29 luglio

29 luglio

La stampa quotidiana cambia direttori ma non stile e contenuti. Niente partiti e niente politica. Il governo non vuole difficoltà nei suoi obiettivi: chiedere la pace agli alleati ma non farlo credere ai tedeschi.

Un quotidiano di oggi (La sera di Milano) fa capire bene che cosa succede in questi giorni nella stampa italiana. In prima il giornale ha un titolo a tutta pagina, alto e nero: nella prima riga (il cosiddetto soprattitolo) “Lo scioglimento del Partito fascista”; nella seconda riga (il titolo vero e proprio) “Il popolo italiano restituito alla libertà”. C’è una terza riga, che continua la seconda: “(il popolo italiano) deve ritrovare la coscienza degli imperiosi doveri dell’ora”. Quali sono questi doveri?

L’articolo di fondo ha un titolo che è una domanda suggerita dalle inquietudini del momento: “Siamo in guerra?”; poi quattro righe, poi più niente; una colonna bianca fino in fondo. La censura impedisce di conoscere la risposta del giornale a quell’interrogativo che è l’interrogativo di tutti.

A destra, in alto, il “Bollettino di guerra n. 1160” del Comando supremo. Si parla di violenta “ripresa in Sicilia della pressione avversaria”, di “mercantili nemici” colpiti e danneggiati. Il bollettino è firmato “Gen. Ambrosio”, il Capo di stato maggior generale, uno degli organizzatori del colpo di stato monarchico del 25 luglio. Gli “avversari” e i “nemici” sono ancora gli stessi: gli angloamericani.

Il quadro. Tutti i quotidiani danno rilievo alle belle notizie: lo scioglimento del Partito fascista, del Gran Consiglio del fascismo e della Camera dei fasci e delle corporazioni; l’inserimento della MVSN, la milizia fascista, nelle Forze armate; la liberazione di detenuti politici (ma senza fretta, specie quelli comunisti, che sono la maggior parte).

Per il resto, prudenza e cautela; e anche silenzio, come sulla rinviata abrogazione dei decreti razziali1. Il 26 luglio il Corriere della sera ha scritto (la firma è di Ettore Janni) che “è difficile fare noi stessi un giornale quando per vent’anni ce lo siamo visti fare da un ministero”, ma è anche più difficile se l’orientamento dei giornali è ancora stabilito dall’alto. Il ministro Rocco, a capo del ministero che non ha cambiato il nome (“della cultura popolare”, il fascista Minculpop), invita i prefetti a “una attenta sorveglianza sugli organi di stampa e su ogni movimento di pensiero che ad essi possa far capo”.

Vengono soppresse due testate, il Popolo d’Italia fondato da Mussolini e il Regime fascista di Cremona, che era l’organo del più fanatico tra i fascisti, Roberto Farinacci; ma non viene autorizzata la ricomparsa delle testate chiuse dal fascismo nel 1925. Il Mondo con le foto in prima pagina di Giovanni Amendola e di Giacomo Matteotti è uscito per un solo giorno).

I direttori fascisti dei quotidiani vengono sostituiti da personalità note per antifascismo e per autorità culturale: Ettore Janni al Corriere della sera, Filippo Burzio alla Stampa, Tommaso Smith al Messaggero, Corrado Alvaro al Popolo di Roma, Alberto Giovannini al Resto del Carlino, Diego Valeri al Gazzettino, Carlo Scarfoglio alla Nazione, Silvio Benco al Piccolo di Trieste; Alberto Bergamini torna al Giornale d’Italia. Sono quasi tutti di estrazione liberale e aperti alle nuove speranze, ma negli articoli di fondo non si legge niente in questi giorni che non sia l’orientamento voluto dal governo.

Scrive la Stampa: “L’Italia non può perire, e l’Italia non perirà se sapremo stringerci con ferrea decisione, con impegno totale, con abnegazione senza riserve attorno al grande canuto vegliardo Re, che impersona l’anima immortale e l’istante vitale di tutto il popolo”; e il Corriere della sera: “La voce del dovere deve risuonare limpida e imperiosa nelle coscienze, dando il massimo del vigore al nostro sentimento di disciplina, di collaborazione incondizionata e operante. Obbedire, essere accanto all’uomo che deve guidare la nazione in un così grave momento”.

Se poi i direttori sono cambiati, i redattori sono gli stessi di prima; e anche quelli che nelle redazioni hanno covato in silenzio il loro antifascismo ormai sono abituati da anni a uno stile aulico e retorico. E quell'”obbedire” del Corriere fa pensare tanto allo slogan mussoliniano “Credere, obbedire e combattere”. Di cambiato c’è soltanto che l'”uomo che deve guidare la nazione”, cioè il re, non ha l’iniziale maiuscola come aveva invece l'”Uomo Mussolini”.

