30 settembre

30 settembre

Le “quattro giornate di Napoli”: una città, devastata da tre anni di bombardamenti, che insorge contro le violenze, le angherie, le ruberie dei militari tedeschi, comandati da un colonnello folle; una rivolta spontanea combattuta da giovani e vecchi, intellettuali e scugnizzi.

Dopo tre giorni di combattimenti Napoli è oggi una città libera. Gli ultimi reparti tedeschi hanno lasciato la città in nottata e i reparti della quinta armata americana arriveranno forse domani. Nella sede del liceo “Sannazzaro” al Vomero il professore Antonio Tarsia, 70 anni, capo di uno dei comandi degli insorti, dichiara di assumere temporaneamente i pieni poteri civili e militari. C’è ancora da ripulire qualche quartiere, dove cecchini fascisti sparano all’impazzata, in piazza Montecalvario, al Largo della Carità, a Porta Capuana. Alle 11.30 scariche di fucileria anche al Vomero, contro le finestre del liceo.

L’insurrezione è cominciata il 27, quasi per caso1. È stata una rivolta popolare, specie di giovani, di “scugnizzi”, la generazione che verrà chiamata dei “guagliune surdate”. Nessuno l’ha organizzata, non c’erano comitati rivoluzionari, c’era soltanto un popolo che finalmente, all’improvviso, si è ribellato, giovani e vecchi, contro le violenze, le prepotenze, le angherie, le ruberie dei tedeschi; insomma la rabbia della gente contro l’odio che l’esercito tedesco le aveva manifestato da giorni, mostrando di avercela non con il nemico, gli angloamericani, ma proprio con loro, i napoletani.

L’ultima mascalzonata i tedeschi l’hanno fatta la notte scorsa a San Paolo Belsito, nei pressi di Nola, dove in una villa era stata portata, per preservarla dai bombardamenti, una gran parte dell’archivio storico di Napoli, nato nel 1808 con Gioacchino Murat. Un reparto tedesco in ritirata gli ha dato fuoco, così, per dispetto, e sono andati distrutti, fra gli altri, tutti i 378 volumi in pergamena che costituivano la Cancelleria dell’epoca angioina.

Fino a un mese fa i tedeschi non si erano comportati male con i napoletani e i napoletani con i tedeschi. Semmai i napoletani ce l’avevano con gli angloamericani, che dall’inizio della guerra hanno bombardato la città più di cento volte (addirittura 181 ha scritto qualcuno, contando anche i bombardamenti minori).

Il bombardamento più terribile è stato il 4 agosto, perché tutti ricordassero che, come aveva detto Badoglio il 25 luglio dopo l’arresto di Mussolini (“la guerra continua”), la guerra non era finita. Una formazione di quattrocento B24 americani, i quadrimotori che saranno chiamati “fortezze volanti”, ha sganciato bombe da 500 libbre non solo sul porto, ma in tutta la città. Il bombardamento è durato dalle 13,35 alle 14,50. Non è stato risparmiato niente, né il Palazzo Reale, né gli alberghi di via Caracciolo, né le strade più famose, Chiaia, Piedigrotta, piazza del Plebiscito. Il Monastero di Santa Chiara, la basilica gotica trecentesca, e parte del settecentesco chiostro delle Clarisse con le sue belle maioliche, sono andati in fiamme, e l’incendio è durato 48 ore. I civili morti sono stati più di tremila.

Una tragedia è stata anche il 28 marzo, quando nel porto, davanti al rione di Sant’Erasmo, è saltata in aria la motonave “Caterina Costa”, carica di materiale bellico destinato alle forze armate italiane in Tunisia: 790 tonnellate di carburante, 1700 tonnellate di munizioni, tanti carri armati e alcune centinaia di militari italiani e tedeschi. Parti roventi di nave e di carri armati sono finite in via Atri e in piazza Carlo III; altri pezzi hanno raggiunto piazza Mercato e il Vomero ed altri ancora hanno incendiato vagoni in sosta alla stazione Centrale.2

Anche l’inizio di questo drammatico settembre ha visto cadere bombe sulla città; il primo del mese e il pomeriggio del 6; anche il 7 e l’8. E così i morti dall’inizio della guerra sono saliti a più di 22 mila, decine di migliaia i feriti, più di centomila gli appartamenti distrutti.

Nel rapporto fra napoletani e tedeschi tutto è cambiato l’8, subito dopo l’annunzio dell’armistizio. Converrà raccontare dall’inizio la storia di questo drammatico mese di settembre; non solo le “quattro giornate”, dal 27 al 30, ma anche quello che è accaduto nei venti giorni che le precedono

8 settembre, sera. Con la mancanza della corrente elettrica in molti quartieri della città pochi hanno ascoltato il comunicato letto alla radio da Badoglio un po’ prima delle 8. La notizia però circola subito per la città, molta folla si raduna in piazza del Plebiscito, dove è la sede del Comando della difesa territoriale. La notizia viene confermata. Uno scroscio di applausi e grida di “pace, pace”. C’è gente che si abbraccia, che urla, che piange. A un certo momento si alza una voce, è di un maresciallo di fanteria3: “Ricordatevi che non siamo soli in casa. Conteniamo la nostra gioia per non offendere coloro che finora hanno combattuto al nostro fianco e che sono nostri ospiti”.

