3 dicembre

3 dicembre

In Montenegro nasce la divisione partigiana Garibaldi; verrà inquadrata nell’esercito di liberazione jugoslavo come una regolare unità italiana. Ma qual è la sorte di tutte le migliaia di ufficiali e soldati italiani dei reparti rimasti senza ordini dopo l’armistizio dell’8 settembre?

Ieri a Pljevlja, una cittadina del Montenegro, a nord, quasi al confine con la Bosnia Erzegovina, è nata la divisione italiana Garibaldi, che raccoglie e continuerà a raccogliere reparti e militari italiani sbandati nei Balcani dopo l’armistizio dell’8 settembre. Verrà chiamata divisione partigiana, ma sarà inquadrata come unità regolare dell’esercito italiano nel secondo Korpus dell’esercito popolare jugoslavo di liberazione; con le stellette e i contrassegni dei reparti di provenienza: la divisione di fanteria Venezia e la divisione alpina Taurinense, che già si trovavano in Montenegro, e poi, dalla Dalmazia, le divisioni Zara e Bergamo. Diventati partigiani, i soldati della Garibaldi avranno, intorno al collo, quando li troveranno, i fazzoletti rossi; rossi come le camicie garibaldine per alcuni, rossi come la bandiera comunista per altri.

Al comando della Garibaldi è il generale Giovanni Battista Oxilia, già comandante della divisione Venezia; nel febbraio dell’anno prossimo sarà sostituito del generale Lorenzo Vivaldi, già comandante della divisione alpina Taurinense; dal 2 luglio fino la fine della guerra comandante sarà il maggiore Carlo Ravnich1, già comandante del gruppo Aosta. Ravnich, 40 anni, è un istriano di Albona.

La nascita e la vita della divisione Garibaldi saranno raccontate dal Carlo Ravnich in un’intervista del 19802:

“All’annunzio dell’armistizio non avevamo nessuna intenzione di attaccare gli amici del giorno prima. Sono stati loro a vessarci in ogni modo possibile. Hanno lanciato manifestini invitando le popolazioni a distruggerci, attribuendoci crimini che non avevamo commesso, comprimendoci in ogni modo possibile per costringerci alla resa, pur essendo noi alpini nel Montenegro in grandissima superiorità di forze rispetto a loro.

Chiede l’intervistatore: “Che cosa vi ha deciso ad andare con i partigiani di Tito?”. “Devo dire anche che non avevamo nessuna intenzione di andare con i partigiani, che in quel momento erano anche assenti dal Montenegro. Forse avremmo preferito andare con i cetnici, i nazionalisti serbi, che ci erano più vicini per sentimenti di religione, di cultura, di educazione, e anche per motivi politici. Per oltre un mese però abbiamo guerreggiato da soli, i cetnici ci aspettavano solo per saltarci addosso quando le avevamo prese dai tedeschi, mentre quando combattevamo contro i tedeschi se ne stavano lontani a guardare”

“Allora andare con i titini era una scelta obbligata?”. “Nel Montenegro e dintorni le bande e i partiti tra cui scegliere erano, si può dire, tanti quante le famiglie. Quando abbiamo cominciato a sparare speravamo che tutto l’esercito italiano si comportasse come noi, che i comandi superiori prendessero le redini in mano, non le lasciassero a noi singoli. Dopo un mese eravamo rimasti soli, sono mancati i comandi, e sono mancati anche i reparti. Noi dell’Aosta e degli altri gruppi della Taurinense eravamo così pochi che non potevamo fare la guerra ai tedeschi da soli. Ormai era questione anche di salvarsi la vita. Avevamo i soli fucili contro carri e aerei. Eravamo una esigua minoranza tra nemici di tutte le specie e i colori. Dovevamo ben sceglierci un alleato”.

