26 settembre

26 settembre

Dopo l’annuncio dell’armistizio re, governo e tutto il Comando supremo sono fuggiti da Roma. L’esercito si sfascia di fronte ai tedeschi. Ordini sono stati dati? E sono arrivati, chiari, a tutti i Comandi operativi?

Armistizio significa sospensione delle ostilità fra due eserciti in attesa di un trattato di pace. Nel linguaggio comune e nella considerazione degli italiani la parola è stata intesa, la sera dell’8 settembre e nei giorni seguenti, come fine della guerra. Invece la guerra continuerà ancora per più di un anno e mezzo. L’Italia diventerà campo di battaglia di due eserciti contrapposti, angloamericani e tedeschi, e di una guerra civile fra italiani e italiani. Saranno portati in Germania, nei campi di lavoro o di prigionia, quasi 730 mila dei due milioni circa dei militari sotto le armi. Quasi duecentomila sono i prigionieri italiani in Russia, in India, in Australia, in Sudafrica, negli Stati Uniti, in Inghilterra. Novecentomila famiglie trepideranno a lungo per la sorte dei loro figli o padri o mariti. Da oggi in poi moriranno quasi 90 mila militari e moriranno anche 123 mila civili, di cui 42 mila per attacchi aerei1.

Dopo l’armistizio, l’Italia ha ancora diciannove mesi di lutti, di sangue, di paura. Potevano essere evitati? Molti storici hanno cercato di capire che cosa è successo dopo il 25 luglio e soprattutto in questi primi giorni di settembre e di spiegare le cause di un enorme disastro nazionale, il più grave nella storia dell’Italia.

Chi scrive non si ritiene uno storico; è solo un giornalista attento ai fatti. Raccontiamoli, cominciando dal 25 luglio, dopo l’arresto di Mussolini. Nel comunicato letto quella sera alla radio Badoglio ha detto che la “guerra continua”. Badoglio non può non pensare ai modi di porre termine al conflitto, ma teme che l’accettazione di una resa senza condizioni possa esautorare la monarchia e il gruppo dirigente; decide quindi di fingere di continuare la guerra allo scopo di avviare trattative con gli Alleati e di farsi riconoscere come controparte e interlocutore non privo di autorità. E’ una pretesa fuori dalla realtà. E’ infatti incredibile che il re, Badoglio e Ambrosio ritengano che gli Alleati rinuncino alla loro più volte proclamata richiesta di resa incondizionata.

La finzione di continuare la guerra e di rimanere alleati della Germania ha anche un altro scopo: impedire a Hitler di avere una buona ragione per arrestare i governanti – il re, Badoglio, gli altri – di un paese che da alleato è diventato nemico. E’ impossibile infatti che Badoglio ritenga i tedeschi così sciocchi da non rendersi conto delle intenzioni italiane; non può non accorgersi di quella che in tutto il mese di agosto gli stessi capi militari italiani chiameranno “invasione germanica dell’Italia”2.

In realtà il Comando supremo se ne accorge e iniziative militari vengono prese. Vediamo quali.

– Il 29 luglio, su incarico del capo dello Stato maggiore generale, Vittorio Ambrosio, il generale Mario Roatta, capo dello Stato maggiore dell’esercito, convoca nel suo ufficio vari ufficiali di stato maggiore, che incarica di illustrare personalmente a tutti i comandanti di armata e di difesa territoriale una serie di istruzioni intese a fronteggiare la situazione.
Il giorno seguente, il 30, quelli che il generale Francesco Rossi (vice di Ambrosio) chiama “ordini verbali”3. vengono trasmessi personalmente ai comandanti delle armate 2a, 4a, 5a, 7a e 8a, delle Forze di Sardegna e di Corsica e delle Difese territoriali di Milano e Bologna. Tutti i comandi di armata sono così informati (“verbalmente orientati” scrive Rossi) su questi punti, che il generale Mario Torsiello, allora tenente colonnello, dopo aver detto che “gli ordini, chiaramente espressi, non potevano pestarsi a interpretazioni vaghe”, spiega sinteticamente così nel suo “Settembre 1943” (ed. Cisalpino, 1963): “reagire e opporsi con la forza ad ogni tentativo dei tedeschi di impossessarsi dei punti vitali; garantire il totale controllo di essi con forze italiane; intensificare la vigilanza degli obiettivi più importanti, destinandovi reparti comandati da ufficiali superiori energici e orientati”. E qui un’affermazione di grande significato: “Lo Stato maggiore attribuisce tale importanza alla necessità di troncare sul nascere qualsiasi tentativo da autorizzare, a tal fine, le forze adibite alla difesa costiera”.
Le divisioni costiere erano state costituite e disposte lungo le coste del Tirreno per opporsi a ogni possibile tentativo di sbarco angloamericano. Il loro eventuale uso nel territorio non poteva significare altro che la cessazione della loro funzione antisbarco. Gli Alleati non erano più il nemico da contrastare. Lo dice lo stesso Torsiello in un’altra pagina del suo libro: “Concetto essenziale delle comunicazioni fatte (il 30 luglio) nelle loro sedi: sbarchino pure gli angloamericani, purché si reagisca ai tedeschi”.

– il 10 agosto lo Stato maggiore dell’esercito dirama un documento, chiamato 111 C.T., a tutti i Comandi dipendenti (le armate 2a, 4a, 5a, 7a e 8a, le Forze di Sardegna e di Corsica e le Difese territoriali di Milano e Bologna). E’ un documento di cui gli storici dicono poco o niente4. Nel suo saggio scritto nel 1945 (“Come arrivammo all’armistizio”) il generale Francesco Rossi, sottocapo dello Stato maggiore generale, scrive di non averne avuto conoscenza e ne dà un sunto “a orecchio” di scarso rilievo. Nel 1963 Mario Torsiello, allora tenente colonnello al Comando dello Stato maggiore dell’esercito e ormai diventato generale, ne darà invece (nel già citato “Settembre 1943”) un sunto importante. Queste le direttive impartite: “prevedere e disporre l’eventuale spostamento dei Comandi in località più idonee alla loro difesa; rinforzare la protezione degli impianti più importanti; controllare i movimenti delle truppe tedesche (il testo dice – per motivi di segretezza! – “truppe non nazionali”); studiare e predisporre colpi di mano contro gli elementi più sensibili e vulnerabili delle predette forze, preparando poche imprese accurate e con reparti di forza adeguata anziché molte di meno sicura riuscita; raccogliere le truppe non aventi altro impiego, per tenerle alla mano in località importanti”; e poi una direttiva che chiarisce il senso di tutto il documento: “porre le artiglierie nelle condizioni della massima mobilità”. Le artiglierie da muovere non sono, ovviamente quelle delle divisioni mobili, ma quelle delle divisioni costiere, che le hanno fisse e puntate verso il mare. E’ la conferma dell’intendimento espresso dallo Stato maggiore generale alla fine di luglio: il nemico non è più l’angloamericano.
Chi scrive questo libro, sottufficiale in quei tempi all’Ufficio operazioni del Comando della 5a armata, ha avuto la fortunata occasione di vedere la busta che conteneva il documento e l’ufficiale che, nella notte fra il 10 e l’11, lo ha portato da Roma a Margine Coperta (Montecatini) al generale Caracciolo, comandante dell’armata. Ovviamente non ne ha letto il testo, ma, per i compiti che gli sono stati assegnati (collocazione, con bandierine, delle unità dipendenti su una grande carta topografica dell’Italia centrale) e per quello che ha modo di capire dalle istruzioni ricevute, apprende che gli ordini sono di cambiare i piani di difesa: le unità mobili si collochino intorno alle divisioni tedesche e le divisioni costiere siano in grado di rivolgere le artiglierie non verso il mare ma verso terra. Nel documento i motivi del cambiamento non sono spiegati, ma non è necessario essere strateghi militari per capirli: le unità mobili italiane a contenimento delle unità tedesche e le divisioni costiere non più in funzione antisbarco; cioè il ribaltamento delle alleanze; cioè il nemico non erano più gli angloamericani. Il sunto dal documento fatto dal generale Torsiello è una autorevole conferma di questa testimonianza.

