7 maggio

7 maggio

Muore Rivoluzione, il quindicinale del Guf di Firenze; un giornale che ha vissuto il dramma, fra incertezze e contraddizioni, di gran parte della gioventù intellettuale: fuggire nel fascismo o fuggire dal fascismo?

Con un numero doppio, muore oggi Rivoluzione, “quindicinale di politica, letteratura e arte del Gruppo fascisti universitari di Firenze” (il Guf). Dal primo numero, uscito il 20 gennaio 1940, sono stati tre anni di vita contraddittoria, ambigua, di destra ma anche di sinistra, fascista ma anche, via via col tempo, più o meno chiaramente antifascista, comunque ardimentosa: lo specchio di una gioventù intellettuale che cerca la sua strada, senza idee chiare nella testa, con pochi punti di riferimento, incerta se “fuggire nel fascismo” (ancora in maggioranza) oppure se “fuggire dal fascismo” (ancora in pochi).

Rivoluzione

Fra i vari organismi giovanili del regime fascista (“figli della lupa”, “balilla”, “avanguardisti”, “piccole italiane”, “giovani italiane”, “militi universitari”, a carattere più o meno paramilitare) i Guf, presenti in tutte le città sedi di università (non molte in questi anni), hanno avuto carattere e funzioni culturali. Molti di essi hanno pubblicato dei quindicinali col compito di coinvolgere i giovani intellettuali nella realtà del fascismo o di limitarne e contenerne le nascenti dissidenze.

A Padova Il Bò, a Pisa Il Campano, a Palermo L’Appello si sono fatti notare per i loro toni non sempre conformisti, ma erano organi in certo modo ufficiali. Sono nati anche periodici non legati al Partito fascista, come Il Cantiere e Il Domani di Roma, Vent’anni di Torino, Architrave di Bologna, L’Universale e Campo di Marte di Firenze (diretto da Vasco Pratolini). Il più noto, per le frequenti posizioni coraggiosamente avanzate, è Corrente di vita giovanile, poi diventato Corrente, fondato nel 1938 a Milano da Ernesto Treccani; vi hanno collaborato anche Carlo Bo e Mario Luzi, Raffaele De Grada, Giansiro Ferrata e Luciano Anceschi.

Prima o dopo, molti di questi giornali sono stati accusati di antifascismo e soppressi. Corrente è stata chiusa il 10 giugno del 1940, proprio con l’entrata in guerra dell’Italia. Ma nello stesso anno, il 10 gennaio, è nato a Firenze il quindicinale Rivoluzione. L’iniziativa è dello stesso segretario del Guf fiorentino, Guido Renzo Giglioli1, che ne ha assunto la direzione; condirettore, ma effettivo direttore per i primi due anni, Paolo Cavallina2.

La storia di Rivoluzione spiega il dramma di gran parte della gioventù nata nel decennio della prima guerra mondiale o subito dopo. Chi oggi, 1943, ha fra i venti e i trenta anni è cresciuto col fascismo; la stampa di regime gli ha dato soltanto un’informazione di parte e poco o niente si sa di quello che effettivamente accade all’estero; pochissimi sono i giornali stranieri che entrano in Italia; nessun giornale politico e nessun libro straniero di cultura politica; solo libri di narrativa, ma che non affrontino temi in contrasto con l’ideologia fascista3; nelle scuole inferiori, elementari e medie, l’insegnamento segue i canoni prescritti dal partito: dal saluto fascista col braccio levato all’uso del “voi” e alla giornaliera mitizzazione delle presunte conquiste del partito e delle guerre (dalla Spagna all’Abissinia e ora la guerra al fianco di Hitler); nei licei classici la cattedra di storia, che la riforma Gentile del 1923 ha unificato con la cattedra di filosofia, si ferma alla prima guerra mondiale e poi si accompagna alla cosiddetta Dottrina del fascismo. Quando si è all’università si possono leggere però le opere di Giovanni Gentile, che è in linea col fascismo ma anche un grande filosofo, e quindi anche le opere del suo amico-nemico Benedetto Croce4, nel cui liberalismo buona parte della gioventù più intellettualizzata trova il suo grande maestro di pensiero e di libertà.

