24 settembre

24 settembre

Con la fucilazione da parte dei Tedeschi del generale Antonio Gandin e di 136 ufficiali si conclude la tragedia della divisione Acqui nell’isola di Cefalonia nel mare Jonio. Dal giorno dell’armistizio sono stati sedici giorni pieni di equivoci, di incertezze, di paura e di furore. Poi l’ira tedesca senza pietà.

“Evviva l’Italia, evviva il Tricolore!”. Sono le ultime parole pronunciate oggi davanti al plotone di esecuzione tedesco dal generale Antonio Gandin, comandante della divisione Acqui. Siamo nell’isola greca di Cefalonia nel mare Ionio.

Angelo Stanghellini, autista del generale, ricorda: “Al Comando di Argostoli, ormai disabitato, arriva una camionetta Volkswagen dalla quale scendono quattro soldati tedeschi armati di bombe a mano. Un quarto d’ora dopo giunge un’altra camionetta con a bordo il generale Gandin. Comincia il suo interrogatorio da parte tedesca con l’ausilio di interpreti”. Al termine del ‘processo’, ricorda Stanghellini, “i Tedeschi gli dicono ‘Lei, signor generale, da questo momento kaputt'”.

Stanghellini è mandato a prendere un’autocarretta. Quando torna, osserva questa scena: “Ci sono due Tedeschi armati col mitra spianato e il generale esce per primo senza più gradi, bottoni, cinghia, cordoni delle scarpe. Aveva solo giacca e pantaloni. È stato uno shock indescrivibile vedere così il generale che avevo servito”.

Gandin è fatto salire a bordo dell’auto e a Stanghellini è ordinato di guidare per la strada che conduce al porto. Dopo cinquecento metri si ferma davanti al cancello di una vecchia villa disabitata di un generale greco. È la Casetta Rossa, in riva al mare. Gandin è fatto scendere. Sul posto è presente il cappellano militare Romualdo Formato, che chiede al generale se vuole confessarsi. Gandin rifiuta. Il plotone di esecuzione è formato da 7-8 militari armati di mitra comandanti da un ufficiale, che chiede a Gandin di esprimere il suo ultimo desiderio. Il generale, molto pallido in volto, ci pensa un attimo e poi grida “Evviva l’Italia, evviva il Tricolore!”.

L’ufficiale tedesco indietreggia ed ordina il fuoco. I soldati del plotone, disposti a ferro di cavallo sparano. Il generale cade e – è sempre Stanghellini che racconta – “con disprezzo l’ufficiale tedesco dà un calcio al cadavere del generale, facendolo rotolare nelle acque del mare”.

Stanghellini riceve poi l’ordine di tornare al Comando di Argostoli per condurre alla Casetta Rossa anche gli ufficiali superiori. “Ne trasportai quattro alla volta per tre giorni e tre notti: 332. Mi sono sempre chiesto: perché quattro alla volta se sul camion ce ne potevano stare anche quindici?”. “Li mitragliavano sul molo e poi ne facevano una catasta. Rimasero senza sepoltura per giorni”.1

Questo è l’episodio maggiore della tragedia di Cefalonia. Ma cominciamo dal principio, dalla vigilia dell’armistizio, il 7 settembre. Il generale Cesare Gandini, capo di stato maggiore del generale Carlo Vecchiarelli, comandante della XI Armata, arriva da Roma ad Atene, dove risiede il Comando da cui dipende la divisione Acqui. Gandin consegna a Vecchiarelli il promemoria n. 2 dello Stato Maggiore generale2 con il quale, in previsione di un armistizio, si invita il Comando a prendere contatti con i Tedeschi: “Dire francamente ai Tedeschi che le truppe italiane non prenderanno le armi contro di loro se non saranno soggette ad atti di violenza armata”.

Vecchiarelli invia un messaggio ai suoi soldati: “Eventualità conclusione armistizio da parte Italia resta inteso: 1) Truppe italiane non faranno atti ostilità contro truppe tedesche a meno non siano da queste attaccate, nel qual caso alla forza si risponderà con la forza. 2) Esse non faranno causa comune né con ribelli greci né con anglosassoni se sbarcheranno. 3) Continueranno difendere costa fino ad avvenuta sostituzione con truppe tedesche. 4) Ognuno rimanga suo posto con attuali compiti fino nuove disposizioni”.

È il giorno seguente, l’8. Alle 17,45 dalla Radio delle Nazioni Unite ad Algeri il comandante in capo delle Forze alleate Dwight Eisenhower annuncia che il governo italiano si è arreso incondizionatamente. La notizia è captata dai radiotelegrafisti dei comandi italiani e tedeschi. Stupore e gioia fra i soldati per la speranza che la guerra sia finita. Suonano anche le campane delle chiese greche; si spara in aria in segno di giubilo.

Pochi minuti dopo, il generale Henry Maitland Wilson, comandante in capo delle forze alleate in Medio Oriente, trasmette dal Cairo un ordine del giorno nel quale conferma che la guerra tra l’Italia e le Nazioni Unite è finita e ordina pertanto “a tutti i membri delle forze armate italiane nell’area dei Balcani” di “opporre la massima resistenza” a “tutti i tentativi dei Tedeschi o dei loro satelliti di disarmare o disperdere le forze italiane o di impossessarsi delle loro armi, scorte di carburante o acqua, o postazioni da loro difese”.

Alle 19,42 l’Eiar trasmette l’annuncio dell’armistizio, dato dal generale Badoglio. A Cefalonia il generale Gandin, che comanda la divisione Acqui dal 30 giugno, ne dà comunicazione a tutti i reparti dipendenti. Ordina la consegna negli alloggi ai militari ed il coprifuoco a partire dalle 20 per la popolazione civile dell’isola.

Dopo l’annuncio ufficiale di Badoglio, dal quartier generale di Hitler parte l’ordine di eseguire il piano che prevede il disarmo delle truppe italiane ovunque esse siano. Tre le 22.25 e le 23.10 l’ordine diventa esecutivo per le truppe tedesche che controllano Cefalonia3.

Alle 21.30 il Comando di divisione della Acqui riceve dal Comando dell’XI Armata un primo radiogramma firmato dal generale Vecchiarelli e lo dirama ai singoli reparti: “Seguito conclusione armistizio truppe italiane XI Armata seguiranno seguente linea condotta. Se i Tedeschi non faranno atti violenza armata, italiani non rivolgeranno armi contro di loro, non faranno causa comune con i ribelli, né con truppe anglo-americane che sbarcassero. Reagiranno con la forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Comando tedesco informato quanto precede”.

Alle 23 al Comando Marina di Argostoli giunge da Patrasso per radiotelegrafo l’ordine dell’ammiraglio Lombardi, comandante di “Marimorea”, di far salpare per un porto dell’Italia meridionale i mas e le altre unità navali. L’ordine è subito eseguito. Le unità partono nella stessa notte agli ordini del comandante in seconda, capitano di corvetta Delfino, e raggiungono Brindisi. Resta in porto soltanto un motoscafo della Croce rossa. Cefalonia non ha più collegamenti con la Grecia e con l’Italia.

Cefalonia è presidiata dalla divisione “Acqui”, al cui comando è il generale Antonio Gandin. Il totale delle truppe italiane si aggira sugli undicimila uomini di truppa e 525 ufficiali. Integra il presidio italiano un contingente di truppe tedesche giunto nell’isola fra il 5 e il 10 agosto e costituito da due battaglioni di fanteria da fortezza con armi pesanti ed una batteria su otto pezzi semoventi da 75 ed uno da 105. La guarnigione tedesca ammonta a circa duemila uomini, fra cui 25 ufficiali.

È il 9 settembre, giovedì. Alle 0,20 il Comando supremo, resosi conto che il promemoria contenente le direttive sul contegno da tenere all’atto dell’armistizio non è stato ricevuto da tutti, lo invia di nuovo, via radio, aggiungendo l’ordine di “non prendere l’iniziativa di atti ostili contro i Tedeschi”.

Alle 0.45 il generale Hubert Lanz, comandante del XXII corpo d’armata di montagna, si reca al quartier generale italiano ad Atene per un incontro con il generale Vecchiarelli. Dal suo capo, che è il generale della Luftwaffe Alexander Löhr, comandante della XI Armata con sede a Salonicco, ha ricevuto l’incarico di trattare per il disarmo degli italiani. Vecchiarelli poco prima dell’incontro ha ricevuto un telescritto da Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, che dice “non deve essere presa iniziativa di atti ostili contro i germanici”. I due generali raggiungono il seguente accordo: “1) Truppe italiane XI Armata resteranno in difesa costiera per 14 giorni. 2) Dopo ciò Armata verrà trasferita in Italia a cura comando germanico con armamento sufficiente per: a) difendersi contro attacchi di ribelli greci o delle popolazioni dei paesi ostili da attraversare; b) per eventualmente rientrare in lotta se condizioni politico militari avessero nel frattempo a mutarsi; c) per combattere il bolscevismo che si sviluppasse in Italia o comunque per mantenere l’ordine pubblico. 3) Nel caso in cui all’arrivo dell’armata in Italia la situazione fosse divenuta tale che l’armamento dovesse essere ceduto agli anglosassoni, il comandante dell’armata s’impegna a lasciarlo in territorio tedesco”.4

Löhr rifiuta però l’accordo; esige il disarmo senza condizioni dell’XI Armata italiana. Lanz si dice dispiaciuto, ma non gli rimane che richiamare Vecchiarelli. Si incontrano di nuovo alle 3 di notte. Il generale italiano ascolta affranto il diktat, chiede come ultima concessione che almeno gli ufficiali mantengano le loro armi. Lanz è d’accordo.5

La mattina il generale Gandin convoca il comandante tedesco di Cefalonia, tenente colonnello Hans Barge, che dipende dal generale Lanz, per informarlo di quanto gli è stato comunicato dal comando di Atene il giorno prima. Barge dice di non aver ricevuto ordini in merito, ma assicura che manterrà buoni rapporti con gli italiani. Nel frattempo a Cefalonia, passata l’euforia iniziale, comincia il nervosismo tra i soldati italiani, frastornati anche dalle notizie sulla situazione determinatasi in seguito all’armistizio, messe in giro dall’Elas, la formazione della Resistenza greca di ispirazione comunista. Alcuni suoi esponenti prendono contatto con il capitano d’artiglieria Amos Pampaloni; chiedono armi, munizioni e viveri per un piano d’azione comune contro i Tedeschi, approfittando della forte superiorità numerica dei soldati italiani (circa 12 mila) sui Tedeschi (circa 2000).

