Dicono del libro

Dicono del libro

Un libro on line, multimediale, ipertestuale e interattivo

Sul numero di febbraio 2009 “Mediaduemila”, mensile di cultura digitale fondato da Giovanni Giovannini, ha pubblicato questa intervista con Sergio Lepri.

Dopo 60 anni di professione giornalistica e dopo molti libri a stampa, come le è venuto in mente di pubblicare il suo nuovo libro in Internet?

La prima idea fu di scrivere un libro come gli altri, stampato; avevo trovato anche l’editore. L’idea nasceva dal desiderio di fissare nero su bianco, a futura memoria, esperienze di vita che possono essere insegnamento ed essere stimolo di riflessione. Ecco perché un libro sul 1943. Perché il 1943 è l’anno più drammatico e più critico degli anni dell’ultima guerra; l’anno che in Italia ha visto la fine di Mussolini, l’armistizio e il disfacimento dell’esercito, la Repubblica sociale, l’inizio della Resistenza e della guerra civile. Volevo raccontare quegli eventi facendo parlare chi li ha vissuti; a cominciare da me, ovviamente; non come storico, ma come giornalista, come cronista.

L’idea nasceva quindi dal timore della perdita della memoria storica da parte dei giovani di oggi?

Proprio così. La mia generazione è stata, per quelli di noi che sono sopravvissuti, una generazione fortunata; spettatori e in qualche caso protagonisti di eventi eccezionali: la nascita e la morte del fascismo, la nascita e la morte del nazismo, il trionfo e la morte del comunismo, la messa in discussione del capitalismo e del libero mercato. E tutto questo ha molto da insegnare alle nuove generazioni, soprattutto a quelli che chiamate Nativi Digitali.

Ma non ha risposto alla mia domanda: perché è passato dalla stampa alla Rete?

Per fare più presto: io sono in là con gli anni e l’editoria tradizionale ha tempi lunghi. Il mio libro non era un libro giallo, dove bisogna concludere per sapere chi è l’assassino, ma un libro di cronache di eventi, ognuno con una sua fisionomia, anche se legati fra loro. Trovai allora che in Internet potevo pubblicarlo anche in corso di scrittura; e senza un ordine preciso, prima quell’evento, poi l’altro.

Tutto qui?

No. Capii subito che Internet mi assicurava anche tanti privilegi che la stampa non possedeva: l’ipertestualità, la multimedialità, l’interattività. Un libro di carta è un libro finito in tutti i sensi; un libro di bit, invece, non ha confini, né nello spazio né nel tempo. Un libro stampato è condizionato dalla sua fisicità, è chiuso nelle sue pagine, è immutabile nei suoi contenuti, ha un limite nell’area dei suoi lettori e negli anni di fruizione e di consumo; con una fine certa, prima o dopo: il macero. Un libro digitale è immateriale; può estendersi in uno spazio infinito con l’ipertesto; può prolungarsi in un tempo infinito con Internet; può contare in un numero infinito di lettori, in ogni parte della Terra, grazie ai motori di ricerca. Può essere letto oggi, domani e dopodomani, dovunque, anche da chi non sapeva del libro e non conosce né sa niente di chi l’ha scritto.

Il libro (oggi sessantacinque giornate di diario sulle cento-centodieci previste) è uscito sul suo sito in Internet il 4 novembre dello scorso anno. Quali sono state le sue prime esperienze di autore?

Esperienze appassionanti, molto più ampie di quanto si poteva immaginare. Soprattutto il dialogo con i lettori, che hanno risposto numerosi all’invito di contribuire al racconto di quell’anno e quindi alla redazione del libro. Sono arrivate testimonianze (ovviamente di ultra settantacinquenni o dei loro figli), informazioni e suggerimenti per integrare o arricchire i testi di base, anche consigli per correggere qualche imprecisione. E spesso il dialogo è passato dalla posta elettronica al libro, nelle note in calce alle giornate del diario: uno scambio di idee fra autore e lettore sui particolari di una vicenda o sulle sua interpretazioni. Un lettore, figlio di un sopravvissuto alla tragica ritirata dell’Armir in Russia nel gennaio del 1943, ha chiesto anche, dopo aver suggerito alcune precisazioni, di poter rivolgere un appello a qualche commilitone, ancora vivente, di suo padre defunto. È stato accontentato.

