31 dicembre

31 dicembre

Contro ogni speranza la guerra continua e il fascismo è tornato. I bombardamenti aerei angloamericani proseguono violenti, specie sulle città dell’Italia settentrionale. Centinaia di migliaia di famiglie non sanno niente dei loro uomini, militari fatti prigionieri o forse morti.

Il 1943 finisce di venerdì, come di venerdì è cominciato; e finisce male. Si pensava che con l’armistizio dell’8 settembre la guerra fosse finita almeno in Italia; e invece la guerra continua da nord a sud. Si pensava che con l’arresto di Mussolini fosse morto il fascismo; e invece il fascismo è ritornato, peggio di prima.

I bombardamenti aerei angloamericani continuano violenti nel centro e soprattutto nell’Italia settentrionale. Ieri la città di Ferrara è stata devastata nei quartieri popolari. Negli ultimi tre mesi, cioè dopo l’armistizio, il bilancio delle incursioni alleate è di più di seimila morti e di diecimila feriti; più di tremila sono gli edifici distrutti, diecimila quelli danneggiati.

Più di ottocentomila famiglie che aspettavano i loro uomini – militari in Italia, in Francia, nei Balcani; mariti, figli, fidanzati – non sanno niente di loro; o sanno che sono stati presi dai tedeschi e portati chissà dove; in Germania, si dice. Altre centomila famiglie che li sapevano in Africa, ora hanno avuto qualche notizia: sono prigionieri, chi in India, chi nel Texas, chi in Africa del sud. E quelli in Russia, quelli che non sono tornati? Forse prigionieri dei russi, forse morti?

Il bollettino tedesco di guerra scrive che in Russia l’Armata Rossa ha conquistato Zitomir e che le forze germaniche stanno contrastando l’avanzata delle truppe sovietiche. Non parla e non ha parlato di quello che è successo sul fronte italiano, a Ortona, da dieci a tre giorni fa: uno scontro così violento e così prolungato fra una divisione di paracadutisti tedeschi e una divisione di fanteria canadese che Churchill chiamerà Ortona la “Stalingrado italiana” e anni dopo si farà un film, “Natale di sangue”.

I giornali quotidiani, che durante il fascismo erano tenuti a ignorare ogni fatto di cronaca nera, figuriamoci se parlano ora dei primi episodi di lotta partigiana e delle rappresaglie tedesche. Niente si sa di Boves, che è stato il primo eccidio nazista e dove oggi, proprio oggi, ultimo dell’anno, i tedeschi sono tornati a dar fuoco a quelle tre o quattro case che non erano state distrutte, con dentro molti abitanti, nell’incendio appiccato il 19 settembre. Niente si sa degli attentati dei partigiani catturati e fucilati. Al forte Bravetta di Roma è stato fucilato stamani, insieme ad altri otto partigiani, Mariano Buratti, insegnante, partigiano del partito d’azione; avrà la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Non si sa niente o si sa poco. Che succede, che succederà? Ogni tanto si vede un morto ammazzato in una chiazza di sangue sulla strada; spesso una lettiga della Croce rossa guidata di corsa da uomini a piedi. Colpi di pistola e raffiche di mitra si sentono nel buio della notte. Non si vedono giovani; sono nascosti o sono andati, come si dice, “in montagna”; ed è da questo che nelle città la gente ha appreso delle prime bande partigiane. Gli ebrei sono scomparsi. Solo a Roma si è saputo – non dai giornali, certo; solo dalle voci che circolano – degli ebrei rastrellati nel ghetto e portati via. Si sa che gli ebrei sono ricercati dai tedeschi; si sa che qualcuno è nascosto in casa di qualcuno.

La Resistenza come organizzazione politica clandestina e come lotta armata è nata da poco. I partiti politici hanno cominciato due mesi fa a costruire organismi unitari per combattere meglio nazismo e fascismo; e per ora non sono molti, e non sono dappertutto, i giornali di partito stampati e diffusi nascostamente. Non ci sono ancora, affissi sui muri delle case, i manifesti che promettono cinquemila lire e un chilo di sale a chi denunzia un militare che non si è presentato alle armi ed è quindi un disertore punibile con la morte; o un prigioniero inglese o americano fuggito dopo l’8 settembre dai campi di prigionia; o chiunque susciti sospetti e perciò da arrestare e portare nelle cosiddette “case tristi” e torturarlo per conoscere gli organizzatori della resistenza antifascista.

Ma c’è tanta paura in giro, non solo per i bombardamenti aerei, con le sirene di allarme che suonano di giorno e di notte e costringono a rifugiarsi di corsa nelle cantine, col rischio – e spesso succede – di rimanerci sepolti dalle macerie della casa distrutta dalle bombe. La paura è nell’aria; è nelle persone che incontri nella strada o nelle scale dove abiti, e non sai se puoi fidarti o no; è nei reparti militari che la Repubblica Sociale sta formando (la Guardia Nazionale Repubblicana è nata l’8 di questo mese; le Brigate Nere nasceranno nel giugno dell’anno prossimo) e percorrono le strade con aria spavalda e minacciosa. È da questa paura che nella maggior parte della gente nascerà presto la solidarietà, il fenomeno più bello di questi tempi terribili; la voglia di aiutarsi l’un con l’altro, di proteggersi, senza tener conto di differenze sociali, di classe o di cultura. Tutti eguali di fronte ai pericoli che ti minacciano in ogni momento della giornata, tutti eguali pensando a un futuro i pace e di libertà.

Tutti eguali anche perché per tutti o quasi c’è poco da mangiare. Da tre anni i generi alimentari sono razionati e la tessera annonaria garantisce solo la metà o un terzo del fabbisogno giornaliero. Molti la chiamano la “tessera della fame”. Quest’anno le razioni sono via via diminuite, di più o di meno secondo la produzione industriale o agricola, secondo i mezzi di raccolta e di trasporto. Il pane è stato ridotto dovunque e in alcune località i panettieri sono stati autorizzati ad aggiungere alla farina di grano un venti per cento di farina di patate. Per tutto lo scorso mese di novembre a Milano sono stati distribuiti un chilo di patate, 100 grammi di fagioli, 50 grammi di salumi, 150 grammi di carne (compreso l’osso), un decilitro di olio, 200 grammi di burro e 100 grammi di grasso di maiale. In qualche città è stato razionato anche il sale: 400 grammi al mese.

A Brindisi, nell’appartamento dell’ammiraglio Rubartelli nel Castello svevo fa freddo. Il carbone è poco e le stufe stanno per spengersi. Il re è silenzioso e così la regina, con la caviglia ingessata dopo la caduta e la frattura di due settimane fa. Il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo e consigliere, ha tirato fuori da una credenza e messo sul tavolo la bottiglia di spumante che aveva portato l’11 novembre, compleanno del re. Ma anche questa volta nessuno ha avuto l’animo di stapparla.

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