Adolf Hitler

Adolf Hitler

Scheda preparata per un film su Hitler progettato e poi non realizzato dalla LuxVide


   Non è facile trovare nella persona di Hitler gli elementi sufficienti a spiegare le origini e il successo di un così terribile impero del male come quello nazista.

   Può essere utile, a questo scopo, un confronto non tanto fra fascismo e nazismo, quanto tra Mussolini e Hitler. Tra l’origine del fascismo e l’origine del nazismo il confronto è facile; ci sono una diecina di anni di differenza. Il fascismo è figlio del primo dopoguerra: dell’indigenza  di tanta parte della popolazione, delle spinte eversive illuminate dalla Rivoluzione d’Ottobre, delle paure della Destra economica, delle pulsioni nazionalistiche determinate dagli errori di Versailles. Il nazismo nasce invece dalla Grande Depressione dell’inizio degli anni Trenta e soprattutto dalla crisi (sviluppatasi negli anni Venti) della democrazia liberale e del liberismo della società capitalistica.

    Più complesso è il raffronto fra i due uomini: l’infanzia e gli anni giovanili. Mussolini è un uomo normale, almeno nel contesto di quei tempi, anche se oggi può apparire pittoresco e in certi momenti addirittura ridicolo. Hitler non lo è, e le ragioni sono da cercarsi proprio nella sua infanzia e nei suoi anni giovanili: il padre, figlio illegittimo, che porta il nome della madre; duro, passionale, ubriacone; tre volte sposato, sette figli di cui uno illegittimo; lui Adolfo, figlio della terza moglie, di 23 anni più giovane; le malattie, il cancro in famiglia, lui la tbc; gli insuccessi scolastici, la mancanza di un diploma di licenza, il rifiuto all’ammissione dell’Accademia di belle arti a Vienna; intorno ai vent’anni sei anni di vagabondaggi e di miseria a Vienna, refettori popolari, ricoveri per vagabondi; l’assenza di una vita affettiva, una probabile sifilide che lo porta alla paura del sesso; non beve: niente alcol, neppure tè o caffè. Odia la sporcizia e l’impurità.

   Non c’è bisogno di essere psichiatri o psicoanalisti per capire perché la convivenza con un proletariato culturalmente e economicamente arretrato portò Hitler non su posizioni di sinistra ma, all’opposto, contro un marxismo che rifiutava i valori della patria borghese e del lavoro capitalista; e dietro il marxismo materialista e internazionalista Hitler vedeva l’ebreo come qualcuno che si arricchiva a spese del popolo e minava la supremazia della razza tedesca nell’Impero.      Sono questi temi – la pulizia, e quindi il mito della razza e l’antisemitismo – che diventano le ossessioni di una vita. Ossessioni; cioè fenomeni psichici patologici, che – dicono i manuali di psichiatria – si manifestano sotto forma di idee, parole e immagini, insistentemente presenti alla mente, con conseguenti squilibri della personalità. E’ quello che appare e traspare in “Mein Kampf”: la superiorità della razza ariana, e quindi la “pulizia etnica”, che vuol dire da una parte l’eliminazione degli ebrei, degli zingari, dei gruppi nomadi e – per le stesse ragioni – anche dei minorati fisici o mentali, degli incurabili, tutti sullo stesso piano, e dall’altra la sottomissione delle popolazioni non ariane al servizio della razza pura.

  Il “Lebensraum”, cioè il diritto della razza pura ad uno spazio vitale, diventa un’Europa purificata, il “Grossraum”, cioè una grande area di padroni e di servi, con una economia razionalizzata e pianificata in funzione di interessi centrali, la “Grossraumwirtschaft”: un nuovo ordine europeo, il Sacro Romano Impero, non come una comunità orizzontale di eguali ma come una struttura a piramide, con al vertice il “Fuher”.

    Nel 1915 viene la guerra e la guerra è per Hitler la palingenesi rigeneratrice, che cancella umiliazioni, frustrazioni, un passato di degrado. Per lui che non ha amici, non ha affetti, non ha un mestiere, l’esercito rappresenta il focolare e il mezzo di sostentamento. E l’esercito è soprattutto ordine e disciplina.

    E’ chiaro che il fenomeno della Germania nazista non si spiega soltanto con il carattere di un uomo, ma queste patologiche ossessioni possono spiegare, attraverso l’uomo, una delle più grandi tragedie del mondo contemporaneo. In “Mein Kampf” si dice che non bisogna cercare la verità ma affermarla; e la ripetizione – si aggiunge – trasformerà gli slogan in verità evidenti. L’ossessione di un uomo diventa così l’ossessione di tutti. Con la mobilitazione delle masse – ecco la grande novità – si ha la drammatizzazione pubblica dell’ideologia. Ci aveva già provato Mussolini con le “adunate oceaniche” in piazza Venezia; Hitler trasforma in una piazza l’intera Germania.

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