La classe di una scuola media inferiore a Firenze nell'aprile del 1943 durante una cerimonia per la raccolta di indumenti per i soldati al fronte. I maschi sono 'balilla' (calzoni grigioverde, camicia nera, bandoliera, fazzoletto azzurro; in testa il 'fez'); le femmine sono 'piccole italiane' (gonna nera, camicia bianca, mantello nero). Se fossero più grandi sarebbero 'avanguardisti' e 'giovani italiane'; eguali i vestiti

La classe di una scuola media inferiore a Firenze nell’aprile del 1943 durante una cerimonia per la raccolta di indumenti per i soldati al fronte. I maschi sono “balilla” (calzoni grigioverde, camicia nera, bandoliera, fazzoletto azzurro; in testa il “fez”); le femmine sono “piccole italiane” (gonna nera, camicia bianca, mantello nero). Se fossero più grandi sarebbero “avanguardisti” e “giovani italiane”; eguali i vestiti.

A Firenze c’è una vita giovanile abbastanza intensa che vive intorno a ottimi docenti universitari (come Giorgio Pasquali, Eugenio Garin, Carlo Morandi e, fino a quando non è stato cacciato perché ebreo, Ludovico Limentani), a cattolici moderni (come Giorgio La Pira, don Bensi), in una città con una ancora viva tradizione letteraria che risale ai tempi della Voce di Giuseppe Prezzolini e di Giovanni Papini; una rivista che ha visto come collaboratori i migliori personaggi del tempo, di cultura, di lettere e di arti, dagli stessi Benedetto Croce e Giovanni Gentile a Gaetano Salvemini, Giorgio Amendola, Scipio Slataper, Ardengo Soffici, Piero Jahier, Emilio Cecchi e ai più giovani Alfredo Panzini, Aldo Palazzeschi, Domenico Campana, Carlo Sbarbaro, Giuseppe Ungaretti.

Negli anni Trenta la tradizione è stata mantenuta da due riviste di non stretta osservanza fascista, Solaria, che dal 1926 al 1936 ha visto le prime prove di scrittori come Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Cesare Pavese, e Frontespizio, che, con la salvaguardia dell’ispirazione cattolica, è riuscita, diretta da Piero Bargellini, a durare dal 1929 fino al 1940.

Intorno al progetto di Rivoluzione si sono riuniti alla fin degli anni Trenta la maggior parte dei giovani intellettuali viventi nella città, studenti universitari o da poco laureati. Li ritroveremo tutti, subito dopo la fine della guerra e negli anni Cinquanta, in posizioni di rilievo nelle università, nella letteratura, nel giornalismo, anche nella politica. Sono Carlo Bo, Franco Calamandrei (figlio del giurista Piero), Carlo Cassola, Domenico De Robertis, Dino Del Bo, Antonio Delfini, Alfonso Gatto, Margherita Guidacci, Sergio Lepri, Alessandro Parronchi, Piero Santi, Adriano Seroni, Leonardo Sinisgalli, Giacinto Spagnoletti, Gianni Testori, Mario Tobino, Ferruccio Ulivi, Marco Valsecchi, Giuseppe Vedovato, Giancarlo Vigorelli.

La discussione del progetto è avvenuta nel dicembre del 1939 in casa del segretario del Guf Giglioli in un medievale palazzo di via dei Bardi. C’eravamo quasi tutti. Giglioli non parlò a lungo. Le linee del nostro giornale, disse, si baseranno su due punti. Primo punto: il fascismo come si è espresso in questi venti anni è un fallimento completo sul piano ideologico, politico e sociale; perciò lo dobbiamo rifiutare senza appello. Punto secondo: siamo fascisti, ma di un fascismo che è quello del 1919, movimento e non partito, anzi antipartito; che è pragmatismo rivoluzionario contro ogni disorientamento politico e morale; che è democrazia politica e sociale (voto alle donne, controllo operaio delle fabbriche, imposta progressiva sul reddito, sequestro dei beni delle congregazioni religiose).

Sul primo fummo tutti d’accordo; sul secondo, no, sia pure in pochi e, per prudenza, senza replicare o contestare; in disaccordo non sul programma, ma sul principio; specialmente chi, come Sergio Lepri, forte della lezione storicistica del suo maestro Benedetto Croce, riteneva che quello che è accaduto non può non accadere, e se è accaduto significa che doveva accadere. Insomma di fascismi ce ne era soltanto uno, quello che Mussolini aveva fatto dittatura illiberale. Il fascismo predicato (da qualcuno) nelle prime enunciazioni del 1919 e già sconfessato di lì a poco con le rivendicazioni nazionalistiche, il dannunzianesimo e l’inizio dei tumulti antioperai e antisciopero non era esistito e non esisteva; e quindi non poteva essere riesumato.

