5 dicembre

5 dicembre

Un fascista ammazzato e cinque anarchici fucilati per rappresaglia. Firenze si divide. Intervengono il cardinale arcivescovo e il Comitato di liberazione. Non tutti capiscono che è già cominciata una guerra civile.

“Nelle affannose e tragiche ore che viviamo è doveroso ufficio dei sacri pastori rendersi portatori di pace”. Così comincia la “notificazione al clero e alla cittadinanza” del cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze. La “Nazione”, il quotidiano fiorentino diretto da Mirko Giobbe1, la pubblica con evidenza in prima pagina.

“Supplichiamo pertanto i sacerdoti e quanti sono costituiti in autorità” continua la nota “ad adoperarsi perché, cessati i dissensi di ogni genere che dividono il nostro popolo, si consegua quella interna pacificazione degli animi che è da tutti così intensamente desiderata. Ogni cittadino sia esortato, anzi supplicato ad astenersi da qualunque violenza, mentre deve raccomandarsi l’umanità e il rispetto verso i soldati e i comandanti germanici. Occorre avvertire che insulti, vandalismi, uso di armi contro chicchessia, non solo non possono migliorare le condizioni, ma le aggravano indicibilmente perché danno origine a reazioni che in nessun modo debbono essere provocate. Quanto alle uccisioni di arbitrio provato o a tradimento, ricordiamo a tutti il quinto comandamento della legge – ‘non ammazzare’ – e tutti scongiuriamo a riflettere che il sangue chiama sangue”.

Il cardinale è preoccupato da quello che è successo e consapevole della tensione che sta turbando la città. Tutto è cominciato cinque giorni fa, il 1o dicembre. Alle sette e mezzo della sera, davanti alla sua abitazione all’angolo di via Pagnini, il tenente colonnello Gino Gobbi è stato ammazzato da un piccolo gruppo di partigiani (vengono chiamati “gappisti”: appartenenti ai così chiamati “Gruppi di azione partigiana”, GAP); tre colpi di pistola nel buio della strada. Gino Gobbi è uno degli ufficiali del regio esercito che ha aderito alla Repubblica sociale, ha riaperto il distretto militare e ha cominciato a ricercare tutti quelli che erano sotto le armi al momento dell’armistizio dell’8 settembre. Il manifesto fatto affiggere dal commissario del fascio fiorentino Raffaello Manganiello, parlava chiaro: “Chi non si consegnerà entro il 20 ottobre sarà considerato disertore e, se trovato armato, sarà dichiarato franco tiratore e fucilato”.

L’uccisione di Gino Gobbi mette in agitazione i fascisti: per rappresaglia saranno fucilati dieci prigionieri politici, scelti fra gli antifascisti che sono stati arrestati (“per motivi di sicurezza”) dopo l’occupazione tedesca della città. In carcere, però, i detenuti sono solo cinque; gli altri cinque si cerchino allora fra gli antifascisti arrestati qualche giorno prima come membri del primo Comitato militare del Comitato di liberazione. Sono Fosco Frizzi, dirigente del partito comunista clandestino; Guido Frassineti, tenente colonnello del genio; Paolo Barile, docente universitario e avvocato: Leonardo Mastropierro, avvocato e colonnello della riserva; Adone Zoli, avvocato2.

Il maggiore Mario Carità3, capo della polizia repubblichina, che li ha arrestati e consegnati ai tedeschi, li rivuole indietro ma i tedeschi ne rifiutano la consegna; sanno di avere in mano ostaggi politicamente importanti. I fascisti ripiegano allora sui cinque che sono in carcere anche se non hanno commesso reati; sono Luigi Pugi, Armando Gualtieri, Orlando Storai, Oreste Ristori, Gino Manetti; tutti anarchici o comunisti di vecchia data, alcuni reduci dalla guerra di Spagna.

Non ci sono processi, nessuno si sente di scrivere una sentenza, con fatica si trovano dieci militi della Milizia fascista, dieci agenti di pubblica sicurezza, dieci carabinieri per formare il plotone di esecuzione. All’alba del 2, su un campo del poligono di tiro delle Cascine ci sono cinque sedie. Pugi, Gualtieri, Storai, Ristori e Manetti4 vengono fatti sedere e legati, le spalle contro il plotone. Poi “puntate”, poi “fuoco”, poi trenta colpi di moschetto. Non tutti vanno a bersaglio. Il comandante del plotone deve usare la rivoltella per finire chi rantola per terra.

