28 gennaio

28 gennaio

Continua la ritirata delle truppe italiane in Russia. Centinaia di chilometri a piedi nella neve e nel gelo. Si è inseguiti dai soldati e dai partigiani russi, ma si muore soprattutto per fame e congelamento.

All’inizio, nel luglio dello scorso anno, l’Armata italiana in Russia, l’Armir, aveva una forza di 229 mila uomini, 988 cannoni, 420 mortai, 17 mila automezzi, 25 mila quadrupedi e 64 aerei. Secondo quanto accerterà, dopo la fine della guerra, l’ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, i superstiti saranno 114.485 oltre a 29.690 feriti o congelati. Più di diecimila saranno i prigionieri che l’Unione Sovietica restituirà, anno dopo anno; gli ultimi nel 1956.

Gli stessi dati dicono che i combattenti non rientrati in patria dal fronte russo saranno 74.800. La maggior parte muoiono in questi giorni, e poi tanti altri ancora, in febbraio. Trecento chilometri a piedi nella neve, quaranta gradi sotto zero, e poi altri 350 fino a Gomel e poi a Sebekino, a nord di Chtachov.

A Nikolaievka1, due giorni fa, i resti delle tre divisioni del Corpo d’armata alpino e della divisione Vicenza sono riusciti a sfondare l’accerchiamento; non si sono fermati, però, e hanno ripreso subito la marcia per sfuggire ai russi e ai partigiani che li inseguono. Ma ora la morte non sarà soltanto da arma da fuoco: di fucile, di carro armato, di aereo.

Un momento della ritirata in Russia dei soldati del Corpo d'armata alpini e della divisione Vicenza. Trecento chilometri a piedi nella neve a quaranta gradi sotto zero

Un momento della ritirata in Russia dei soldati del Corpo d’armata alpini e della divisione Vicenza. Trecento chilometri a piedi nella neve a quaranta gradi sotto zero.

Anche il sottotenente Bruno Zavagli2, ufficiale autiere senza auto e senza autieri, ha lasciato la piana davanti a Nikolajevka e prosegue, rimasto solo, verso una improbabile salvezza. “Quanti giorni sono che non mangio?” ricorderà molti anni dopo. “Quant’è che non chiudo gli occhi? Mi metto rannicchiato con le braccia conserte e lascio scendere un velo di torpore sul corpo che non regge più come prima. Probabilmente il sonno mi ha colpito a tradimento e riesco a malapena, con grandissimo sforzo, a concentrarmi nel risveglio in pieno buio; forse è notte. Tutto intorno a me è in movimento. Mi rendo così conto che la colonna si è rimessa in cammino. Un tedesco spegne con i piedi un pallido fuocherello. I sopravvissuti passano alla spicciolata affranti. Così, seduto, li vedo avvicinare, ma, quando sono ad un passo o due da me, non riesco ad alzare gli occhi per seguirli. La slitta alla quale ero appoggiato se ne è andata, ma non me ne sono accorto; perché non sono più appoggiato, sono appoggiato a niente.

“Sono già morto? Sono un fantasma in mezzo a tanti altri o un moribondo fra moribondi? Accoccolato in terra, con le braccia conserte sulle ginocchia piegate, guardo sfilare i resti di una umanità in grigioverde. Ma non mi sembrano più uomini destinati a morire come li vedevo fino a poco prima. Mi rendo conto che loro sono vivi e io no. Chi mi guarda ha già giudicato: un cadavere congelato. Tutti passano e nessuno pensa che io possa essere vivo e possa avere bisogno di qualcosa.

“Sono già passati migliaia di uomini, i testimoni della mia morte. Piano piano mi viene un pensiero terribile: quanti uomini debbono ancora passare? E fra tutti questi ce ne sarà uno che si accorgerà che sono ancora vivo; un poco appena, ma vivo? Se è terribile essere vivo in mezzo ai morti, è ancor più terribile essere quasi morto in mezzo ai vivi. Il freddo si insinua, addormentando i tessuti che tocca ed il cervello è testimone inerte ma lucido di questa distruzione.

“Guardo fisso di fronte a me, senza poter fare il minimo movimento. Attendo che anche l’ultimo sventurato semicongelato mi sfiori nella sua marcia faticosa. Adesso attendo che il destino si compia. Adesso non ho più paura o almeno non l’avverto più come prima.

“Nel buio che mi circonda mi giungono indistinte le voci e sempre più attenuati i rumori. Non più un cavallo o un mulo; non più una slitta o un reparto di truppa, ma solo sbandati incrostati di ghiacci; alcuni agonizzanti, ma ancora in cammino. Mentre io sono piantato lì in mezzo, immobile, più di vetro che di marmo; basterebbe un urto per spezzarmi qualche arto.

