28 ottobre

28 ottobre

Tutti gli esponenti del potere fascista decidono di rifugiarsi in Alta Italia e anche il primo Consiglio dei ministri della Rsi decide il trasferimento della capitale. Sui muri appare una scritta “ABBASSO TUTTI”.

ABBASSO TUTTI. Questa scritta pennellata a grandissimi caratteri neri è apparsa qualche giorno fa su un muricciolo del lungotevere. È l’espressione più genuina – scrive Roberto Suster nel suo diario1 – del generale stato d’animo della cittadinanza romana: “Nella loro stragrande maggioranza gli italiani pensano e giudicano ‘abbasso tutti’, perché tutti appaiono inferiori al compito che vorrebbero assumersi. Tutti hanno perso la stima, il rispetto, la fiducia e l’amore della Nazione. Tutti, senza eccezione. È vero che Pavolini, segretario del Partito, tenta di far credere a un nuovo eroismo fascista, dicendo che è stato un atto sublime quello di tornare a Roma e ricostituirci il Partito, ma dimentica che prima di lui sono venuti i tedeschi a preparargli la strada e il posto. Povera gente. E pensare che il 26 luglio non uno di questi eroi, neppure uno, un solo momento pensarono di scendere in piazza o di opporsi con la forza alla scomparsa del regime, ma tutti scapparono come le lepri, preoc­cupandosi unicamente di non richiamare su di loro l’attenzione degli pseudo antifascisti”. “Pensare” continua ancora Suster “che i nostri grandi del regime, appena liberati dal forte Boccea dai soldati tedeschi, si abbandonarono a manifestazioni di gioia sconfinata nella sede dell’ambasciata tedesca, abbracciandosi come i ne­gri, fino a ballare, ebbri, fra di loro. Ora fanno gli eroi. Imbecilli e cialtroni”.

Suster dice anche di avere appreso che “nei giorni scorsi Ciano sarebbe stato tradotto dalla Germania nelle prigioni di Verona, ammanettato come un delinquente comune e scortato da quattro carabi­nieri2. Anche Federzoni è stato arrestato in un convento di frati di Roma, dove aveva tentato di nascondersi sotto il saio, ma dove fu tradito dalle frequen­ti e imprudenti telefonate di sua moglie. Pare s’intenda imbastire un grande processo contro i traditori che votaro­no contro il Duce alla famosa seduta del Gran Consiglio. Si compirà così l’ultimo errore, dato che la colpa di questi uomini non è eventualmente quella di aver visto a un certo momento il baratro nel quale stava per precipitare la nazione, ma l’incapacità dimostrata durante vent’anni di fascismo a opporsi all’andazzo generale delle cose e al vantaggio personale che da esso hanno costantemente e cinicamente tratto”.

Roberto Suster non dice che cinque giorni fa, nella significativa sede dell’ambasciata di Germania, si è riunito per la prima volta il Consiglio dei ministri nominato da Mussolini. Mussolini non c’è; è, finalmente, alla sua Rocca delle Caminate. Presiede il Consiglio Alessandro Pavolini, “Ministro Segretario del Partito”; ci sono Francesco Barracu, sottosegretario alla presidenza; Guido Buffarini Guidi, ministro per l’interno; Rodolfo Graziani, ministro per la difesa nazionale; Domenico Pellegrini Giampietro, ministro per le finanze e ministro per scambi e valute; Edoardo Moroni, ministro per l’agricoltura e foreste; Fernando Mezzasoma, ministro per la cultura popolare; Antonio Legnani, sottosegretario alla marina. Assenti giustificati: Antonio Tringali Casanuova, ministro per la giustizia; Silvio Gai, ministro per l’economia corporativa; Carlo Alberto Biggini, ministro per l’educazione nazionale; Giuseppe Peverelli, ministro per le comunicazioni; Carlo Botto, sottosegretario per l’aeronautica.

Il comunicato emesso al termine della riunione comincia con un manifesto di intenti: “Alessandro Pavolini porge ai componenti del Governo il saluto del Duce ed eleva il pensiero alla memoria dei caduti su tutti i campi di battaglia che attendono la giusta vendetta contro i traditori che hanno venduto la Patria allo straniero e calpestato, mancando alla parola data al leale alleato popolo tedesco, l’onore della Nazione”. “L’oratore” continua il comunicato “mette quindi in risalto l’atto generoso del Capo Supremo della nuova Germania Nazionale Socialista Adolfo Hitler, che ha liberato dalle mani dei mancatori di parola e venditori della Patria il suo amico Mussolini e restituito all’Italia il suo Duce”.

