5 luglio

5 luglio

Un’atmosfera di sfiducia si sta diffondendo nel paese. Qualcuno cerca di risollevare il morale, ma, di fronte alle notizie di un imminente sbarco in Italia, Mussolini non ha dubbi: il nemico sarà fermato sul bagnasciuga.

Tutti i giornali pubblicano oggi, trasmesso ieri sera dalla solita Stefani, il discorso che Benito Mussolini ha pronunziato dodici giorni fa al Direttorio del Partito fascista a palazzo Venezia. È la prima volta, nella storia del fascismo, che viene reso pubblico un discorso fatto ad uso interno; e viene reso pubblico non subito, ma dopo dodici giorni. Ci deve essere una ragione.

Le isole di Pantelleria e di Lampedusa sono cadute l’11 giugno. Si parla tanto, ora, di un imminente sbarco angloamericano sul continente. Dove? In Grecia, nella Francia meridionale? O in Sardegna? Forse in Sicilia?

Il Direttorio del Partito fascista si è riunito a palazzo Venezia il 24 giugno. Il nuovo segretario, Carlo Scorza, che il 17 aprile ha preso il posto di Aldo Vidussoni, segnala da tempo un’atmosfera di disinteresse, a volte addirittura di disfattismo, negli ambienti alti del fascismo. In un rapporto a Mussolini1, il 7 giugno, ha parlato di “elefantiasi non soltanto numerica ma anche spirituale”; di gerarchi2 che si preoccupano unicamente della propria posizione gerarchica o finanziaria; di molti di loro che si sono arricchiti smisuratamente e suscitano diffidenze e sospetti; di un’alta burocrazia ministeriale che non è né onesta né fascista; di enti e comitati e commissioni che sono diventati una selva selvaggia dove nessuno più riesce a orientarsi; di un morale, anche negli alti gradi militari, depresso e, peggio, rassegnato; di generali e di ammiragli che non sentono di poter vincere o non credono di poter vincere o vogliono non voler vincere.

Ecco perché – dice ancora Scorza – “l’alleato non ci stima affatto. Noi non abbiamo saputo dimostrare, in questi tre anni, né di saperci organizzare quanto occorreva, né di essere forti”.

Sono soltanto questi i motivi che spiegano una generale atmosfera di rassegnata attesa del disastro? Nel suo diario Giuseppe Bottai ha scritto il 19 maggio: “L’ambiente politico si fa sempre più rarefatto, come se la gente avesse paura di vedersi. Tutto, in quest’ora drammatica, invece di accendersi, sembra scolorirsi, spengersi. Faccio colazione con Benini, Fantechi3 e altri toscani. Zenone si butta, ormai, alla ‘pace separata’. Una formula che corre di bocca in bocca. Ma nessuno sa che cosa vuol dire. ‘Vincere’, ‘resistere’, ‘pace separata’, nessuno sa più che cosa vogliono dire, che cosa comportino. Sempre più Mussolini nell’opinione corrente è il capro espiatorio di tutto. E in questa riduzione di un processo storico formidabile, c’è qualcosa di grottesco, di assurdo, che diminuisce e avvilisce l’intelligenza politica italiana. Per me Mussolini è colpevole, soprattutto, di questo: di avere calpestata e mortificata codesta intelligenza fino al punto di renderla incapace oltre la di lui persona, negli elementi e nei fattori della nemesi storica. A sera lungo colloquio con Federzoni. Anche lui annaspa. Tutti annaspiamo”.

Forse anche Scorza annaspa, ma fa di tutto per uscire dal gorgo. Uscendo ampiamente dai limiti del suo mandato e suscitando le furie del generale Ambrosio, Capo si stato maggiore generale, ha convocato a rapporto presso la sede del partito i tre sottosegretari delle forze armate; ha preso una serie di provvedimenti disciplinari all’interno del partito; ha fatto mettere a risposo ventiquattro prefetti e ne ha costretto a dare le dimissioni altri diciannove.

La caduta, l’11 giugno, della base aerea e navale di Pantelleria è stata tuttavia una scossa anche per Mussolini, “È un campanello d’allarme” ha detto4; “direi quasi una scampanellata al cancello”. E nelle sue memorie5 scriverà “Nelle alte sfere si delineava già uno stato d’animo tendente alla resa. Una ripresa di disfattismo era in atto”.