La riunione si sciolse, piena di entusiasmo. Sergio Lepri rinunziò però all’incarico di redattore capo che Cavallina gli aveva offerto e che aveva già accettato (il posto fu occupato da Ferruccio Ulivi) e si limitò a promettere una collaborazione fin dal primo numero.

Il primo numero fu la conferma della generale mancanza di certezze culturali. Si voleva un cambiamento, si sapeva che cosa cambiare, ma non si sapeva bene con che cosa cambiarlo; e per molti non era facile eliminare d’un colpo quegli schemi mentali che erano state costrette a subire, nelle scuole e sui giornali, la nostra adolescenza e la nostra prima giovinezza.

L’apertura della prima pagina (titolo “Responsabilità“) ricordava il “puro” originario programma del fascismo: “Per essere fascisti occorre essere completamente spregiudicati, occorre muoversi elasticamente nella realtà, adattandosi alla realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi, occorre sentirsi nel sangue l’aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità, leggera prima, pesantissima poi, che vanno contro corrente, che non hanno paura dei nomi e disprezzano i luoghi comuni”. In una “Storia” pubblicata proprio accanto a questa rivendicazione di giovanile indipendenza si inneggiava però al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 come espressione di un’anima rivoluzionaria e, più in basso, un lungo corsivo di Vasco Pratolini così dannunzianamente concludeva: “Viva viva chi ci impose di attendere degli ordini, chi ci rese pianta non frutto, amore non delirio, chi ci restituì al nostro destino comandandoci di minuto in minuto nella massa, da militi sicuri, alla voce, uomini di protesta mai, uomini di rivoluzione al segno e al gesto univoco della sua gran luce”.

Dal 1940 in poi, giorno dopo giorno, numero dopo numero le pagine sono diventate meno contraddittorie e le idee più chiare, anche perché la maggior parte dei giovani che si sono raccolti intorno a Rivoluzione vedono ora le cose ancora più da vicino, militari in questo o quel teatro di guerra, a cominciare dal segretario del Guf Giglioli, che è in Russia con l’Armir. Già un numero del giornale, quello del 10 giugno del 1942, dice che le cose stanno cambiando o sono già cambiate. L’articolo di fondo è di Dino Del Bo5; il titolo è “Della libertà” (“Quanto più uno Stato è morale, tanto più larga è la sfera di libertà che esso concede ai suoi membri”). Delle otto pagine, sette sono di sola letteratura (che è un modo per non parlare di politica); soltanto, in prima pagina, “di spalla”, un lungo articolo di Sergio Lepri (anche lui in servizio militare). Il titolo è “Il problema della cultura” e comincia così: “Il problema della cultura si identifica oggi col problema della storia che attualmente viviamo e che forse ora è pervenuta al suo punto più grave e pericoloso, nell’angoscia e nel travaglio della ricerca e della formazione di una nuova fede, esauste tutte le antiche religioni e miti e ideologie”.

E poi: “La condizione per il libero giuoco delle forze spontanee e inventive degli individui e dei gruppi sociali, dal quale solamente si può aspettare il progresso morale e economico di un popolo, è una definitiva e più valida concezione della libertà… La libertà, quella che riassume in sé l’ideale etico-pedagogico e la cui amministrazione è il tessuto morale del mondo, è la libertà che l’uomo giustamente divide fra tutti, ammettendo anche le altrui personali libertà a fruire della eguale ripartizione; è la libertà che si riconosce anche agli altri con la sovranità del proprio mondo morale. È la libertà che, in questo senso, si identifica con la giustizia”6.

Parlare e scrivere, in piena guerra, di libertà in uno stato dittatoriale dove la libertà e i diritti civili non sono contemplati, è un segno dei tempi: non un atto di coraggio di chi scrive rasentando un reato perseguibile dalle norme in vigore, ma una prova che ormai quelle idee “sovversive” si stanno diffondendo e che i censori sono meno attenti e non hanno più tempo o voglia di perseguire quelli che oggi sono perdenti ma che domani potranno essere i vincitori7.


1 Sottotenente di fanteria, morto in Russia alla fine del 1942 durante la ritirata dell’Armir da Stalingrado.

2 Firenze 1916 – Sanremo 1986. Giornalista nel 1952 al Giornale del Mattino di Firenze diretto da Ettore Bernabei, poi alla Rai come responsabile di molti programmi di successo, fa cui, il più popolare, Chiamate Roma 3131. Nel 1982 autore del romanzo Le amiche di Firenze.