Alle 20 circa arriva alla Acqui il secondo messaggio di Vecchiarelli, trasmesso da Atene alle 9,50: “Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 settembre. In aderenza clausole armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo-americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forza ribelli. Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia; si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativi munizionamenti in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti armi collettive: tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

Il messaggio suscita perplessità e diffidenza. Non solo non si deve combattere contro i Tedeschi, ma anzi collaborare, lasciando le armi e dando il cambio ai reparti tedeschi in vista del “trasferimento”.

Il messaggio pone a Gandin un interrogativo: come cedere le armi ai Tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l’ordine del governo impone di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza di qualsiasi altra provenienza? Bisogna ubbidire al governo o al Comandante dell’armata?

Gandin convoca a rapporto lo Stato maggiore della divisione, nel dubbio che il secondo radiogramma possa essere apocrifo. Si è a conoscenza che sin dall’8 settembre parecchi comandi in Grecia hanno deposto le armi ad i rispettivi cifrari sono caduti in mano tedesca. Il messaggio è quindi rinviato al comando d’armata come “parzialmente indecifrabile”. Gandin ha valutato che la superiorità numerica locale non compensa la presenza di oltre 300 mila Tedeschi tra Epiro e Jugoslavia e la numerosa aviazione germanica. Cerca perciò di trattare una resa onorevole, non ritenendo possibile un aiuto alleato al combattimento o all’evacuazione. Consulta i suoi ufficiali dello stato maggiore e i comandanti di reggimento per un parere sulla eventuale cessione delle armi. La maggioranza degli ufficiali si esprime per obbedire agli ordini di Vecchiarelli e di cedere le armi pesanti ai Tedeschi.6

Siamo al 10 settembre, venerdì. Alle 5 del mattino una autocolonna tedesca tenta di passare. Gli italiani puntano le armi, costringendo i Tedeschi a tornare indietro. Alle 7 una colonna di rifornimenti scortata da cannoni anticarro è bloccata alla periferia di Argostoli dai cannoni della 3ª batteria, ma il Comando di divisione ordina poi di lasciarli passare. Alle 9 Gandin riceve Barge per discutere della situazione. Questi chiede di obbedire alle disposizioni di Vecchiarelli, che sono arrivate anche ai reparti tedeschi della XI armata. Gandin risponde di aver chiesto delucidazioni al suo Comando, in quanto il messaggio era “parzialmente indecifrabile”

Durante l’incontro Gandin e Barge prendono tempo. Da parte italiana si aspetta un chiarificarsi della situazione ed istruzioni dettagliate dal Comando supremo con possibili rinforzi, ignorando che lo stesso Comando non è in grado di operare dopo la fuga a Brindisi del re e dello Stato maggiore.

Tutti i comandanti dipendenti dal Gruppo di armate “E” hanno intanto ricevuto l’ordine impartito ieri dall’OKW (Oberkommando der Wehrmacht, comando supremo delle forze armate tedesche comandato dal feldmaresciallo Keitel): “Laddove le truppe italiane facciano ancora resistenza, occorre dar loro un ultimatum la cui scadenza sia estremamente ravvicinata; in esso va fatto presente che i comandanti responsabili della resistenza verranno fucilati come franchi tiratori se essi non daranno ai loro subordinati, entro il termine stabilito, l’ordine di consegnare le armi”.

L’ordine sarà ribadito nel pomeriggio di domani 11 dal responsabile operativo del Comando supremo tedesco, generale Jodl, il quale aveva già disposto che gli italiani venissero informati con manifestini lanciati dagli aerei che i loro ufficiali sarebbero stati fucilati se non si fossero dichiarati subito disposti a consegnare le armi.

Molti soldati e vari ufficiali sono per la resistenza ai Tedeschi, tra cui Apollonio, Pampaloni ed Ambrosini del 33o reggimento artiglieria. Essi cominciano a manifestare dubbi sull’operato di Gandin, insignito di croce di ferro da Hitler in persona per le sue azioni sul fronte russo e con relazioni personali nell’OKW. Anche la quasi totalità dei marinai, a cominciare dal loro comandante Mastrangelo ed i suoi ufficiali, sono per la resistenza.

La Resistenza greca diffonde intanto tra i soldati italiani numerosi volantini: “Soldati italiani! È giunta l’ora di combattere contro i Tedeschi! I patrioti ellenici sono al vostro fianco. Viva l’Italia libera! Viva la Grecia libera!”.

Alle 11 dell’11 settembre, sabato, Gandin chiede con un messaggio al Comando supremo rintracciato a Brindisi di sapere se ci sia la possibilità di un rimpatrio. Prima di questo messaggio è stato tuttavia spedito alle 9,45 dal Comando supremo l’ordine di resistere ai Tedeschi: “Comunicate at Generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia et Corfù et altre isole. Firmato Marina Brindisi”. Si ritiene tuttavia che il messaggio sia arrivato verso le 19.

Alle 15.30 Gandin informa il Comando supremo a Brindisi che sono in corso trattative di resa: “Comando tedesco chiede che divisione Acqui decida subito: aut combattere unitamente Tedeschi aut cedere armi at esso. Ignorando situazione generale prego dare urgentemente orientamento risposta”.

Brindisi risponde: “Truppe tedesche devono essere considerate nemiche. Firmato generale Rossi, vice del Capo di stato maggiore generale, Ambrosio”.

Un secondo messaggio, giunto poco dopo, precisa: “Comunicate a generale Gandin che deve resistere con le armi a intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia, Corfù e altre isole”.

Le domande di Gandin e le risposte del Comando supremo sono tutte riconducibili all’11 settembre. I messaggi vengono tuttavia ricevuti quasi sicuramente il 12. “Ovunque ad Argostoli si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose” racconta nel suo libro “L’eccidio di Cefalonia” il cappellano militare Romualdo Formato; “nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunciare parole esortanti alla serenità ed alla disciplina, senza essere sull’istante tacciato di traditore e di vigliacco”.

Barge presenta un ultimatum: il disarmo totale della divisione con la consegna delle armi dovrà avvenire nella piazza centrale di Argostoli entro oggi 12 settembre alle 18 davanti all’intera popolazione. È proibita la consegna di materiale ai greci e si minacciano gravi interventi in caso di sabotaggi o violenze contro i Tedeschi. Agli ufficiali e soldati disarmati si promette un “trattamento cavalleresco”. Gandin risponde con una lettera, chiedendo chiarimenti e sottolineando l’impossibilità di adempiere nei tempi richiesti alla consegna dei materiali. A quel punto la quasi totalità dell’artiglieria della divisione Acqui e i reparti della marina, venuti a conoscenza delle condizioni di resa, si rifiutano di accettare l’ultimatum e cercano accordi con i partigiani dell’Elas. Una nuova richiesta di Barge, che come unica concessione prevede la consegna delle armi in un luogo “nelle vicinanze di Argostoli”, per evitare il disonore di una resa pubblica, perviene al quartier generale ma non fa alcun cenno al trasferimento in Italia della divisione.

Gandin alle 17 incontra i sette cappellani della divisione, ai quali illustra la situazione e chiede anche a loro un parere. Tranne uno, tutti invitano Gandin a cedere le armi. Alle 17.30 Gandin incontra Barge e gli chiede una dilazione fino all’alba. Per tranquillizzare i Tedeschi, che già stanno sbarcando rinforzi, ritira i reparti che presidiano le alture di Kardakata, dalla quale si dominano le spiagge dove questi reparti sbarcano e le due strade che lì si incrociano. Il ritiro non si estende all’artiglieria dislocata sulla penisola di Paliki e presso Fiskardo, le cui batterie saranno quindi sotto la minaccia tedesca.

In serata il colonnello Battista Fioretti dello Stato maggiore e Hans Barge iniziano un lungo colloquio per specificare i dettagli del disarmo, ma al termine della discussione Barge dichiara che il Comando superiore tedesco gli ha tolto i poteri di trattare con il comando della Acqui e pertanto sono da considerarsi nulle le trattative fino ad allora svolte. Il Comando non intende più discutere; vuole soltanto sapere da Gandin se la Acqui è contro i Tedeschi oppure se cede le armi. “Fu un colpo di scena – testimonia il capitano Ermanno Bronzini– che rovesciò interamente la situazione”.

Improvvisamente una voce si diffonde fra le truppe: il generale Gandin ha deciso e “ordinato” la cessione delle armi ai Tedeschi.