Ospiti? In città ci sono alcune centinaia di soldati tedeschi addetti ai comandi e alle batterie contraeree e un gruppo di combattimento della divisione “Göring” acquartierata nei dintorni: con la 15a divisione a Villa Literno e la 16a corazzata nel Salernitano; ventimila uomini in Campania, duemila a Napoli. Gli italiani sono di più: il XIX corpo d’armata al comando del generale Riccardo Pentimalli (la divisione “Pasubio” e cinque battaglioni delle difesa costiera) e le truppe territoriali al comando del generale Ettore Del Tetto. In città un totale di novemila uomini contro i duemila tedeschi.

La mattina del 2 un tenente colonnello è partito in auto dallo Stato maggiore dell’esercito a Monterotondo per portare al Comando della 7a armata a Potenza la Memoria 44op4 con le disposizioni da trasmettere ai Comandi dipendenti (quindi anche a Napoli) sull’atteggiamento da tenere con i tedeschi nell’ipotesi di loro azioni aggressive. La Memoria o, almeno, una sintesi della Memoria è arrivata in tempo utile anche ai generali Pentimalli e Del Tetto? Probabilmente no. La Memoria, comunque, non parla dell’armistizio imminente e contiene ordini generici (vigilare, evitare sorprese, rinforzare le protezioni, presidiare edifici e Comandi e così via).

I Comandi tedeschi hanno invece da tempo disposizioni precise e hanno già deciso che cosa fare. Nella notte fra l’8 e il 9, subito dopo l’annunzio dell’armistizio, occupano aeroporti, batterie costiere, posti di avvistamento e cominciano a stabilire blocchi stradali.

Il 9, giovedì. Arriva la notizia che nella notte gli angloamericani hanno cominciato lo sbarco a Salerno. I tedeschi intensificano le loro operazioni. Richiesto di istruzioni, il generale Del Tetto, che comanda la difesa territoriale, risponde ai Comandi locali: “Cercate di tergiversare, non irritate i tedeschi e trattate bene gli inglesi che stanno per arrivare”5. Il generale Pentimalli dirama un’ordinanza ai cittadini: per evitare incidenti con i tedeschi sono vietati gli assembramenti.

Il 10, venerdì, e sabato 11. I tedeschi occupano gli aeroporti di Capodichino e di Pomigliano d’Arco. In Campania a nord e a sud di Salerno crolla tutto il sistema di copertura costiera e cadono le guarnigioni di Capua, Aversa, Caserta, San Giorgio a Cremano. A Napoli i tedeschi attaccano la caserma “Regina Elena” e le caserme dei carabinieri di San Potito e di Poggioreale. Nel pomeriggio il maggiore Di Gennaro, ufficiale italiano di collegamento presso la divisione “Göring”, si presenta al generale Pentimalli con la richiesta tedesca di consegna delle armi. Il comandante del XIX corpo d’armata respinge la richiesta e risponde che “se i tedeschi si impegnano a non commettere atti di violenza contro la popolazione civile, farà tenere le truppe nelle caserme”.

In quelle stesse ore un episodio nella vicina cittadina di Nola – il primo episodio grave – spiega quello che sta per accadere e accadrà anche a Napoli. Tre ufficiali del 48o reggimento artiglieria comandato dal colonnello Di Pasqua escono dalla caserma in piazza d’Armi. Una autoblindata tedesca della divisione “Göring” li ferma e l’equipaggio chiede loro la consegna delle armi. I tre ufficiali rifiutano. I tedeschi ripetono con arroganza l’ingiunzione con i mitra puntati. Gente scende dalle case e qualche civile ha un fucile. È difficile dire chi spara per primo, ma c’è una sparatoria di militari e di civili e un militare tedesco cade a terra morto. I suoi compagni lo portano via e l’autoblindata si ritira.

La mattina seguente il colonnello Di Pasqua decide di inviare con una bandiera bianca un ufficiale, il tenente Odoardo Carrelli, seguito da un altro ufficiale, due sottufficiali e tre soldati, a parlamentare col comandante del reparto tedesco per tentare di comporre l’incidente. La risposta è una raffica di mitra che uccide il tenente Carrelli.

I tedeschi fanno sapere di ritenersi soddisfatti: un morto per parte. Chiedono di ottenere del carburante; entrano in quaranta nella caserma, accolti dal comandante del reggimento e dal corpo di guardia. Appena entrati, spianano i mitra e li disarmano. Poi costringono il comandante a fare uscire gli artiglieri; fanno allineare il comandante Di Pasqua e altri nove ufficiali scelti a caso e li fucilano (e poi uno sparo di pistola alla nuca, per sicurezza) davanti alla truppa, che viene fatta prigioniera. “Questa è la rappresaglia” dice l’ufficiale tedesco “per il nostro camerata ucciso ieri. Così la divisione Herman Göring punisce i traditori”.6

Nelle giornate dell’11 e del 12 a Napoli i tedeschi vincono le ultime resistenze. Occupato il palazzo dei telefoni, occupata la caserma dei carabinieri “Pastrengo”. A Castel dell’Ovo, dove si sono barricati venti artiglieri del 21o centro di avvistamento e una quarantina di civili, un carro armato e alcune autoblindate aprono una breccia; militari e borghesi vengono catturati e fucilati in fila in via Partenope.