La “Nazione” non ha annunziato l’esecuzione e non ne ha fatto cronaca, né l’altro ieri né ieri. Ma le voci girano in città: che un sacerdote ha assistito i cinque e che qualcuno si è confessato; che c’era un grande silenzio, ma che a un certo momento da due o tre di loro e poi da tutti e cinque si è sentito – sommesso, incerto – un canto: le prime note dell’Internazionale; poi che il fratello di Gino Gobbi, vestito da ufficiale dell’esercito repubblichino, ha inveito contro i morti: “Vigliacchi” ha detto; che alcuni militi del plotone di esecuzione hanno cominciato a imprecare e hanno tentato di sparare sui cinque cadaveri.

La città è in fermento e la gente ne parla nel chiuso delle case; non in strada, anche perché in strada è proibito fermarsi in più di tre persone. Qualcuno è a favore di una parte, qualcuno a favore dell’altra; quasi tutti, però, contro quelli che ammazzano: quelli che hanno ammazzato il fascista Gobbi e quelli che hanno ammazzato i cinque anarchici. È per questo che l’arcivescovo ha ritenuto – lui così schivo – di parlare.

Il cardinale Dalla Costa ha 71 anni; è arcivescovo di Firenze dal 1932, cardinale dal 1933. È molto stimato dai fiorentini e gli antifascisti ricordano che nel 1938, durante tutta la visita di Hitler, non solo non prese parte a nessuna della cerimonie ufficiali ma fece chiudere porte e finestre dell’arcivescovado.

Nei gruppi della Resistenza la notificazione del cardinale ha però suscitato amarezza. Il documento, sostiene qualcuno, è un implicito riconoscimento del governo fascista repubblichino e sembra condannare soltanto la violenza di una parte, quella dei partigiani.

Di questi sentimenti si fa interprete, con l’assenso degli altri rappresentanti del Comitato toscano di liberazione (Dc, Pd’Az, Psi, Pci), Enzo Enriques Agnoletti5, che sul foglio clandestino del Partito d’azione scrive una lettera al cardinale. “Eminenza” dice “abbiamo letto con dolore e meraviglia la notificazione da lei diretta al clero e al popolo. Non si sa la ragione esatta dell’uccisione del colonnello Gobbi. Si sa solo che aveva fatto arrestare molti ufficiali e che si dava molto da fare perché gli arruolamenti a pro dei tedeschi avessero successo, pronto ad usare qualsiasi mezzo, compreso l’arresto di membri delle famiglie, per costringere a presentarsi quegli ufficiali e soldati che considerano un disonore infrangere un giuramento prestato. Si conosce invece la ragione dell’uccisione di cinque detenuti politici: dovevano soltanto scontare l’uccisione del colonnello Gobbi, cioè di una persona che non avevano mai vista o conosciuta”.

“In questo stesso momento” continua la lettera “uomini nostri fratelli, creature umane, subiscono torture che fanno vergogna all’umanità. In via Foscolo 80, sede della milizia alle dipendenze della SS, si battono a morte gli arrestati, si appendono con le braccia legate finché svengono dal dolore, si traforano con le baionette, si butta loro dell’acqua bollente in bocca. Non abbiamo inteso nessuna parola di disapprovazione dalle sue labbra”.

“Lei parla, Eminenza,” conclude la lettera “di fatti che non possono migliorare le nostre condizioni, ma le aggravano indicibilmente. Se lei intende riferirsi alle nostre vite, che non si deve rischiare libertà e vita contro l’ingiustizia e l’intolleranza, non fu forse un rischio continuo la vita di quelle grandi figure per cui lei detiene l’autorità che esercita?”.

“Non ammazzare”. È su questo tema drammatico che cominciano a lacerarsi e a dividersi le coscienze degli italiani. Ancora non ci si rende conto che sta per scoppiare o è già scoppiata una guerra civile; che una guerra civile comporta atti di violenza; e che gli atti di violenza si giudicano secondo i fini e i modi con cui vengono compiuti.

