6 febbraio

6 febbraio

Mussolini fa fuori quasi tutti i ministri del suo governo (anche Ciano e Grandi), ne nomina di nuovi e tiene in mano tutti i ministeri più importanti. Forse cerca di risollevare l’animo di chi ancora crede in lui.

Da oggi c’è un governo completamente nuovo, o quasi. Mussolini ha mandato a casa nove ministri su dodici; gli altri quattro ministeri erano in mano sua (interni, guerra, marina e aeronautica) e ora terrà anche gli affari esteri, dove era il genero Galeazzo Ciano. I giornali di stamani pubblicano senza commenti, come sempre, il comunicato della Stefani trasmesso ieri sera alle 7 dalla radio. In genere si usa, in questi casi, la parola “rimpasto”, ma il fascismo preferisce un’espressione militaresca: “cambio della guardia”.

Di questo insolito “cambio della guardia” (insolito per le sue dimensioni) sono molti oggi a domandarsi il perché. Giuseppe Bottai perde il ministero dell’educazione nazionale e Dino Grandi quello della giustizia. Le voci che circolano dicono che Bottai e Grandi sono da qualche tempo critici severi di come vanno le cose, politiche e militari. Secondo qualcuno, la vittima principale è però Ciano, che da sette anni guidava la diplomazia italiana. Sono stati i tedeschi a chiederlo a Mussolini? Fra le due o tre offerte del suocero, Ciano ha scelto, in cambio, l’ambasciata presso la Santa Sede. Non male, visti gli occhi che guardano al papa come possibile intermediario di pace. Domani, infatti, Mussolini se ne pentirà e cercherà di impedirlo. Troppo tardi; Ciano ha già presentato in Vaticano la richiesta di gradimento.

Gli altri ministri fatti fuori: Buffarini Guidi lascia gli interni, Alessandro Pavolini la cultura popolare, Renato Ricci le corporazioni, Paolo Thaon di Revel le finanze, Luigi Gorla i lavori pubblici, Giovanni Horst Venturi le comunicazioni, Raffaello Riccardi gli scambi e valute. Due soli i ministri confermati: Carlo Pareschi al ministero dell’agricoltura e Attilio Teruzzi al ministero dell’Africa italiana, cioè di un’Africa che non c’è più.

I ministri nuovi: all’educazione nazionale Carlo Alberto Biggini, 41 anni, docente universitario di diritto costituzionale; alla cultura popolare Gaetano Polverelli, 67 anni, giornalista; alle finanze Giacomo Acerbo, 65 anni, esperto di economia agraria; ai lavori pubblici Zenone Benini, 41 anni, industriale; alle corporazioni Carlo Tiengo, prefetto, sostituito sùbito da Tullio Cianetti, 44 anni, sindacalista; alle comunicazioni Vittorio Cini, 68 anni, industriale e finanziere; sottosegretario agli esteri (il ministro è Mussolini) Giuseppe Bastianini, 44 anni, diplomatico.

Tutti hanno saputo la nomina dalla Stefani. Bastianini era in partenza per la Dalmazia, dove era governatore. Cini era a sciare a Cortina. Gli esclusi hanno ricevuto una lettera con la dicitura “urgentissima”: “Ho deciso di portare modifiche alla compagine del governo. Favorite mettermi a disposizione la vostra carica”.

I commenti sul momento. Dino Grandi: “Il provvedimento ha un solo significato: liquidare Ciano e Buffarini”1. Negli ambienti del Quirinale il generale Puntoni: “Ciano e Buffarini sono stati liquidati”2. Giuseppe Bottai: “Che cosa ha voluto fare Mussolini? Distrarre la gente dai grandi interrogativi dell’ora. Mostrare la sua forza, il suo spregio degli uomini. Mi torna a mente la frase riferitami da Buffarini: ‘Farò vedere agli italiani che coglioni ho!'”3.

Forse il commento più giusto è quello di Bottai. Ancora più giusto e quello che scrive nel suo diario di oggi il diplomatico Luca Pietromarchi: “Ciò che soprattutto feriva il Duce era la voce che egli fosse malato. Ora che è nel pieno ristabilimento della salute e che in una sola settimana ha riguadagnato quattro chili, ha mostrato de essere sempre lui il padrone e ha ripreso le redini. E ce n’era bisogno. Il paese andava alla deriva. Molti dei ministri facevano aperto disfattismo. I nuovi ministri, al di fuori di Cini, sono persone di secondo ordine, ma onesti e fedeli”45.

In questo disegno non sembra rientrare la sostituzione del generale Cavallero col generale Ambrosio, che una settimana fa, il 31 gennaio, ha preso possesso della sua carica di Capo di stato maggiore generale. Mussolini non amava Cavallero; forse perché lo vedeva troppo debole con i tedeschi; forse perché lo sapeva troppo intimo di Farinacci, il suo nemico di sempre; forse perché cercava in lui il capro espiatorio dei disastri militari in Russia e in Africa; forse perché sapeva che gli erano ostili i vertici dell’esercito; forse perché era venuto a conoscenza – proprio nei giorni in cui la sua malattia si era aggravata -di progetti nel caso di un suo possibile decesso.

Mussolini non sapeva però, o non poteva immaginare, che il sostituto di Cavallero, il generale Ambrosio, suo fedele esecutore in quel momento, sarebbe poi diventato, grazie anche ai consigli del suo braccio destro, il generale Castellano, uno dei protagonisti del colpo di stato del 25 luglio.

Rientrerà invece nel disegno la sostituzione, il prossimo 17 aprile, di Aldo Vidussoni con Carlo Scorza alla segreteria del Partito fascista.