Dice il capitano Apollonio7: “Appena diffusasi la notizia, mi recai presso il colonnello Romagnoli, il quale me la confermò, aggiungendo che egli era stato il solo ad opporsi e che si sarebbe fatto rilasciare dal generale una dichiarazione scritta che attestasse la sua opposizione. Io allora gli chiesi di essere messo a rapporto col generale Gandin. Mi recai infatti presso il capo di stato maggiore della divisione ed espressi il mio desiderio. Fui invitato a ripresentarmi col colonnello Romagnoli. Nell’attraversare in macchina la città, io e il mio colonnello fummo fatti segno ad una entusiastica manifestazione di simpatia da parte della popolazione greca. Ormai si era diffusa la voce che l’artiglieria non intendeva consegnare le armi, ma voleva combattere. In attesa di essere ricevuti dal generale, telefonai al capitano Pampaloni ed al tenente Ambrosini perché mi raggiungessero immediatamente al Comando assieme a tutti gli altri ufficiali di fanteria che volessero appoggiarmi nel tentativo che stavo per compiere. Dopo pochi minuti parecchi ufficiali giungevano al comando della divisione. Nei corridoi del comando alcuni ufficiali subalterni e gli scritturali si stringevano attorno a noi scongiurandoci di tentare l’impossibile pur di non cedere le armi”.

“Io ed il capitano Apollonio – testimonia il capitano Pampaloni – entrammo in una stanza dove si trovavano il generale Gherzi, comandante della fanteria divisionale, il colonnello Romagnoli ed i colonnelli dei reggimenti di fanteria Cesari e Ricci. Apollonio ed io esprimemmo la nostra indignazione contro un ‘ordine’ che ci imponeva la cessione delle armi. Tale ordine, aggiunsi io, non poteva essere dato perché sarebbe stato giudicato un ‘tradimento’. A questa parola il generale Gherzi mi richiamò duramente all’ordine e mi proibì di continuare su quel tono. Il colonnello Romagnoli, seduto in un angolo con la testa fra le mani, faceva segni di assenso a quanto io ed Apollonio dicevamo”.

“Fummo introdotti alla presenza del generale – continua Apollonio – io, il colonnello Romagnoli, il capitano Pampaloni ed un ufficiale del 317o fanteria di cui non ricordo il nome”.

Il colloquio, pur contenuto nei limiti della rigidità militare, fu drammatico. Il generale fece presente che, esclusi senz’altro il primo ed il terzo dei punti imposti dai Tedeschi, l’adozione del secondo non avrebbe avuto per gli italiani un risultato positivo, perché i Tedeschi sarebbero stati subito soccorsi dalle forze nel continente greco e la loro aviazione avrebbe imperversato senza contrasto su tutta l’isola. Aveva perciò, sino ad allora, tentato l’impossibile per venire ad un accordo “onorevole”.

Gli ufficiali presenti – ed in particolare i capitani Apollonio e Pampaloni – ribatterono le argomentazioni del generale, riaffermando che, secondo loro, non vi erano che due vie: andare con i Tedeschi o andare contro. La cessione delle armi era fuori del loro sentimento dell’onore militare e poiché questo sentimento era condiviso da tutte le truppe del presidio, essi desideravano che il generale venisse incontro alla loro unanime volontà di combattere contro i Tedeschi.

“Durante il colloquio – dice Apollonio – il generale Gandin stava ritto dietro al tavolo con le mani ad esso poggiate. Il suo volto bianco ed imperlato di freddo sudore rivelava una indicibile interna sofferenza. Il suo atteggiamento e le sue parole rivelavano un uomo sovraccarico del peso delle sue responsabilità. Il generale Gandin, sebbene comandasse da poco tempo la divisione, era molto conosciuto. Non passava giorno senza che visitasse i reparti. Amava troppo i suoi dipendenti e questo amore, soprattutto, l’indusse a temporeggiare”.

A conclusione della discussione il generale si riserva libertà d’azione e prega gli astanti di non prendere, frattanto, alcuna iniziativa. Era vera o falsa la voce secondo cui il generale aveva già dato l’ordine per la cessione delle armi? o, se non proprio l’ordine, un preavviso o qualche cosa di simile?

Gandin convoca per le 20 un consiglio di guerra nella sede del Comando artiglieria divisionale. Nel recarsi alla riunione, una bomba a mano è lanciata contro la sua automobile, ma esplode senza conseguenze. Gruppi di soldati circondano la macchina gridandogli “traditore”; uno, più audace, strappa dal cofano il guidoncino di comando, urlando che il generale era indegno di portarlo.

“Non si ha notizia di quanto nella riunione fu discusso” scrive Moscardelli; “il 33o artiglieria era in testa a tutti; ma qui però anche il comandante, colonnello Romagnoli, anche se non esplicitamente, aveva aderito al movimento. Negli altri reparti, invece, anche di artiglieria, gli ufficiali superiori avevano assunto un atteggiamento temporeggiatore, manifestando apertamente l’intenzione di non voler contrastare le decisioni che stava per prendere il comandante della divisione. Alla testa del movimento, il 33o artiglieria. In questo reggimento si distinguevano particolarmente i capitani Apollonio, Pampaloni, Longoni, i tenenti Ambrosini e Cei ed il sottotenente Boni fra coloro che maggiormente propugnavano la lotta contro Tedeschi”.

Scriverà il sottotenente Boni: “Il capitano Apollonio assumeva la direzione di tutto il movimento anche per il fatto che, trovandosi la sua batteria all’ingresso della città, gli riuscivano facili i collegamenti con i comandi, con i reparti di fanteria e di artiglieria dislocati in Argostoli, con la Marina e con i patrioti greci. Disponeva inoltre di una buona rete di informazioni che gli permetteva di controllare il benché minimo movimento di truppe tedesche”. Un altro aspetto della situazione era determinato dall’ormai aperta fraternizzazione, a fine antitedesco, della popolazione greca dell’isola.

Ancora Apollonio: “Verso le 10 ebbi degli interessanti colloqui con gli ufficiali greci Migliaressi e Kavadias. Poco dopo facevo intervenire al colloquio con le stesse persone il colonnello Romagnoli, il quale accettava in linea di massima l’offerta di collaborazione dei patrioti stessi. Il loro compito doveva consistere nel cooperare alle informazioni, nell’eseguire colpi di mano contro nuclei Tedeschi isolati, nel tenere sotto controllo il caposaldo tedesco isolato di Capo Munta, mentre due compagnie, dislocate lungo la strada Argostoli- Kardakata, dovevano intercettare, con guerriglia partigiana, autocolonne tedesche che eventualmente tentassero di raggiungere Argostoli. Subito dopo l’accordo, consegnai al tenente colonnello Kavadias ed al tenente Migliaressi gran numero di armi e munizioni per armare i patrioti greci che numerosi affluivano nelle file dell’Elas. Presso di me veniva lasciato il sottotenente Gheorgopulo quale ufficiale di collegamento tra il mio ed il comando partigiano greco di Cefalonia”.

Nelle prime ore del pomeriggio vennero liberati, per iniziativa di Apollonio, i prigionieri politici greci detenuti nelle carceri di Argostoli sotto custodia italiana.

Continua il capitano Apollonio: “Tutta la notte fra il 12 ed il 13 di settembre la impiegai a coordinare quanto già era stato fatto con la propaganda dei giorni precedenti. Giungevano nella mia tenda altri ufficiali per segnalarmi nuove adesioni. Fino a mezzanotte lavorai quasi esclusivamente con patrioti greci ed insieme al capitano Lazaratos ed al sottotenente Gheorgopulo andai a passare segretamente in rivista un’intera compagnia di patrioti greci perfettamente armata ed alla quale portai gran quantità di viveri e di munizioni. Mi misi poi in contatto con vari comandanti di fanteria. Questi ufficiali, con altri di artiglieria, furono convocati nella mia tenda. La riunione si protrasse fino alle 5 del mattino e si concluse con le seguenti decisioni: salvo gravi imprevisti, si sarebbe mantenuta la calma per dare al generale Gandin tutte le possibilità di continuare le trattative; ordini della divisione di deporre le armi o di eseguire movimenti verso zone di concentramento indicate dai Tedeschi non sarebbero stati eseguiti senza preventivo accordo; impegno da parte di tutti che, se l’artiglieria avesse aperto il fuoco, i reparti di fanteria di Argostoli avrebbero fatto prigioniere le truppe tedesche di stanza nella città. Dopo di che il secondo battaglione del 17o fanteria ed il terzo del 317o, autocarrati e scortati dalla terza e quinta batteria del 33o, anch’esse autocarrate, si sarebbero avviati alla volta di Lixuri per costringere alla resa i due battaglioni tedeschi colà dislocati. Realizzato infine tale piano, le truppe avrebbero dovuto rioccupare le posizioni costiere precedentemente tenute contro il tentativo tedesco di impossessarsi dell’isola”.

La notte del 13, lunedì.”Verso le 2 – dirà Pampaloni – venne nel mio caposaldo il tenente del 317o fanteria a riferirmi che aveva ricevuto l’ordine della divisione di spostare il suo battaglione dall’attuale posizione presso il cimitero di Argostoli. Poiché tale spostamento veniva a scoprire le spalle della mia batteria, mi recai, col tenente colonnello Siervo, dal colonnello Romagnoli. Fui introdotto nella camera del colonnello, che misi al corrente dell’ordine, pregandolo con le lacrime agli occhi di farlo revocare. Il colonnello mi disse che, mentre era sicuro degli artiglieri, non lo era dei fanti. Fu pertanto introdotto il tenente colonnello Siervo, a cui il colonnello Romagnoli chiese: ‘Se la rompiamo con i Tedeschi e i tuoi fanti saranno sottoposti, indifesi, ad un intenso bombardamento aereo, sei sicuro che non sbanderanno?’. ‘No, assolutamente; non sono sicuro’ rispose Siervo. Dopo di che, il colonnello Romagnoli, rivoltosi a me, disse: come vuoi, benedetto figlio, che io mi assuma questa terribile responsabilità?”.