“Avanzano altri rumori, altre voci. Sono ritardatari che sfilano, dividendosi quando si imbattono nell’ostacolo del mio corpo. Li posso seguire soltanto fino a che restano nel mio angolo visuale, che è molto ridotto; spariscono nel rumore soffocato di passi sulla neve, qualche colpo di tosse, un ansimare faticoso che si allontana. La cosa si ripete con altri sbandati; volti emaciati con barbe ispide incrostate di ghiaccio, poi lo sguardo si riduce alle tasche, poi alle ginocchia; e ancora tasche, ginocchia, tante ginocchia che sfilano di fianco. Tutto si agita dentro di me, ma non riesco a muovermi, non riesco a liberarmi dalla prigione del gelo.

“È passato del tempo; il silenzio oramai è interrotto soltanto da latrati di cani randagi, da qualche tonfo sordo di cannonate lontane. Dentro mi pervade una pace nuova. Non mi sento più inseguito dalla morte, ma la guardo con distacco. Quei rari passi che mi sfiorano non appartengono certo a uomini che possano aiutarmi; sono l’estrema coda del lungo serpente formato da feriti, congelati, disperati. È buio fondo, ma non abbastanza da impedirmi di vedere le sagome di chi mi sfila vicino. L’Armir, o quello che era l’Armir, i resti di quell’armata si allontanano sempre di più verso un’improbabile salvezza, verso altre sofferenze, combattimenti, sfide al gelo e alla fame. Io sono pressoché seduto, sbilenco e ben rigido. Non penso nemmeno a quello che succederà tra poco, perché non mi tocca; non soffro, non riesco a pensare; intorno non c’è niente da vedere; chiudo gli occhi o credo di chiuderli, perché sono fissi, bloccati.

“Mi pare di sognare quando sento voci che si avvicinano; e la convinzione si rafforza quando mi sembra che le voci pronuncino parole italiane. Sono dietro di me e quindi non posso vedere niente. Ma ecco che mi aggirano e vengono davanti; scorgo scarponi. Uno si china e poi, rivolto ad altri che sono in piedi, esclama ‘ma questo è il tenente’. Si chinano tutti ed un altro mi riconosce; anche io riconosco tre soldati miei e due dei soliti alpini associati alla sorte della mia autosezione; sento gioia, ma non posso muovere né un dito né un ciglio; sono un blocco di ghiaccio. Vedo nel volto di quegli uomini la pietà; mi hanno giudicato già morto e non sono tanto lontani dalla verità. Se mi voltano le spalle sono finito, e adesso non sono più indifferente alla morte; ma è inutile. Si alzano e forse spariranno per sempre verso ovest, anche loro in cerca di salvezza, lasciandomi a segnare la via di Nikolaievka. No, non vanno via; uno di loro, un caporalmaggiore, ha deciso un ultimo gesto di pietà e dice che almeno vuol mettermi sotto una coltre di neve per evitarmi le bestie della notte, e comincia a scavare con le mani nella neve fresca; non possono certo darmi sepoltura. Mi è passata negli occhi forse un’ombra? un’ombra di disperazione? Si accorgeranno di me, che sono vivo?

“Non riesco a capire; uno dei soldati mi fruga nella tasca interna della giacca per prendere portafoglio e piastrina, da inviare, se tutto finirà, alla mia famiglia. Fruga, fruga e a un tratto si arresta; è spaventato e chiama gli altri a controllare; ha sentito il cuore che batte. Sono salvo. O almeno nella mia ingenuità ho pensato questo, senza riflettere che forse sarei morto dopo pochi minuti per altri eventi.

“Il caporalmaggiore è in gamba e si ricorda le istruzioni. Infatti non cerca di muovermi subito, ma fa accendere un fuocherello a qualche metro. Mi renderò conto più tardi che questo è stato il secondo miracolo, dopo il ritrovamento. Mi avessero mosso o cercato di alzarmi per riprendere subito a fuggire, dato che la colonna è già lontana e i partigiani alle calcagna, mi sarei rotto in cento pezzi; proprio come un oggetto di vetro; un orribile oggetto di vetro. Accartocciato, con il ghiaccio intorno alla bocca e agli occhi, livido per il congelamento, con gli occhi sbarrati o socchiusi, del tutto privi di espressione; non ero altro che un cadavere, una larva gelata.

“Hanno scaldato questa larva da lontano ed appena ho percepito il primo calore, sono riuscito ad aprire bocca. Adesso mi rendo conto che ero veramente morto e sto risuscitando. Adesso vedo la vita già in maniera diversa e dirigo le operazioni che potrei chiamare di salvataggio: ‘Avvicinate lentamente il fuoco, spogliatemi e frizionatemi con la neve’. Sono i soli rimedi del momento; fino a che la pelle si rompe ed esce il sangue.

“Mi viene da urlare e non so davvero se per il dolore che adesso sento o per la gioia di sentirlo, di essere vivo fra i vivi”.


1 Nikolaievka o Nikolajevka o Nikolajewka; oggi è nota come Livenka. Altri paesi della zona hanno il nome di Nikolaievka.

2 È l’avvocato Bruno Zavagli, di Firenze, classe 1918; si veda anche la giornata del 17 gennaio.

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