Poi i primi atti del governo: spostamento della Capitale e della sede del Governo in località da scegliere in Alta Italia “per evitare il più possibile i bombardamenti aerei nemici”; spodestamento delle autorità nominate dal Comandante della Città Aperta di Roma e disarmo della divisione Piave, dei carabinieri e della polizia.

Pavolini, dice ancora il comunicato, “annunzia che il Duce desidera ricevere sabato prossimo o nei giorni seguenti, alla Rocca delle Caminate i membri del governo. Espone necessità sgombero dei Ministeri e uffici indispensabili da trasportare in Alta Italia, e quelli di non utile conservazione ma da non lasciare in mano al nemico distrutti. In Alta Italia verranno trasportati fra l’altro il tesoro dello stato nonché gli impianti tecnici. Verranno approntati mezzi per il trasporto dei fascisti compromessi e delle loro famiglie. Analogamente saranno trasportati e messi al sicuro per ogni eventuale ritorsione verso il nemico e verso i traditori tutte le autorità del nefasto regime Badoglio”.

Tutti i romani più o meno compromessi col fascismo non hanno atteso il comunicato del primo Consiglio dei ministri di Mussolini per fare le valige. Le testimonianze parlano in questi giorni di frenetici progetti di partenza e di frenetici preparativi in tutti gli ambienti romani del potere. “Andare al Nord” è la parola passata di bocca in bocca e in quel “Nord” non meglio specificato c’è di tutto: la paura e la speranza, l’ombra di Stalin e il carisma di Mussolini e di Hitler, la forza delle illusioni (le “armi segrete” della Germania, di cui si parla da qualche tempo) e il tentativo di scongiurare la definitiva catastrofe.

“Roma si va lentamente ma completamente vuotando” scrive ancora Roberto Suster nel suo diario. “Tedeschi e fascisti stanno portando via tutto. Impianti, uffici, macchinari, archivi, officine, tutto viene spostato verso il nord, con una metodicità di spogliazione ma non di ricostruzione che lascerà il Paese completa­mente esausto e paralizzato. Già si incominciano a notare gravi difficoltà nei rifornimenti alimentari e in quelli della circolazione monetaria; già si notano i vuoti, le lacune e la disorganizzazione, per lo sdoppiamento della vita nazionale in atto. La catastrofe che sta subendo il Paese appare così sempre di proporzioni maggiori e di gravità sempre più irrimediabile”.

“Stamane” scrive Suster “sono stato al Ministero degli esteri, dove ho parlato lungamen­te con Corrias, con Ortona, con Tamaro e altri. Tutti sono perplessi e disorientati, non sapendo né che fare, né che pen­sare. Per quanto Mazzolini, Segretario generale, faccia l’impossibile per salvare almeno lo “stile” delle sue provvisorie mansioni, pure la diploma­zia italiana appare completamente in sfacelo, svuotata d’ogni senso, d’ogni fede e di ogni funzione. Stamani ho visto, così, caricare sui vagoni le casseforti degli uffici e gli incartamenti più gelosi, mentre gruppi di funzionari si aggiravano umiliati per i corridoi. La sconfitta militare e il disor­dine politico sono veramente la peggiore cosa che possa capitare a un popolo per distruggerlo”.


1 Del diario di Roberto Suster, direttore della Stefani dal 1941, si è già parlato più volte. Si veda in particolare la nota 1 del 25 luglio.

2 Dopo l’armistizio dell’8 settembre Galeazzo Ciano tentò di riparare in Spagna insieme alla moglie Edda con l’aiuto dei tedeschi, ma questi lo portarono invece a Monaco, dove per qualche tempo si ricongiunse a Mussolini e agli altri familiari; ma a Monaco il 19 ottobre i tedeschi lo arrestarono e lo trasferirono a Verona nel Carcere degli Scalzi, per il processo che si svolse a Castelvecchio dall’8 al 10 ottobre contro i gerarchi che avevano votato contro Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio. Ciano fu condannato a morte e fucilato la mattina dell’11 nella fortezza di San Procolo.