Ad Argostoli, Pampaloni sveglia Apollonio informandolo che due motozattere tedesche, secondo una sua valutazione, “zeppe di uomini e mezzi”, stavano per attraccare alla banchina, a pochissima distanza dal Comando di divisione e dalla guarnigione tedesca in città. Apollonio allerta anche la 5a batteria di Ambrosini, peraltro già, di loro iniziativa, con i serventi ai pezzi. Come più anziano in grado, Apollonio dà l’ordine di aprire il fuoco, ma la 3ª batteria inizia autonomamente a sparare sui due pontoni. Le due motozattere sono quindi colpite dal fuoco delle batterie ed anche della marina. Un mezzo affonda, l’altro attracca protetto da una cortina fumogena stesa dai cannoni tedeschi che sparano dalla penisola di Paliki e dai semoventi della 2ª batteria del 201o battaglione di Argostoli. I Tedeschi dopo aver fatto approdare la motozattera, ricevono l’ordine da Barge di cessare il fuoco, mentre contatta il quartier generale della Acqui per chiedere altrettanto, ma quando il capitano Postal, aiutante maggiore di Romagnoli, notifica l’ordine di Gandin a Pampaloni, “la linea cade in continuazione”; la 5ª batteria rifiuta di eseguire un ordine che venga da “traditori” e non da Apollonio. Presentatosi direttamente alla 3ª batteria, Postal intima di cessare il fuoco, ma Apollonio risponde che i Tedeschi stanno ancora sparando. Dopo assicurazione di Postal che anche i Tedeschi hanno ricevuto analogo ordine, non ordina il cessate il fuoco se non dopo una minaccia di Postal con le testuali parole “Guarda che qui va a finir male”. Alla fine i Tedeschi conteranno cinque morti e otto feriti, mentre gli italiani un ferito grave.

Era appena cessato il fuoco – scrive Petacco –8quando ammarò nella baia un idrovolante proveniente da Atene; recava a bordo l’inviato del Comando supremo tedesco, tenente colonnello della Luftwaffe Busch, accompagnato da un capitano dell’aviazione italiana. Questi, agli ufficiali italiani disse: “In Grecia l’armata ha dato le armi ai Tedeschi: il generale Vecchiarelli è d’accordo con i Tedeschi; tutta l’aeronautica è passata dalla parte dei Tedeschi, C’è rimasta soltanto la Acqui a fare delle storie e, se continua così, finirà per commettere una pazzia”.

Busch insiste perché si accettino le nuove proposte tedesche, consistenti nell’immediata raccolta di tutte le truppe italiane nella zona sudorientale dell’isola – con tutte le armi, leggere e pesanti, munizioni ed approvvigionamenti – in attesa di essere rimpatriate. Gandin chiede di dare la sua risposta entro le 12 di domani 14. Busch ha chiesto anche di conoscere i nomi degli ufficiali che hanno aperto il fuoco contro le motozattereNel frattempo il numero degli ufficiali fautori della resistenza ai Tedeschi aumenta, comprendendo anche il tenente colonnello Deodato e il capitano dei carabinieri Gasco, da cui dipende il militare che aveva lanciato la bomba a mano contro l’auto di Gandin. Gandin fa trasmettere un messaggio alle truppe:”A tutti i Corpi e reparti dipendenti. Comunico che sono in corso trattative con rappresentanti del Comando supremo tedesco allo scopo di ottenere che alla divisione vengano lasciate le armi e le relative munizioni”.

Contemporaneamente il generale Hubert Lanz decolla da Giànnina per Cefalonia con un idrovolante, ma mentre tenta di ammarare ad Argostoli è preso di mira dalla contraerea italiana e scende a Lixuri, da dove telefona a Gandin. Non vi sono tracce scritte della conversazione, ma mentre Lanz testimonierà al processo di Norimberga che il generale italiano era stato informato di quell’ordine senza scampo (la fucilazione in caso di resistenza), nessun sopravvissuto tra gli italiani accenna ad un simile fatto, tanto meno si evince dall’ultimatum inviato da Lanz9 a Gandin in quell’occasione, che ammonisce solo che se non verranno cedute le armi, le forze armate tedesche costringeranno alla cessione e aggiunge che “la divisione che ha fatto fuoco su truppe e navi tedesche… ha compiuto un aperto ed evidente atto di ostilità”. Nel contempo, un’ulteriore provocazione viene fatta dai Tedeschi, che nella piazza principale di Argostoli, piazza Valianos, ammainano la bandiera italiana. Vengono prontamente disarmati dai soldati della Acqui che issano nuovamente la bandiera sul pennone.

È il 14 settembre, martedì. Alle 10 – riferisce Bronzini – “il generale Gandin10 ordinò l’abbandono da parte del Comando della divisione degli uffici in Argostoli. Venne distrutto gran parte del carteggio. Subito dopo ci trasferimmo tutti al comando tattico di Prokopata. Gli avvenimenti precipitano: la terra pare che bruci sotto i piedi”.

“Intanto in Argostoli – testimonia l’Apollonio – nuclei del genio divisionale cominciano a minare tutti i crocevia. Ma anche da parte tedesca non si perdeva tempo: trimotori da trasporto rifornivano di armi munizioni e materiali vari, mediante paracadute, le truppe tedesche dislocate nella penisola di Paliki. Qualche idro sbarcava contingenti di truppa”.

Alle 12 il colonnello Fioretti, Capo di stato maggiore, consegna al tenente Fauth per Barge una lettera con la quale Gandin comunica la decisione di non arrendersi. Secondo una versione la lettera avrebbe avuto il seguente tenore: “Per ordine del Comando supremo italiano e per volontà dei suoi ufficiali e soldati, la divisione Acqui non cede le armi. Il Comando superiore tedesco, sulla base di questa decisione, è pregato di presentare una risposta definitiva entro le ore 9 di domani 15 settembre”. Invece la lettera conservata presso l’Ufficio storico dell’esercito tedesco comincia così: “La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di resa…”. Il capitano Tomasi, l’interprete che vide l’originale della lettera di Gandin, ne descrive il contenuto esattamente come lo si legge nella lettera conservata in Germania.

Secondo un’altra versione il tenore completo della lettera di Gandin sarebbe il seguente: “La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull’isola come preda per i Greci o, ancora peggio, di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità – come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta – che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai Tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i Tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto che subire l’onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti”. In altre versioni la risposta definitiva è attesa “entro le ore 9 di domani 15 settembre”. Di questa lettera esistono diverse versioni, riportate da padre Romualdo Formato e dal capitano Bronzini, con toni più ultimativi. ma di analogo contenuto.

Le trattative proseguono fino alle 23.30. Alle 22.00 il tenente Thun comunica al comandante del XXII corpo d’armata a Giannina, Hubert Lanz: “Trattative ancora in corso. Il Comandante è ancora presso il generale Gandin. Attacco preparato in collegamento con l’ufficiale responsabile degli Stuka”.

Nel frattempo Barge aveva spostato il 910o battaglione granatieri da fortezza sulle alture di Kardakata (che Gandin aveva abbandonato come segno di buona volontà) e aveva dato disposizione alle truppe presenti ad Argostoli (parte del 909o battaglione e i semoventi d’assalto) di tenersi pronti ad attaccare il comando della Acqui e le batterie di artiglieria italiane.

Mentre i Tedeschi continuano a fare affluire truppe sull’isola, gli italiani compiono operazioni di tipo difensivo come il brillamento di cariche esplosive su crocevia e strade, per renderle impraticabili, ma impedendo anche il passaggio dei propri rifornimenti e rinforzi. Non è ancora noto alla divisione che gli Alleati hanno deciso di non inviare alcun aiuto a Cefalonia per ragioni politiche, cioè per non danneggiare i rapporti con l’Unione Sovietica che ritiene di fatto i Balcani una sua esclusiva zona di influenza.

A Cefalonia la tensione continua a salire. Nella mattinata il sottotenente dei carabinieri Orazio Petrucelli, radunato un plotone di venti carabinieri, tenta di arrestare Gandin per “alto tradimento”, ma viene dissuaso all’ultimo momento. Un colonnello di fanteria è fatto oggetto di una fucilata andata a vuoto e, a seguito di altri atti ostili dovette rifugiarsi presso una famiglia greca. Un altro incidente si verifica in occasione del trasferimento del 2o battaglione da Franata a Razata. I soldati, ritenendo erroneamente che il colonnello comandate intenda consegnare le munizioni ai Tedeschi, si ribellano puntando le armi contro i propri ufficiali.

È il mercoledì 15.I Tedeschi, in quel momento inferiori di numero, fanno affluire nuove forze e chiedono l’intervento dell’aviazione, alla quale gli italiani possono opporre solo il fuoco di alcune mitragliere contraeree e pezzi di artiglieria da campagna.

Alle 13 arriva una formazione di 24 Stuka. Gli aerei in picchiata bombardano e mitragliano tutte le postazioni di artiglieria, con brevi intervalli, fino alle 18. Le ostilità hanno così definitivo inizio. Gandin chiede soccorso al Comando Marina a Brindisi. I suoi messaggi sono ricevuti dal contrammiraglio Giovanni Galati, che con due torpediniere si dirige a Cefalonia. Via radio, Galati è informato che non è possibile attraccare a Cefalonia perché l’unico porto possibile è controllato dai Tedeschi. Galati decide di dirigersi a Corfù, ma da Taranto l’ammiraglio inglese Peters dispone che le due navi devono rientrare a Brindisi perché salpate senza autorizzazione alleata. “Così – scrive Petacco – per un malinteso, una notizia falsa e un puntiglio del comando britannico, fallì l’unico serio tentativo di portare soccorso ai soldati della Acqui”.