3 Tanti i libri “proibiti”, non tradotti in italiano e non importati in Italia nella lingua originale; niente Addio alle armi di Ernest Hemingway, All’Ovest niente di nuovo di Erich Maria Remarque, Viaggio al termine della notte di Luigi-Ferdinando Celine; solo in qualcuna delle cosiddette biblioteche circolanti (a Firenze la più disponibile era proprio in via dei Servi, la strada dove aveva sede la Federazione fascista) era possibile avere in prestito – sottobanco e con una strizzatina d’occhi – quei volumi (e anche libri come L’amante di lady Chatterley di David Herbert Lawrence, pubblicato in inglese a Firenze nel 1928 e subito sparito) nella traduzione francese arrivata clandestinamente. Ancora più difficile leggere libri come il Manifesto di Carlo Marx; sconsigliabile chiederlo alla Biblioteca Nazionale, tenuta sotto controllo; possibile alla Biblioteca Marucelliana di via Cavour, dove un impiegato compiacente lo dava i lettura, nascosto in mezzo ad altri libri, non nella sala comune ma nella saletta riservata ai docenti.

4 Forse non rendendosi perfettamente conto dell’influenza che il liberalismo di Croce poteva avere sui giovani, Benito Mussolini pubblicizzava come segno di libertà di pensiero la concessione che le opere di Croce venissero liberamente pubblicate dalla Casa editrice Laterza e così la sua rivista La Critica.

5 Rinaldo (Dino) Del Bo, Milano 1916, è stato deputato della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1967; poi presidente della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca); ministro in tre governi (Zoli, Fanfani e Segni).

6 Inutile dire che durante la Resistenza Sergio Lepri aderì al Partito d’azione (già Movimento di Giustizia e Libertà).

7 Un modo per eludere la censura era l’uso di un lessico criptico e di uno stile dotto e spesso involuto. Qualcuno ha sostenuto che l’interessante fenomeno letterario di quegli anni che fu chiamato “ermetismo” trova le ragioni dell’oscurità del suo linguaggio anche in motivazioni politiche di difesa. A volte, per ingannare la perspicacia – spesso scarsa, per fortuna – dei censori si ricorreva a qualche piccolo sotterfugio. Nell’articolo in parte qui ripreso c’erano quattro citazioni con note in calce. Nota 1, Carlo Michelstaedter; nota 2, Guido Calogero; nota 3, Ugo Spirito; nota 4, Ugo Spirito. In calce al testo pubblicato ci sono le note 1, 3 e 4, ma è scomparsa la nota 2. “Lasciamo la citazione nel testo ma togliamo la nota e il nome” disse Cavallina a Lepri; “Guido Calogero è al confino di polizia”.

7 maggio – Di più

Intorno alla vicenda del settimanale “Rivoluzione” abbiamo detto qui sopra dei problemi politico-culturali dei giovani dai 25 ai 30 anni. Che cosa accadeva ai ragazzi che tra il 1940 e il 1945 stavano ancora al ginnasio o al liceo? Lo abbiamo chiesto a Mirella Delfini, una giornalista che come inviata ha girato tutto il mondo e come scrittrice ha scritto tanti libri deliziosi dal titolo curioso; fra essi “Insetto sarai tu”, “Mollusco sarà lei”, “Vita segreta dei ragni”, “Dal Big Bang all’Homo Stupidus Stupidus”, tutti editi da Editori Riuniti; l’ultimo è “Tutto andrà bene”, pubblicato da AbelBooks. Mirella Delfini mi ha dato questa sua testimonianza che va dal 1940 al 1945. Grazie, Mirella.

Per noi ragazzi, almeno a Roma, la guerra è cominciata sul serio solo nel 1943. I ricordi degli anni precedenti sono troppo vaghi. Dopo il 10 giugno del ’40, quando Mussolini ha annunciato – tra i battimani degli incoscienti e soprattutto dei giovani – che eravamo entrati in guerra con la Francia e l’Inghilterra (ma forse per evitare la rima ha detto che la dichiarazione di guerra era ‘già stata consegnata agli ambasciatori d’Inghilterra e di Francia’), da principio ci è sembrato che non accadesse nulla, o quasi. Io andavo al Tasso e facevo la quinta ginnasiale, ma i più grandi non erano ancora di leva. La radio trasmetteva canzoncine tipo “vincere vincere”, cantate da tenori con vocette belanti. La mattina alle 10 suonavano le sirene per la prova dell’allarme (a scuola lo usavamo per scambiarci pensieri in ‘sinc’ con i fidanzatini già al liceo) e portavamo scarpe con i tacchi di sughero. C’erano le carte annonarie per lo zucchero e la pasta, il pane era un po’ scuro, ma il resto funzionava anche meglio di oggi, specialmente i tram.