Nel pomeriggio del 12 carri armati e artiglieria leggera circondano l’università e ammassano nel Rettifilo seimila parsone, fra cui donne e bambini. Sfondano con una cannonata la porta dell’università, non trovano “ribelli” all’interno, come credevano, né armi né munizioni; allora versano benzina dovunque e danno fuoco, dopo essersi impadroniti degli strumenti del reparto scientifico. Ai seimila tolgono orologi e portafogli. Cominciano così anche i saccheggi: di una sartoria in via Mezzocannone, di una farmacia in piazza Nilo, dei magazzini “Unica” e di un magazzino di radiogrammofoni nel Rettifilo7

Ma chi è il comandante dei tedeschi a Napoli? È un certo Scholl, colonnello; di lui si sa poco o niente8, neppure il nome, se Hans o Walter. Qualcuno dice che ha ricevuto un ordine, giunto per corriere da Berlino: “In caso di avanzata degli angloamericani sbarcati a Salerno non abbandonare Napoli prima di averla ridotta in cenere e fango”. Il 12 il colonnello Scholl firma (proprio così: “Firmato Scholl colonnello”) un proclama che sarà affisso domani sui muri della città:

“1. Con provvedimento immediato ho assunto da oggi il Comando assoluto con pieni poteri della città di Napoli e dintorni. “2. Ogni singolo cittadino che si comporta calmo e disciplinato avrà la mia protezione. Chiunque però agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche sarà passato per le armi. Inoltre il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell’autore verranno distrutti e ridotti a rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte. “3. Ordino il coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6. Solo in caso di allarme si potrà fare uso della strada per recarsi al ricovero vicino. “4. Esiste lo stato d’assedio. “5. Entro 24 ore dovranno essere consegnate tutte le armi e munizioni di qualsiasi genere, ivi compresi i fucili da caccia, le granate a mano, ecc. Chiunque, trascorso tale termine, verrà trovato in possesso di un’arma, verrà immediatamente passato per le armi. La consegna delle armi e munizioni si effettuerà alle ronde militari germaniche. “6. Cittadini mantenetevi calmi e siate ragionevoli. Questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un gran numero di soldati e ufficiali germanici che non facevano altro che adempiere ai propri doveri furono vilmente assassinati o gravemente feriti, anzi in alcuni casi i feriti anche vilipesi e maltrattati in modo indegno da parte di un popolo civile”.

Nessun civile obbedisce all’ordine di consegna delle armi e nella giornata del 12 e il lunedì 13 vengono uccisi decine di militari italiani e 27 civili nelle vie della città; 185 persone sono ricoverate negli ospedali. Più di quattromila militari e cittadini sono fatti prigionieri e trasportati alla stazione per essere deportati.9 Le caserme sono state aperte; i militari in fuga o catturati. Il generale Pentimalli e il generale Del Tetto prima si rifugiano in convento, poi in abitazioni civili; si vestono in borghese e poi lasciano la città10. Il 13, lunedì, Napoli vive una giornata di incubo. Oltretutto la razione di pane, ridotta progressivamente da 200 grammi a 150 e poi a 50, viene soppressa del tutto.

È la fame per un milione di persone. E poi rastrellamenti, fucilazioni, saccheggi, carri armati che sparano contro qualsiasi assembramento. E una usanza che diventa abituale: gente che viene raccolta, a volte centinaia di cittadini, per assistere a un frequente spettacolo, una fucilazione; ora otto militari stranieri prigionieri di guerra in via Cesario Console; ora, sulle scale dell’università, un marinaio italiano, soltanto perché sospettato di essere armato.

Così nei giorni seguenti e poi, il 23, un altro proclama di Scholl: tutti gli uomini che abitano a Napoli e nei comuni di Pozzuoli e Resina, appartenenti alle classi dal 1919 al 1925, devono presentarsi per il “servizio obbligatorio del lavoro”, portando con sé il “vestiario occorrente per una lunga assenza”. Come dire: tutti gli uomini dai 18 ai 34 anni abbandonino città, casa, famiglia per andare a lavorare chi sa dove e chi sa per quanto tempo.

Ancora un proclama il giorno dopo, il 24: lo sgombero entro le 20 di tutta la fascia costiera cittadina fino a una distanza di trecento metri dal mare; in pratica 240 mila persone vengono costrette ad abbandonare le proprie case per permettere una “zona militare di sicurezza”.

Il 27 un altro folle proclama di Scholl: ” Aldecreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno risposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati”.

La fucilazione immediata di migliaia di cittadini presi nelle strade? Napoli non ne può più e questo sarà l’ultimo proclama di Scholl. Per la rivolta dei napoletani non c’è una preparazione clandestina, non ci sono piani organizzativi, non ci sono accordi e collegamenti neppure di base. Di attività politica in questa città devastata ce n’è stata poca, sia da parte fascista, sia da parte antifascista. A Napoli l’antifascismo è rimasto ai piani alti, con nomi che diventeranno famosi: Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Arturo Labriola, Manlio Rossi Doria, Emilio Sereni, Eugenio Reale, tutti all’ombra del grande maestro di pensiero e di libertà che è Benedetto Croce. E Croce prima si è riparato a Sorrento nel dicembre dello scorso anno, poi a Capri il 15 di questo mese. Qualcuno gli ha detto di un progetto tedesco di prenderlo come ostaggio.11