“Come risolveste il problema del mangiare?”.”Mi consentirono di prelevare nel Montenegro 800 razioni giornaliere consistenti in mezzo chilo di carne, mezzo di patate, mezzo di farina. Naturalmente la carne era con l’osso, la farina con pula e paglia, le patate quelle che poteva dare quel povero paese. Dopo tanti anni di guerra, persino gli alberi erano spogli. Le foglie erano l’ultimo nutrimento, se poteva esserlo, per muli e cavalli. Con quelle razioni dovevamo mangiare tutti. Soldi ne avevamo quasi niente. I primi giunsero dall’Italia solo verso la fine di novembre. La Venezia, che combatteva in altro settore, nei primi due mesi di guerra partigiana, fu alimentata dai fondi di una certa Gianna di Casalecchio sul Reno. Erano i soldi di tanti soldatini che lei chiamava ‘figlioli miei”.

“Chi era questa Gianna?”.”Una donna che mentre molti scappavano rimase con i combattenti. Il 5 dicembre fu promossa crocerossina. Fece servizio all’ospedale di Pljevlja, fu catturata dai tedeschi e deportata in campo di concentramento. Era la direttrice di una “scuderia”, chiamiamola così, di belle ragazze, vicentine la maggior parte, al seguito delle truppe”.

“Come vi finanziavate la guerra?”. “Dal novembre 1943 arrivarono finalmente i soldi dall’Italia. I milioni, perché di milioni si trattava (in lire), andavano alla Venezia, che in un certo senso aveva inquadrato tutti i reparti combattenti in Balcania. Il comando della Garibaldi e quello della Venezia hanno elargito ai comandi partigiani, a titolo di prestito, 23 milioni di lire, mai restituiti. La lira italiana, voglio ricordarlo, ha avuto corso legale in Montenegro, Bocche di Cattaro e Albania per tutto il conflitto (incredibile ma vero, la lira valeva ancora qualcosa, ma fuori d’Italia)”.

“Quali erano i rapporti tra i combattenti italiani e i partigiani di Tito?”. “Improntati alla massima stima e alla reciproca fiducia. Più difficili erano i rapporti con i quadri politici. Diffidenti da parte nostra, e diffidentissimi da parte loro. Abbiamo iniziato a stimarci molto, ma molto lentamente. Si può dire che a guerra finita c’erano delle zone d’ombra, e qualcosa di più. Tant’è vero che alcuni di quelli che avevano disimpegnato le funzioni di commissario politico presso di me sono stati, appena fui rimpatriato, innocentemente colpiti per non essere riusciti a ‘convertirmi’ alla loro ideologia. Non solo, ma furono accusati di essersi fatti corrompere da me”.

“Tra la Garibaldi e l’Esercito di liberazione jugoslavo quali erano i rapporti gerarchici?”. “Le operazioni erano condotte di comune accordo. Non era possibile combattere un unico nemico separatamente. Per la parte morale e per quella disciplinare, la nostra dipendenza era dal governo italiano. E su questo non potevamo transigere perché lì, in quelle tristi condizioni, combattenti con i partigiani ma anche ex occupanti, noi rappresentavamo l’Italia. Io personalmente su questo non ho mai mollato”.

“Rimane il fatto che voi eravate ex-occupanti”. “Io non ho vissuto la prima parte dell’occupazione italiana in Jugoslavia, perché arrivai in Croazia nel novembre 1941. Noi della Taurinense siamo arrivati nel Sangiaccato quando la Pusteria era rientrata in Italia. Abbiamo, in un certo senso, evitato il periodo più triste della storia dell’occupazione italiana in Montenegro nell’estate del 1941 e altrove. Ma per quanto riguarda la Taurinense non abbiamo nulla da rimproverarci. Posso dire che abbiamo partecipato a numerosi rastrellamenti, ma nessuno può dire che un solo militare italiano abbia assassinato un partigiano o un civile”.

“Con un attacco dall’aria ci fu un momento nel 1944 che i tedeschi andarono vicino a catturare Tito. Gli italiani ebbero una parte in quello scontro?”. “Vi parteciparono i due battaglioni autonomi, il Garibaldi e il Matteotti. Gli italiani si distinsero in modo particolare, e il loro eroismo salvò Tito dalla cattura. Purtroppo, nessuno riuscì a salvargli l’uniforme di maresciallo che era appena arrivata dalla Russia, un regalo di Stalin. Ricordo questo fatto perché quando Tito andò in Italia per incontrare Churchill, era privo di uniforme. Eppure Churchill si stupì dell’eleganza sua e del suo ‘secondo’, Rankovic. La ragione è semplicissima. Praticamente, a finanziare quel viaggio, e probabilmente il guardaroba della missione jugoslava, sono stato io. Diedi agli jugoslavi due milioni di lire sottobanco”.3