– Il 17 agosto, di fronte al dilagare delle truppe tedesche in Italia, lo Stato maggiore dell’esercito crea uno speciale ufficio per seguire la situazione e per proporre conseguenti misure, che tuttavia, per non allarmare i Comandi germanici, devono apparire come mezzi per garantire l’ordine pubblico contro eventuali manifestazioni di piazza comuniste.

– Il 2 settembre lo Stato maggiore dell’esercito dirama un documento chiamato “Memoria 44 op” (“op” sta per “ordine pubblico”). E’ stato studiato, scritto e riscritto dal 22 agosto “a conferma e integrazione del precedente Ordine 111 C.T.”, e nella notte fra l’1 e il 2 lo batte a macchina il tenente colonnello Torsiello, che ce lo racconta e lo spiega5.

La Memoria, scrive Torsiello, fa “ritenere molto prossima e probabile l’aggressione germanica”; ma non contiene “alcun accenno alle trattative di armistizio in corso e alla prevedibile data di entrata in vigore dell’armistizio”. I “compiti generici” sono: “evitare sorprese, vigilare e tenere le truppe alla mano; rinforzare la protezione delle comunicazioni e degli impianti; sorvegliare i movimenti germanici; predisporre colpi di mano per impossessarsi dei depositi munizioni, viveri, carburanti, materiali vari e centri di collegamento dei tedeschi, precedendone l’occupazione o la distruzione; predisporre colpi di mano su obiettivi considerati vulnerabili per le forze germaniche; presidiare edifici pubblici, depositi, comandi, magazzini e centrali di collegamento italiani”.

I “compiti specifici” sono molto precisi6. Li riassumiamo dal testo di Torsiello; 2a armata: far fuori la 71a divisione germanica…; 4a armata: raccogliere la divisione Pusteria e la divisione Taro nelle valli Roja e Vermenagna, per interrompere le vie di comunicazione della Cornice…; 5a armata: con la divisione Ravenna puntare su reparti e magazzini settentrionali della 3a divisione corazzata germanica, dislocati fra il lago di Bolsena e la zona di Siena”…; 8a armata: con le divisioni Tridentina e Cuneense tagliare le comunicazioni rotabili e ferroviarie fra Alto Adige e Germania”…; Forze armate Sardegna: “far fuori la 90a divisione germanica”; Forze armate Corsica: “far fuori la brigata corazzata tedesca dislocata nell’isola”.

Alla domanda che molti si fanno “Furono dati gli ordini?” la risposta è sì; furono dati. Ma si devono fare almeno altre tre domande importanti: sono stati dati in tempo utile per essere eseguiti? E se sono arrivati in tempo, erano pensati in modo da rendere possibile la loro applicazione? E se sono arrivati agli alti Comandi (i “comandanti di alto rango” dice Torsiello, cioè di armata e di corpo d’armata), sono arrivati anche e con chiarezza ai responsabili dei dipendenti organi operativi, cioè divisioni e reggimenti?

Agli alti Comandi dell’esercito la Memoria 44 op è arrivata. Tre colonnelli di stato maggiore – scrive sempre Torsiello – sono partiti da Monterotondo (sede dello Stato maggiore dell’esercito, 24 chilometri da Roma sulla via Salaria) tra le 7 e le 14 del 2 settembre, due in aereo dall’aeroporto di Centocelle, il terzo in auto. La memoria arriva nel pomeriggio del 2 ad Anagni (Gruppo armate sud, maresciallo d’Italia Umberto di Savoia) e a Susak (2a armata, generale Mario Robotti); la sera del 2 a Padova (8a armata, generale Italo Gariboldi); il tardo pomeriggio del 3 a Sospello (4a armata, generale Mario Vercellini); la notte sul 3 a Potenza (7a armata, generale Mario Arisio) e a Cagliari (Forze armate Sardegna, generale Antonio Basso); il mattino del 3 a Bologna (Difesa territoriale); la mattina del 4 ad Ajaccio (Forze armate Corsica, generale Giovanni Magli); la mattina del 5 a Milano (Difesa territoriale). Al generale Caracciolo, comandante della 5a armata, la Memoria è stata fatta leggere alle 9.30 del 3 a Monterotondo, dove è stato chiamato da Orte.

Da notare: la Memoria non dà notizia dell’armistizio che sta per essere firmato (il 3) e non è trasmessa allo Stato Maggiore della Marina, allo Stato maggiore dell’Aeronautica e neppure, a Tirana, al Gruppo armate est (da cui dipendono tutti i Corpi d’armata in Grecia, Montenegro, Albania e nell’Egeo). Il Gruppo armate est dipende infatti non dallo Stato maggiore dell’esercito ma dallo Stato maggiore generale, così come i Comandi incaricati della difesa di Roma. Tutti i Comandi dell’esercito – e anche gli altri – verranno quindi a sapere dell’armistizio solo quando sarà annunziato per radio, il pomeriggio dell’8.

– Il 6 settembre il Comando supremo (così è anche chiamato il Comando dello Stato maggiore generale) dirama un documento, il “Promemoria n. 1”. Lo riassume7 il generale Rossi, vice di Ambrosio, che ha ricevuto da lui la Memoria 44 op dello Stato maggiore dell’esercito e l’invito a trasmettere complementari ordini alla Marina, all’Aeronautica e al Gruppo armate est. Il promemoria, inviato anche allo Stato maggiore dell’esercito, ha ordini più precisi e finalizzati; ordina all’esercito di “far fuoco contro aerei tedeschi; alla Marina di “catturare o affondare navi da guerra e mercantili tedeschi” e di ”avviare le navi nazionali nei porti della Sardegna, della Corsica e dell’Elba, oppure di Sebenico e Cattaro”; all’Aeronautica di “impadronirsi degli aeroporti tedeschi e misti” e di “mantenere il saldo possesso degli aeroporti totalmente presidiati da italiani e particolarmente di Cerveteri, Furbara, Centocelle, Guidonia”.

Contemporaneamente al Promemoria n. 1 viene compilato anche un Promemoria n. 2, diretto ai Comandi del Gruppo armate est e dell’Egeo e al Comando Superiore Grecia. Per Erzegovina, Montenegro e Albania gli ordini sono di “garantire il possesso dei porti di Cattaro e Durazzo”; per la Grecia e l’isola di Creta “di avvertire francamente i tedeschi che le truppe italiane non avrebbero preso le armi contro di loro se non fossero state soggette ad atti di violenza armata” e di “riunire al più presto le forze in prossimità dei porti”. Per l’Egeo di “disarmare le forze tedesche qualora fossero prevedibili da parte loro azioni di forza”.