La rivolta è improvvisa e spontanea. È difficile perfino sapere quale scintilla ha dato fuoco alle polveri. Il fatto è che il 27 gli uomini di Scholl, non avendo più niente da portare via dalle fabbriche e dai depositi, hanno cominciato fin dal primo mattino a saccheggiare i negozi. Si sa di un episodio, nel pomeriggio12: un autocarro tedesco si ferma davanti alla “Rinascente” e carica tutte le stoffe che trova; poi i tedeschi chiedono al cassiere i soldi della cassa; ma soldi non ce ne sono perché in questi giorni non si vende niente; i tedeschi insistono col cassiere, lo spingono, lo fanno cadere per terra; in un impeto di rabbia il cassiere tira fuori una rivoltella e spara; accorrono gli altri commessi e anche gente di fuori; circondano i tedeschi, li colpiscono con quello che capita loro fa le mani, si impadroniscono delle armi; i tedeschi scappano, abbandonando anche l’autocarro carico di merce.

La notizia corre nella città. Chi ha paura di essere catturato e chi ha qualcosa da salvare, tutti si riuniscono, corrono nelle caserme, dove, nascoste, ci sono ancora armi, qualche fucile, qualche bomba a mano; ma molti si armano soltanto di coltelli e di bastoni. Gli episodi sono tanti e pochi i cronisti che li racconteranno. I bersagli sono soprattutto i tedeschi che saccheggiano i negozi, poi anche quelli che camminano nelle strade, isolati o in gruppo.

Il primo scontro cruento è al quadrivio di via Scarlatti e via Cimarosa, fra giovani studenti e militari tedeschi; parecchi i morti, da una parte e dall’altra. Altri scontri a San Ferdinando, Largo della Carità, piazza Dante, via Pessina e Santa Teresa al Museo; poi, più violenti, in via Foria, a Capodimonte, San Giovanni a Teduccio, Doganella, Porta San Gennaro, Capodichino e Largo del Reclusorio. Si organizzano i primi comandi partigiani: al Vomero, a Montecalvario, al Duomo, a Chiaia, all’Avvocata, a Posillipo, a corso Garibaldi. I tedeschi reagiscono con violenza, con retate di civili, con i carri armati là dove gli insorti gli impediscono di minare strade e ponti in previsione dell’arrivo delle truppe alleate.

Un racconto12: “In via Nuova di Capodimonte è giunto verso le 15.30 un automezzo tedesco che si è fermato accanto alla stazione superiore dell’Ascensore della Sanità, quasi al centro del ponte omonimo. Dall’alto della vettura quattro tedeschi con le armi in pugno sono rimasti a scrutare la strada nelle due direzioni. Altri sono discesi, curvi sotto il peso di cassette di dinamite e, sollevato un chiusino, si sono apprestati a minare il ponte. Alcuni marinai fuggiaschi, che il portiere di uno stabile di via santa Teresa aveva nascosto in casa e provvisti di armi, sono usciti nella strada e si sono lanciati contro i guastatori sparando a bruciapelo. Vi è stato, fra gli assaliti, un momento di smarrimento, di cui i nostri hanno approfittato per impadronirsi della dinamite e farla scomparire. I tedeschi, forti delle loro pistole mitragliatrici, hanno incalzato gli assalitori fino all’altezza di via Santa Francesca a Fonseca, ma qui sono stati accolti da un violento fuoco di fucileria dalle finestre delle case, Uno di loro è morto, un altro è rimasto ferito; tutti allora sono indietreggiati, sono saliti sul loro autocarro che si è mosso veloce verso Capodimonte”.

Per ostacolare i movimenti degli automezzi e dei carri armati tedeschi sono state erette barricate, una quindicina, alcune rovesciando i tram. Quattro le più importanti, attorno alle quali si è combattuto più aspramente: tra l’angolo di via Costantinopoli e il gomito della rampa di San Potito; nei pressi dell’ospedale militare al Corso; all’angolo del vico Carlo De Cesare; la quarta era un caposaldo più che una barricata, in via santa Teresa sulla terrazza delle Maestre Pie Filippine, da dove si poteva controllare la via che viene da Capodimonte, centro delle forze corazzate tedesche.

Proprio da Capodimonte, ieri, il 29, sono scesi quattro carri armati diretti verso il centro per dare man forte a un gruppo di tedeschi rimasti asserragliati nel palazzo dell’Intendenza di finanza in via Roma. Il combattimento è stato breve ma violento. Sulla terrazza sono morti quattro napoletani; uno di loro, il dodicenne Gennaro Capuozzo, sarà decorato di medaglia d’oro alla memoria.

Il bilancio degli scontri delle “quattro giornate” non sarà concorde. Secondo alcune fonti, negli scontri sono morti 170 insorti e 150 cittadini inermi. Secondo la commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano i morti sono stati 155; nei registri del cimitero di Poggioreale sono invece 562. I combattenti, secondo la commissione, sono stati 1589, ai quali va aggiunta parte della popolazione che ha fatto una resistenza civile e non violenta.

A Napoli sarà conferita la medaglia d’oro al valor militare con la seguente un po’ retorica motivazione: “Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche, sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle ‘Quattro Giornate’ di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria. Napoli 27 – 30 settembre 1943”.