Da oggi, poi, tutti i giornali sono sottoposti a censura. La censura è preventiva; nelle redazioni c’è un funzionario della prefettura che legge un’anteprima di stampa e cancella quello che non gli piace (soprattutto negli articoli). Così i quotidiani escono spesso con molti spazi bianchi2. Dopodiché, quando tutti avranno capito, il funzionario prefettizio lascerà il posto a un redattore incaricato dal direttore. Dalla censura si passa all’autocensura. Peggio.

Caso mai, il prefetto ricorre al sequestro del giornale; o anche all’arresto del direttore, come accade a Luigi De Secly, direttore della barese Gazzetta del Mezzogiorno, accusato, per un blando articolo di fondo, di avere così fomentato una dimostrazione popolare per la scarcerazione dei detenuti politici3.

Meglio il silenzio, allora. E allora, come i giornali non parlano dei morti e dei feriti negli scontri tra la folla e la Forza pubblica (83 morti e 308 feriti in cinque giorni, grazie alla circolare – il 26 luglio – del Capo di stato maggiore dell’esercito, Mario Roatta), così non si dà voce ai partiti politici. Qualche sigla (Pci, Psiup, Pd’A, Dc, Pli) – si è vista martedì e mercoledì (brevi comunicati: incontri, conferenze); da oggi più niente. I partiti sono proibiti, spiegano i giornali ai propri lettori, ma senza dare troppa importanza a questa antidemocratica imposizione.

Umberto Eco, che, alla ricerca poetica di se stesso e della propria memoria, va a rovistare nella soffitta della casa di campagna dei nonni, si stupisce di vedere i giornali del 26 così diversi da quelli del 25 nonostante che le redazioni non siano cambiate. Si stupisce anche di vedere quei comunicati dei partiti. Allora, dice, “se quei partiti si facevano vivi dalla sera alla mattina, era segno che esistevano già prima e in clandestinità da qualche parte”4.

Esistono i partiti, da più o meno tempo, clandestini, in galera, all’estero. Il Partito comunista italiano (Pci) è nato nel 1920 col nome di Partito comunista d’Italia (Pcd’I), sezione italiana dell’Internazionale comunista. Il Partito socialista è nato nel 1892 come Partito dei lavoratori italiani; è diventato partito socialista nel 1895 e sta discutendo i questi giorni col Movimento per l’unità proletaria (Mup) e con l’Unione proletaria italiana (Upi) per diventare Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup). Il Partito d’azione è nato nel giugno del 1942, riunendo due linee di pensiero politico: il movimento di “Giustizia e libertà” e il Movimento liberalsocialista. La Democrazia cristiana è nata a Milano nell’ottobre del 1942 sulle ceneri del Partito popolare fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Il Partito liberale si sta rifondando in questi giorni sulle basi di antichi raggruppamenti liberali. A Roma c’è anche una Democrazia del lavoro che si richiama alla vecchia prefascista Democrazia sociale. Ci sono anche i repubblicani, ma per il momento non hanno organizzazioni di partito.

Rappresentanti dei cinque partiti (Giovanni Gronchi per la Dc, Lelio Basso per il Mup, Riccardo Lombardi per il Pd’A, Concetto Marchesi per il Pci, Roberto Veratti per il Psi, Leone Cattani per i liberali) si sono riuniti clandestinamente a Milano il 2 di questo mese di luglio e hanno costituito un Comitato delle opposizioni, che si è ritrovato domenica scorsa a Roma, il giorno dopo l’arresto di Mussolini. Ma che cosa fanno ora, non si sa. I giornali buttano nel cestino i loro comunicati.

Come devono comportarsi i giornali? Lo dice ancora una volta la Stefani, che pubblica una circolare del ministero della cultura popolare: criticare il regime fascista? Sì, ma “con moderazione, evitando attacchi personali e ogni motivo di incitamento all’odio e alla rappresaglia”; “massimo rispetto” per il sovrano, i prìncipi di casa reale, il pontefice, il capo del governo e per le forze armate italiane e tedesche; non invocare “una pace qualsiasi a breve scadenza”; “rispetto assoluto ai doveri dell’alleanza” (con la Germania, ovviamente). Ad ogni buon conto, i quotidiani devono uscire soltanto a due pagine (un foglio); a quattro il giovedì e la domenica.

I giornali, insomma non devono creare difficoltà alla politica vera del governo, che è, semplicemente: chiedere in qualche modo (ma di nascosto) la pace agli alleati e continuare la guerra per convincere i tedeschi che non si sta chiedendo la pace.