Si fa vivo, il 6, anche lo Stato Maggiore dell’esercito. Nella Memoria 44 op del 2 settembre ci si è dimenticati dei rapporti con la Marina e con l’Aeronautica. Nasce perciò la Memoria 45 op. Ce ne parla sempre il tenente colonnello Torsiello: la Memoria 45, redatta nello stesso numero di esemplari della precedente Memoria 44, prescrive: per la Marina “il concorso alla cattura di naviglio germanico”; per l’Aeronautica “il concorso alla cattura di aerei e all’occupazione di campi di aviazione germanici”.

Quattro ufficiali dello Stato maggiore dell’esercito – dice ancora Torsiello – partono all’alba del 6 settembre da Monterotondo; tre per via aerea ed uno (diretto al Comando gruppo armate sud, ad Anagni, e al Comando della 7a armata, a Potenza) in auto. Questa Memoria giunge a destinazione agli enti più lontani “la sera del 7 settembre”. Il generale Rossi scrive che “è molto probabile, per non dire certo” che la Memoria 45 op non sia andata oltre i Comandi di armata e così il Promemoria n.1; “perciò non vi fu certo il tempo materiale per orientare convenientemente gli esecutori e soprattutto per prendere gli indispensabili accordi per l’azione comune”.

– La notte fra l’8 e il 9 ha momenti drammatici. Nella riunione del così chiamato Consiglio della corona al Quirinale, cominciato alle 18.15, Ambrosio, Capo dello Stato maggiore generale, ha finalmente informato i tre ministri militari – Sorice, De Courten e Sandalli – della firma dell’armistizio (avvenuta cinque giorni prima). Alle 19.42 Badoglio ne ha dato l’annuncio alla radio. Alle 20 Ambrosio ha fatto conoscere ai tre ministri militari le clausole dell’armistizio. In serata Ambrosio apprende che il promemoria n. 2 non è arrivato a tutti i destinatari e alle 0.20 provvede a inviare per radio agli stessi Comandi un dispaccio (ha il numero 24203) per ripeterne gli ordini; vi aggiunge però una disposizione: “di non prendere l’iniziativa di atti ostili contro i tedeschi”. E’ una “seria remora” (è lo stesso generale Rossi che lo ammette) all’attuazione delle disposizioni offensive contenute nella Memoria 44 op e nel Promemoria n.1.

Intorno alle 238 Roatta, Capo dello Stato maggiore dell’esercito, invia il generale Umberto Utili (capo dell’Ufficio operazioni) da Ambrosio, Capo dello Stato maggiore generale, per chiedergli di essere autorizzato a trasmettere il fonogramma previsto dalla Memoria 44 op (“attuare misure ordine pubblico memoria 44). Ambrosio – “sentito Badoglio”, secondo Torsiello; “non avendolo trovato”, secondo Utili – risponde di no. Nella nottata – dice Torsiello e non nasconde la sorpresa – arriva allo Stato maggiore una “bufera di richieste telefoniche”, specie – dice ancora Torsiello – “da parte di quei Comandi che non hanno ricevuto notizia degli ordini e degli orientamenti diramati in precedenza”.

La memoria 44 op diceva che l’attuazione degli ordini poteva avvenire anche “di iniziativa dei comandanti in posto”, ma evidentemente non tutti si sono sentiti di prendere iniziative senza un chiaro assenso superiore; non sanno niente, né di trattative con gli angloamericani, né di armistizio. Formalmente i tedeschi sono ancora gli alleati e il bollettino emesso stamani, come tutti i giorni, dal Comando supremo (e firmato Ambrosio) non è diverso da quelli precedenti; parla di “reparti italiani e germanici che ritardano l’avanzata delle truppe britanniche sul fronte calabro” e dell’”aviazione italo-tedesca che ha danneggiato navi da trasporto nel porto di Biserta”.

Allo Stato maggiore dell’esercito si cerca ancora Ambrosio, ma Ambrosio non si trova. Introvabile è anche Badoglio; il capo del governo sta preparando la fuga col re verso un aeroporto o un porto dell’Adriatico. Dopo molti tormenti Roatta ordina allora di trasmettere a tutti i Comandi che hanno ricevuto la Memoria 44 op un fonogramma che dice “ad atti di forza reagire con atti di forza”. Fra le 0.50 e l’1.35 tre ufficiali dello Stato maggiore (uno è Torsiello) lo telefonano personalmente ai comandanti o ai capi di stato maggiore di quei Comandi. Ma è un ordine equivoco o ambiguo come ambigua era l’analoga frase del comunicato con cui Badoglio ha annunziato l’armistizio (“le forze italiane…reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi provenienza”). E’ un ordine che praticamente annulla i “compiti specifici” indicati dalla Memoria. “Reagire ad atti di forza” contraddice e esclude il “far fuori”, l’”interrompere”, il “tagliare”. Soltanto “reagire”? Il senso del 111 C.T. era diverso e le direttive della Memoria 44 op comportavano il dovere di prendere iniziative contro i tedeschi senza aspettare di essere provocati.

Alle 6.30 del 9 il Comando supremo invia ai tre Stati maggiori un fonogramma per avvertire che il governo e il Comando supremo lasciano Roma dirigendosi a Pescara e per invitare i tre Capi di stato maggiore a seguirli, “lasciando sul posto i loro rappresentanti”. Al Comando supremo rimane, per ordine di Ambrosio, il generale Vittorio Palma.

All’alba anche Roatta parte da Roma. Alle 18 sarà a Chieti, all’albergo Sole, dove è Ambrosio a consiglio con sei alti ufficiali dello Stato maggiore. A Chieti arrivano anche una cinquantina di ufficiali dello Stato maggiore generale, cioè tutto il cosiddetto Comando supremo, e dello Stato maggiore dell’esercito. Badoglio è all’aeroporto di Pescara. Si parte in aereo? No, meglio per mare e meglio da Ortona. Tutti a Ortona, allora. Anche Roatta; si è messo in borghese, ma tiene un fucile mitragliatore a tracolla. Sulla banchina del porto, in attesa che arrivi il cacciatorpediniere Baionetta, il re lo guarda scuotendo la testa9.

 

Fin qui i fatti. Riprendiamo allora le domande. Gli ordini della Memoria 44 op (così come – si può supporre – anche quelli del 111 C.T., una ventina di giorni prima) sono arrivati tra il 2 e il 5 settembre ai Comandi delle armate 2a, 4a, 5a, 7a e 8a, al Gruppo armate sud, ai Comandi in Sardegna e Corsica e ai Comandi territoriali di Milano e Bologna (ma non ai Comandi di armata nei Balcani e in Egeo, che dipendono dallo Stato maggiore generale). I due documenti sono stati bruciati dopo essere stati letti. I destinatari hanno preso buona nota del contenuto? Il 111 C.T. faceva intendere, ma non lo esplicitava, che i nemici non erano più gli angloamericani ma i tedeschi, cioè gli alleati del giorno prima. Era chiaro a tutti? E poi, con quale rapidità e chiarezza le direttive della memoria 44 op (partite il 2 settembre) sono state trasmesse in tempo utile (se sono state trasmesse) dai Comandi d’armata a tutti i Comandi di corpo d’armata e da questi a tutti i Comandi di divisione e da questi a tutti i reparti dipendenti? Nessuno dei soggetti coinvolti sapeva che l’armistizio stava per essere firmato od era stato già firmato. Sull’arrivo di chiare istruzioni fino ai Comandi di divisione perfino il generale Rossi è scettico: “E’ovvio che occorreva un minimo di tempo per la diramazione degli ordini, perché a mano a mano che si scendeva ai minori gradi bisognava dare ordini particolareggiati per passare alla pratica attuazione delle direttive superiori”.