16 settembre, giovedì. Sbarcano a Cefalonia nuovi rinforzi Tedeschi protetti dai caccia bombardieri. Sono tre battaglioni di cacciatori alpini ed un gruppo di artiglieria da montagna. Un altro battaglione ed un altro gruppo, oltre ad elementi di supporto, seguiranno nei giorni successivi. Tutti i reparti sono posti agli ordini del maggiore Harald von Hirschfeld, comandante del 98o reggimento cacciatori alpini, esautorando il tenente colonnello Barge.

17 settembre, venerdì. Gli Italiani continuano ad attaccare senza risultati sostanziali le posizioni di Kardakata, mentre i Tedeschi fanno una manovra aggirante nella parte settentrionale dell’isola, investendo Argostoli da nord. “La nostra artiglieria – dirà il capitano Bronzini – molesta più che può tali operazioni, ma non riesce, nonché ad impedirle, nemmeno a rallentarle. Occorreva l’aviazione, ma per quanto il generale Gandin insistesse presso il Comando Supremo, nessun velivolo nostro si fece vedere”.

“La difesa – dirà il capitano Apollonio11 – presentò serie difficoltà. Tuttavia in un primo momento l’urto fu sostenuto. Ma vennero presto a mancare le munizioni e cominciò il ripiegamento. Fu ferito il comandante del battaglione. Comunque, sempre retrocedendo, si continuò a combattere accanitamente per nuclei isolati. I resti del battaglione, perdute gran parte delle armi pesanti, ripiegarono disordinatamente su Divarata. A tarda sera giungeva il nuovo comandante, capitano Olivieri, con l’ordine di riorganizzare il battaglione e rioccupare, appena possibile, le posizioni perdute. Il capitano Olivieri portava come rinforzi nuclei di carabinieri e di guardie di finanza”.

“Il generale Gandin – dirà il capitano Bronzini – inviò alcuni ufficiali del comando della divisione a perlustrare la zona dove era avvenuto lo sfacelo del primo battaglione del 317o fanteria. Essi dovevano raccogliere i dispersi e recuperare tutto il materiale possibile. La manovra tendente ad aggirare da nord le posizioni di Kardakata era fallita. Nel pomeriggio giunse la prima risposta del Comando supremo ai nostri bollettini. Il generale Ambrosio elogiava il contegno della divisione. Questo elogio venne integralmente trasmesso alle truppe con un adeguato commento del generale Gandin. Intanto il generale continuava a chiedere al Comando supremo l’intervento dell’aviazione e l’invio di munizioni già quasi esaurite, specie quelle per i mortai. In tre giorni di combattimento non ci era giunto alcun aiuto né rifornimento”.

È il 18, sabato. Aerei tedeschi lanciano a più riprese sulle truppe italiane migliaia di manifestini: “Italiani di Cefalonia! Camerati ufficiali e soldati! Perché combattete contro i Tedeschi? Voi siete stati traditi dai vostri capi. Volete tornare al vostro paese per stare vicini alle vostre donne, ai vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene, la via più breve per raggiungere il vostro paese non è certo quella dei campi di concentramento inglesi. Conoscerete già le infami condizioni imposte al vostro paese con l’armistizio anglo-americano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni d’arme germanici, ora vi si vuole avvilire con un lavoro brutale e pesante nelle miniere dell’Inghilterra e dell’Australia che scarseggiano di mano d’opera. I vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi. Non credete loro. Seguite l’esempio dei vostri camerati dislocati in Grecia, a Rodi, nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in patria; come hanno deposto le armi le divisioni di Roma e delle altre località del vostro territorio nazionale. E voi invece, proprio ora che l’orizzonte della patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese? Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione! Deponete le armi! La via della Patria vi sarà aperta dai camerati Tedeschi!

“Camerati dell’Armata Italiana – continua il testo – col tradimento di Badoglio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state vilmente abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi in Grecia è terminata senza spargere sangue. Soltanto la divisione Acqui, al comando del gen. Gandin, partigiano di Badoglio, dislocata nelle isole di Cefalonia e Corfù, ed isolata colà dagli altri territori, ha respinto l’offerta di una consegna pacifica delle armi ed ha cominciato la lotta contro i Tedeschi e fascisti. Questa lotta è assolutamente senza speranze. La divisione, divisa in due parti, è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d’aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati Tedeschi non vogliamo questa lotta. Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi Tedeschi delle isole. Allora anche per voi, come per gli altri camerati italiani, sarà aperta la via della Patria. Se però sarà continuata l’attuale resistenza irragionevole, sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria. Perciò, camerati italiani, appena otterrete questo manifestino, passate subito ai Tedeschi. È l’ultima possibilità di salvarvi!”.

“Tali manifestini – dice il capitano Apollonio – riaffermarono in tutti i soldati la volontà di combattere. Il fine era uno solo: cacciare i Tedeschi dall’isola. Ognuno era pronto a sacrificarsi. Questa volontà fu resa addirittura disperata dall’evidente significato di questa frase contenuta nel manifestino. “Se però sarà continuata l’attuale resistenza irragionevole, sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria”.

“Un testimone oculare ha narrato che il generale Gandin, dopo aver letto il manifestino, si strappò dal petto il nastrino della croce di ferro tedesca e lo gettò sul tavolo. Ripetutamente fu inteso dire: Se perdiamo, ci fucileranno tutti. E questa era la convinzione generale. Nonostante che questo manifestino potesse servire da lasciapassare, non un solo soldato abbandonò il suo posto di combattimento”.

Nella stessa notte – scrive il viceconsole Seganti – il motoscafo della Croce Rossa veniva traspor­tato via terra nella costa meridionale dell’isola. Nella giornata del 18, nessun aereo comparve sul cielo dell’isola, probabilmente per lasciare al presidio italiano il tempo di decidere sulla offerta di cessare le ostilità comuni­cata coi volantini, ma il comando della divisione approfittò di questa tregua aerea per riordinare le truppe sbandate, ema­nando un proclama nel quale il generale Gandin spronava le truppe a tenere duro, in attesa di rinforzi anglo‑americani e dell’in­tervento dell’aviazione alleata”.

“In tale proclama – scrive ancora Seganti – il generale. Gandin dichiarava che il nemico dava ormai segni di stanchezza, mentre l’armata sovietica avanzava trionfalmente avendo già raggiunto Odessa e Kiev12 e l’aviazione alleata aveva cosi efficacemente bombardato gli aerodromi della Grecia da far ri­tenere che ormai più nessun pericolo vi fosse di nuovi attacchi aerei germanici”.

19 settembre, domenica. “Nella notte fra il 18 e il 19 – dice il capitano Bronzini – pervenne dal Comando supremo un telegramma col quale venimmo informati che nella giornata del 18 duecento bombardieri americani avevano bombardato l’aeroporto di Araxos, imponendo una breve sosta agli attacchi aerei sull’isola. La notizia, comunicata alle truppe il mattino, sollevò l’animo dei soldati, i quali erano depressi non solo per gli incessanti bombardamenti quanto anche, e soprattutto, per essersi visti privi di aiuti dall’Italia ed abbandonati nei momenti più duri della lotta.

All’alba parte per Brindisi, al comando del sottotenente di vascello Di Rocco, il motoscafo della Croce Rossa con a bordo una dozzina di ufficiali dell’esercito e della marina con lo scopo di prospettare al Comando supremo la situazione di Cefalonia, di richiedere rinforzi terrestri e di sollecitare l’intervento dell’aviazione13.In giornata arriva la risposta del Comando supremo: “Impossibilità invio aiuti richiesti infliggete nemico più gravi perdite possibili. Ogni vostro sacrificio sarà ricompensato. Generale Ambrosio”.

È il lunedì 20. “La notte del 20 – dice il capitano Apollonio – il generale Gandin si soffermava presso la compagnia del capitano Ciaiolo, rivelando una grande serenità e fiducia. Parlando affabilmente, come il suo solito, con i soldati, li incitava a compiere ancora l’ultimo sacrificio che sarebbe poi stato remunerato dalla sicura vittoria dell’indomani. Curò personalmente la dislocazione di quattro mitragliatrici. Affermò che all’indomani sarebbero giunti cinque aerei italiani. Imbattutosi in un soldato dell’Italia meridionale, gli disse: scrivi subito che domani partirà posta per l’Italia”.

È il 21, martedì. Il mattino l’Acqui si dispone a sferrare un ultimo attacco al passo di Kardakata, impiegando quanto resta della fanteria, ma il combattimento si risolve in una difesa ad oltranza delle posizioni di partenza ed alla fine della giornata i reparti sono sopraffatti.

“I Tedeschi – dice Bronzini – avanzavano ormai lungo tutto il fronte. Le nostre fanterie sono state travolte e si sono date, terrorizzate, a precipitosa fuga. Verso le 10 arriva la macchina del generale, C’è solo l’autista, il quale mi racconta che il generale e gli altri ufficiali sono stati circondati e fatti prigionieri; lui solo, sceso sulla strada, vi ha trovato la macchina ed è riuscito a fuggire. Io capisco che ormai è finita per la mia divisione.. Che fare? Do fuoco a tutto il carteggio della divisione (ad eccezione dei documenti riguardanti le trattative dall’8 settembre in poi), ai cifrari, alle pubblicazioni segrete. Chiamo a raccolta elementi della compagnia carabinieri e predispongo la difesa vicina al comando della divisione. A firma del generale Gandin invio al Comando supremo il seguente appello: “Nemico appoggiato da violentissima azione aerea avanza rapidamente su tutto il fronte. Urge immediato invio caccia e bombardieri”.