La divisione Garibaldi è la formazione più organizzata, ma non la sola a raccogliere, in funzione antitedesca e d’intesa con le unità militari partigiane jugoslave, gli ufficiali e i soldati delle divisioni italiane. Ci sono il battaglione anch’esso chiamato Garibaldi, costituito in Serbia con i resti della divisione Bergamo; nell’agosto del 1944 entrerà a far parte dell’omonima divisione. Il battaglione Matteotti, formato a Livno, in Bosnia Erzegovina, anch’esso con i resti della divisione Bergamo. Il battaglione alpino Taurinense, in Bosnia, che confluirà in una unità partigiana jugoslava. La brigata Aosta, che diventerà un reparto della terza divisione dell’Esercito jugoslavo di liberazione. Il 15 ottobre dell’anno prossimo i battaglioni Garibaldi e Matteotti contribuiranno con i partigiani jugoslavi alla liberazione di Belgrado; diventeranno la Brigata italiana dell’esercito di liberazione jugoslavo.

Ci sono poi numerosi reparti che nascono qua e là, come bande partigiane ideologizzate. Molte si intitolano ad Antonio Gramsci. C’è un battaglione Gramsci, il più famoso, che nasce addirittura in Puglia e sbarca in Dalmazia, composto da sloveni e croati, usciti dopo l’8 settembre dai campi di concentramento in Italia, e da volontari pugliesi, calabresi e siciliani. Un altro battaglione Gramsci, poi diventato brigata, è formato da elementi delle divisioni Arezzo, Brennero, Perugia e Ferrara; parteciperà a tutta la campagna albanese fino alla liberazione di Tirana, dove entrerà con i reparti di partigiani albanesi.

La vita dei soldati italiani in queste unità partigiane non è facile. Non è facile sul piano strettamente militare: armamenti, equipaggiamento, tattica. La guerriglia partigiana è fatta di spostamenti rapidi e di offensive improvvise, di rapidi attacchi e di rapide ritirate, con una mobilità resa necessaria dalla inferiorità numerica e dalla mancanza di armi pesanti di fronte a un esercito regolare, ben organizzato e equipaggiato. Uno di loro, Carlo Bortoletto, dirà4: “Eravamo cresciuti alla scuola militare nostra, che considerava la ritirata un disonore, ed invece dovemmo imparare a nostre spese un nuovo sistema di combattere, fatto di attacchi improvvisi e veloci, con operazioni di sganciamento che richiedevano prontezza di riflessi, temperamento, sangue freddo e gambe buone”.

Non facile neppure, specialmente all’inizio, è la vita con i compagni jugoslavi, nemici fino all’8 settembre. Dice ancora Bortoletto: “Col tempo stabilimmo con loro dei vincoli quasi fraterni, consacrati dal sangue versato in comune, combattendo una lotta aspra e durissima. Affrontammo il tremendo inverno senza soste, laceri, scalzi, senza indumenti adeguati, privi di conforto morale e materiale, in lotta continua non solo con il nemico ma anche con le insidie della natura ed il pericolo delle epidemie”.

Così gli ufficiali e i soldati italiani inquadrati nelle unità partigiane: ma tutti gli altri, i trecentomila delle venti divisioni italiane nel Balcani, oltre alle sei in Grecia, alle due nelle isole dell’Egeo, alla divisione nell’isola di Creta?

In Montenegro e in Albania c’erano dodici divisioni. La sede del Gruppo Armate est era a Tirana, al comando del generale Ezio Rosi. Alle sue dipendenze era la IX armata, costituita da quattro corpi d’armata: il XXV con tre divisioni (Parma, Perugia, Brennero); il IV con tre divisioni (Arezzo, Firenze, Puglie); il VI con due divisioni (Messina e Marche) e la XXVIII brigata costiera; il XV con quattro divisioni (Emilia, Ferrara, Taurinense e Venezia).