Domanda riassuntiva: sono stati informati tutti i reparti responsabili degli atti operativi, cioè le divisioni, i reggimenti, i battaglioni, sparsi nel territorio? E quelli che sono stati informati, quando sono stati informati e di che cosa? “E’ presumibile ma non affermabile – scrive il generale Rossi – che la sera dell’8 gli ordini fossero diramati, nella migliore delle ipotesi e non per tutte le armate, fino ai Comandi di divisione. Ma è ovvio che occorreva un minimo di tempo per la diramazione degli ordini, perché a mano a mano che si scendeva ai minori gradi bisognava dare ordini particolareggiati per passare alla pratica attuazione delle direttive superiori”. Il generale Rossi aggiunge che “i soli ordini che ebbero la possibilità di larga diramazione furono quelli del foglio 111 C.T. per le truppe dipendenti dallo Stato maggiore dell’esercito”.

C’è di più. Gli ordini, chiari o meno chiari, tempestivi o no, sono stati dati con la permanente intenzione di non dare ai tedeschi motivi di intervento. E’ stata una incredibile sceneggiata di stupidi segreti e di stupidi inganni. Vediamo.

– 25 luglio. Nel comunicato letto alla radio alle 22.53, dopo avere annunziato le “dimissioni” di Mussolini da capo del governo, Badoglio dichiara di avere assunto, “per ordine di Sua Maestà il Re”, il governo militare del paese “con pieni poteri”; aggiunge che “la guerra continua” e che “l’Italia mantiene fede alla parola data”. E’ la chiave per capire i cosiddetti “45 giorni di Badoglio”, fino all’8 settembre.

– Alle 22 nella cosiddetta “tana del lupo” a Rastenburg, in Prussia, Hitler, informato delle “dimissioni” di Mussolini, propone un intervento delle truppe tedesche in Roma e l’arresto del re, di Badoglio e del principe Umberto. Come direttiva propone anche di fingere di credere che gli italiani continueranno a combattere al fianco degli alleati tedeschi10. Anche questa è la chiave per capire quello che fanno i tedeschi in quei 45 giorni.

– 26 luglio. A tutti i Comandi militari arriva una circolare dello Stato maggiore dell’esercito che ordina di reprimere nella maniera più decisa ogni manifestazione “che turbi l’ordine pubblico”; “col nemico che preme” (per nemico si intende ancora l’angloamericano)“qualunque perturbamento dell’ordine pubblico, anche minimo e di qualsiasi tinta costituisce tradimento”. Dal 26 al 20 gli interventi della forza pubblica causeranno 83 morti e 308 feriti; gli arrestati saranno più di 150011.

– Informato che Mussolini è stato arrestato, Hitler discute un piano per l’occupazione militare di Roma e l’arresto del re, di Badoglio e del principe Umberto. L’operazione, chiamata “Schwarz”, verrà annullata per l’opposizione del Comando supremo (OKW) e di Kesselring e sostituita dall’operazione “Eiche” per la liberazione di Mussolini, arrestato il giorno prima12. Subito è cominciata l’occupazione militare dell’Italia: prima la 44a divisione di fanteria e la 136a brigata di montagna, che, entrata dal Brennero, ha preso possesso delle vie di comunicazioni stradali e ferroviarie dall’Austria; poi dalla Francia si sono trasferite in Italia tre divisioni di fanteria e una di paracadutisti, destinata al Lazio, e dalla Germania un’altra divisione di fanteria e due divisioni corazzate. “I primi atti ostili della Germania contro l’Italia – scriverà Torsiello – risalgono al 25 luglio”.

– 28 luglio. Il generale Castellano, capo della sezione piani e operazioni dello Stato maggiore generale, si incontra col colonnello delle SS Eugen Dollman, “eminenza grigia” del potere nazista a Roma, e lo assicura che l’Italia desidera continuare a combattere con l’alleato tedesco; l’arresto di Mussolini ha solo tolto un intralcio alla collaborazione militare fra i due paesi13.

– 29 luglio. Tutti i quotidiani sono sottoposti a censura preventiva, con un funzionario della prefettura in redazione che esamina e cestina notizie e articoli che parlano di pace e chiedono la fine delle ostilità. I giornali escono con molti spazi bianchi in prima pagina.

– 31 luglio. Il ministro degli esteri del nuovo governo Badoglio, Raffaele Guariglia, appena arrivato da Ankara dove era ambasciatore, si reca in Vaticano per incontrare il rappresentante diplomatico inglese, Francis d’Arcy Osborne. E’ il primo contatto del governo italiano col nemico. L’iniziativa è segreta; la conosce soltanto Badoglio, oltre al re.

– 3 agosto. Il diplomatico Blasco Lanza d’Ajeta, già capo gabinetto di Galeazzo Ciano, parte per Lisbona con una lettera di Osborne per il cugino Ronald Campbell, ambasciatore inglese in Portogallo. L’iniziativa di Guariglia è segreta; la conosce soltanto Badoglio. Ma Lanza non ha credenziali né deleghe ed è poco creduto.

– 4 agosto. Contemporaneamente, il ministro Guariglia incarica il console italiano a Tangeri, Alberto Berio, di prendere contatto col console generale inglese Alvary Gascoigne. Anche Berio non ha credenziali, anche lui ha solo vaghe richieste di possibili trattative. La risposta è: solo resa incondizionata dell’Italia.

– 6 agosto. Su proposta di Badoglio, Guariglia e Badoglio si incontrano al confine di Tarvisio con Ribbentrop (ministro degli esteri) e con Wilhelm Keitel (capo dell’OKW, cioè comandante in capo delle forze armate tedesche). Guariglia conferma la volontà italiana di proseguire la guerra al fianco dell’alleato tedesco e Ambrosio accetta che le divisioni tedesche in Italia passino da nove a sedici14.

Nello stesso giorno il generale Giuseppe Castellano è inviato in treno dal ministro Guariglia a Lisbona. Anche lui non ha credenziali; ha soltanto una lettera di presentazione per l’ambasciatore inglese a Madrid, Samuel Hoare, datagli dall’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, Osborne. Hoare lo aiuta a trasferirsi a Lisbona per incontrarsi con l’ambasciatore inglese Roland Campbell.

– 14 agosto. A Casalecchio, vicino a Bologna, Roatta si incontra con Erwin Rommel, capo del Gruppo armate B e col generale Alfred Jodl, capo dell’Ufficio operazioni dell’OKW, per discutere i piani di difesa dell’Italia di fronte all’avanzata delle armate angloamericane.

– 24 agosto. Non avendo notizie del generale Castellano, che da Lisbona ha spedito a Roma due telegrammi in cifra, che non sono arrivati o non sono stati capiti, Ambrosio e Guariglia inviano in aereo a Lisbona il generale Giacomo Zanussi, addetto allo Stato maggiore dell’esercito.

– 27 agosto. Rientrato a Roma da Lisbona, il generale Castellano consegna a Badoglio e a Guariglia (Ambrosio non c’è) il testo del cosiddetto “armistizio breve”, che, dopo molte diffidenze, gli è stato consegnato dal Capo di stato maggiore delle forze alleate nel Mediterraneo, il generale americano Walter Bedell Smith, e dal Capo dell’Intelligence, il brigadiere generale inglese William Kenneth Strong, arrivati a Lisbona da Algeri.