“Alle 11 – dice ancora il capitano Bronzini – ecco giungere a Prokopata il generale Gandin. Dice che la collina di Dilinata era stata effettivamente circondata da pattuglie tedesche, ma che lui ed alcuni ufficiali del suo seguito erano riusciti a sfuggire alla cattura”.

” Il capitano Pampaloni, dopo essersi difeso ad oltranza con la sua batteria – dice Apollonio – è fatto prigioniero e posto in riga per essere fucilato assieme al suo sottocomandante e ventidue artiglieri. Però, data la sommarietà di tali esecuzioni14, rimane solamente ferito al collo e perciò, fintosi morto, riuscì a scappare non appena le pattuglie tedesche si furono allontanati. Venne infine la volta della mia batteria.

Per circa due ore essa era stata bersaglio di trenta Stuka. Ma resistemmo anche sotto gli spezzonamenti e mitragliamenti. La situazione ci apparve tuttavia in tutta la sua tragicità allorché cominciarono ad affluire i primi sbandati, terrorizzati dal mitragliamento aereo incessante, sgomenti, inebetiti, per quanto avevano visto e vissuto. Erano soprattutto dominati dalla visione della orrenda sorte toccata ai compagni caduti nelle mani del nemico. I Tedeschi trucidavano i prigionieri!”.

È il mercoledì 22. “Si combatté – dice Apollonio – all’estremo di ogni possibilità. Il tenente colonnello Cessari, il tenente colonnello Maltesi, il capitano Pestoni, il tenente Tamburi, il sottotenente medico Condemi, il sottotenente Natile, il tenente Peroni, dopo aver combattuto con i loro uomini fino alle 11, si arresero. Subito dopo la cattura vennero fucilati assieme ad altri ufficiali nel vallone di S. Barbara”.

Gli eventi precipitano. Gandin decide di chiedere la resa. Dice Bronzini: “Gandin invia in macchina il capitano Saettone, con l’interprete capitano Tomasi, a parlamentare con i Tedeschi. Sulla sede del comando della divisione viene issata bandiera bianca, una tovaglia della mensa ufficiali. Sono le 11. I nostri parlamentari vengono ammessi a parlare con un maggiore degli alpini tedesco. Questi accorda la resa senza condizioni ed invia un sottotenente dal generale Gandin per trattare le modalità. Gli aerei Tedeschi cessano il bombardamento ed abbandonano il cielo dell’isola. Un silenzio di tomba cade su tutta l’isola. La battaglia di Cefalonia è finita”. .

Alle 16 la resa è firmata ufficialmente. “Lo stesso giorno 22 – dice Apollonio – i Tedeschi iniziavano la rappresaglia”.

Dice il capitano Bronzini: “Fra le condizioni della resa c’era quella che gli ufficiali del comando della Acqui, col bagaglio personale, con un attendente a persona, si dovevano recare con i propri mezzi ad Argostoli per le 21. Noi facemmo i preparativi con gli autocarri di cui disponevamo. Verso le 18 l’autocolonna si mosse; c’erano gli ufficiali dello stato maggiore della Acqui, del comando di artiglieria e del genio divisionali, a cui si erano aggiunti ufficiali sbandati di altri reparti. In testa era la macchina del generale. Gandin ed affianco del generale sedeva il sottotenente tedesco che aveva svolto le trattative. Arrivammo ad Argostoli che era quasi buio. L’autocolonna venne fatta fermare di fronte all’ingresso situato affianco dell’ex comando marina di Argostoli. Ci fecero salire all’ultimo piano in un grande appartamento di 15 stanze. E quella fu la dimora provvisoria. A Keramiaes, prima di partire, ciascuno di noi aveva lasciato la propria pistola sul tavolo del generale per evitare l’umiliazione di doverla consegnare a qualche soldato tedesco. Quando fummo chiusi a chiave nell’appartamento erano le 21. Qui trascorremmo la notte del 22 e tutto il 23”.

È il 23, giovedì. “Per tutta la giornata – dice il cappellano militare Romualdo Formato – continua l’opera di decimazione dei soldati e degli ufficiali che dal 21 si erano arresi. Gli ufficiali venivano condotti e fucilati in luoghi appartati dalla truppa. Persino la 44a sezione di sanità, i cui soldati portavano al braccio la fascia della Croce Rossa, fu quasi completamente annientata; di novanta uomini ne sopravvissero una quindicina”.

“Il mattino del 23 – dice il capitano Bianchi – i Tedeschi entrano nell’ospedale dove io mi trovavo, prelevarono il comandante di marina Mastrangelo ed il capitano Castellani, che furono poco dopo fucilati”.

“In tutta l’isola – dice il capitano Pampaloni – continuava la caccia all’italiano. Io riuscii a scampare alla strage nascondendomi in un bosco. Sarei voluto andare ad Argostoli, all’ospedale militare, ma non avevo più forze. Bussai, a caso, ad una porta di una famiglia greca. Mi venne data ospitalità fraterna. La ferita al collo mi venne curata con liquore e foglie; per fortuna non ci furono complicazioni. Quella famiglia mi dette ospitalità sebbene in paese ci fossero i Tedeschi. Fu essa che mi convinse a non andare all’ospedale: e fu gran fortuna perché due giorni dopo i Tedeschi presero dall’ospedale tutti gli ufficiali, feriti o ammalati, e li fucilarono. L’ospitalità da parte della famiglia greca continuò anche dopo che si seppe che a Divinata i Tedeschi, scoperto un italiano in una casa, avevano fucilato tutti i componenti della famiglia, donne bambini e vecchi”.

Il 24, venerdì, giorno del massacro. Arriva a Cefalonia il generale Lanz, che chiede al comando del gruppo di armate che cosa si debba fare dei circa cinquemila superstiti del presidio italiano. La risposta è che agli ufficiali deve senz’altro essere applicato l'”ordine del Fuhrer”, mentre per gli altri il generale ha facoltà di adottare le misure ritenute più adeguate alle circostanze. Possono essere esclusi dalla fucilazione soltanto gli ufficiali “fascisti, sudtirolesi di lingua tedesca, medici e cappellani”.

“Il mattino del 24 – dice Bronzini – il capo di stato maggiore entra nella stanza occupata da me e dai capitani Saettone e Carocci e ci dice: ‘Un sottotenente tedesco è venuto ora a prendere il nostro generale’.

Sono le 7.30. Ci guardammo in viso, colpiti dal dolore di questa separazione. Alle 8 il capo di stato maggiore ritorna: Presto – dice – sono venuti a chiamare anche noi. L’interprete ha detto che dobbiamo andare al comando tedesco per essere trasferiti in un altro luogo dove ci assicura che staremo meglio. Scendiamo le scale. Siamo all’incirca una quarantina di ufficiali. Sulla strada ci attendono due autocarrette. Vi saliamo e, assai stretti nel poco spazio, ci avviamo verso questo comando tedesco che ci deve interrogare. A un chilometro sotto S. Teodoro c’è una piccola villetta rossa distrutta dai bombardamenti dei giorni precedenti; conserva però ancora intatto l’alto muro di cinta che circonda il giardino. Le autocarrette si fermano davanti al cancello. Soldati Tedeschi armati di mitra ci fanno entrare nel recinto. Intanto giungono, l’una dietro l’altra, altre autocarrette che scaricano a decine ufficiali di ogni arma: tutti quelli che sono stati fatti prigionieri durante i combattimenti o si sono arresi, a capitolazione avvenuta, il 22″.

“La mattina del 24 verso le 7 – dice padre Formato – vediamo il generale Gandin partire, bruscamente prelevato da un ufficiale tedesco. Ci viene comunicato che dobbiamo tenerci pronti per subire un interrogatorio, alle 8, presso un comando tedesco. Alle 7.45 ci riuniscono tutti e ci fanno salire su varie autocarrette. Una sentinella tedesca vedendomi in veste sacerdotale col bracciale della Croce Rossa vorrebbe impedirmi di salire. Ma un ufficiale presente alla scena fa bruscamente cenno che salga anch’io con gli altri. L’episodio, dal modo come si svolge, pone nell’animo mio e degli altri un presentimento angoscioso. Tuttavia si è quasi tutti sereni. Le autocarrette filano veloci dietro la penisola di S. Teodoro, dove sappiamo che altro non c’è che deserto roccioso. Ad una rustica villetta solitaria di color rosso ci addossano al muro di cinta. Di fronte a noi una decina di soldati Tedeschi indossano l’elmetto di combattimento ed imbracciano il mitra.Tutti allora ci rendiamo conto della situazione”.

“Indelebile rimarrà nei cuori dei superstiti della Casa Rossa – dice Apollonio – la figura del cappellano don Romualdo Formato. Condotto sul posto per essere fucilato, assistette tutti gli ufficiali confortandoli con parole fraterne ed elevate”. “Per fortuna – dice il capitano Bronzini – è con noi don Romualdo Formato. Questo prete è una grazia di Dio. Egli vuole fino all’ultimo restare con il suo reggimento e dividerne la sorte”.