La notizia dell’armistizio il generale Rosi l’ha avuta dalla radio turca con la notizia dell’agenzia inglese Reuter intorno alle 18 locali5. Solo nella nottata è arrivato via radio dal Comando Supremo, firmato dal generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale, l’ordine di sospendere le ostilità. È l’ordine 24202/op, che riassumeva in sei punti il Promemoria n.2 del Comando Supremo, che il 6 era stato consegnato a mano al Capo di stato maggiore del Gruppo Armate, generale Giglioli. Il generale Giglioli era rimasto a Roma e con lui il Promemoria6.

Il primo punto del Promemoria diceva: “Comando Gruppo Armate Est concentri le forze riducendo gradatamente in modo, però, da garantire comunque possesso porti principali et specialmente Cattaro e Durazzo. Dare preavviso dei movimenti ai Comandi germanici”. Il Comando Supremo evidentemente non si rendeva conto che, dopo l’annunzio dell’armistizio, la prima decisione dei Comandi tedeschi sarebbe stata (e lo fu) di occupare porti e aeroporti.

Il sesto punto diceva: “Tutte le truppe di qualsiasi arma dovranno reagire immediatamente et energicamente e senza speciale ordine ad ogni violenza armata germanica e della popolazione, in modo da evitare di essere disarmati e sopraffatti”; e aggiungeva: “Non deve, però, essere presa iniziativa di atti ostili contro germanici”; un ordine che spiega l’atteggiamento inizialmente passivo dei Comandi italiani nei Balcani.

Verso le 22 (è la notte fra l’8 e il 9 settembre, mentre il Comando supremo lascia Roma per riparare più a sud possibile) si è presentato al generale Rosi il maggiore Schukert, del nucleo tedesco di collegamento; portava l’ordine del suo Comando: disarmo immediato e totale di tutte le unità italiane. La stessa richiesta è stata fatta la mattina dopo, il 9, dal capo del Comando, il generale Hans Bessel.

Il generale Rosi ha cercato di prendere tempo; così anche il giorno seguente, il 10. La mattina dell’11 le intenzioni tedesche sono diventate chiare. Alla sede del Comando del Gruppo Armate Est si è presentato il Generale Gnam dell’aviazione tedesca, seguito da reparti di carri armati e autoblindo. il Generale ha fatto irruzione nei locali, accompagnato da armati, ha raggiunto l’ufficio del generale Rosi, lo ha dichiarato prigioniero insieme al generale Albert, che rivestiva le funzioni di Capo di S.M. in assenza del generale Giglioli, rimasto in Italia. Gli ha concesso cinque minuti di tempo per raggiungere l’aeroporto, dove un aereo era in attesa. Con i due generali sono stati catturati tutti gli ufficiali del Comando. Il generale Rosi ha salutato i suoi ufficiali nel frattempo radunati, e li ha invitati a ripetere con lui il grido di “Viva l’Italia”. Dopo un’ora è partito per Belgrado.

Lo stesso giorno il generale Rendulic, comandante della 2a armata corazzata tedesca, ha incaricato il generale Renzo Dalmazzo, comandante della 9a Armata, di assumere il comando del Gruppo d’Armate, avvertendolo che tutte le forze che lo componevano erano da considerarsi prigioniere di guerra; primo atto, la consegna delle armi7. L’ordine doveva immediatamente essere comunicato a tutti i reparti dell’Armata, in Dalmazia e nel Montenegro, e tutte le truppe dovevano essere avvertite delle gravissime sanzioni penali fissate per i casi di inadempienza.

Il 12 il generale Dalmazzo ha firmato la resa per il Gruppo Armate Est e ha obbedito agli ordini del generale Bessel di consegna di tutte le armi, a cominciare dalle armi pesanti, dalle artiglierie e dai carri armati; ha emanato anche un ordine in cui si dichiaravano le sanzioni in caso di disobbedienza. L’ordine prevedeva: “in caso di sottrazione di armi, munizioni, carburante, viveri, saranno fucilati non solo i responsabili ma anche un ufficiale del comando della divisione e 50 uomini della divisione stessa; chi venderà o regalerà armi a civili o le distruggerà senza apposito ordine verrà fucilato; chi giungerà alla stazione senza l’arma che aveva in consegna sarà fucilato col suo comandante; per ogni automezzo reso inutilizzabile, viene fucilato un ufficiale e 10 uomini.