– 31 agosto. Il generale Castellano parte in aereo per Termini Imerese, da dove un aereo americano lo trasferisce all’aeroporto di Cassibile, vicino a Siracusa; ha un serie di richieste di Badoglio. La sera stessa Castellano rientra a Roma col rifiuto alleato di posticipare la data dell’armistizio e di organizzare sbarchi a nord della capitale.

– 1 settembre. Il ministro degli esteri Guariglia assicura l’incaricato d’affari tedesco Rudolf Rahn (poi ambasciatore) che l’Italia non capitolerà e continuerà la guerra al fianco della Germania15.

– 2 settembre. La Memoria 44, emessa oggi, porta come indicazione di protocollo le lettere o e p, cioè “ordine pubblico”. Si vuol continuare a far credere ai tedeschi che le varie misure ordinate dall’alto servono a garantire il paese da possibili manifestazione dei comunisti.

Il generale Castellano riparte dall’aeroporto di Guidonia per Cassibile insieme al maggiore Marchesi, addetto allo Stato maggiore generale.

– 3 settembre. Nelle prime ore del pomeriggio Badoglio convoca al Viminale i ministri della guerra, della marina e dell’aeronautica (Sorice, De Courten e Sandalli), presenti il Capo di stato maggiore generale (Ambrosio), il Capo di stato maggiore dell’esercito (Roatta) e il ministro degli esteri (Guariglia), per comunicare “l’autorizzazione data al generale Castellano per l’accettazione dell’armistizio, invitando ognuno a predisporre nella propria competenza e secondo le direttive già date dal Capo di stato maggiore generale”. Badoglio spiega che vi sono trattative di armistizio in corso, “che devono essere tenute ancora assolutamente segrete”16.

– Alle 17.15 il generale Castellano firma l’armistizio a Cassibile. E’ arrivato ieri, ma senza un mandato scritto che gli attribuisca i poteri di firmare l’atto che pone fine alla guerra. Chiesto per telefono a Roma, il mandato è stato depositato in mattinata presso la legazione inglese in Vaticano e il “via” è arrivato a Cassibile alle 16.30.

– Della firma dell’armistizio in corso di svolgimento a Cassibile non è stata data notizia da Badoglio né prima né dopo ai ministri Sorice, De Courten e Sandalli (guerra, marina e aeronautica)17.
– Badoglio dichiara all’ambasciatore Rudolf Rahn: “Noi combatteremo e non capitoleremo mai”18.

– 4 settembre. Il generale Ambrosio assicura Rudolf Rahn di essere sempre animato “dalla ferma e sincera volontà di continuare la guerra comune”19.

A Cassibile il generale Castellano discute con i rappresentanti inglesi e americani le modalità dell’armistizio.

– 5 settembre. Il maggiore Marchesi rientra in aereo a Roma da Cassibile; ha con sé il testo dell’armistizio, firmato, il piano operativo per lo sbarco negli aeroporti romani della divisione aviotrasportata americana e la supposizione che l’annuncio del’armistizio avvenga non prima del 12.

– 7 settembre. In mattinata De Courten si incontra a Roma con l’ammiraglio Bergamini, comandante in capo della così chiamata Squadra da battaglia, che gli assicura che la flotta è pronta “ad uscire per combattere nel Tirreno la sua ultima battaglia”20.

– Alle 12.45 lo Stato maggiore generale informa i Capi di stato maggiore dell’esercito, della marina e dell’aeronautica (Roatta, De Courten, Sandalli) dell’imminente prevedibile sbarco alleato nell’Italia meridionale e chiede che “siano prese conseguenti misure”. Allo scopo di garantire a Kesselring che le forze armate italiane si accingono a reagire all’invasione angloamericana, De Courten (che non sa ancora della firma dell’armistizio, avvenuta quattro giorni prima, il 3, ma sa delle trattative in corso e della missione affidata al generale Castellano per la firma dell’armistizio) chiede un incontro a Kesselring per assicurarlo che la Squadra da battaglia salperà dalla Spezia domani, 8, o nella giornata del 9 per intervenire contro il nemico.

– Alle 16 De Courten convoca al ministero l’ammiraglio Bergamini e altri ammiragli; parla di possibili tentativi tedeschi contro il governo per riportare il fascismo al potere, ma non li informa delle trattative in corso con gli alleati21. Agli ammiragli legge il Promemoria n. 1 del Comando supremo, ma non dà loro una copia del testo, limitandosi ad autorizzarli a prendere degli appunti.

– 8 settembre. In mattinata De Courten ordina per telefono all’ammiraglio Bergamini22 di tenersi proto a muovere la mattina di domani “per il previsto intervento nella zona di sbarco degli Alleati”. E’ una telefonata fatta al solo scopo di ingannare i tedeschi nel caso in cui fosse intercettata dai loro servizi23. Allo stesso scopo De Courten invia il capitano di fregata Virginio Rusca al Park Hotel di Frascati, sede del comando dell’OBS, per concordare con Kesselring le norme di impiego, già fissate da tempo, per la scorta aerea tedesca incaricata di proteggere la flotta italiana in uscita dalla Spezia e da Genova con l’obbiettivo (che non esiste più) di andare a contrastare lo sbarco alleato.

– Rudolf Rahn è ricevuto dal re al Quirinale per presentargli le credenziali di ambasciatore. Il re gli conferma la decisione dell’Italia di continuare fino alla fine la lotta al fianco della Germania24.

– Nella riunione del Consiglio della corona, cominciato alle 18.15, la firma dell’armistizio, avvenuta cinque giorni prima, viene finalmente comunicata ai tre ministri militari, due dei quali, De Courten e Sandalli, sono anche Capi di stato maggiore, l’uno della Marina, l’altro dell’Aeronautica.

– Alle 17.50 l’ambasciatore Rahn telefona al generale Roatta per avere chiarimenti sulla notizia dell’armistizio trasmessa dall’agenzia Reuter. Roatta gli risponde che “è una sfacciata menzogna della propaganda inglese”.

– Alle 19.42 Badoglio annuncia alla radio la firma dell’armistizio.

– Alle 20, nella sede del Comando supremo, Ambrosio informa i tre ministri militari delle clausole dell’armistizio.

– Alle 20.30 De Courten informa l’ammiraglio Bergamini della firma dell’armistizio e lo invita, in nome del re, a partire con la flotta verso i porti indicati dal Comando alleato.

– Tra le 0.50 e 1.35 lo Stato maggiore dell’esercito ordina ai Comandi dipendenti: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

 

In questa incredibile sceneggiata di finzioni e di menzogne ci sono anche alcuni fatti inspiegabili.

– Alle 17 dell’8 settembre Roatta25 dice che governo, Comando supremo e Stato maggiore dell’esercito sono convinti che i messaggi inviati la mattina a Eisenhower e l’invio a Tunisi del sottocapo di stato maggiore generale Rossi hanno sicuramente persuaso il Comando alleato di rinviare di quattro giorni l’annuncio dell’armistizio e di attuare lo sbarco il più possibile vicino a Roma. Ma l’operazione alleata è già in corso ed è fuori dalla realtà pensare che i piani di sbarco (concordati da tempo fra Eisenhower e Churchill e comunicati a Stalin) possano essere cambiati mentre la flotta alleata è in mare verso l’Italia.