Così il libro sta crescendo non solo in lunghezza, via via con le nuove giornate in corso di scrittura, ma anche in larghezza, con l’ampliamento delle giornate già scritte.

Con le aggiunte dell’autore e con quelle dei lettori il libro, in tre mesi, è cresciuto, senza contare le giornate in più, di almeno il cinque-sei per cento. E devo stare attento a contenere i contributi esterni; non vorrei che il libro sul 1943 diventasse una wiki-enciclopedia su quell’anno. Un lettore mi ha dato un capitolo di un suo libro che sta per uscire; è stato già inserito. Un altro mi ha autorizzato a riprendere un suo cd, non in commercio, bellissimo, sulla difesa di Roma il 9-10 settembre del 1943. Ci sto pensando; è 450 megabytes.

Suppongo che i lettori le abbiano espresso anche opinioni. Che cosa li ha maggiormente colpiti?

Sicuramente l’ipertesto, con la possibilità, cliccando, di andare immediatamente in altri siti per maggiori possibili approfondimenti; ma soprattutto la multimedialità, cioè il sonoro, il filmato. Fa effetto, per esempio, leggere il comunicato col quale il generale Badoglio annunzia l’armistizio, l’8 settembre, e potere anche sentire la voce di lui che lo legge (e con un tono che sembra proclami una vittoria invece della resa incondizionata dell’Italia). Oppure leggere che i soldati tedeschi in ritirata cantano “Lili Marlene” (la cantano malinconicamente; è l’ultima volta; poi sarà proibita perché considerata dai loro capi, comprensibilmente, una canzone disfattista) e subito sentirla cantare dalla grande cantante e attrice Marlene Dietrich.

Quali altri vantaggi ha trovato scrivendo in Internet rispetto a un libro a stampa? Lo schermo del pc non fa perdere il fascino della pagina di un libro?

Primo; il libro è stato conosciuto rapidamente e ampiamente nel mondo di Internet; se su “Google” digito la chiave “Sergio Lepri 1943 Cronache di un anno”, “Google” mi dà, oggi, 491 pagine, cioè 491 siti che in un modo o nell’altro parlano del libro. Secondo; una particolare struttura alla quale mi sono abbonato (11 euro l’anno) mi dice ogni giorno quanti lettori hanno visitato il mio sito per una volta e quanti ci tornano (in media 250 “visitatori” al giorno, anche da fuori Italia; nell’ultima settimana anche da Israele, Finlandia, Moldova); mi dice anche quali pagine del libro leggono (complessivamente, 1063 sono le pagine lette negli ultimi sette giorni); mi fanno capire quali sono gli eventi che suscitano maggiormente la loro curiosità o il loro desiderio di sapere; ne traggo orientamento per gli eventi che devo ancora raccontare. Terzo; ho così avuto conferma che il pc ha cambiato e sta cambiando il criterio di lettura. Un libro (ovviamente un libro come questo – di racconto storiografico – o analogo a questo) non lo leggiamo dalla prima pagina all’ultima, ma leggiamo questa pagina o quella, e prima questa e poi quella, secondo le nostre esigenze conoscitive e le nostre curiosità. Così succede, del resto, anche per i libri a stampa, di questo tipo, che leggiamo; raramente li leggiamo tutti di seguito; non ne abbiamo la voglia o il tempo.

In questo modo di leggere siamo condizionati dallo schermo del pc; è diverso che leggere un libro a stampa seduti su una poltrona.

Il pc, insieme a Internet, ha cambiato i modi di comunicare e di fare informazione, sia nei contenuti, sia nella loro redazione; e la videoscrittura ha portato a una semplificazione, lessicale e sintattica, del linguaggio. Tutto è diverso tra carta e web. Questo, oggi. Domani chissà. Stiamo aspettando che arrivi il foglio di plastica flessibile su cui potremo vedere e leggere, seduti in poltrona, quello che ora vediamo e leggiamo, seduti su una sedia, sullo schermo del pc; e tutto potrà cambiare ancora una volta. Ma sempre senza carta.

Ma dica la verità: non ha nostalgia della carta, del libro stampato, con una bella copertina?