L’armistizio dell’8 settembre, la fuga del re, l’inesistenza di un governo a Roma, la dissoluzione dell’esercito, il generale vuoto istituzionale, la presenza opprimente delle truppe tedesche hanno creato imbarazzi e incertezze. Abituata da anni a ricevere soltanto ordini dall’alto, a sapere dai detentori del potere come comportarsi, come vivere, addirittura che cosa pensare, la gente si accorge di dovere, da un momento all’altro, decidere e scegliere. Per di più, due decenni di disinformazione e di scuola di regime hanno impedito ai più di conoscere le caratteristiche di un sistema democratico; vagamente si sa dei partiti politici, rappresentanti di poco note ideologie (comunismo, socialismo, socialdemocrazia, liberalismo, cristianesimo sociale); vagamente si sa di diritti civili, di libertà di pensiero e di associazione, e di come esercitarli. Solo i vecchi e i meno giovani ricordano i governi dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento, le elezioni (senza il voto alle donne) e gli anni violenti dopo la fine della prima guerra mondiale, fino al 1922; e non sono tutti ricordi positivi.

In questo grande ventaglio di società c’è oggi la borghesia intellettuale e la gioventù, anche i giovani (solo i maschi) cresciuti all’ombra dei Gruppi universitari fascisti (i Guf), che hanno quasi tutti lentamente elaborato gli elementi politico-culturali dell’antifascismo. C’è il proletariato – anche quello che non è passato attraverso le esperienze dell’esilio e del carcere, anche quello che non ha partecipato agli scioperi di marzo e aprile – che ha sentito lontani echi di rivoluzione e lontani richiami di uno stato sovietico di lavoratori e contadini, e spera in possibili meravigliose palingenesi.

C’è poi chi ha avuto lutti in famiglia (morti, feriti e dispersi in guerra e morti e feriti sotto i bombardamenti), chi ha avuto distrutte le case o le proprie botteghe, chi è stato costretto a sfollare nelle campagne e a interrompere o limitare le proprie attività imprenditoriali o commerciali. Ci sono gli ebrei, ormai pochi, che, sfuggiti ai rastrellamenti nazisti, si nascondono in case amiche o nei conventi; ci sono i militari (tanti: soldati, sottufficiali, ufficiali) che si sono salvati dai sequestri e dal trasferimento in Germania (alcuni dalle fucilazioni) e non vogliono più sentir parlare di armi e di guerra. E ci sono, ampiamente diffuse fra tutti, la fame e la paura.

Continuano i bombardamenti aerei angloamericani sulle città e sulle vie di comunicazione. Le ferrovie funzionano senza orari e senza certezze di partenza e di arrivo. Scarseggia la benzina per le auto e gli autocarri, ed è a caro prezzo è quella che si trova. I giornali, che si leggono per sapere quali e quanti alimenti verranno distribuiti con la carta annonaria, pubblicano poche notizie dall’Italia e dall’estero e solo quelle passate dalla censura (sull’andamento della guerra c’è soltanto il bollettino del Comando supremo delle Forze armate germaniche). Del re, di Badoglio e del Regno del sud non si sa quasi niente; qualcosa, ma poco, vengono a sapere quelli che (a rischio; è proibito) ascoltano le trasmissioni in italiano di Radio Londra (e si domandano – curiosi e speranzosi – che cosa significano quelle frasi misteriose come “È cessata la pioggia”, “La mucca non dà latte”, “La mia barba è bionda” e così via).6

In questa realtà nasce a poco a poco quella che qualcuno7 chiamerà l'”Italia della rottura”, cioè degli italiani che – magari con diversa componente, chi più culturale, chi più esistenziale – vogliono rompere con la dittatura fascista, con la guerra, col nazionalismo, con la Germania nazista. C’è l’antifascismo di vecchia e nuova data, c’è la tradizione familiare, c’è l’amore di patria (una patria ritrovata), la ricerca di nuovi o perduti valori di democrazia e di libertà; c’è la ribellione contro la violenza che viene da una autorità che si presenta ancora e ancor peggio di prima fascista e mussoliniana, c’è il lutto di chi ha perduto marito o figlio o fratello oppure la casa. Prima o dopo, verrà fuori, in molti casi, anche qualcosa che sembrava scomparso: l’odio di classe.

Accanto a questa Italia della rottura c’è però anche un’altra Italia, che sarà chiamata l'”Italia della continuità”, cioè l’Italia di chi è incapace di vedere nuovi percorsi e rimane fedele agli ideali sedimentati in anni e anni di educazione fascista, ai miti della Nazione, della romanità e della guerra, della disciplina e dell’onore, dell’autorità che non si discute (“Il Duce ha sempre ragione, “Credere, obbedire e combattere”). E, accanto, tutti coloro che nel fascismo hanno trovato onori e medaglie, privilegi e prebende, stivali neri e berretti con l’aquila d’oro. Nell’armistizio e nella resa dell’8 settembre tutti questi vedono perciò, in maggiore o minore buona fede, la viltà, il disonore, il tradimento, la mancanza alla parola data, la perdita di una identità nazionale.