Non leggevamo i giornali e i bollettini di guerra trasmessi dalla radio ci dicevano poco, ma eravamo convinti che la vittoria fosse lì dietro l’angolo, che bastasse allungare il braccio e prendercela perché era ‘schiava di Roma’ come assicuravano gli inni che cantavamo quando si andava a fare le sfilate in divisa e i saggi ginnici al Foro Mussolini. Quell’inno lo cantano ancora oggi, ma non fa più lo stesso effetto.

Alla fine dell’anno 1942 però eravamo un po’ meno entusiasti, le notizie non sembravano più tanto trionfalistiche, da qualche parte le cose non andavano bene. Lo sapevamo perché qualcuno sentiva Radio Londra, con quel rintocco beetovheniano che ci piaceva tanto, ma che ora stava diventando strano, proibito, eppure forava spesso il silenzio della notte e ci arrivava soffocato anche attraverso i muri. Perfino mio padre, fascista, a volte ascoltava la Voce di Londra, facendo un continuo movimento con le mascelle come se masticasse qualcosa, una specie di tic leggero che si vedeva anche sulle tempie. “Mastica amaro”, diceva mia madre, e sospirava perché era fascista anche lei.

Ora cominciavamo a seguire la voce di Londra anche noi ragazzi, dopotutto avevamo già 17 o 18 anni e se con quei messaggi assurdi per un po’ ci divertiva, poi ci metteva a disagio, perché parlava di lontane sconfitte che erano in contrasto con le notizie dei bollettini. E poi c’era anche il pericolo che ci scoprissero mentre orecchiavamo quella radio, e magari finissimo in prigione.

Io ero già in terza liceale e avevo un fidanzato sui ventun anni che era stato anche lui al Tasso, ma ora faceva il terzo anno all’università ed era decisamente comunista. Mi passava un mucchio di libri per indottrinarmi ben bene, ma anche alcuni capolavori come ‘Povera gente’ di Dostoevskij e intanto avevo cominciato a darmi da fare nel gruppo di partigiani – la banda del generale Coltellessa – di cui facevano parte lui e altri amici. C’era voluto un po’, ma oramai ero abbastanza avanti sulla via del comunismo e i tedeschi non mi piacevano più se mai m’erano piaciuti, visto che avevo un amore speciale per gli inglesi, e soprattutto per i libri dei loro umoristi del Settecento. Così raccoglievo mitra e pistole, nascondendoli sotto il materasso e a casa mia non s’erano accorti di nulla, sennò chissà che tragedie. Poi quelle armi, trafugate da me e da altri ragazzi più grandi già arruolati, che incominciavano a organizzarsi nella Resistenza, finivano a San Paolo, dove in seguito ci sarebbero stati scontri duri con i tedeschi. Io giravo spesso con le bombe a mano Breda, quelle rosse, incartate con fogli di giornale dentro la borsa a rete. Me le portava Marcello Bradaschia, che era alla PAI (Polizia Africa Italiana) e io facevo da staffetta. Un giorno i fascisti sono saliti sull’autobus e m’hanno chiesto “Che cos’hai lì?”.’ Ho risposto ‘bombe a mano’ e loro sono andati via ridendo.

A giugno del ’43 mamma ha fatto un sogno: una bomba ci distruggeva la casa, che era in via Lorenzo il Magnifico 104, giù verso la stazione di San Lorenzo, e dopo quel sogno non voleva più che ci abitassimo. Per calmarla, ci siamo trasferiti da zia Nora Daretti in via Novara (era la nonna di Noretta, la ragazza che di lì a qualche anno avrebbe sposato Aldo Moro) e io avevo il compito di scendere a prendere l’acqua a una fontanella di via Nomentana. Andavo giù quando suonava l’allarme, così non dovevo fare la fila con i fiaschi in mano perché tutti scappavano nei rifugi.