La “scampanellata” raggiunge anche il governo rimpastato il 6 febbraio. Nel Consiglio dei ministri del 19 giugno due ministri – Alfredo De Marsico, ministro della giustizia, e il conte Vittorio Cini, ministro delle comunicazioni – hanno fatto appello a Mussolini perché accetti “una più aperta e franca condivisione di corresponsabilità” e perché “ammetta i suoi collaboratori alla sua confidenza”6. La risposta di Mussolini è stata: “Ogni discussione è inutile”; e ha concluso la seduta.

Tre giorni dopo, il ministro Cini ha presentato le dimissioni (di cui Mussolini darà notizia soltanto il 24 luglio, più di un mese dopo, nella seduta del Gran Consiglio). La lettera di dimissioni inviata a Mussolini dal conte Cini si chiude così: “La mia proposta tendeva a conoscere se Voi ammettete o meno i vostri collaboratori a quell’esame della politica generale che ritengo premessa indispensabile di ogni responsabilità consapevole. Emerse chiaro invece il Vostro intendimento di limitare la collaborazione al solo campo tecnico. Non discuto; però sarei reticente se non esprimessi il mio dissenso su questo punto essenziale. Tutti o quasi pensano come me. Nessuno osa dirvelo. Ma io preferisco dispiacerVi piuttosto che tradire la Vostra fiducia”7.

Mussolini capisce che l’atmosfera è davvero pesante e convoca per il 24 giugno a palazzo Venezia il Direttorio del Pnf. Scorza apre la riunione con un rapporto sulle “forze” del partito: 4.770.770 iscritti. Ma le cifre – dice8 “hanno un valore assoluto solo se rappresentano spirito e volontà. E la volontà e lo spirito si chiamano fedeltà disciplina, resistenza, vittoria”.

Maschilismo e virilità sono da sempre elementi di base della mitologia del fascismo; e lo sono anche del personaggio Mussolini, che ama mettere in mostra le sue prestazioni fisiche, facendosi vedere mentre nuota, mentre gioca a tennis, mentre lavora il grano a torso nudo su una trebbiatrice. Qui è a Riccione

Maschilismo e virilità sono da sempre elementi di base della mitologia del fascismo; e lo sono anche del personaggio Mussolini, che ama mettere in mostra le sue prestazioni fisiche, facendosi vedere mentre nuota, mentre gioca a tennis, mentre lavora il grano a torso nudo su una trebbiatrice. Qui è a Riccione.

Tutti aspettano da Mussolini parole meno vacue, ma per Mussolini9 “La massa del popolo si comporta bene e non è da confondere con una cattiva minoranza. Ma non saranno costoro, rottami quasi tutti di vecchi partiti, che riusciranno a spiantare il regime. Bisogna ridicolizzare i fautori e diffusori di romanzi gialli e talora giallissimi, parto di fantasie malate”.

E sulle voci di un imminente sbarco in Italia? Mussolini non ha dubbi: “Bisogna che, non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga10, la linea della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra. Il dovere dei fascisti è questo: dare questa sensazione e, più che la speranza, la certezza assoluta, dovuta a una decisione ferrea, incrollabile, granitica”

È il 24 giugno. Mussolini tiene sul suo tavolo il testo stenografato del suo discorso. Ci pensa e ci ripensa. Poi la sera del 4 lo dà alla sua agenzia, la Stefani . I giornali lo pubblicano stamani. Fra quattro giorni gli angloamericani sbarcheranno in Sicilia. La gente chiamerà il discorso il “discorso del bagnasciuga”.


1 In F.W.Deakin, Storia della repubblica di Salò (“Collezione italiana”).

2 La parola “gerarca”, di sapore greco-latino, veniva usata dal fascismo (e entrò nell’uso corrente) per indicare un dirigente del Partito fascista.

3 Zenone Benini, industriale livornese, compagno di scuola di Galeazzo Ciano, ministro dei lavori pubblici in quei giorni; Augusto Fantechi, consigliere nazionale, presidente dell’Istituto Luce.

4 In A. Cucco, Non Volevamo perdere, 1950

5 In Opera omnia di Benito Mussolini.

6 Nel Diario di Giuseppe Bottai, op. cit.

7 In F.W.Deahin, Storia della repubblica di Salò, op. cit:

8 In Opera omnia di Mussolini, op. cit.

9 Ibidem.

10 La parola “bagnasciuga” era un errore di lingua, essendo il “bagnasciuga” la parte dello scafo delle navi compresa fra il livello minimo di immersione e quello massimo, quindi alternativamente bagnata e asciutta, mentre per la striscia di spiaggia su cui si infrangono le onde il termine è “battigia”. L’errore fu allora diffuso motivo di sarcasmo e largo suggerimento di canzonatura, ma ha portato, oggi, all’uso di “bagnasciuga” anche al posto di “battigia”.

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