Di parere diverso da lui (ma spesso anche diverso fra loro) sono stati i comandanti delle divisioni dell’Armata. Alle loro incertezze e ai loro differenti orientamenti si è aggiunto nei giorni seguenti – di fronte alla resa e alla consegna delle armi – l’atteggiamento degli ufficiali inferiori, dei sottufficiali e anche dei soldati. Prima dell’armistizio il principio dell’esercito era l’obbedienza pronta e assoluta; dopo l’annunzio dell’armistizio tutto è cambiato; i concetti di sedizione armata e di corte marziale sono scomparsi; è nato il dissenso e il diritto di partecipare a decisioni da cui dipende il futuro di ognuno. Se ne sono resi conto anche alcuni comandanti, che hanno ritenuto di dovere interpellare le proprie truppe per trovare nel loro consenso investitura e autorità per una scelta comunque pericolosa.

All’inizio le opzioni ufficiali erano due: consegnare le armi e riunirsi nei porti di Durazzo e di Cattaro per imbarcarsi e tornare in Italia oppure mantenere le armi e combattere al fianco dei tedeschi. La prima opzione si è imostrta falsa dopo appena qualche giorno; i porti Durazzo e di Cattaro erano già in mano ai tedeschi (più tardi il porto di Spalato) e i militari italiani, disarmati, sono stati fatti prigionieri quasi tutti ed imbarcati, sì, ma per andare a Venezia e da qui partire in treno per i campi di lavoro in Germania. È stata questa la sorte della maggior parte dei militari italiani nella penisola balcanica dopo l’8 settembre. La seconda opzione era la più facile, ma fu seguita da una minoranza; e, almeno all’inizio, neppure troppo amata dagli alti Comandi tedeschi, diffidenti dell’apporto dei soldati italiani, visti soprattutto come mano d’opera da inviare in Germania.

I reparti che hanno deciso di non consegnare le armi e sono rimasti sul territorio, non volendo o non potendo raggiungere i porti, dove peraltro navi non c’erano o se c’erano erano in mano ai tedeschi, sono stati attaccati, prima di attaccare. L’ordine era quello: disarmare e far prigioniere le truppe italiane. L’operazione è cominciata l’11 e il 12, prima con la cattura dei comandi di gruppo a Tirana, a Ragusa e a Podgorica, poi col disarmo delle truppe, con l’iniziale fallace promessa di un ritorno “alla vita civile”.

Da allora in poi ci sono stati cento e cento episodi diversi, secondo l’orientamento dei comandanti, degli ufficiali e dei soldati, secondo il comportamento dei tedeschi e la loro violenza, secondo l’atteggiamento dei partigiani, secondo la collocazione topografica dei reparti, isolati nelle montagne o vicini al mare.

In Dalmazia8, a Ragusa la divisione Marche ha opposto una certa resistenza, finché non è stata costretta alla resa; il generale Amico, che ha guidato i combattimenti, è stato ucciso dopo la cattura. Anche il comandante della divisione Messina, il generale Spicacci, è stato arrestato e trasferito in Germania, mentre le sue truppe si sono battute per quattro giorni contro i tedeschi nel tentativo di riunire i diversi distaccamenti.

In Montenegro il generale Roncaglia, comandante del XIV corpo, è riuscito, prima di essere catturato, a trasmettere alle divisioni dipendenti l’ordine di radunarsi sulla costa, tra Cattaro e Podgorica, e di opporsi ai tedeschi. La divisione Emilia ha riconquistato il presidio delle Bocche di Cattaro, difendendosi con successo dall’attacco della divisione tedesca Prinz Eugen nei giorni 14 e 15 settembre, e ha potuto imbarcarsi per l’Italia. Il 3o reggimento alpini, che ha contribuito alla difesa, si è invece disperso sulle montagne, dove si nascondevano anche le divisioni Venezia, del generale Oxilia, e la Taurinense, del generale Vivaldi. Le truppe di Oxilia hanno combattuto dal 25 settembre al 5 ottobre sui capisaldi di Jeva, Rijeka e Matasevo; quelle del generale Vivaldi si sono concentrate a Danilovgrad per dirigersi poi verso le Bocche di Cattaro; dopo aver respinto un durissimo attacco tedesco, il 16 si sono ritirate nella zona di Polje, dove sono entrate in contatto con i partigiani del comandante Peko Daprevic.