– Gli accordi prevedevano anche che l’annuncio dell’armistizio sarebbe stato preavvertito con un bombardamento di Frascati e con la trasmissione ad Radio Londra di musica verdiana e di notizie sull’attività tedesca in Argentina. Ambrosio è rimasto convinto che l’annuncio sarebbe avvenuto il 12, nonostante che la mattina dell’8 avvenisse il bombardamento di Frascati. Le due trasmissioni di Radio Londra avvennero, ma non furono registrate dai Servizi italiani.

 

In “Settembre 1943”, Editoriale cisalpina, Milano, 1963”, il tenente colonnello Mario Torsiello, ormai diventato generale, dà questa impietosa spiegazione dei drammatici e tragici eventi del dopo armistizio: “l’incertezza politica governativa; il precipitato annuncio dell’armistizio, sottoscritto sei giorni prima, rispetto alle date ritenute tali nel corso dei rapporti con gli Angloamericani; la non chiara o per lo meno dubbia interpretazione degli ordini emanati scritti e verbali (peraltro non scevri di lacune), nei quali non viene fatto alcun cenno alla probabilità di un imminente armistizio per una eccessiva e talora ossessiva volontà di mantenere il segreto; il ritardo col quale tali ordini e direttive furono impartiti; l’orientamento governativo di non ordinare alle forze italiane, ovunque dislocate, di attaccare per prime quelle germaniche, già divenute di fatto nemiche fin dal 26 luglio per un contegno che non poteva lasciare dubbi sulle loro manifeste e occulte intenzioni; l’incertezza di alcuni comandanti periferici; il mancato tempestivo coordinamento generale del disegno concernente le azioni di resistenza e le relative misure preventive”.

Il generale Torsiello aggiunge queste critiche: “Prima, l’omessa immediata emanazione, all’atto dell’annuncio dell’armistizio, degli ordini a tutte le unità, dentro e fuori del territorio nazionale, per la tempestiva attuazione coordinata delle direttive già impartite; poi, l’improvvisa decisione di far partire da Roma, il mattino del 9 settembre, con le più alte autorità dello stato, i capi militari, che – quelli delle forze terrestri – commisero l’errore di non lasciare in posto uno Stato maggiore efficiente con almeno un responsabile delle decisioni del momento”.

“L’esercito – scrive ancora Torsiello – fu lasciato in balia di discutibili e gravi iniziative, neutralizzando in gran parte tutte le predisposizioni previste”26. “Il territorio nazionale – scrive il generale Rossi – veniva ad essere teatro di una moltitudine di piccole azioni, ognuna fine a se stessa: una caserma, un paese o altro si potevano difendere per 3,5,10 giorni, e poi?”. E ancora Rossi: “Dalle ore 5 del 9 settembre purtroppo a Roma nessuno fu più in grado di rispondere ai quesiti dei Comandi periferici, mentre sarebbe stato più che mai necessario coordinare, dirigere, dare impulso alla nostra reazione, non solo a Roma, ma in tutta Italia e oltre frontiera, per ovviare, almeno in parte, alla tardività degli ordini”27.

“Omissione di provvedimenti per la difesa militare” e “abbandono di comando”, secondo gli articoli 98 e 94 del codice penale militare di guerra: queste le imputazioni rivolte al generale d’armata Vittorio Ambrosio e al generale d’armata Mario Roatta dal tribunale militare di Roma nel processo che si svolgerà nel 1948. Con sentenza emessa il 19 febbraio 1949 il tribunale, presieduto dal giudice istruttore militare maggior generale Enrico Santacroce, dichiarerà di non doversi procedere contro Ambrosio e contro Roatta perché i fatti contestati “non sono preveduti dalla legge come reato”. (Si veda qui sotto, in “15 settembre – Di più”, la sintesi del processo).

Enrico Santacroce è lo stesso procuratore generale militare che nel 1960 archivierà parecchie centinaia di fascicoli, riguardanti altrettante stragi naziste in Italia, in quello che verrà chiamato l’”armadio delle vergogna”.


1Di questi fatti si è già parlato nella giornata dell’11 settembre. Qui si vogliono studiare i meccanismi che possono spiegarli.

2Si veda di Mario Torsiello “L’aggressione germanica all’Italia” nella “Rivista militare” del luglio 1945.

3In “Come arrivammo all’armistizio”, agosto 1945, poi in Garzanti.

4Renzo de Felice (“Mussolini l’alleato”) non si occupa dei 45 giorni di Badoglio. Elena Aga Rossi (“Una nazione allo sbando”, 1993 e 2003, e “Una guerra a parte”, 2011) fa fa del 111CT un accenno in due righe e mezzo. Ruggero Zangrandi (“1943: 25 luglio-8 settembre”, 1964) ne parla in sette righe. Gianni Oliva nel suo ultimo “L’Italia del silenzio”, Mondadori, 2013, lo ignora.

5In “Rivista militare”, marzo 1952, “Documenti sull’8 settembre 1943”. Si veda anche in questo libro la giornata del 2 settembre.

6Si veda ancora la giornata del 2 settembre.

7Nel già citato “Come arrivammo all’armistizio”.

8Si veda in questo libro la giornata dell’8 settembre.

9Si veda la giornata del 12 settembre.

10“Verbali di Hitler. Rapporti stenografici di guerra 1942-1945”, Editrice goriziana, 2009.

11) Si veda la giornata del 27 luglio.

12Nei già citati “Verbali di Hitler”.

13Dichiarazioni di Castellano alle autorità giudiziarie di Bari il 1° novembre 1948. Il testo è in “1943. 25 luglio-8 settembre” di Ruggero Zangrandi.

14In “1943. 25 luglio-8 settembre” di Ruggero Zangrandi.

15Lo dirà un comunicato ufficiale pubblicato dal governo tedesco il 14 settembre.

16Relazione Sandalli, AUSA (Archivio ufficio storico aeronautica), gennaio 1944).

17Così scrive, il 6, De Courten: “Non essendo venuto a conoscenza dell’avvenuta firma dell’armistizio…”; in AUSMM (Archivio ufficio storico marina militare).

18comunicato ufficiale del governo tedesco del 14 settembre.

19Ancora nel comunicato ufficiale del governo tedesco.

20Relazione De Courten in AUSMM.

21De Courten dirà nelle sue memorie: “Non avendo ricevuto al riguardo che notizie generiche sotto vincolo di segreto”.

22Relazione in AUSMM.

23Lo dichiara il figlio dell’ammiraglio Bergamini; si veda in questo libro la giornata del 9 settembre.

24Sempre nel comunicato ufficiale del governo tedesco.

25Memoria Roatta” in AUSE.

26Sulla “ossessiva volontà di mantenere il segreto”, di cui parla Torsiello, il generale Rossi, nel suo “Come arrivammo all’armistizio”, scrive: “La conservazione del segreto era difficilissima, anche perché eravamo irretiti da un numero grande di spie; ovunque, in Italia e fuori, avevamo le nostre unità incastrate con le tedesche; molte batterie antiaeree e costiere avevano personale misto; i tedeschi si dimostravano attentissimi a sferrare il loro colpo di mano sul nuovo governo”.

27Si veda nella nota 15 della giornata dell’8 settembre la testimonianza di Sergio Lepri. Anche al centralino telefonico del Comando della 5a armata arrivarono numerose telefonate di Comandi dipendenti per chiedere istruzioni e chiarimenti. Ma il Comando non esisteva più.