28 ottobre – Di più

– Quello che succede nell’agenzia Stefani (ricordiamo: è l’agenzia ufficiale del Regime fascista) dopo l’arresto di Mussolini il 25 luglio, l’armistizio dell’8 settembre e il ritorno di Mussolini con la Repubblica Sociale contribuisce a far capire gli eventi drammatici di questi tempi; e anche i rapporti tra informazione e potere. L’autore di questo libro ha scritto insieme a Giuseppe Cultrera e a Franco Arbitrio una storia della Stefani (L’agenzia Stefani da Cavour a Mussolini. Informazione e potere in un secolo di vita italiana, editore Felice Le Monnier, Firenze, seconda edizione 2001) e qui ne riprendiamo alcune pagine.

La sera del 25 luglio (si veda quella giornata) la Stefani ha trasmesso imperturbabile la notizia delle “dimissioni” di Mussolini ed ha continuato il suo servizio per tutti i 45 giorni del governo Badoglio, col beneplacito del sopravvissuto ministero della cultura popolare. La sera dell’8 settembre l’agenzia ha trasmesso il comunicato con cui Badoglio annunziava la firma dell’armistizio, il 9 ha scritto che il maresciallo Badoglio era fuori Roma “in seguito a ispezioni militari che richiedevano la personale presenza” (nessuna notizia sulla fuga da Roma di Badoglio e del re) e il 10 ha brevemente accennato che la capitale era stata “teatro di vivaci scontri e bersaglio di numerosi tiri di artiglieria, che hanno provocato danni nei quartieri centrali e periferici”; e poi il comunicato del generale tedesco Rainer Stahel: “Le Forze armate tedesche hanno assunto la protezione del suolo italiano. Elementi incoscienti e criminali si sono opposti alle truppe germaniche. L’ordine è stato ristabilito. Chi sarà trovato in possesso di armi sarà, in base alla legge marziale, fucilato”.

Nel pomeriggio del 12 l’agenzia ha trasmesso il comunicato del Dnb, l’agenzia ufficiale del governo tedesco, con l’annunzio della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso e il 13 il comunicato in cui si dice che la stampa (e quindi anche la Stefani) passa sotto il controllo del governo, un governo che non c’è (il governo della Rsi nascerà il 27 settembre) e al posto del quale c’è l’Alto Comando tedesco.

A questo punto Roberto Suster ha un sussulto di dignità. “È il terzo regime” scrive nel suo diario “che mi mantiene al posto e temo di apparire alla fine una specie di prostituta del giornalismo e della politica”. Non per molto. Il 24 – ecco il testo del libro citato – “il ministro della cultura popolare, che è Fernando Mezzasoma ed opera dal Nord, invia una lettera al Consiglio di amministrazione della Stefani e il suo presidente, Adelfo Luciani, immediatamente la fa avere in copia a Suster con una raccomandata a mano nella sua abitazione di via dei Monti Parioli 40: “In data odierna ho disposto che la direzione politica di codesta agenzia sia affidata al giornalista dottor Orazio Marcheselli in sostituzione del giornalista dottor Roberto Suster”.

“Il giorno dopo, Roberto Suster risponde alla “Spett. Società anonima Agenzia Stefani” per prendere atto della decisione e manifestare il suo disappunto: “Nei 14 anni dacché appartengo alla Stefani e nei 34 mesi in cui la diressi regolai sempre con assoluta lealtà e senza interruzione alcuna sia la mia attività sia i suoi servizi secondo il solito concetto e con l’unica preoccupazione di tutelare, valorizzare, precorrere gli interessi della Nazione”; e nello stesso giorno scrive anche una lunghissima lettera al ministro Fernando Mezzasoma (lo chiama “Eccellenza”, ma gli dà del “tu”). “È un testo importante per il concetto che Roberto Suster esprime sulle funzioni del direttore della Stefani: “Il direttore dell’agenzia ufficiosa di informazioni ha, sia pur su di un altro piano e per un diverso settore, le stesse funzioni pubbliche e l’identica figura giuridica del direttore della Zecca dello stato. Soltanto che quello stampa e divulga carta moneta garantita dalla Banca d’Italia, mentre questi dirama e diffonde notizie, avallate dal marchio dell’autenticità scrupolosa e controllata che è implicito nel prestigio e nelle funzioni dell’organismo”.