Uno squadrone di Dragoni del re, il reparto inglese della 5a armata americana, entrerà in città domani alle 9 e mezzo. Il generale Mark Wayne Clark, che comanda l’armata, arriverà un’ora dopo col grosso delle truppe. L’intenzione era di fare un ingresso trionfale: Clark in piedi su un blindato scoperto in mezzo a una folla di napoletani festanti. Lo Stato maggiore ha però sbagliato tutto. Dalla statale 18 si entra nel quartiere di San Giovanni; non ci sarà nessuno nelle strade e nessuno sembrerà essere nelle case. Una città spettrale dirà poi Clark. Certo; in previsione dell’arrivo degli inglesi i tedeschi hanno minato tutte le case e gli abitanti sono scappati via da giorni. E poi, per i napoletani, è piazza del Plebiscito la piazza dove per tradizione si presentano gli eroi conquistatori; ed è in piazza del Plebiscito che il generale Clark troverà migliaia di napoletani che lo acclameranno e abbracceranno i soldati a piedi e nelle jeep e si inginocchieranno e gli baceranno gli stivali. Si capisce perché domani sera Clark invierà un messaggio alla moglie: “Ti regalo Napoli per il tuo compleanno. Ti amo Wayne”.


1 Le “Quattro giornate di Napoli” in realtà sono state tre, dal 27 al 30; la mattina del 30 i tedeschi si erano tutti ritirati dalla città; è continuata soltanto la lotta contro i cecchini fascisti.

2 Intorno alle 15 del 28 marzo a bordo della “Caterina Costa” si è sviluppato un incendio, non si sa se accidentale o doloso, che non ha potuto essere domato e ha portato, tre ore dopo, allo scoppio del carico. Ecco la cronaca di Roberto Ciuni, giornalista del “Mattino” di Napoli: “Napoli si sveglia ai primi scoppi provocati dalla benzina che si sparge, ardendo, sull’acqua del porto. Buona parte dell’equipaggio si mette in salvo sulla banchina, a cominciare dal comandante, ma i soldati, addormentati sotto coperta, trovano le vie di fuga sbarrate dal fuoco: dei cento italiani alloggiati a poppa non si salva nessuno. Non si tratta di attacco aereo, quindi niente sirene d’allarme. I napoletani sentono le deflagrazioni, vedono pennacchi di fumo, odono le ambulanze che vanno avanti e indietro. Alla direzione dei Vigili del fuoco l’allarme arriva dieci minuti dopo le due del pomeriggio: in banchina, l’ingegnere Tirone, il comandante, trova il capitano della nave che lo mette in guardia: sulla “Caterina Costa” c’è un carico di bombe che può scoppiare da un momento all’altro, consiglia di affondarla. Di fronte al rischio, Tirone ritira la sua squadra impegnata a cercare di spegnere l’incendio. Alle 15 un colonnello sostiene che non c’è pericolo. Un’ora dopo un maggiore della Capitaneria di porto informa che non è possibile affondare la nave, dato che già tocca il fondo. Alle 17,39, al termine di una giornata dove si sono mescolate leggerezze inaudite da parte di tutti i dirigenti coinvolti, incapacità tecniche dei responsabili militari, ritardi nel chiedere soccorsi adeguati, la “Costa” salta in aria: le fiamme hanno raggiunto la stiva numero due, quella dell’esplosivo. La banchina sprofonda; un pezzo di nave piomba su due fabbricati al Ponte della Maddalena, abbattendoli; la metà d’un carro armato cade sul tetto di un palazzo di Via Atri; i Magazzini Generali del porto prendono fuoco; alla Stazione centrale le schegge appiccano incendi ai vagoni in sosta. Il Lavinaio, il Borgo Loreto, l’Officina del Gas, i Granili, la caserma Bianchini, la Navalmeccanica, l’Agip; dovunque arrivano lamiere mortali. E dovunque, vetri rotti, porte e finestre sfondate, cornicioni sbriciolati dall’esplosione. Per spegnere l’incendio sul relitto i vigili dovranno lavorare fino all’indomani. Le vittime saranno 549; i feriti, oltre tremila. Tra questi il vice comandante della Capitaneria di Porto ripescato a mare”.

3 In “Vent’anni fa Napoli insorse contro i tedeschi” di Gianni Po; dal mensile “Historia”, Del Duca editore, novembre 1963.

4 Si veda la giornata del 2 settembre.

5 Testimonianza del colonnello Barberini, comandante de 2o reggimento artiglieria, acquartierato nella caserma Secondigliano; in “Napoli contro il terrore nazista”, di Corrado Barbagallo, casa editrice Maone, Napoli, 1944.

6 Da “L’eccidio di Nola” di Pietro Manzi, 1956. Ulteriori informazioni si trovano anche in http://www.it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Nola

7 Anche queste cronache sono in “Vent’anni fa Napoli insorse contro i tedeschi” di Gianni Po, nel mensile “Historia”, Del Duca editore, 1963.

8 I suoi proclami sono firmati soltanto col cognome Scholl oppure con “Il comandante di Napoli”. Nelle celebrazioni delle “Quattro giornate” il Comune di Napoli gli dà il nome Hans; altri lo chiamano Walter. In ogni caso non è da confondere con Hans Fritz Scholl, uno dei fondatori del movimento cristiano antinazista chiamato “Rosa bianca”; nato nel 1918, Hans Scholl fu condannato a morte e fucilato nel 1943.