Sì. È la nostalgia dell’autore a cui l’editore consegna la prima copia del libro e l’autore lo prende in mano, lo accarezza, lo sfoglia, lo guarda come una sua viva creatura. Ma qui l’autore ha un’altra soddisfazione: quella di sentirsi protagonista di una rivoluzione nel campo dell’editoria libraria, autore di un libro che continuerà a vivere anche quando lui non ci sarà più, affidato a qualcuno che lo curerà e lo aggiornerà. Un libro infinito non soltanto nello spazio; infinito anche nel tempo.


Per non dimenticare mai

Nella sezione “Libro del giorno” l’agenzia Ansa ha pubblicato l’11 novembre una recensione di Silvia Lambertucci dal titolo “‘1943’ di Sergio Lepri, si legge con un clic. Un diario interattivo e multimediale per non dimenticare mai”.

(ANSA) – ROMA, 11 NOV – Non cercate in libreria questo nuovo lavoro di Sergio Lepri, non lo trovereste. Per leggere ‘1943’, diario ‘in progress’ dell’anno forse più critico e più drammatico della Seconda Guerra Mondiale, basta un clic. E se avete qualcosa da aggiungere o da rettificare alla documentata e appassionata cronaca fatta di quei giorni dal giornalista che per un trentennio è stato alla guida dell’ANSA, potete farlo, anzi fatelo, basta un clic.

Non stampato, dunque, ma pubblicato con consapevole e caparbia scelta solo sul sito dell’autore (www.sergiolepri.it) questo libro aperto al contributo dei lettori, così come ai ripensamenti di chi l’ha scritto, è una novità. Un lavoro multimediale, interattivo, ipertestuale, che parte da una ambizione dichiarata, anzi due: raggiungere il pubblico più vasto possibile e nello stesso tempo sfidare le leggi dell’invecchiamento, beffare l’eventualità di finire al macero che troppo facilmente incombe sui volumi di carta.

Un libro insomma, per dirla con Lepri “che può andare dovunque ed è per sempre”. E che così facendo può tenere viva la memoria, magari arricchirla di nuove testimonianze.

Costruito partendo dai ricordi vissuti in prima persona dal cronista Lepri – che quella guerra la visse da protagonista, prima come sergente di fanteria poi, dopo l’8 settembre, dichiarato disertore dalla Repubblica Sociale, come direttore di un giornale clandestino a Firenze – ‘1943’ racconta, con la freschezza di un diario scritto al momento e le testimonianze di giornalisti, politici, gente comune, i giorni più significativi di quell’anno cruciale per la storia d’Italia

Ogni giorno un capitolo, ogni data una storia, un commento, un flash sugli eventi più importanti. Con il racconto degli eventi più noti, naturalmente, dal 25 luglio con l’arresto di Mussolini all’8 settembre, il 16 ottobre, con la razzia del ghetto di Roma.

Ma anche fotografie illuminanti di vicende forse meno conosciute e meno familiari al grande pubblico, come la strage di civili italiani fatta dai soldati americani a Piano Stella, nell’entroterra siciliano, raccontata 60 anni dopo dall’unico superstite, Giuseppe Ciriacono. O come le tristi vicende di Biscari, ancora una volta in Sicilia, dove il 14 luglio di quell’anno terribile 73 soldati italiani si arresero agli americani e da prigionieri vennero fucilati.

Cronache dello straordinario che non dimenticano l’ordinario, le curiosità e il quotidiano orrore di un anno di guerra, perché anche ricordare l’atmosfera che si respirava allora nelle strade, nelle case, le angosce della gente comune – ha ragione Lepri – è importante per custodire la memoria della nostra storia. Scopriamo così, nel capitolo dedicato al 31 gennaio, che proprio a quei giorni risale la nascita di quel ‘Pissipissi Baobaò’ che dagli sketch del Carosello faceva tanto ridere i bambini degli anni ’60. Peccato che nell’alba buia di quel buio ’43, c’era poco da ridere. E ‘Pissipissi Baobaò’, ricorda Lepri, era nato come espressione popolare per indicare “la lagnanza che si fa a bassa voce perché non sia sentita da orecchie indiscrete e pericolose”.