26 settembre – Di più

Il procedimento giudiziario che vide imputati il generale Ambrosio e il generale Roatta, oltre ad altri generali (Castellano, De Stefanis, Carboni, Calvi di Bergolo) era cominciato – su iniziativa del ministro della guerra (così ancora si chiamava), il repubblicano Cipriano Facchinetti – il 27 settembre 1946, con due soli accusati, Roatta e Carboni e soltanto in relazione alla mancata difesa di Roma.

Durante l’istruzione formale il generale Carboni presentò, il 4 giugno del 1947, un esposto nel quale denunziava come autori dei fatti Ambrosio, De Stefanis, Castellano, Utili e Calvi di Bergolo. L’azione penale fu perciò estesa anche a quei cinque generali e l’indagine giudiziaria si allargò ben oltre i fatti trattati dalla commissione parlamentare, che, presieduta dal sottosegretario alla guerra, l’avvocato e senatore comunista Mario Palermo, aveva cercato di capire perché Roma non era stata protetta e difesa dai reparti militari che ne avevano ricevuto il compito.

L’istruzione formale fu lunga, perché volle assumere tutti i fatti dal 10 luglio al 10 settembre del 1943, e il dispositivo della sentenza occupa 112 pagine della “Rivista penale” (come appendice alla seconda parte, Giurisprudenza, dell’annata 1949). L’imputazione contro Ambrosio diceva: “a) Omissione di provvedimenti per la difesa militare per avere, quale Capo di stato maggiore generale nell’agosto e fino al 9 settembre 1943, omesso, per colpa, di provvedere alla preparazione psicologica e all’organizzazione militare in previsione dell’armistizio che si sarebbe concluso con gli anglo-americani e per avere altresì, pur dopo la dichiarazione di armistizio, omesso di autorizzare atti di iniziativa contro le aggressioni da parte dei tedeschi. b) Abbandono del comando per avere in Roma, quale Capo di stato maggiore generale, senza giustificato motivo, abbandonato il comando sia la sera del 6 settembre 1943, recandosi a Torino per affari privati e rimanendo lontano sino alle ore 10 del successivo giorno 8, sia la mattina del giorno 9, durante il combattimento, trasferendosi al sud dell’Italia”.

Questa l’imputazione contro Roatta: “a) Omissione di provvedimenti per la difesa militare, per avere, precedentemente all’8 settembre 1943: 1) pur avendo cognizione degli intendimenti tedeschi nei riguardi nostri e del nostro territorio, omesso un approfondito esame del problema strategico; 2) pur essendo stato avvertito dell’inizio di trattative on gli Alleati, al convegno del 15 agosto 1943, non avere accettato la proposta di fare rientrare in territorio italiano parecchie nostre divisioni in piena efficienza, che avrebbero potuto favorire, in modo fondamentale il concorso degli Alleati; 3) avuta conoscenza di primi risultati di trattative con gli Alleati, di avere trascurato lo studio tempestivo dei modi per decidere un concorso maggiormente efficace, al punto che si dovette rifiutare l’aiuto di una divisione aviotrasportata e per avere lasciato le Grandi Unità in una situazione di potere materialmente resistere alla sopraffazione tedesca;…b) Resa colposa, per avere, colpevolmente omettendo di provvedere ai mezzi necessari di difesa e alla resistenza contro il nemico, cagionato la resa della città di Roma, avvenuta il 10 settembre 1943; c) Abbandono del comando, per avere il 9 settembre 1943, abbandonato in Roma il suo Comando, per imbarcarsi per lontana destinazione, mentre avrebbe dovuto non muoversi per essere a conoscenza della irreperibilità del generale Carboni, al quale gli aveva affidato il comando di tutte le truppe della città.

Chiusa l’istruttoria formale, la sentenza dichiarava di non doversi procedere nei confronti del generale Ambrosio “in ordine ai reati di omissione di provvedimenti per la difesa militare e di abbandono del comando” e nei confronti del generale Roatta “in ordine ai reati di omissione di provvedimenti per la difesa militare e di resa colposa e di abbandono di comando”, “perché i fatti non sono preveduti dalla legge come reato”.

Per il generale Ambrosio il dispositivo della sentenza spiegava che l’imputazione di non aver preso provvedimenti per la difesa militare non sussisteva, perché la responsabilità per la condotta della guerra non era del Capo del Comando supremo ma del Capo del “governo militare” (cioè di Badoglio); e non sussisteva neppure la seconda imputazione, che era di “abbandono di comando” (e non di “abbandono del comando” ossia del posto di comando), perché l’assenza da Roma dal 6 all’8 era priva di rilevanza penale e la partenza da Roma per il Sud era stata ordinata personalmente dal re, Capo dello stato.

Per il generale Roatta la sentenza spiegava che la prima imputazione di non aver preso provvedimenti per la difesa militare non sussisteva perché la competenza dello Stato maggiore dell’esercito “è di contenuto esclusivamente tecnico” e “la sua opera di comando si è rigorosamente inquadrata in un’attuazione di volontà preminenti alla sua, che hanno voluto l’indirizzo generale, politico e militare”; che l’imputazione di resa colposa non sussisteva, perché “l’ordine di ripiegamento delle forze della difesa di Roma a Tivoli” era “connesso alla decisione dell’allontanamento da Roma degli organi posti al vertice dell’ordinamento costituzionale e delle istituzioni militari dello stato” (cioè re, governo e Comando supremo); che l’imputazione di abbandono di comando (qui la sentenza cambia il testo: di comando, non del comando) non sussisteva, perché “il generale lasciava Roma, per ordine superiore, con l’intendimento di impiantare il comando a Carsoli e che solo lungo il viaggio apprendeva dal generale Ambrosio la sua destinazione” (cioè Pescara, per poi imbarcarsi per il Sud). La sentenza proscioglieva anche il generale Carboni per i reati di omissione di provvedimenti per la difesa militare e di abbandono di comando “per non aver commesso i fatti” e per il reato di resa “perché il fatto non è preveduto dalla legge come reato”.

Proscioglimento anche per gli altri generali(Castellano, De Stefanis, Utili, Salvi e Calvi di Bergolo.

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Nato a Ratisbona nel 1900, morto a Monaco di Baviera nel 1985, Eugen Dollman è stato un eccezionale personaggio, addirittura affascinante, di quei tempi terribili. Laureato in filosofia a Monaco, ottimo conoscitore della lingua italiana, era un cultore appassionato del Rinascimento e delle arti italiane. Nazista per opportunità e non per troppa convinzione, nominato tenentecolonnello delle SS da Himmler, che lo aveva fatto suo amico sebbene non fosse stato mai un militare, visse a lungo a Roma e negli anni della guerra fu un frequentatore ambito dei più esclusivi salotti romani. Amante della vita mondana e della buona cucina, quasi sicuramente omosessuale, godeva di amicizie in tutti i migliori ambienti romani e anche in Vaticano.