9 In “Le quattro giornate di Napoli” di Pietro Secchia, Feltrinelli, 1973.

10 Il generale Riccardo Pentimalli fu arrestato nel 1944 e accusato di collaborazionismo e della mancata difesa di Napoli. Per l’accusa di collaborazionismo fu lo stesso Alto Commissario per la punizione dei delitti fascisti a proscioglierlo “perché il fatto non sussiste”, ma, processato per “abbandono di comando”, il 24 dicembre 1944 fu condannato dall’Alta Corte di Giustizia – con sentenza dichiarata inappellabile – a 20 anni di reclusione. Il 27 dicembre 1946 (l’anno della sconcertante “amnistia Togliatti”) la Corte suprema di cassazione, sezioni unite penali, stabilì che le sentenze dell’Alta Corte erano inappellabili solo se “giuste”, riconobbe che in precedenza v’era stata “l’inosservanza di quel minimo di elementi che garantiscono il regolare svolgimento di un processo”, annullò la sentenza dell’Alta Corte e ordinò la sua immediata scarcerazione. Anche il generale Del Tetto fu arrestato e condannato, insieme al Pentimalli, anche lui a 20 anni di reclusione; poi si sa solo che morì nel carcere di Procida, in circostanze poco chiare, il 18 aprile 1945.

11 Si veda la giornata del 15 settembre

12 Dalla cronaca di Nino Aversa in “Napoli sotto il terrore tedesco”, Napoli,1943.

30 settembre – Di più

– Un lungo racconto con numerose, ma non tutte attendibili, informazioni sulle “quattro giornate” è in http://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_giornate_di_Napoli


Alcune informazioni sicure: alla memoria delle “Quattro Giornate di Napoli”, è stata dedicata l’omonima piazza Quattro Giornate, nel quartiere Vomero, in prossimità dello stadio Arturo Collana, oggi sede della stazione Quattro Giornate della Linea 1 della Metropolitana di Napoli, già teatro della maggior parte degli scontri dell’insurrezione. Lapidi commemorative si trovano in via Belvedere (Masseria Pagliarone), sempre al Vomero, in via Luigi Sturzo (Masseria Pezzalonga), all’Arenella, e all’ingresso del Palazzo della Borsa, in Piazza Bovio.

Un monumento “allo scugnizzo”, figura simbolo dell’insurrezione, sorge invece alla Riviera di Chiaia, in piazza della Repubblica. Il monumento fu progettato dallo scultore Marino Mazzacurati nel 1963 e consiste in una statua di pietra che ritrae gli scugnizzi su ognuno dei quattro lati della scultura.


Queste le decorazioni al Valor Militare assegnate nel dopoguerra:
– medaglie d’oro (alla memoria): Gennaro Capuozzo, detto Gennarino, (12 anni), Filippo Illuminato (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni), Mario Menechini (18 anni)
– medaglie d’argento: Giuseppe Maenza (alla memoria), Giacomo Lettieri (alla memoria), Antonino Tarsia in Curia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances, Francesco Pintore, Nunzio Castaldo.


Alla rivolta delle Quattro Giornate sono stati dedicati due film: il primo, “O sole mio“, girato da Giacomo Gentilomo nel 1945, appena due anni dopo gli eventi, ed il secondo, intitolato proprio “Le quattro giornate di Napoli“, nel 1962, diretto da Nanni Loy e candidato all’Oscar come miglior film straniero e come migliore sceneggiatura. L’episodio storico dell’insurrezione napoletana è stato rievocato anche nel finale del film “Tutti a casa” (1960) di Luigi Comencini.

Il cantautore Eugenio Bennato ha dedicato all’avvenimento ed in particolar modo alla figura dello “scugnizzo” la canzone “Canto allo scugnizzo”, contenuta nell’album “Musicanova” del 1978. Canzone poi ripresa nel 1998, dal gruppo napoletano 24 Grana, col titolo “Scugnizzi”.


– Le “Quattro giornate” sono state raccontate anche da Pietro Secchia (1903-1973), che è stato un dirigente e uno storico memorialista del Partito comunista italiano. Il racconto è in www.resistenze.org.


– Le disgrazie dei napoletani non finirono con la liberazione della città. Nelle case non c’era più l’acqua corrente, perché i tedeschi avevano fatto saltare in sette punti il grande acquedotto e svuotato i serbatoi municipali.; avevano anche distrutto con la dinamite, gettata nei chiusini, una quarantina di fognature. In molti quartieri mancava anche l’elettricità, perché non c’erano più generatori e sottostazioni; tutto rovinato. Più che frenare l’avanzata degli americani sembrava che i tedeschi avessero voluto vendicarsi dei napoletani. Avevano spezzato le ruote dei tram e tagliato le gomme degli autocarri della spazzatura. Avevano bloccato una galleria ferroviaria facendo scontrare dei treni. Avevano messo cariche di esplosivo non solo nelle caserme, ma anche nelle scale dei grandi caseggiati per impedire di salire nei piani alti.

