25 dicembre

25 dicembre

Un altro Natale triste. A Roma il Comando tedesco ha spostato il coprifuoco di due ore, dalle 19 alle 21. Non c’è stata la messa di mezzanotte. C’è freddo, c’è fame, c’è paura. E il messaggio natalizio di papa Pio XII non rincuora gli animi. Ci si chiede: come andrà a finire?

È Natale. Di Natali di guerra ce ne sono stati già tre, ma questo è più triste degli altri, alla fine di un anno pieno di speranze e poi di delusioni, di felicità e poi di sconforto. Non c’è più certezza di niente. La guerra invece di terminare continua. E come andrà a finire? Molti si domandano da che parte stare: dalla parte degli inglesi e degli americani o dalla parte dei tedeschi e dei fascisti? I più hanno scelto di stare dalla parte della democrazia; ma molti hanno scelto, per ora, di stare dalla parte di prima. Non si sa mai. E poi si è più sicuri, con i fascisti che sono tornati e fanno i gradassi, peggio di come hanno fatto per vent’anni.

C’è il coprifuoco; non c’è stata la messa di mezzanotte. A messa i fedeli sono andati stamani e il sacerdote ha parlato del messaggio natalizio del papa. È un messaggio lunghissimo, una pagina e mezzo dell'”Osservatore Romano’. C’è un sunto sui giornali, ma, a differenza dello scorso anno, il sunto non è brevissimo ed è in prima pagina, non in una pagina interna. Il titolo del “Corriere della sera” è “Non c’è pace senza giustizia”, il titolo della “Stampa” “Invocazione del papa per la giustizia dei popoli”. Tutti e due i giornali hanno usato nel titolo la parola “giustizia”; del messaggio del papa hanno ripreso un monito che è un presagio a un mondo non più in guerra.

“A Villa Borghese” racconta Miriam Mafai1 pascolavano le pecore e le aiuole di Roma (anche quella di piazza Venezia) erano state trasformate in miserabili ‘orti di guerra’. Alle set­te di sera scattava il coprifuoco. I portoni delle case si chiudevano. Si chiudevano le finestre dalle quali non doveva trapelare nemmeno una lama di luce. Le strade erano buie e deserte. Dopo le sette di sera potevano circolare soltanto i militari, fascisti o tedeschi, e i civili che avessero un permesso speciale, i tipografi, i medici, gli infermieri.

“Ma per Natale ci fu una novità. Il comando tedesco ordinò lo spostamento del coprifuoco dalle sette alle nove di sera. Per tre giorni, 24, 25 e 26 dicembre, avremmo potuto godere di due ore di libertà in più. E noi ci godemmo quelle due ore di libertà in più andando alla ricerca di carrube e mosciarelle (le castagne sec­che che potevano essere masticate per ore), che avrebbero sostituito sulla tavola natalizia i dolci di una volta.

“La casa che l’amico collezionista ci aveva affidato era grande e bene arredata, con­servava il ricordo di lontane feste e ricevimenti ai quali noi non avevamo partecipato. E all’improvviso ci venne in mente di festeggiare il nostro Natale del 1943. Chia­mando a raccolta, per quella sera, i nostri amici più cari. Nonostante il freddo, la fame, la paura. Mia madre venne convinta a sacrificare, per l’occasione, un mastello di marmellata gelosamente conservato da tempo immemorabile. Le patate, nascoste da me in cantina, avevano messo i germogli e passammo un intero pomeriggio a ri­pulirle. La cena, decidemmo, doveva essere una vera cena, alla quale tutti avrebbero contribuito portando qualcosa: un mezzo chilo di pasta, una mezza bottiglia d’olio, una scatola di pomodori. Delle arance. Del pane. Del formaggio. E vino, in abbon­danza. E cena fu, come avevamo deciso.

“Non ricordo se mia madre accese anche quell’anno il candelabro a nove braccia che era stato del padre rabbino a Kowno. Ma ricordo la nostra allegria, la sicurezza con la quale tutti, un po’ ubriachi; brindammo abbracciandoci all’ultimo Natale di guerra. Non era solo una speranza. Eravamo sicuri che l’anno successivo non ci sa­rebbero stati più tedeschi a Roma. Era la nostra scommessa di adolescenti, impegnati da mesi a distribuire giornaletti clandestini e a scrivere di nascosto sui muri “abbas­so i tedeschi”. Ed eravamo sicuri di avere ragione, sicuri che alla fine avremmo vinto noi. Eravamo giovani… Il più vecchio tra noi, Maurizio Ferrara, aveva ventidue anni. E aveva appena compiuto i vent’anni Maria Antonietta Macciocchi, responsabile delle donne comuniste dalla nostra zona, che mi aveva ordinato “se ti fermano men­tre hai l’Unità in borsa, devi mangiarla” (per fortuna non mi è mai successo). La più giovane era mia sorella Gina che, a tredici anni, aveva avuto il compito di cucire, per il giorno della liberazione, una quantità di coccarde tricolori. La Resistenza era per noi un’avventura, un gioco, una sfida. Dalla quale eravamo sicuri di uscire vincitori (la bella sicurezza di essere nel giusto che pian piano, negli anni della maturità, avremmo perduto).

“Così un Natale di freddo, di fame, di paura si trasformò (e tale è rimasto nella mia memoria) nel più bel Natale della mia vita, di amicizia; di festa e di speranza. Al­l’alba, appena possibile, uscimmo tutti assieme. Arrivammo fino al Pincio. Face­va un gran freddo e i nostri cappotti erano miserabili. Sotto di noi la piazza era vuo­ta. Eravamo ubriachi e felici. Sicuri di avercela fatta. E, dopotutto, avevamo ragio­ne. Su quella piazza, solo qualche mese dopo, vedemmo arrivare i primi carri armati inglesi e americani”.


1 Miriam Mafai, diciassette anni nel 1943, su “La Repubblica” del 23 dicembre 2007. È nata a Firenze nel 1926 ed è morta a Roma nel 2012. È stata giornalista, scrittrice e politica italiana; tra i fondatori della “Repubblica” e per trent’anni compagna di Giancarlo Pajetta, lo storico esponente del Pci.

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