“Per tre volte – dice padre Formato – sia per ritardare l’esecuzione in massa, che ritengo immediata, sia per tentare di evitare l’infame eccidio, avanzo verso un gruppo di sottufficiali tedeschi che comandano quei pochi armati. Dico ad alta voce: ‘In nome di Dio! Qui ci sono soldati che non hanno altra responsabilità che quella di aver obbedito ai loro superiori! Contro tutte le norme internazionali, volete sottoporci alla morte dopo che il vostro Comando ha ufficialmente stipulato ed accettato la resa e dopo che ci ha tutti disarmati! Imploro a nome di tutti almeno un sommario interrogatorio. Proclamo tutti innocenti e non meritevoli di pena capitale!. L’interprete tedesco, un sottufficiale, traduce invano le mie parole. I Tedeschi, di proposito, non hanno mandato sul posto alcun ufficiale che potrebbe assumersi qualche responsabilità”.

“Di mano in mano che giungono le autocarrette – testimonia il capitano Bronzini – più di un ufficiale si trova addosso un soldato tedesco che gli afferra i polsi per cercarvi l’orologio, che fruga in ogni tasca asportandone il portafoglio e gli oggetti di valore, che toglie gli anelli dalle dita”. Don Formato intanto parla con l’interprete, questi dice che l’ordine è di fucilare tutti. Il sacerdote implora invano. Mostra allora il suo abito talare e chiede se anche lui dovrà subire la stessa sorte. La risposta è affermativa”.

“Quando mostrai il mio abito talare e il bracciale della Croce Rossa – dice padre Formato – venni duramente ricacciato al muro e mi fu detto, con ironia, testualmente così: ‘Bah! Parlare di Croce Rossa al quinto anno di guerra!’. Visto allora che non c’era altro da fare mi rivolsi agli ufficiali con queste parole: ‘Amici e fratelli! Conoscete ormai la sorte che ci attende. Non ci resta ormai che rivolgerci a Dio e raccomandarci alla sua infinita misericordia. Gli chiederemo, tutti insieme, perdono delle nostre colpe, ed io, suo ministro, per l’autorità che Egli stesso e la sua Chiesa mi accorda in questa tragica circostanza, impartirò a tutti l’assoluzione sacramentale. Accettiamo serenamente la morte come olocausto espiatorio per le colpe della vita. Il nostro sangue, per virtù del sangue di Cristo crocifisso, sia alla nostra anima lavacro di purificazione. Disponiamoci a presentarci fiduciosi al trono di Dio, padre e consolatore nostro’.

Seguì una scena tristissima e al contempo sublime. Come al tempo dei primi cristiani, nel martirio degli anfiteatri, tutti si raccolgono in preghiera attorno al sacerdote benedicente. Quindi, a voce altissima, recito al plurale l’intera formula d’assoluzione come è prescritta per il sacramento individuale della penitenza. Poi cominciarono le esecuzioni con ritmo accelerato. La medesima opera ripetevo con gli altri gruppi, di mano in mano che sopraggiungevano le autocarrette”.

“La procedura dell’esecuzione – dice il capitano Bronzini – è la seguente: un interprete tedesco (nessun ufficiale è sul luogo) – grida ‘fuori otto’ oppure ‘fuori dodici’. Otto o dodici ufficiali si presentano e vengono accompagnati fuori dal recinto. Subito dopo si sente la breve scarica di fucileria”.

“I Tedeschi – dice padre. Formato – hanno formate tre squadre di otto uomini ciascuna. La prima mira alla testa, la seconda al petto, la terza dà il cosiddetto colpo di grazia’ alla tempia. Dei soldati tedeschi che ci montano la guardia attorno, alcuni sono tristi, altri paiono indifferenti, qualcuno ci guarda sorridendo e ci dice: kaputt, kaputt. Ad un tratto ci fu come un attimo di sospensione: un ufficiale, il sottotenente Clerici, si avvia alla fucilazione cantando la ‘Leggenda del Piave'”.

“Il sottotenente La Terza – prosegue padre Formato – mi dice: ‘Cappellano, mi attacco a te, così resto un minuto di più in vita’. Fu violentemente strappato dai miei piedi e gettato fuori del recinto. Il mio colonnello Romagnoli dopo avermi abbracciato e baciato, va alla morte. È calmo, imponente, con la pipa fra le labbra”.

“Anche il capitano Carocci, ufficiale d’ordinanza del generale Gandin – testimonia Bronzini –cammina con passo svelto come quando accorreva alle chiamate del suo generale. Sul cancello, si volge verso me e Saettone, ci sorride e ci saluta con la mano. Dopo un po’ ecco la scarica. Povero Carocci, dico a Saettone. Ma nel dire così mi viene alle labbra un pensiero: caro Saettone, dico, perché ho detto ‘povero’ a Carocci? Sono più povero io che, come lui, devo morire e non ho come lui il coraggio di presentarmi alla morte. Saettone mi risponde: ‘Dai Tedeschi non c’è nulla da sperare. Adesso me ne vado anche io’. Così dicendo si affianca al capo di stato maggiore, tenente colonnello Fioretti, che in quel momento usciva dal gruppo per presentarsi ad una delle solite chiamate”.

“Il capitano Gasco, comandante della 2a compagnia carabinieri, ufficiale di complemento, che da civile insegnava filosofia al liceo Alfieri di Torino, padre di cinque piccoli figli, nell’andarsene mi dice: ‘I miei studi preferiti, in questo momento, sono per me di tanto conforto, ma penso ai miei bambini e a mia moglie. Come faranno senza di me?’. Se ne va senza turbamento. Giunto al cancello, si volge a me e ad altri, si pone rigido sull’attenti e grida: ‘Morirò da carabiniere’.

“Ad ogni arrivo di vittime – testimonia Bronzini – don Formato rinnova le preghiere e le assoluzioni. I Tedeschi lo lasciano fare. Forse pensano di fucilarlo per ultimo, quando avrà terminato la sua missione.

Verso le 10, ecco un ufficiale tedesco. È un subalterno. L’interprete dice che tutti gli ufficiali delle provincie di Trento, Belluno, Bolzano, Merano sono graziati. Se tra i presenti vi sono militari in queste condizioni vengano fuori. Si presentano solo dodici ufficiali che sono davvero tutti trentini. Un brivido di orgoglio mi corre per il sangue: l’onestà degli ufficiali italiani è tale che nessuno, per aver salva la vita, è ricorso alla menzogna. Infatti la dichiarazione del luogo di nascita non avveniva su esibizione di documenti, ma soltanto sulla parola. Un tenente colonnello di fanteria di complemento mostra ai Tedeschi una fotografia in cui egli, in divisa di console della milizia, è a fianco di Mussolini. Mostra altri documenti fascisti. Pare che i Tedeschi prendano in considerazione questi titoli. Ma sono appena una decina gli ufficiali che, in virtù di documenti fascisti, vengono messi da parte e piantonati”.

“Erano le tredici – dice padre Formato – quando, per caso, posai lo sguardo sul volto del sottotenente tedesco. Vi scorsi un senso di stanchezza e di terrore. Aveva le occhiaie cerchiate e gonfie. Allora mi avvicinai a lui e con le mani in alto: ‘Pietà! Pietà! Signor tenente, vi prego salvatemi almeno questo ultimo gruppo! Sono ormai quattro ore che fucilate! Basta, basta! Pietà in nome di Dio! Altro non potei dire, perché caddi in ginocchio e disperati singhiozzi mi scossero il petto. Il mio pianto forse contribuì a commuovere l’ufficiale. Poco dopo, si accostò a me il sottufficiale interprete e, battendomi ripetutamente la mano sulla spalla, mi disse: ‘Buono, buono! Ora l’ufficiale andrà a chiedere la grazia al Comando tedesco. Un senso di fiducia mi balenò nell’animo. Ma pensai subito di far chiedere collettivamente alla Madonna conferma alla mia speranza. Dopo mezz’ora l’ufficiale torna. Parla all’interprete, il quale traduce a voce altissima: ‘Il Comando tedesco concede la vita a quelli che sono qui presenti’. Strinsi allora la mano all’ufficiale e proruppi in un nuovo e irrefrenabile pianto”.

“Noi ultimi rimasti – dice il capitano Bronzini – ci guardammo in volto. Poi ci contammo; eravamo tredici, più don Formato quattordici. Si unirono a noi gli ufficiali trentini e quelli discriminati per meriti fascisti: siamo in tutto trentasette. Dalle 8.30 alle 13.30 sono passati per il cortile della Casa Rossa circa quattrocento ufficiali. Siamo rimasti in vita segnati per sempre nell’anima, noi trentasette”.

“Vidi una scena – dice padre Formato – che mi riempì di terrore e di sdegno: i soldati tedeschi, lasciati liberi, si scagliarono come jene sugli indumenti lasciati nel recinto dagli ufficiali uccisi, depredando tutto”.

“Alcuni soldati tedeschi – scrive Bronzini – quelli che durante l’esecuzione erano tristi (uno, ad un certo momento, l’ho visto io piangere) adesso ridono di gioia. Ci stringono a tutti la mano e dall’espressione dei loro volti e dalla cordialità dei gesti, ci accorgiamo che il loro sentimento è sincero. Un nostro ufficiale che parla tedesco li interroga: sono quasi tutti austriaci. C’è fra di essi (quello che ho visto piangere) un russo. Essi ci danno qualche sigaretta e ci offrono acqua. Da che non c’è più il rumore della fucileria, sovrasta il silenzio campestre. Passano i soldati del plotone di esecuzione. Chiacchierano fra loro allegramente. Perché, ci dice l’interprete, dopo che hanno ‘lavorato’ tutta la mattina, possono finalmente recarsi al bagno e poi al rancio”.