In linea con il carattere di ‘work in progress’ del lavoro, i capitoli, ovvero i giorni, già in rete sul sito sono per il momento una sessantina. L’obiettivo è completarne un centinaio, sebbene ‘completare’ non sia forse il verbo giusto nel caso di un libro che nasce in rete anche per liberarsi dalle pastoie del ‘finito’. Oltre che per lanciare un appello alla comunità sconfinata del web: “L’autore, che è in là con gli anni, è angosciato – scrive nella sua prefazione – da una costante della vita e della storia: la perdita della memoria del tempo. È il tormento che le esperienze della sua generazione, una generazione che ha vissuto eventi eccezionali dagli anni Venti del secolo scorso all’inizio di questo, possano diventare cenere. Vi prega perciò di dargli una mano perché non siano tutte dimenticate; hanno molto da insegnare ai giovani di oggi”.

11 novembre 2008. (ANSA).

Recensione di Articolo 21

“Articolo21”, “quotidiano on line per la libertà di espressione”, organo dell’Associazione “Articolo 21 liberi di”, ha pubblicato questa recensione:

C’è una certa diffidenza da parte dei giornalisti nel trasmettere la propria esperienza ai più giovani. Il giornalismo è infatti un mestiere in cui non si smette mai di imparare. E ogni giornalista, dal più giovane al più anziano, ha una certo pudore nel comunicare ai colleghi la propria esperienza, quasi si avesse paura di cedere un angolo della propria capacità professionale. Questa è solo una faccia della medaglia. L’altra è una certa mancanza di umiltà da parte dei colleghi più giovani, che, dopo una scuola e dopo un po’ di esperienza e qualche pezzo che esce con la propria firma o dopo un paio di interviste, si sentono pronti a fare gli inviati o gli editorialisti. Oggi, almeno, funziona così! Un capitolo a parte è invece dedicato ai grandi maestri del giornalismo. In Italia non ne sono rimasti moltissimi. Per questo mi sento un po’ a disagio nel dover presentare a tutti gli amici di Articolo 21 il lavoro fatto da Sergio Lepri, che – lo scoprirete – a quanto pare è il più giovane fra tutti noi per tanti motivi che si sveleranno nel momento in cui andrete a leggere il sito www.sergiolepri.it.

Sergio ha messo a disposizione di tutti coloro che fanno o vogliono fare questo lavoro tutta la sua esperienza. Lo ha fatto on line, decidendo quindi di trasmettere la sua conoscenza a ogni navigatore della rete. Dalla didattica, ai documenti storiografici, ai saggi, alle testimonianze…

E poi la freschezza della memoria. Unire questi due concetti sembra una cosa impossibile. Ma questo, Sergio ha fatto, pensando di raccontare un anno importante per la vita del nostro Paese e per il mondo scrivendo un libro a decine e decine di mani, con i ricordi e la memoria di chi quegli avvenimenti li ha vissuti come lui. Un libro non stampato ma pubblicato, in corso di scrittura, su Internet, aperto alla collaborazione di tutti, interattivo e ipertestuale.

È “1943”, il racconto dell’anno più critico e drammatico della seconda guerra Mondiale. Il sottotitolo, ‘cronache di un anno’, anticipa il modo in cui è concepito il lavoro, nel quale gli eventi del ’43 sono ripercorsi da chi, come dicevamo, li ha vissuti. Un giovane Sergio, sergente di fanteria in guerra e poi, dopo l’8 settembre, dichiarato disertore dalla Repubblica sociale, quindi passibile di pena di morte, e direttore a Firenze di un giornale clandestino.

Al suo racconto si aggiungono le testimonianze – in parte inedite o poco note – di scrittori e giornalisti (da Gaetano Tumiati a Manlio Cancogni, Geno Pampaloni, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Miriam Mafai, Giovanni Giovannini e a tanti altri), di politici (da Pietro Nenni a Giancarlo Pajetta, a Pietro Ingrao) e anche di gente comune, uomini e donne sconosciuti, che di quelle tragiche vicende furono spettatori o vittime.
Un libro aperto alla collaborazione di tutti, spiega Lepri, e che quindi può cambiare via via secondo i suggerimenti o i contributi dei lettori o i ripensamenti dell’autore. Ma anche interattivo, “perché il lettore può scegliere questo o quel capitolo, secondo la sua curiosità”; ipertestuale, “perché accompagnato dall’indicazione di siti dove le vicende raccontate trovano ulteriori approfondimenti”. Insomma un libro senza confini, pensato per avere una sua “vita infinita, senza limiti di contenuti e senza scadenze temporali, affidata all’autore finché vivrà – conclude Lepri – e poi a qualcuno che ne continuerà e alimenterà la sopravvivenza, perché non si perda la memoria del tempo”.