I grandi alberghi sul lungomare erano stati sventrati con le bombe e svuotati di biancheria e arredi. Il palazzo reale non aveva più finestre; il tetto sfondato e la cappella demolita con la dinamite. Nel porto trenta grandi navi e più di trecento rimorchiatori e barconi e barche erano sott’acqua e se ne vedevano soltanto le ciminiere o gli alberi; molte navi erano state minate e inabissate; bruciati montacarichi e magazzini, sabotate e demolite tutte le gru, più di trecento. La darsena era ostruita da una dozzina di carri ferroviari e da un paio di gru da 80 tonnellate rovesciate nell’acqua. Davanti alle banchine non c’erano più edifici ma solo macerie disseminate di mine.

La città era piena di bombe a tempo. La prima esplose alle 14.10 del 7 ottobre nell’angolo sudovest del palazzo della posta centrale in via Monteoliveto. La seconda la mattina di domenica 10 ottobre, mentre il generale Clark e un migliaio di soldati americani assistevano nella cattedrale a una messa si ringraziamento. Era saltata in aria buona parte della vicina caserma principe di Piemonte. In un’altra sezione della caserma gli sminatori che rastrellavano le macerie scoprirono una tonnellata di esplosivo dentro alcuni scatoloni impilati uno sopra l’altro; il timer era programmato per le 7 del martedì successivo.

Le bombe continuarono ad esplodere per tre settimane e gli sminatori furono costretti a setacciare centinaia di edifici. Verso la fine di ottobre tornò la corrente elettrica. All’annunzio, la paura che scoppiassero altre bombe nascoste spopolò la città e decine di migliaia di napoletani scapparono sulle colline vicine. La luce si riaccese senza incidenti e tutti tornarono nelle loro case.

Il 13 di ottobre l’acqua riprese a scorrere nei rubinetti e non si videro più le lunghe code che la gente aveva fatto per giorni davanti a una diecina di fontanelle, guardate da sentinelle armate con le baionette inastate per evitare disordini; e non c’era più chi cercava di raccogliere acqua dai tubi rotti delle fognature. C’era però ancora tanta fame. Da tempo non si vedevano più gatti e qualcuno notò che anche i pesci tropicali dell’acquario erano scomparsi. Nei primi giorni le bancherelle lungo via Chiaia vendevano le uniche cose che si trovavano: ceci, semi di zucca e noccioline. Il mercato nero cominciò subito, lentamente, grazie alle razioni alimentari dei soldati americani, avute in regalo o rubate; ma poi fu portato via via dai napoletani a un eccezionale grado di efficienza quando cominciarono ad arrivare dal Nordafrica, appena il porto in rovina fu messo in condizioni di riceverle, navi piene di grano, di latte condensato, di uova in polvere e di tante altre cose da mangiare che dovevano servire alle truppe alleate, ma che in gran parte finivano al contrabbando.

Da tempo, purtroppo, i soldi erano pochi. In qualche negozio riaperto la media borghesia metteva in vendita cose usate, anche di lusso: guanti di pelle, pizzi veneziani, cappelli per signora, perfino qualche volpe argentata, che era di moda prima della guerra. Il pane era passato da due lire a cento lire al chilo; l’olio era salito fino a 450 lire al litro; le uova trenta lire l’una, prezzi tutti superiori di cento volte a quelli di prima della guerra.

Furti e mendicità erano perciò terribilmente diffusi; e anche la prostituzione. Il segno peggiore era che molte donne si prostituivano non per denaro ma per un chilo di fagioli o una bottiglia d’olio; qualcuna per un pezzo di cioccolata. Il fenomeno più impressionante era però quello dei ragazzi; cominciavano a sei, sette anni, molti erano orfani di genitori morti nei bombardamenti, erano magri, sporchi, vestiti di stracci o di brandelli di uniformi militari; andavano in giro per le strade spavaldi e aggressivi, con una sigaretta sempre in bocca, pronti a rubare; si facevano mascotte dei soldati alleati, specie dei neri, erano i loro procacciatori di sesso e, alcuni, i loro oggetti di sesso.

Nel giro di qualche mese le cose cambiarono. Non le macerie, che rimasero e sarebbero rimaste per parecchi anni, perché nessuno si preoccupava di rimuoverle e di ricostruire; ma, almeno in alcuni quartieri della città, il contrabbando e la prostituzione portarono ricchezza e cibo. I soldati americani venivano pagati in dollari e il dollaro era equiparato a cento lire al cambio ufficiale e anche a duecento al mercato libero. La paga di un soldato semplice corrispondeva a seimila lire italiane (più il vitto, l’alloggio e il vestiario), la paga di un sottufficiale quasi il doppio, undicimila lire, quella di un tenente quasi il quadruplo, 27 mila lire. Gli americani avevano le tasche piene di dollari, potevano spendere e spandere; e in un modo o nell’altro i dollari passavano presto nelle tasche dei napoletani dei bassi. Anche loro venivano chiamati “americani”, ostentando manie di grandezza e lussi grossolani, le donne con zoccoli di legno e anelli d’oro, vesti stracciate e collane preziose al collo. La Napoli povera era diventata Napoli milionaria, come ha detto una commedia (e poi un film) di Eduardo De Filippo*.