Nel settore Kossovo-Scutari i reparti albanesi sono passati con i tedeschi. La divisione Arezzo, dopo aver preso accordi coi tedeschi per cedere le armi pesanti, è stata disarmata e deportata in Germania, mentre alcuni ufficiali sono stati fucilati. La divisione Firenze si è invece rifiutata di cedere le armi e dopo essersi radunata nella conca di Burrelli per puntare su Tirana ha deciso di attaccare i tedeschi a Kruje. Il 24 settembre, per evitare la disfatta, i reparti della divisione, dopo aver preso accordi col comando delle forze di liberazione albanese, hanno cominciato a svolgere un’attività bellica per bande sulle montagne, nelle zone di Dibra, Peza, Elbasan, Berat; rimarranno in Albania fino alla sua liberazione.

In questo duro inverno la povertà delle risorse rende difficile la sopravvivenza. Molti soldati finiscono con l’entrare per fame nelle formazioni partigiane, altri sono utilizzati come lavoratori nelle famiglie contadine, altri rimangono isolati sui monti.

La sorte più drammatica è stata quella della divisione Perugia. Era dislocata nel sud dell’Albania, al confine greco; si è raccolta sulla costa tra Santi Quaranta e Valona, ha resistito all’attacco tedesco, riuscendo a far partire per l’Italia gli ammalati di malaria (un terzo degli effettivi), poi i tedeschi l’hanno convinta a concentrarsi a Porto Palermo, con la promessa di reimbarco; e qui è stata attaccata sia dalle forze collaborazioniste albanesi sia dal presidio tedesco, perdendo un quarto degli uomini. Il 5 ottobre i sopravvissuti sono stati catturati quasi tutti dal 99o reggimento Gebirgjäger e 140 tra ufficiali e sottufficiali sono stati fucilati a Porto Edda; fra loro il generale Ernesto Chiminello. Altri superstiti, imbarcatisi dopo aspri combattimenti su un piroscafo a Valona, sono morti nell’affondamento della nave, colpita da un siluro subito dopo la partenza.

Più fortunati i sopravvissuti delle divisioni Venezia e Taurinense. Il 20 novembre hanno costituito il corpo d’armata del Montenegro e il 2 dicembre la divisione Garibaldi. È stata questa la più positiva collaborazione tra i soldati italiani e le forze partigiane. La formazione italiana ha mantenuto una propria identità, una relativa autonomia amministrativa e un collegamento con l’Italia.

La divisione Garibaldi, divisa in tre brigate, combatterà fino al febbraio 1945. I rimpatriati saranno 3800, tutti armati. Erano partiti in ventimila. Di essi 3800 rientreranno precedentemente per ferite o malattie; 4600 torneranno dalla prigionia; 7200 saranno considerati dispersi. Le perdite complessive saranno di diecimila uomini. Tante le decorazioni militari: 13 medaglie d’oro, 88 medaglie d’argento, 1351 medaglie di bronzo, 713 croci di guerra. Gli jugoslavi decoreranno la I, la II e la III brigata della Garibaldi con l’Ordine per i meriti verso il popolo, con la Stella d’oro e con l’Ordine della fratellanza ed unità con Corona d’oro.