Grazie, Sergio. Ancora una volta da tutti noi! Grazie perché in questa Italia di reggitori di microfoni – come tu definisci parte della nostra categoria – e in quest’Italia in cui la memoria è sempre più corta, il tuo lavoro ancora una volta rappresenta un angolo di aria fresca e pura per questo mestiere che è un po’ anche missione!


Il libro di storia che si aggiorna sempre

Il “Corriere della sera” del 21 dicembre 2008 ha pubblicato una recensione di Dino Messina. Il titolo era “Il libro di storia che si aggiorna sempre”. Ecco il testo:

Il 1943 comincia di venerdì e qualcuno dice di aver visto nella notte, verso le due o le tre, il cielo oscuro attraversato da una striscia luminosa che si è persa all’orizzonte. Una stella cadente? Strano, in questa stagione”. Che cosa ve ne pare? È l’elegante incipit per un bel libro sul 1943. E del resto non poteva essere altrimenti, visto l’autore, Sergio Lepri, storico direttore dell’Ansa, la nostra maggiore agenzia di informazione che ha guidato per trent’anni. Ma la sorpresa non è soltanto nella freschezza dello stile di un uomo che da quando è andato in pensione non ha mai smesso di inventarsi nuove sfide, quanto il fatto che Lepri, rifiutando l’offerta di un editore, abbia deciso di pubblicare il suo libro 1943 – Cronache di un anno su Internet. Se cliccate su www.sergiolepri.it comparirà sul vostro monitor un sito fatto con tutti i criteri, da cui apprenderete anche alcune notizie biografiche dell’autore (classe 1919), che alla tenera età di 89 anni ha deciso di stupire tutti con il suo progetto.

Intanto, il libro nasce dalla volontà di non dimenticare, di non disperdere quel patrimonio di testimonianze ancora vivo sull’anno forse più terribile della storia italiana. Ricordiamo soltanto alcuni fatti: la ritirata di Russia, l’avanzata degli Alleati in Africa, la riunione del Gran Consiglio del fascismo che il 25 luglio destituì il Duce, l’armistizio dell’8 settembre, la liberazione di Benito Mussolini al Gran Sasso e la nascita della Repubblica sociale, il sacrificio di Salvo D’Acquisto, la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma il 16 ottobre, l’inizio della Resistenza. Una densità di fatti che ha consigliato molti di circoscrivere la narrazione: chi come il giornalista del “Corriere della Sera” Paolo Monelli si limitò al perimetro della capitale, “Roma 1943”, chi come la storica Elena Aga Rossi a una sola data, l’8 settembre.

I capitoli del libro di Lepri corrispondono ai giorni più significativi di quell’anno cruciale: circa un centinaio, anche se il racconto è pronto soltanto per una sessantina. Ecco la prima novità. Il 1943 di Sergio Lepri — è l’autore stesso a spiegarlo in una divertita prefazione — è un work in progress, un lavoro che si basa su un ampio nucleo preconfezionato dal giornalista che viene aggiornato continuamente, un cantiere aperto che non resta mai uguale a se stesso. Se Lepri giustamente impone le sue scelte di stile, l’organizzazione dei temi, i collaboratori che offrono contributi sono tantissimi, teoricamente tutti gli ultrasettantenni che hanno un ricordo significativo del 1943, ma anche gli studiosi e i più giovani che hanno qualcosa da dire.

Con l’avanzare del lavoro un libro quasi tradizionale è diventato un testo multimediale, con link a vari siti di documentazione o a video di interesse storico. La pagina del 28 dicembre contiene per esempio il link all’intervista su YouTube di Maria Cervi, figlia di Antenore, uno dei sette fratelli Cervi. Sembra che Sergio Lepri abbia scoperto le nuove virtù del libro nell’era di Internet: intanto, la possibilità di correggere continuamente gli errori e di dialogare con i propri lettori e collaboratori. E poi dar vita a un’opera che non conoscerà la polvere degli scaffali né le lame del macero. Un’opera destinata a fluttuare nel cyberspazio per sempre.