Quello che non si riesce a spiegare è come il re e Badoglio credano che Hitler creda a quello essi vogliono fargli credere. A meno che il re e Badoglio pensino non a salvare il paese ma soltanto la monarchia e la loro pelle.


1 Nell’incontro col duca Acquarone, la notte del 25-26 luglio, Dino Grandi propose fra l’altro (v. Dino Grandi, 25 luglio 1943, già cit.) anche l’abrogazione della legislatura antiebraica e addirittura si impegnò (cosa che fece quella notte stessa) a redigerne il decreto. Ma Badoglio evidentemente ritenne che quel provvedimento avrebbe accresciuto i sospetti e i malumori dei tedeschi. Anche della riunione del Gran Consiglio del fascismo e del voto finale contro Mussolini i giornali continuano a non parlare se non brevemente e senza commenti.

2 Sul Giornale d’Italia uscirà per tre quarti in bianco anche un articolo di Benedetto Croce, critico della Spagna di Franco.

3 La manifestazione era diretta al carcere, dove erano detenuti lo storico della filosofia Guido De Ruggiero e il docente universitario e meridionalista Tommaso Fiore; in via San Niccolò l’ufficiale che comandava il reparto dell’esercito, ritenendo che i dimostranti volessero attaccare la sede del Partito fascista, fece aprire il fuoco; ventitré morti e sessanta feriti: fra i morti anche il figlio maggiore di Fiore, Graziano. Si veda anche la giornata del 27.

4 Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, Bompiani, 2004.

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Le direttive del governo Badoglio non tanto per assicurare l’ordine pubblico, quanto per contrastare ogni manifestazione che possa far capo al Partito comunista (clandestino) e per evitare disordini che possano essere interpretati dalle autorità tedesche come segno di dissociazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania sono confermate dal telegramma inviato oggi dal ministro della guerra, Antonio Sorice, al Comando supremo e alla presidenza del Consiglio dei ministri. Il ministro parla addirittura di usare le artiglierie: “Ore 10 di oggi masse operaie sono entrate ovunque negli stabilimenti in perfetta apparente calma. È evidente trattarsi di ordini provenienti da un unico centro direttivo. Ordinato a Corpi armata e difesa di utilizzare sosta per mettere a punto organizzazione repressione inflessibile. A Torino presso due reparti Fiat iniziato sciopero bianco. Arrestati istigatori e deferiti tribunale militare per immediato procedimento. Est in corso intervento con artiglierie contro fabbricati reparti predetti se operai non obbediscono intimazioni ripresa lavoro”.

In giornata il comandante della difesa territoriale di Torino, Enrico Adami Rossi, invia questo telegramma ai dipendenti comandi militari della regione, alla questura e al prefetto di Torino: “L’abbandono del lavoro o l’astensione dallo stesso incrociando le braccia, oltre ad essere una contravvenzione alla mia ordinanza del 26 corrente, è una forma di ostruzionismo e di boicottaggio al lavo­ro per la produzione di guerra ed un ve­ro e proprio tradimento della nazione in guerra. Di conseguenza non appena tale astensione si manifesti, occorre sia stroncata. Si intimi la ripresa immediata del lavoro dando cinque minuti di tempo, avvertendo che se il lavoro non sarà ripreso, sarà imposto con la forza. Se allo scoccare del quinto minuto continuerà l’astensione, si faccia fuoco con qualche breve raffica, non sparando in aria o per terra, ma addosso ai riottosi. Dopo la raffica ripetere per una volta l’intima­zione e, non ottenendo lo scopo, sparare raffiche a piccola distanza l’una dall’altra sino ad ottenere lo scopo, ossia l’esecu­zione dell’ordine”.

Il generale Adami Rossi tributerà questo encomio solenne (è raccontato nella “Storia del movimento operaio torinese durante la Resistenza” di Giorgio Vaccarino) al caporale Franco Malagoli: “Con rapido intuito e piena comprensione del suo dovere, in relazione alle direttive ricevute, lanciava una bomba a mano contro un gruppo di operai che, riottoso, faceva opera di sobillazione alla ripresa del lavoro, come era stato intimato, ferendone alcuni e ottenendo la completa ripresa del lavoro”.

Dal 26 luglio all’8 settembre, tra scioperanti, dimostranti e disubbidienti vi saranno novantatré morti e 356 feriti, 3500 condanne a varie pene detentive, trentamila persone in stato di fermo; più, in 45 giorni, di quanto abbia fatto Mussolini in vent’anni. Lo scrive uno storico di quel periodo, Silvio Bertoldi, in un articolo sul “Corriere della sera” del 4 ottobre 1995.

Lo si può leggere sul sito del Corriere della sera.

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