Confermerà anzi il disegno: un altro “cambio della guardia” per ravvivare l’entusiasmo dei fascisti che ancora credono in Mussolini e nel fascismo; quella “terza ondata” a cui Mussolini, insieme alla parola “ramazza”, aveva fatto più volte allusione.

Nel suo Diario Giuseppe Bottai così ne parlerà il 17 aprile: “In attesa della ‘terza ondata’ o, come ormai tutti dicono, di un altro ‘Tre gennaio’6. Dopo intensa gestazione di voci, di indiscrezioni, abbiamo il nuovo segretario del partito: Carlo Scorza… È un calabrese biondiccio, dai chiari occhi cerulei, luminosi e un poco sbarrati, degli occhi da idea fissa. Ha sciacquato panni e pronuncia nel Serchio, a Lucca, dove fu squadrista e ras tra i più violenti della violenta Toscana… Lo ricordo in auge, tutto arzillo e spronato, il calvo capo rasato alla Mussolini eretto a sfida degli uomini; poi, in disgrazia, lo sguardo della fiera perseguitata, con un’aria da poverello mendico. Ora torna agli onori della ribalta. Riavremo Scorza prima edizione? C’è da temerlo, se i propositi eccitati dall’ora gli faranno perdere l’equilibrio che la lunga sofferenza deve avergli interiormente dato. Comunque, l’uomo è rotto a ogni ventura. E questa può essere la sua ora”.

È un’ora che dura poco. L'”effetto Scorza”7 finirà presto; solo fino a quando, il 9 luglio, gli angloamericani sbarcheranno in Sicilia.


1 In Giuseppe Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Baldini e Castoldi, 1959. Nei circoli di governo e di partito e nei salotti dei potenti Buffarini godeva di cattiva fama per i suoi rapporti con Claretta Petacci, amante di Mussolini, e con la sua famiglia, i cui affari finanziari erano motivo di scandalo. Anche per questo Buffarini era odiato dalla moglie di Mussolini, Rachele, e dalla figlia Edda Ciano. Della faccenda Mussolini-Petacci gli italiani fuori dagli ambienti del potere romano non sanno ancora niente. Lo sapranno solo durante i cosiddetti “45 giorni” di Badoglio (si veda la giornata del 30 agosto.

2 In Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Palazzi, 1958.

3 In Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944, Bur, 1989.

4 Nel Diario, già citato.

5 Una eccellente valutazione del significato di questo cambio della guardia è stata fatta da Renzo De Felice (in Mussolini l’alleato, già citato): “Da tempo Mussolini mordeva il freno e si proponeva di allontanare dal governo e dalla sua persona quei ministri e collaboratori nei quali non riponeva più fiducia né stima, considerava dei disfattisti, dei quali conosceva gli intrighi, le critiche a tutto piano,la diffamazione nei suoi confronti, li sapeva chiacchierati e malvisti nel paese e invisi al partito, alla vecchia guardia così come ai giovani. Persino Ciano, a cui in passato aveva perdonato molte cose per amore della figlia Edda e che aveva difeso per non dar soddisfazione ai tedeschi che sin dalla fine del 1940 se ne auguravano l’estromissione, gli appariva ormai troppo cinico, leggero, sfiduciato per continuare a stare a palazzo Chigi”.

Gli avvenimenti della fine del 1942 (la disfatta militare in corso in Russia e in Africa), continua De Felice, “non costituirono che la classica goccia che fa traboccare il vaso e indussero Mussolini a rendere il rimpasto più drastico, più ampio e ad orientarsi essenzialmente non più sui grandi nomi del regime – tutti, chi più chi meno, caduti nella sua stima e spesso in sospetto di “disfattismo” -, ma su uomini in un certo senso nuovi (in assoluto o perché lontani da tempo dal governo), non chiacchierati, che egli considerava onesti, tecnicamente preparati, fedeli e “buoni patrioti”, cioè né “disfattisti” né filotedeschi ad oltranza. Su uomini – e qui veniamo al nocciolo dell’operazione – la cui presenza nel governo avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, per un verso, dare soddisfazione a quella parte di italiani che ancora riponeva fiducia in lui e non capiva perché avesse per tanto tempo tenuto attorno a sé e dato credito a uomini indegni; per un altro verso, non allarmare troppo, politicamente e socialmente, alcuna categoria sociale, senza per altro accreditare la convinzione che fosse da escludere in partenza qualsiasi possibilità di soluzioni più radicali; per un altro verso ancora, assicurarsi la collaborazione di una serie di competenze esclusivamente tecniche; dei collaboratori, insomma, che non si ingerissero nelle scelte politiche di fondo – che il “duce” voleva riservare completamente a sé – e si dedicassero solo a far funzionare nel migliore dei modi possibile la macchina dello Stato e a tradurre sul piano tecnico le sue indicazioni e scelte di fondo”.

6 Il “3 gennaio” è espressione corrente che si rifà al 3 gennaio del 1925 e al discorso, pronunciato in quel giorno alla Camera, col quale Mussolini dà inizio alla dittatura.

7 De Felice ricorda che nei giorni successivi alla nomina di Scorza si ebbero in molte città episodi di intolleranza squadristica contro cittadini ritenuti disfattisti o “cattivi italiani”. Perfino Giuseppe Bottai fu fischiato e interrotto durante un suo discorso al teatro Quirino di Roma il 22 aprile. Un fatto – i fischi contro un potente – mai successo in quei tempi (e Bottai non ne parla nel suo diario)

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