Negli anni 1942 e 1943, fino alla liberazione di Roma nel giugno del 1944, era, senza incarichi ufficiali, un punto di riferimento per tutti, da Galeazzo Ciano e dal capo della polizia Bocchini all’ambasciatore tedesco von Mackensen (e poi all’ambasciatore Rahn); anche di donna Rachele. Dopo l’arresto di Mussolini, nei 45 giorni di Badoglio, Kesselring lo volle al suo fianco come “ufficiale di collegamento”. Ha scritto molti libri sulla sua vita in Italia e la “Piccola biblioteca” di “Nuova storia contemporanea”, diretta da Francesco Perfetti, ha pubblicato alcune sue testimonianze (“La calda estate del 1943”) proprio sugli eventi di quegli anni; anche una testimonianza sui 45 giorni di Badoglio. Ne riprendiamo qualche pagina. E’ un giudizio pesantissimo.

“Dal 25 luglio nel Terzo Reich nessuno si illuse più sulla solidità dell’alleato e sulla sua fedeltà ai patti; nessuno fece più serio affidamento sul proseguimento dell’alleanza e sulla famosa frase di Badoglio ‘La guerra continua’. Questa certezza aveva solo una lacuna: nessuno sapeva qualcosa di preciso in merito al momento in cui sarebbe avvenuta la defezione dell’Italia e circa i negoziati svolti in segreto all’estero, destinati a provocare il completo scollamento dell’Asse Roma-Berlino. Nessuno riuscì a sapere particolari precisi su ciò che si tramava.

“Da allora, da quei giorni convulsi e drammatici, sono trascorsi esattamente venticinque anni. Innu-merevoli libri sono stati scritti sul 25 luglio e sull’8 settembre; innumerevoli processi hanno cercato di far luce su quegli eventi; quasi tutti coloro che da parte italiana o tedesca furono coinvolti in quegli avveni¬menti hanno già preso la parola in proposito. Ad onta di ciò, io che sono stato uno dei principali protagoni¬sti di quell’epoca, mi permetto di affermare che i miei giudizi personali di quelle storiche settimane, così come li avevo frettolosamente appuntati e come ora si trovano davanti a me, non sono stati modificati che in qualche punto irrilevante o cancellati in quanto ine¬satti; al contrario, sia allora come oggi, il mio parere, del resto condiviso sin dall’inizio dal feldmaresciallo Kesselring e dal suo capo di stato maggiore, generale Westphal, è stato ed è che l’8 settembre 1943, come anche il 25 luglio, avrebbero potuto portare al pieno successo gli italiani che aspiravano al disimpegno dalla guerra in corso, se il governo Badoglio, per una serie di tragici errori, non si fosse fatto sfuggire, con la massima leggerezza, la vittoria che aveva quasi in pugno.

“Sempre secondo il mio parere la principale responsabilità per tale mancata vittoria ricade sulla prova assolutamente fallimentare fornita dal maresciallo Badoglio e dal generale Carboni, oltre che sulla decisione di Re Vittorio Emanuele III di darsi alla precipitosa e infausta fuga di Pescara. Gran parte delle responsabilità, poi, ricadono sugli americani e sui loro alleati, i quali, in relazione alla missione Taylor, avrebbero dovuto insistere in modo assoluto sull’opportunità dello sbarco aereo in uno degli aeroporti situati nelle immediate vicinanze di Roma e che, in tale occasione, hanno dimostrato, ancora una volta, quanto scarso uso sappiano fare della loro superiorità militare ancorché di quella politica e diplomatica.

“Ritengo utile, per avvalorare queste mie personali tesi, citare adesso dai miei appunti di diario del 1943, alcune parti relative ad entrambi questi due punti cardinali (l’insipienza di Badoglio e del suo entourage e l’errore degli americani): «Al mio arrivo al Quartier generale di Kesselring, nelle prime ore del 9 settembre, trovai il Feldmaresciallo estremamente serio e preoccupato, in attesa, da un’ora all’altra, della funesta notizia dello sbarco aereo degli Alleati o dell’attacco generale concentrato, comandato naturalmente dallo stesso Maresciallo Badoglio (!), delle sei divisioni italiane fatte affluire intorno a Roma. Secondo il Generale Westphal, Capo dello Stato Maggiore, nonché secondo il generale Student, comandante della II Divisione Cacciatori paracadutista, che dopo il 25 luglio fu fatto attestare a Pratica di Mare, lo sbarco dei paracadutisti americani sarebbe stato non solo possibile, ma persino facilmente coronato da successo e senza particolari pericoli, nonostante sia stato dato ordine al Comando tedesco di occupare tutti i campi di aviazione – ma con chi e con che cosa?

“Come avrebbero potuto le truppe tedesche, già in stato di estremo allarme per l’atteso sbarco sulla terraferma, con i loro scarsi effettivi, occupare tutti i campi d’aviazione, respingere l’attacco delle sei divisioni italiane fedeli al Re e, ove possibile, cavarsela anche con una rivolta di Roma e dei romani?”.

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Nel suo “Settembre 1943”, più volte citato, il generale Mario Torsiello scrive che “l’armistizio, del quale nessuno aveva ricevuto preventive notizie, pose tanti Comandi di grandi unità dinanzi a situazioni improvvise e gravissime e i tedeschi, che tutto avevano previsto, li misero con la forza o con l’inganno nella materiale impossibilità di esercitare la loro azione di comando”. Torsiello elenca questi casi (non senza, in qualche caso, comprensibile benevolenza):

– vari reparti furono sciolti dagli stessi comandanti per sottrarli alla cattura e alla deportazione;

– unità improvvisamente circondate furono disarmate o si dovettero arrendere per impedire rappresaglie contro le popolazioni civili;

– vari Comandi dislocati nelle grandi città, dopo un un primo tentativo di resistenza, ne abbandonarono la difesa per sottrarle alle minacciate distruzioni con bombardamenti aerei;

– alcuni comandanti furono sottoposti a crisi di coscienza e ritennero di non dovere o non potere considerare improvvisamente nemico l’alleato del giorno prima;

– qualche reparto si sbandò integralmente, soggetto ad improvviso rilassamento morale.

A tutte queste situazioni specifiche, aggiunge il generale Torsiello, “si sommò la violenza tedesca, con la sua irruenza e la sua immediatezza, con fucilazioni sommarie, con atti e gesti che ebbero profonde ripercussioni sulla sensibilità e sulla compagine dei reparti, anche se inizialmente disposti alla ribellione al tedesco; violenza sempre preceduta da minacciose intimazioni, materializzate dalla presenza di formazioni corazzate mobilissime, decise a risolvere e dominare, in brevissimo tempo, la nuova situazione.

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L’esistenza di piani ben precisi e da tempo predisposti da parte degli alti Comandi tedeschi è confermata dalle date dell’occupazione militare delle città dei centri più importanti dopo l’armistizio dell’8 settembre; il 9 Milano, Torino, Bolzano, Belluno, Udine, Trento, Alessandria, Piacenza, Reggio, Bologna, Genova, Imperia, Savona, Ventimiglia, la Spezia, Grosseto, Viterbo, Civitavecchia, Gaeta; il 10 Gorizia, Trieste, Como, Bergamo, Brescia, Verona, Padova, Treviso, Vicenza, Venezia, Parma, Rovigo, Ferrara, Modena, Forlì, Pisa, Livorno, Arezzo, Terni, Roma; l’11 Aosta, Cuneo,Siena, Perugia, Piombino, Napoli, Campobasso, Benevento; il 12 Firenze, Pescara, Chieti, l’Aquila; il 16 Fiume.

Anche questi dati sono in “Settembre 1943” del generale Torsiello

Questa giornata è stata pubblicata in parte nel numero di giugno-luglio 2014 della “Nuova Antologia” diretta da Cosimo Ceccuti.

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