“Ovviamente non è piaciuto a Mezzasoma (e dalla lettera si capisce che glielo ha detto a voce) che Suster sia rimasto alla direzione dell’agenzia dopo il 25 luglio e abbia trasmesso le notizie dategli dal “governo dei traditori”. Perciò Suster insiste: la Stefani è “una specie di grande e preciso obiettivo fotografico, il quale registra con immediatezza in lettere quanto avviene nel quadro della vita nazionale e internazionale, mettendone più o meno a fuoco certi aspetti e particolari. Non è una invenzione o una innovazione mia, né tanto meno dipende dall’arbitrio del direttore o di chicchessia il discutere i soggetti delle riprese, dato che esse non vengono né colte negli studi dopo più o meno accurati montaggi, né si svolgono su trame e copioni prescelti dalla Stefani stessa”.

“Un’agenzia di informazioni, dunque, è come la Zecca o, peggio, come un laboratorio fotografico o cinematografico”. E un’analogia di cui non si sa se è più grave l’ignoranza culturale e professionale o l’impudenza oppure l’una e l’altra. Molto più giusta e onesta, da un certo punto di vista, è la definizione che di un’agenzia statale di informazioni lo stesso Suster aveva dato in una lettera inviata il 15 ottobre 1938 al presidente Morgagni: “Una grande agenzia di informazioni come la Stefani, che non abbia ormai più soltanto un carattere commerciale e speculativo, ma che nell’atmosfera nazionale si inquadri e si identifichi con la vita e l’attività di un preciso periodo storico della collettività; che non si limiti a diramare fonograficamente comunicati e a ‘rifischiare’ le notizie che af­fluiscono, ma che ad ognuna di esse voglia infondere uno spirito proprio, distinguendole secondo uno specifico criterio; che infine non rappresenti soltanto un apparecchio automatico per la distribuzione del materiale, ma sia meglio e più di una fucina nella quale ogni avvenimento viene uti­lizzato come un astratto combustibile, atto a imprimere alla ruota delle cronache quella direzione e quella velocità che conviene al nostro paese”: un’agenzia cosiffatta, sostiene Suster, ha bisogno di una organizzazione particolare, in cui debbano apparire “elementi inscindibili l’esattezza, l’immediatezza, la competenza e la coscienza fascista””.

Evidentemente le argomentazioni nuove di Suster, così in contrasto con quelle di un tempo, non convincono Mezzasoma e chi sta sopra di lui. Proprio oggi 28 ottobre Mussolini ordina l’arresto di Suster e il 18 novembre due agenti di polizia arresteranno Suster nella sua abitazione e lo rinchiuderanno, come scriverà lui stesso, “nel Pio Istituto di San Gregorio, ai margini della Cloaca massima, un convento del 1500 trasformato dall’OVRA in prigione politica”, chiama­ta anche “centrale degli ostaggi”. Vi rimarrà 72 giorni, “altrettanto ingiu­sti quanto assurdi”, ma, come racconta, in buona compagnia.

Di questo si parlerà nella giornata del 17 novembre di questo libro.