Dino Messina, 21 dicembre 2008
articolo in originale sul sito del Corriere.

1943, un anno da raccontare testimoni del tempo sul web

La “Repubblica.it” del 27 novembre 2008 ha pubblicato una recensione di Concetto Vecchio. Il titolo era “1943, un anno da raccontare testimoni del tempo sul web”. Ecco il testo:

Sergio Lepri, 89 anni, dei quali ventotto trascorsi come direttore dell’Ansa (1962-1990), ha rifiutato la proposta di un importante editore di scrivere un libro sul 1943: lo pubblica sul suo sito. Una specie di romanzo a puntate aperto alla collaborazione di tutti e pensato per avere una sua “vita infinita, senza limiti di contenuti e senza scadenza temporali, affidata all’autore finché vivrà e poi a qualcuno che ne continuerà e alimenterà la sopravvivenza, perché non si perda la memoria del tempo”.

L’opera è quindi aperta, interattiva, e quindi modificabile. Il fascismo morente, ma anche vita minuta, le ore convulse dopo la destituzione di Mussolini, il 25 luglio, con il regime che muore in una domenica assolata e i romani increduli. Il re in fuga da Roma, il principe Umberto che chiede asilo ai duchi di Bovino: la prima persona che incontrano al castello è la quindicenne Bice Cafiero, nipote della duchessa, che quando lo riferisce alla nonna si sente rispondere con un accigliato: “Ma ti senti poco bene? Hai preso troppo sole?”.

Al racconto di Lepri si aggiungono le testimonianze – in parte inedite o poco note – di scrittori e giornalisti, da Gaetano Tumiati a Manlio Cancogni, da Geno Pampaloni e Nuto Revelli, da Giorgio Bocca a Miriam Mafai, ma anche di politici, Pietro Nenni, Giancarlo Pajetta e Pietro Ingrao.

Ma ora Lepri punta ai ricordi della gente comune e siccome molti testimoni non possono avere meno di 70-75 anni, allora è sottinteso che potranno scrivere anche i figli e i parenti che ne hanno raccolto le parole nel corso degli anni: dopo un vaglio l’autore verificherà quelle valide.

Quel che colpisce è che a quasi 90 anni, un grande figlio del Novecento, scelga di affidarsi esclusivamente a internet. Spiega: “Un libro a stampa deve essere: prima, terminato dall’autore; poi stampato, poi distribuito nelle librerie. Se non è segnalato da qualche recensione di giornale, lo scoprono soltanto quelli che frequentano le librerie e lo vedono fra i libri appena usciti. Se il testo li interessa, lo comprano (mille-duemila sono quelli che comprano libri di questo tipo), lo leggono, lo mettono in uno scaffale, se ne dimenticano. Dopo qualche tempo, il libraio lo sposta fra i libri meno in vista. Dopo qualche tempo l’editore lo toglie dal catalogo, lo manda al macero. A differenza dei libri a stampa, un libro in internet non deve essere necessariamente terminato prima di essere reso pubblico e può essere corretto o arricchito dall’autore anche dopo essere stato pubblicato. Intervenire per modificare un testo in rete è semplice. Questa è l’altra novità: un libro che può cambiare, e migliorare, seguendo la diversa ispirazione dell’autore o (per un libro storico o culturale) grazie alla raccolta di nuovi elementi”.

Al momento le voci sono un settantina. Ma Lepri pensa di poterne aggiungere almeno altre trenta. Si comincia con il primo gennaio: “Niente feste di Capodanno e niente brindisi. C’è poco da mangiare e poco da festeggiare”.

Il 1943 fu l’anno più drammatico della Seconda Guerra mondiale e segnò per Lepri l’ingresso nella Resistenza. A Firenze dirigeva un giornale clandestino di orientamento liberale, “L’opinione”. Sergio Lepri ha tre figli, tutti giornalisti, e 15 libri all’attivo, tra cui 14 sul giornalismo e sull’ossessione di essere chiari e semplici, e uno sulla Cina. Si dice angosciato dalla perdita della memoria. “È il tormento che le esperienze della sua generazione, che ha vissuto eventi eccezionali dagli anni Venti del secolo scorso all’inizio di questo, possano diventare cenere”.