Un giorno gli aerei alleati sono arrivati davvero e hanno sganciato bombe sulla nostra casa, sulla basilica di San Lorenzo e la stazione, danneggiando anche la città universitaria. Era il 19 luglio: mamma l’aveva sognato un mese prima, proprio in tempo per salvarci tutti, così la chiamavo ‘strega’ e lei mi guardava con occhi strani come se volesse dire ‘te ne sei accorta solo ora?”. Il bombardamento l’abbiamo sentito fortemente anche noi, io mi sono accucciata in un angolo con la mia sorellina, che aveva cinque/sei anni, nascosta sotto di me. È stata colpita qualche casa di via Nomentana e se ricordo bene anche il villino di un giornalista, Virginio Gayda, direttore del “Giornale d’Italia”, ma non so se è morto proprio sotto quel bombardamento o uno successivo, nel ’44.

A luglio ero con la zia Marta e il cuginetto Bibo a Falconara, al mare. Mentre mangiavamo con la radio accesa si sono interrotti i programmi e un annunciatore ha detto che il cavalier Benito Mussolini era stato sostituito dal maresciallo Badoglio. Allegria generale, volevamo brindare con lo champagne, ma avevamo solo il vino rosso. Dopo un po’ di giorni siamo rientrati a Roma, dove cominciava a scatenarsi un’altra guerra, quella tra gli antifascisti e i fascisti, che avrebbe portato a grosse tragedie perché i tedeschi erano inviperiti. Anzi la situazione si faceva sempre più allarmante e i miei volevano lasciare Roma. Oramai si sentivano le cannonate perché gli americani erano vicini, credo ad Anzio e a Nettuno, cosa che riempiva di gioia me e di rabbia quasi tutti loro.

L’8 settembre ero in tram a sant’Agnese con la mia sorellina e lì al capolinea c’era un mucchio di gente che gridava: “L’armistizio, l’armistizio!”.’ Lei m’è saltata sulle ginocchia chiedendo “Cos’è l’armistizio? Abbiamo vinto la guerra?”. Le ho risposto “No, l’abbiamo persa”. Lei ha fatto una spallucciata e ha risposto “‘Fa niente, la vinciamo un’altra volta”. A casa non sapevano se essere sollevati o no e mamma ha detto solo “almeno smetteranno di bombardarci”, ma il giorno dopo s’è saputo che la più bella delle nostre navi, la corazzata “Roma”, era stata affondata e non sapevamo nemmeno chi l’avesse fatto perché oramai non ci si capiva più niente. C’è voluto un po’ prima di venire a sapere che erano stati i tedeschi, anche se il mio ragazzo l’aveva detto subito.

A San Paolo gli scontri con i tedeschi infuriavano, lui tornava con la spalla destra tutta graffiata per il rinculo del suo mitra che svuotava i caricatori da quaranta in un baleno. Ci volevo andare anch’io, però me l’ha impedito a forza.

Non so più come abbiamo passato quegli ultimi mesi del ’43, ma ricordo che mio zio Casimiro Delfini, generale dei carabinieri, era molto agitato perché i tedeschi avevano portato via col treno un mucchio dei suoi carabinieri, dicendo che li trasferivano a Firenze e poi invece gli avevano fatto passare il Brennero e li avevano deportati in Germania. Lui voleva seguirli, ma è stato preso dai tedeschi e costretto a dirigere un certo “ufficio stralcio” che nessuno di noi capiva cosa fosse, poi gli hanno imposto di diventare intendente della Guardia Nazionale Repubblicana. L’unico antifascista della famiglia, oltre me, non riuscì a scapolarsela, quella nomina, e alla fine s’è dovuto arrendere (però si sarebbe subito infilato in un ospedale a Como). Nell’aprile del ’44 ha mandato tre macchine della Gnr con tanto di autisti e mitra a prenderci. Io ho tentato di fuggire due volte, però quelli m’hanno sempre riacchiappata e così alla fine sono arrivata a Tremezzo, sul lago di Como.

Stavamo a pochissima distanza da Giulino di Mezzegra e una notte, ma la guerra era già finita, ci hanno svegliati gli echi di cinque o sei spari. Avevano ucciso Mussolini e la Petacci, ma l’abbiamo saputo solo più tardi e perfino a me è sembrata una brutta storia. Non immaginavo che di lì a poco le violenze sui cadaveri di quei disgraziati sarebbero state orrende, qualcosa di cui vergognarsi per l’eternità di fronte a tutto il mondo.

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