Non c’è per ora, ma ci sarà presto, anche une terza Italia, quella che verrà chiamata “zona grigia”, cioè di coloro che non vogliono parteggiare né per l’una né per l’altra parte e aspettano di sapere come andrà a finire. È una realtà complessa, che si manifesterà soprattutto nell’Italia settentrionale nel 1944. Se ne parlerà a suo tempo.

Oggi, ai primi di dicembre del 1943, siamo soltanto all’inizio di una stagione conflittuale nelle menti e nelle coscienze e il tema “Non ammazzare” ha ancora, per i più, una valenza solamente etica: non si deve ammazzare né da una parte né dell’altra.

A Firenze le morti di quattro e di cinque giorni fa sono i primi grossi episodi di violenza. Dopo quello del 25 settembre non ci sono stati più bombardamenti. Rastrellamenti di ebrei non sono ancora cominciati e di quello del ghetto di Roma del 16 ottobre non si è saputo niente. Il giornale locale, la “Nazione”, non ne ha parlato, come non ha parlato degli antifascisti arrestati in città né della “villa triste”, in via Bolognese, dove la banda Carità tortura quelli che vengono chiamati “sovversivi”.

Si cercano altre occasioni. In questi giorni si sta preparando una passerella di intellettuali per l’inaugurazione della nuova sede dell’associazione italogermanica; tra una settimana, il 12 dicembre. Non saranno molti: Giovanni Gentile, Antonio Maraini, Giotto Dainelli, Arrigo Serpieri, Mario Labroca, Attilio Vallecchi8.

Al Teatro comunale – di pomeriggio, perché di sera c’è il coprifuoco – si alza il sipario sul “Barbiere di Siviglia”, sulla “Bohème” e sulla “Forza del destino”. Fra i cantanti due nomi di richiamo: Gino Bechi e Fedora Barbieri.

Il Tenente Colonnello Gobbi ucciso il primo dicembre 1943

Il Tenente Colonnello Gobbi ucciso il primo dicembre 1943.


1 Mirko Giobbe, nato a Roma nel 1900, era stato corrispondente della Gazzetta del popolo da Parigi e poi direttore di Nuova Italia, organo fascista in Francia. Sebbene difeso da Giovanni Gentile, sarà cacciato dalla direzione dellaNazione nel marzo del 1944 perché fautore di una pacificazione tra avversari e favorevoli alla Repubblica Sociale.

2 Adone Zoli, nato a Cesena nel 1887, avvocato a Firenze, membro del Comitato di liberazione, arrestato e condannato a morte dai tedeschi nel 1943, liberato dai partigiani, deputato della Democrazia Cristiana nel 1948, vicepresidente del Senato nel 1950-1951, ministro della giustizia nel 1951, delle finanze nel 1954, del bilancio nel 1955, presidente del consiglio nel 1957. Morto a Roma nel 1960.

3 Nato a Lodi, con burrascosi precedenti di cronaca nera, specializzato durante la guerra nelle denunzie di ascoltatori di Radio Londra, Mario Carità è dai primi di novembre capo dell’Ufficio politico della Guardia nazionale repubblicana e poi del Reparto Servizi Speciali con sede in un palazzo al numero 67 di via Bolognese, dove si trova anche il Servizio di sicurezza tedesco (il “Sicherheindiest”). Morirà nel maggio 1945, ucciso dagli americani che lo troveranno nascosto in una pensione dell’Alpe di Siusi in Alto Adige. Di quella che viene chiamata la “banda Carità” si veda in www.infooggi.it Per la “villa triste” di via Bolognese si veda www.resistenzatoscana.it.
Per ulteriori approfondimenti su “villa triste”, Elisa Valle mi segnala anche alcuni siti: www.firenzemaivista.com (contiene anche foto), altracitta.org, www.firenze-online.com e infine anche una pagina di Wikipedia.

4 Di Luigi (Gino) Manetti, nato all’Impruneta di Firenze nel 1897, noto come anarchico e come tale imprigionato dopo l’8 settembre, l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (www.italia-liberazione.it) ha in archivio l’ultima lettera. È scritta alla moglie, il giorno stesso della fucilazione: “Saluti e baci a tutti. Ripiglia l’orologio dal carcere a dallo a mio figlio per ricordo. Perdonami il dispiacere che ti ho dato. Saluta gli amici. Addio. Baci. Vostro Gino” (vedere la scheda su Luigi Manetti e il testo della lettera).