 

* “Napoli milionaria!” è una commedia scritta da Eduardo De Filippo e messa in scena il 15 marzo 1945 al riaperto teatro San Carlo di Napoli; sua la regia e naturalmente l’interpretazione. La trama comincia in un basso napoletano nel 1942 e continua dopo la liberazione della città, seguendo le vicende drammatiche e dolorose di quei tempi. È entrata nel linguaggio corrente la frase “Ha da passa’ ‘a nuttata”, nel senso che bisogna sopportare le difficoltà della vita con la speranza che si risolvano. Con lo stesso soggetto Eduardo diresse nel 1950 un film che aveva lo stesso titolo. Il film ebbe successo di pubblico e di critica, ma venne accusato da alcuni settori politici di avere diffamato Napoli e il suo popolo. Eduardo rispose così: “Che cosa deve fare l’artista se non ‘denunciare’ uno stato di cose? Questo è il nostro compito. Io non ho denigrato Napoli, ma in altri film farò vedere com’è veramente, farò vedere gli interni, farò vedere tutta la realtà di Napoli. […] La miseria c’è veramente. Ed io la denuncio”.


– John Steinbeck, autore di romanzi famosi (tra cui “Uomini e topi”, “Pian della tortilla”, “Furore”, pubblicati negli Stati Uniti negli anni Trenta e in Italia negli anno Sessanta), premio Nobel 1962 per la letteratura, seguì le armate americane come corrispondente di guerra per il “New York Herald Tribune”. Nel 1943 era in Italia con la quinta armata americana. Le sue corrispondenze sono state pubblicate da Bompiani nel 2011 (“C’era una volta una guerra”). Ecco una sua corrispondenza sull’accoglienza degli italiani alle truppe alleate.

“Gli italiani possono anche accogliere i conquistatori americani e inglesi in maniere diverse a seconda delle varie zone del paese, ma lo fanno sempre con un entusiasmo che rasenta la violenza. Uno di questi modi fa uno strano effetto sui soldati che non vi siano ancora abituati. La gente del posto si assiepa lungo le strade mentre le truppe sfilano, e le festeggia battendo le mani come se fosse a teatro. Questo fa sì che i soldati marcino molto rigi­damente, sorridendo a disagio, mezzi soldati e mezzi attori.

>”Ma gli applausi sono una manifestazione di entusiasmo discreta in confronto alle altre. Il soldato americano prova un enorme imbarazzo quando si vede assalito da maschi italiani che gli corrono incontro, lo abbracciano come se volessero soffocarlo e gli piantano dei gran baci sulle guan­ce. Gli sembra scortese respingerli, ma non è abituato a essere baciato da altri maschi, quindi si limita ad arrossire e cerca di squagliarsela più in fretta possibile.

“Un terzo modo di mostrarsi grati di essere conquistati consiste nel tirare qualsiasi tipo di ortaggio o frutto di stagione all’arrivo delle truppe di occupazione. In Sicilia l’uva era matura e molti soldati hanno subito l’impatto di grossi grappoli scagliati con le migliori intenzioni del mondo. Uva che finiva immancabilmente per colare dentro la camicia, è così dopo qualche centinaio di metri di marcia i soldati erano fradici di succo d’uva, che tra l’altro ha il difetto di attirare le mosche. Ma non c’è niente da fare, non si può frustrare tanto entusiasmo costringendoli a non tira­re l’uva.

“Una delle operazioni più ridicole e pericolose, comunque, è stata quella dell’assedio e della cattura dell’isola di Ischia. Lì la popolazione, cercando un tributo floreale o vegetale con cui accogliere gli occupanti, aveva deciso che il fiore più adatto fosse l’amarillide rosa. L’amarillide è un fiore tutt’altro che piacevole già di per sé, ma in mano a una folla di italiani entusiasti può trasformarsi in un’arma letale. Un mazzo medio di amarillidi, coi gambi grossi e spessi, può pesare anche quattro chili. Durante la breve sfilata nelle strade di Ischia, diversi soldati sono stati quasi bastonati a morte a colpi di amarillidi, e il lancio accurato di un bouquet di questi terribili fiori ha scaraventato giù dalla macchina un ufficiale della marina. I suoi amici l’hanno proposto per un Purple Heart con la seguente motivazione: ‘Fatto oggetto di un micidiale lancio di amarillidi, il capitano di corvetta X Y riusciva ad aprirsi un varco benché ferito da questa nuova arma segreta’. È difficile salvare la pelle di fronte a un avversario armato di amarillidi.

“Gli italiani devono aver subito una pressione terribile. Adesso che per loro la guerra è finita davvero, sembrano avere tutti un crollo emotivo. Li vedi a gruppetti lungo le strade – uomini, donne, bambini – che stanno lì fermi a piangere. Vogliono disperatamente fare qualcosa per i soldati, ma hanno ben poco da dargli. Bottiglie di vino, fiori, qualsiasi specie di piccolo dono. Corrono in chiesa a pregare, poi, temendo di perdersi qualcosa, corrono di nuovo in strada per guardar passare altri soldati. In Italia i militari italiani rispondono immediatamente all’ordine di deporre le armi. Ammucchiano in strada i loro fucili con una velocità tale da far pensare che non vedessero l’ora di liberarsi una volta per tutte di quei maledetti arnesi. Ma qualunque sia la verità rispetto al governo fascista, è immediatamente chiaro che i piccoli italiani non sono mai stati nostri nemici. Intere città non potrebbero accoglierci con tanto affetto se non fosse autentico”.

Leave a Reply