1943, un anno orribile, raccontato da chi lo visse

Sul “Corriere della sera” del 17 febbraio 2010, nella rubrica “Lettere al Corriere”, Sergio Romano ha pubblicato questa lettera dell’autore di questo libro:

“Per spiegare il disfacimento dell’esercito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, qualche giorno fa un lettore ha scritto che gli ordini necessari non furono dati per motivi di opportunità. Non è così. Gli ordini furono dati, e tempestivamente. Il primo documento, l'”Ordine 111 C.T.”, partì dallo Stato Maggiore dell’esercito il 10 agosto: il nemico non erano più gli angloamericani ma i tedeschi; e i piani di difesa dovevano perciò essere cambiati in funzione di contenimento delle truppe tedesche. Il secondo documento, la “Memoria 44op”, partì il 2 settembre; stabiliva le misure da adottare di fronte ad una possibile aggressione tedesca. Importante la conclusione: l’applicazione delle disposizioni si sarebbe dovuta effettuare “a seguito di ordine dello Stato Maggiore” trasmesso con un fonogramma, ma poteva avvenire anche “di iniziativa dei comandanti in posto, in relazione alla situazione contingente”. Questo fu il problema che si pose nella notte fra l’8 e il 9 dopo l’annunzio dell’armistizio. Lo Stato Maggiore dell’esercito era pronto a trasmettere il fonogramma previsto, ma Badoglio lo bloccò. Solo a mezzanotte e tre quarti un fonogramma fu inviato – nonostante il veto di Badoglio – a tutti i Comandi che avevano ricevuto la Memoria 44op: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”. Tutto questo è stato pubblicato sulla Rivista militare, pubblicazione del ministero della Difesa-esercito, nei numeri del maggio 1945 e del marzo 1952 con la firma del colonnello Mario Torsiello, uno dei tre ufficiali che, tra le 0.50 e l’1.35 della notte fra l’8 e il 9 settembre, telefonarono l’ordine che poteva dare il via alla guerra contro la Germania. Alla stessa ora, tuttavia, il re si apprestava a partire per il Sud. Non solo lui; anche Pietro Badoglio capo del governo, Vittorio Ambrosio capo di Stato maggior generale, il principe ereditario Umberto; e nelle ore seguenti lasciavano Roma anche tutti gli ufficiali del Comando supremo”.

Sergio Romano ha fatto seguire la lettera seguente:

“Caro Lepri, devo spiegare al lettore perché il suo intervento occupi buona parte dello spazio abitualmente riservato alla lettera centrale. Dopo avere diretto l’Ansa (la maggiore agenzia di stampa italiana) per quasi trent’anni, e insegnato giornalismo a una generazione di giovani italiani, lei ha deciso di scrivere un libro sul 1943, il più brutto anno della storia italiana del Novecento. Come ha ricordato Dino Messina in un articolo apparso sul Corriere del 21 dicembre 2008, lei avrebbe potuto pubblicarlo presso un grande editore, ma ha preferito creare un sito, fornire al lettore una cronologia molto particolareggiata degli avvenimenti (un centinaio) a cui avrebbe dedicato un capitolo, mettere on line i singoli capitoli, a mano a mano che venivano scritti, e invitare i lettori a correggere, modificare, aggiungere. Mi sembra che all’origine di questo metodo vi sia contemporaneamente un gesto di umiltà e una intuizione geniale. Per l’importanza degli eventi, dai bombardamenti allo sbarco in Sicilia, dalla ritirata di Russia a quella libica, dalla congiura del 25 luglio all’armistizio dell’8 settembre, dalla liberazione di Mussolini alla costituzione della Repubblica Sociale, il 1943 è stato l’anno di tutti gli italiani, a tal punto che non vi è sopravvissuto che non ricordi perfettamente dov’era e che cosa faceva quando l’Eiar (come si chiamava allora la Rai) annunciò la formazione del governo Badoglio e la conclusione dell’armistizio. Occorreva dare la voce a queste persone, sollecitarle a scavare nei loro ricordi, invitarle a offrire testimonianze che avrebbero allargato il quadro e riempito i molti vuoti di una storia non interamente ricostruita. In questo modo, caro Lepri, lei è diventato il regista di un’opera collettiva a cui tutti possono collaborare. Basta bussare alla porta elettronica di Sergio Lepri: www.sergiolepri.it.