Nella campagna attorno a Pljevlja sorgerà il monumento che verrà inaugurato nel 1983 dal Presidente jugoslavo Mika Spiljak e da quello italiano Sandro Pertini, a ricordo della nascita della Divisione italiana partigiana Garibaldi. Alla base del monumento una scritta in lingua italiana e serbo-croata: “Il 2 dicembre 1943 fu costituita a Pljevlja la Divisione partigiana italiana Garibaldi che combatté nel quadro dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia – I partigiani garibaldini hanno dato un contributo notevole alla lotta per la libertà e per l’amicizia fra i popoli di Jugoslavia e d’Italia. – Associazione combattenti del Montenegro 21.9.1983″


1 Nonostante il cognome chiaramente slavo, Carlo Ravnich è italiano anche di sentimenti; non accetterà mai il passaggio della sua terra alla Jugoslavia come vorrà il trattato di pace del 1947. Bellunese di adozione, si trasferirà a Bordighera, dove morirà nel 1996, a 93 anni.

2 Nel numero 270 della rivista “Storia illustrata”.

3 Il testo integrale dell’intervista è sul sito lacorsainfinita.

4 È in www.cnj.it/partigiani/bortoletto09.htm.

5 Si veda la giornata dell’8 settembre.

6 Si veda la giornata del 6 settembre.

7 Un bel racconto del “Sacrificio delle armate nei Balcani” è sul sito www.anrp.it.

8 Queste informazioni sono state riassunte da un lungo testo in www.funzioniobiettivo.it.

3 dicembre – Di più

– Un’idea di quello che è accaduto ed è potuto accadere è offerta da una relazione fatta da un ufficiale della divisione Bergamo. Il testo è in “Una nazione allo sbando” di Elena Aga Rossi (Il Mulino, 2003): “lo sottoscritto capitano di complemento di fanteria. Benini Leandro fu Giuseppe, nato a Fano il 7 novembre 1909, abitante in Fano, Viale Gramsci 15, dichiaro che l’8 settembre 1943 ero in servizio, quale Capo Sezione Informazioni, presso il Comando della divisione di fanteria Bergamo, comandata dal generale Emilio Becuzzi, in Spalato; “che, dopo la comunicazione dell’armistizio, il comandante della divi­sione ordinava in un primo momento di opporsi a qualsiasi offesa “senza spargimento di sangue”, ordine che provocava un decisivo disorientamento per l’impossibilità di attuarlo; “che, attraverso una serie alquanto confusa di ordini e contrordini emanati dallo stesso comandante la divisione e dai Comandi superiori, si addiveniva dapprima ad un accordo con i capi partigiani della zona, quindi ad un’intesa col comando germanico di Signo e di nuovo ancora ad un accordo con i capi partigiani per la cessione delle armi, cessione che veniva effettuata ufficialmente e completamente (in quanto già in pratica iniziata) il 13 settembre; che dal 13 settembre il comandante la divisione comunicava a tutti noi militari che eravamo liberi di decidere di noi stessi seguendo la via ritenuta migliore; “che il Comando partigiano, d’accordo con quello italiano, costituiva in Spalato tre campi per il concentramento di tutti i militari italiani; che, con l’unico convoglio giunto da Bari il 23 settembre partiva per l’Italia un contingente di circa 3.000 uomini designati dal comandante la divisione e questi, con il suo Capo di S.M. s’imbarcava con essi; “che il 27 settembre i tedeschi giungevano a Spalato ed iniziavano subito lo sgombero di tutti i militari italiani su Signo (Croazia); “che in tale località noi ufficiali (circa 450) venivamo processati da un tribunale straordinario presieduto da un generale germanico comandan­te la divisione SS “Principe Eugenio” e quelli ritenuti maggiori respon­sabili di aver ceduto le armi ai partigian,i “presi” la sera del lO ottobre 1943 (49 ufficiali tra cui tre generali e sette colonnelli); “che noi superstiti il 4 ottobre iniziavamo il viaggio per la deportazione in Germania e giungevamo al campo di smistamento di Wietzendorf i1 15 ottobre 1943; che io fui trasferito al campo di Sandbostel i l5 gennaio 1944 e di nuovo a Wietzendorf-Oflag 83 il 15 marzo 1944, ove mi trovavo all’atto della liberazione il 16 aprile 1945; che rientrai in Patria i1 25 agosto 1945; dichia­ro infine che sono rimasto ininterrottamente nei campi di concentramento e non ho collaborato né con le armi né con il lavoro con la Germania”.


Per altre informazioni sulla Divisione italiana partigiana “Garibaldi” vedere anche Wikipedia.

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