– Sulle ultime vicende di Galeazzo Ciano c’è un bel racconto di Silvio Bertoldi sul Corriere della sera del 16 ottobre 2003.
“L’ultimo atto della parabola politica e umana di Galeazzo Ciano comincia il 19 ottobre 1943, quando scende dall’aereo all’aeroporto di Villafranca e trova ad aspettarlo due militari delle SS. Formalmente i tedeschi lo avevano consegnato ai fascisti perché fosse processato con gli altri firmatari dell’ordine del giorno che il 25 luglio aveva provocato la fine del regime. Ma, in pratica, il suo destino dipende ormai da Hitler che lo vuole morto e non da Mussolini che forse vorrebbe salvarlo, ma non può perché è succubo del Führer e degli estremisti neri. È stato detto che Ciano aveva deciso di tornare in Italia per essere giudicato. Certo non si aspettava l’arresto, la cella nel carcere di Verona, le sentinelle tedesche, la rivelazione d’essere ormai nelle mani della Gestapo del generale Harster, che della Gestapo era il capo per l’Italia. Una branda, un tavolino, una sedia e una stufa spenta: questo sarà il suo mondo fino al mattino dell’11 gennaio 1944, quando ne uscirà per andare a morire. Più l’apparizione, quasi la materializzazione della donna che gli starà al fianco inizialmente per carpirgli i diari, poi per consolare la sua disperazione con un amore proibito, forse già cominciato ai tempi romani, quando sulle terrazze del suo ministero s’era conquistato i favori della bella spia tedesca. Lei si chiama Felicitas Beetz e passerà accanto al conte i mesi della sua prigionia, chiusi nell’inviolabilità della cella, tra le malignità degli altri detenuti. E tenterà a rischio della vita di salvarlo in cambio della consegna dei diari, fallendo all’ultimo nell’impresa in cui aveva coinvolto anche le ultime speranze della moglie di lui, Edda. Una incredibile storia di amore e morte, conclusa dalla confessione di Felicitas a Carolina Ciano, dopo la morte del figlio: “Io l’ho amato, contessa, lo amo ancora. È stato il grande amore della mia vita”. Al momento di entrare in carcere, Ciano non ha idea dell’imputazione di cui gli si farà carico, del reato per cui sarà processato. Lo saprà più tardi: un assurdo giuridico, il “tradimento dell’Idea”, un crimine non contemplato da alcuna legislazione, tanto da costringere i fascisti di Salò a istituire uno speciale tribunale per poterlo giudicare. Un tribunale a cui è consentito un unico verdetto, la pena di morte. Solo in carcere Ciano apprende tutto questo e molte altre cose sorprendenti. Per esempio, che a volere la sua condanna è soprattutto la suocera, la quale non gli perdona d’essere stato, in quanto genero del Duce, il traditore numero uno. Che la sua sorte è già stata decisa, sicché non si capisce perché si sia voluto un processo; se non per “dare un esempio”, per compiacere gli squadristi riapparsi dopo l’8 settembre e decisi a vendicarsi comunque di Ciano. Il processo nasce da un aborto giuridico. Basta leggere il capo di accusa: “… imputati dei delitti di tradimento e aiuto al nemico… per avere col tradimento dell’Idea…”. Ma non esiste in alcun codice la figura giuridica di Idea e nessun attentato è stato compiuto contro l’indipendenza dello Stato. Il solo istituto messo in crisi era il fascismo, questo sì, responsabile nei confronti del Paese e del popolo italiano. Ma non sono tempi per disquisizioni giuridiche. Ciano deve morire. Pavolini lo dirà chiaramente il 15 novembre, a Verona, alla nascita della Repubblica Sociale: “Vi dico subito, per quello che riguarda la punizione che l’unica pena prevista per coloro che siano colpevoli del reato di tradimento è la morte”. Del resto Ciano non si fa illusioni. Il tempo veronese nel carcere degli Scalzi è solo una straziante attesa d’una fine annunciata. Un medico viene a visitarlo periodicamente, per assicurarsi che non si sottragga al plotone di esecuzione (e Ciano tenterà invano di evitare quell’estrema umiliazione ingerendo un veleno creduto tale, mentre era solo clorato di potassio). Vengono comunicati i nomi dei giudici, il presidente Vecchini, gli otto membri, i due pubblici ministeri. Tutti, per Pavolini, “offrono la massima garanzia che, specialmente nel caso Ciano, pronunceranno la sentenza di morte”. Il processo si celebra nel salone di Castelvecchio in due giorni e l’11 gennaio 1944 c’è la scontata condanna. In aula si aggira l’implacabile prefetto Cosmin, con il suo braccio destro Furlotti, deciso a uccidere con le sue mani Ciano se la sentenza non sarà di morte. E Furlotti non si priverà della macabra voluttà di dare il colpo di grazia al conte, sopravvissuto alla scarica del plotone. Cosa resta? La lunga e angosciosa speranza dei morituri sull’esito delle domande di grazia, l’estenuante attesa col cappellano del carcere, l’affannata corsa verso Verona di Edda che crede di incontrarvi il marito liberato dopo il patteggiamento con i tedeschi e che, ricevuta da Harster, si sente garbatamente comunicare: “Contessa, siete fottuta”. E il suo odio feroce per il padre che solo gli anni scoloriranno e che un giorno le farà dire: “Avrei preferito che Galeazzo fosse stato ucciso da mani assassine, senza che mio padre avesse a che fare con questa sporca faccenda”. Si può capirla”.

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