5 Nato a Bologna nel 1909, una delle maggiori personalità della Resistenza toscana nelle file del Partito d’azione, Enzo Enriques Agnoletti sarà vicesindaco di Firenze per il Partito socialista nella seconda Giunta di Giorgio La Pira nel 1961-1964. Espulso dal Psi per le sue critiche alla politica estera del partito, sarà senatore nel 1983 nel gruppo della Sinistra indipendente e anche, per qualche tempo, vicepresidente del Senato.

6 Per Radio Londra si veda la giornata del 13 luglio (“Aumenta l’ascolto delle trasmissioni in italiano di Radio Londra. La voce del mondo libero trova sempre maggiori consensi contro Mussolini e la guerra– la giornata è ancora in fase di scrittura).

7 Questi temi sono stati trattati in maniera eccellente da Gianni Oliva in Le tre Italie (Mondadori, 2004) e da Claudio Pavone in Una guerra civile (Bollati-Boringhieri, 1991).

8 Giovanni Gentile, filosofo, membro e poi presidente dell’Accademia d’Italia; sarà ucciso dai partigiani nell’aprile del 1944.
Antonio Maraini, scultore, padre di Fosco.
Giotto Dainelli, geografo e geologo; sarà nominato presidente del’Accademia d’Italia dopo la morte di Gentile.
Arrigo Serpieri, esperto di agricoltura, docente universitario.
Mario Labroca, musicista.
Attilio Vallecchi, editore.

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– Da Empoli Paolo Pianigiani segnala l’eccezionale figura di Oreste Ristori, uno dei cinque anarchici fucilati per rappresaglia dopo l’uccisione del tenente colonnello repubblichino Gino Gobbi. A Empoli è a lui intitolata una piazza e si sta progettando un Fondo Ristori con la collaborazione di Carlo Romani, docente all’università di Campinas in Brasile e autore di una sua biografia (in portoghese).

Oreste Ristori era nato a San Miniato nel 1874; a Empoli fece parte fino da adolescente di uno dei gruppi anarchici molto attivi nella zona. Arrestato a 17 anni per attività sovversiva, passò da una prigione all’altra; da Ustica a Ponza, da Porto Ercole alle Tremiti; conobbe esponenti dell’anarchismo e la prigione fu per lui una scuola di vita e di cultura. Nel 1902 si imbarcò senza passaporto e arrivò clandestino a Buenos Aires, dove si fece subito notare per la sua attività politica e di lotta. Cacciato dall’Argentina e imbarcato per l’Italia, riuscì a scendere a Montevideo. In Uruguay diventò un capo della comunità italiana di fede libertaria e si sposò con Mercedes Gomes, che sarà il grande amore della sua vita.

Trasferitisi a San Paolo del Brasile (dove c’è oggi una piazza a lui intitolata), Ristori fondò e diresse una rivista anarchica, La Battaglia, che diventò un punto di riferimento per le lotte contadine del paese. Nel 1912 tornò a Buenos Aires e qui fondò nel 1917 un mensile, El Burro, di satira politica e anticlericale, che si ispirava all’Asino di Podrecca e Galantara, pubblicato in Italia dal 1892.

Nel 1919 Ristori è arrestato e rinviato in Italia, ma nel porto di Montevideo si getta in mare e nella capitale dell’Uruguay vive fino al 1922; poi di nuovo a San Paolo fino al 1936, quando viene arrestato e rimpatriato, atteso a Genova dalla polizia fascista. A Empoli riesce ad eludere la sorveglianza e scappa in Spagna, dove partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Franco si trasferisce in Francia, ma nel 1940 la polizia del governo Pétain lo rimanda in Italia.

Dopo un periodo di prigionia, Ristori viene “ammonito” e obbligato a vivere a Empoli come sorvegliato speciale. Con l’aiuto dei vecchi compagni cerca di rifarsi una vita tranquilla, ma il 25 luglio, con la caduta di Mussolini, è un organizzatore delle manifestazioni non autorizzate che si svolgono in città. Arrestato, si rivolge al comandante della polizia chiamandolo “gelataio”. Con l’accusa di ingiuria a pubblico ufficiale si ritrova a Firenze nel carcere delle Murate e qui la mattina del 2 dicembre è prelevato dai fascisti della banda Carità per essere fucilato al poligono di tiro delle Cascine.

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