolamo; fu avviata la pratica, pagando il relativo deposito al comune di Roma, ma l’operazione venne annullata, e anche qui non si sa perché.
Nel cimitero di Torino, poi, non solo è scomparso il busto di Guglielmo fondatore; è introvabile anche la tomba. Non si può dire che questi Stefani abbiano trovato un’Italia riconoscente dei loro meriti.

Sergio Lepri