Il giorno dopo.Nella notte due ufficiali, il capitano Pietro Bianchi ed il tenente Everardo Benedetti, fuggono dall’ospedale dove erano ricoverati per malattia. Stamani i Tedeschi hanno fucilato per rappresaglia sette ufficiali ivi ricoverati, tra cui il maggiore Filippini, comandante del Genio divisionale, il suo aiutante maggiore tenete Fraticelli ed il sottotenente della Guardia di Finanza Lelio Troilo.


1 Sulla tragedia di Cefalonia si è scritto in questi anni di tutto ed il contrario di tutto. Il comandante della divisione “Acqui”, generale Antonio Gandin, è stato considerato, di volta in volta, un eroe e un traditore, uno dei principali protagonisti della tragedia; e l’allora capitano di artiglieria Renzo Apollonio, che ha concluso la sua carriera militare con il grado di generale di corpo d’armata, è stato chiamato ora un sobillatore, ora un eroe della Resistenza, ora un traditore ed un doppiogiochista. Incertezza anche sul numero dei morti, dai circa diecimila dichiarati alla fine del conflitto ai circa tremila accertati fino ad oggi, con continui distinguo se nel conteggio andavano indicati i soli caduti in battaglia, quelli fucilati e quelli, fatti prigionieri, periti nel naufragio delle navi che li conducevano ai campi di concentramento.

Per la ricostruzione dei fatti ci siamo affidati alle testimonianze. La testimonianza di Angelo Stanghellini, autista del generale Antonio Gandin, è stata raccolta da Marco Scipolo per il quotidiano l'”Arena” di Verona (20 settembre 2011). Le altre principali testimonianze sono state tratte dal volume “Cefalonia” del colonnello Giuseppe Moscardelli, che nel 1945 per incarico dello Stato maggiore dell’esercito svolse un’indagine sul comportamento della divisione “Acqui”. In particolare Moscardelli ha raccolto le testimonianze:

– di Ermanno Bronzini, capitano addetto all’Ufficio operazioni del Comando di divisione della “Acqui”, il quale, con il suo capo ufficio capitano Vincenzo Saettone, fucilato il 24 settembre, era stato incaricato dal generale Gandin di redigere il diario storico della Divisione;

– di Amos Pampaloni, capitano di artiglieria della “Acqui”, congedato con il grado di colonnello, il primo che aprì il fuoco contro i tedeschi;

– di Renzo Apollonio, capitano di artiglieria della “Acqui”, uno dei principali promotori della resistenza ai tedeschi;

– di Romualdo Formato, cappellano militare della divisione.Altri personaggi citati a vario titolo sono il capitano Gasco, comandante del reparto carabinieri alle dipendenze della divisione, il sottotenente Boni, il capitano Bianchi.

Sono state inoltre utilizzate la relazione di Carlo Seganti, vice console a Cefalonia, inviata il 10 gennaio del 1944 al sottosegretario agli esteri della Rsi, Serafino Mazzolini, e quella del tenente colonnello Livio Picozzi dell’Ufficio storico del ministero della difesa. Picozzi ha partecipato in qualità di membro alla missione che fra il 19 ottobre e il 5 novembre 1948 si recò a Cefalonia per la ricostruzione sul posto degli avvenimenti. La relazione, come scrive il suo capo ufficio, generale Luigi Mondini, al generale Capo di Stato maggiore, “ha carattere riservatissimo; propongo perciò che venga in seguito conservata come tale, presso questo Ufficio, senza che ne sia data ulteriore diffusione”.

La relazione Picozzi è stata trovata una decina di anni fa negli archivi dell’esercito dall’avvocato Massimo Filippini, figlio del maggiore del genio Federico, fucilato per rappresaglia a Cefalonia, che l’ha pubblicata nel libro “La tragedia di Cefalonia – una verità scomoda” – Ibn editore 2004. Dai numerosi e documentati scritti di Massimo Filippini sono state tratte informazioni utilizzate per la stesura della presente giornata.

Sulla morte del generale Gandin il colonnello Giuseppe Moscardelli scrive nel suo “Cefalonia”: “Alle ore 15 del 24 settembre – dice il capitano Bianchi – entrava in ospedale il tenente tedesco Eric Deetz, ferito ad un braccio il giorno 16, il quale ci comunicava che il generale Gandin era stato fucilato nella mattinata”. “Dal momento in cui il generale Gandin fu separato dagli ufficiali – dice il capitano Bronzini – nessuno degli italiani né dei greci l’ha più visto. Un soldato tedesco, nello stesso pomeriggio del 24 settembre, mi disse che il generale Gandin era stato fucilato al mattino presto, da solo, e primo di tutta la serie degli ufficiali italiani fucilati in quel giorno. La stessa cosa, in tempi diversi, ripeterono altri soldati tedeschi ed altri ufficiali italiani”. “Ho avuto modo di parlare con gli autieri italiani che, all’indomani del 22 settembre, furono d’autorità impiegati dai Tedeschi. Le autocarrette che il 24 settembre portarono gli ufficiali alla fucilazione erano infatti guidate da essi. Questi autieri, vivendo assieme ai soldati tedeschi, e scorrazzando con loro nei vari servizi per l’isola, hanno visto e saputo molte cose. Alcuni di essi mi dissero che il generale Gandin era stato fucilato al mattino presto del 24 settembre, ma che nessun italiano era presente alla sua fine”. “Ciò mi confermò pure il caporal maggiore Castellani, autista del generale, che si era subito interessato presso i Tedeschi della sorte del suo superiore”. “Il tenente colonnello medico Briganti parlò, in proposito, con il tenente medico Helmotz, dirigente del servizio sanitario tedesco nell’isola. L’Helmotz ha dunque detto al tenente colonnello Briganti (il quale l’ha ripetuto a me e ad altri) che il generale Gandin fu fucilato il mattino del 24 settembre. Fu la prima esecuzione della giornata. Il generale era solo. Il medico Helmotz presenziò per ordine del suo comando, all’esecuzione e constatò il decesso”. “Un solo soldato italiano ha assicurato con insistenza a don Formato di aver visto il cadavere del generale crivellato di colpi”.

Il libro di Moscardelli è stato pubblicato nel numero 3/2010 della rivista “Il secondo Risorgimento d’Italia”, dedicato agli atti del convegno “Settembre 1943 – La tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia”, tenutosi a Rimini nell’aprile 2007, relatore l’avvocato Massimo Filippini (tenente colonnello dell’aeronautica in congedo). Nella pubblicazione sono narrati gli eventi militari che si svolsero a Cefalonia dall’8 al 24 settembre 1943. Racconto interamente affidato a taluni superstiti, salvo pochi raccordi e brevi commenti indispensabili all’intelligenza dei fatti.

Scrive Moscardelli nella prefazione: “Tutto è stato scrupolosamente lasciato (anche là dove è evidente qualche incertezza, lacuna e contraddizione) così come quei testimoni lo hanno vissuto e descritto. Non è quindi una relazione ufficiale od ufficiosa; e tanto meno storia. Le testimonianze a cui ho attinto sono appena nove: altri importanti testimoni devono ancora perciò essere uditi perché questo racconto possa raggiungere, nei particolari, la maggiore possibile esattezza. Punto saliente di questa memoria: l’intimo dramma del generale comandante dell’isola; di un uomo dibattuto da opposte esigenze, rese inconciliabili dalla singolarità della situazione: la consapevolezza della sorte che incombeva sui suoi soldati; la rigida coscienza del dovere militare; la lealtà cavalleresca verso l’alleato diventato nemico. Nota acuta per sette giorni: una violenta crisi disciplinare fra le truppe per alti motivi ideali. Affiorano episodi crudi e dolorosi qui riprodotti senza veli perché rimangano rude e simbolica testimonianza dei moventi psicologici che generarono l’evento politico dell’8 settembre 1943. Nel pomeriggio del 15, l’inizio delle operazioni: il campo di battaglia, risolvendo la crisi, trovò affratellati nel sacrificio il generale comandante ed i suoi soldati. Ma dopo una lotta impari e sanguinosa, il vincitore fece sterminio del vinto”.

2 – Per il promemoria si veda la giornata del 6 settembre. Il Comando XI Armata si costituisce il 9 novembre 1940 in Albania per trasformazione del preesistente Comando Superiore Truppe Albania ed inquadra l’VIII Corpo d’Armata e il XXV Corpo d’Armata (ex Corpo d’armata Ciamuria). Sempre dal 9 novembre, l’Armata è destinata alla frontiera greco-albanese, nel settore sud. Successivamente estende il proprio schieramento dal massiccio del Pindo al Mare Jonio, con le unità dislocate oltre il confine albanese in territorio epirota. Dopo l’armistizio con la Grecia (23 aprile 1941) le unità dell’XI Armata sono impiegate quali truppe di occupazione del territorio peninsulare ed insulare ellenico.

Dal 1o giugno 1943 il Comando XI Armata diviene una Grande Unità mista italo-tedesca che inquadra il III, VIII, XXVI Corpo d’Armata italiano e il LXVIII Corpo tedesco. Dal 28 luglio è operativamente dipendente dal Comando tedesco Gruppo Armate Sud-Est (generale Löhr) con sede a Salonicco.

Il 18 agosto è costituito il XXII corpo d’armata di montagna sotto il comando del generale Hubert Lanz, con sede a Giannina in Epiro direttamente dipendente dal gruppo di armate E. Il XXII corpo d’armata è costituito dalla 1a divisione di montagna “edelweiss” e dalla 104a divisione di cacciatori di montagna, del 966 reggimento di granatieri di fortezza. Quest’ultimo sotto il comando del tenente colonnello Hans Barge è assegnato a Cefalonia, in coordinamento con la divisione Acqui, dove giunge ai primi di settembre. Il contingente è costituto dai battaglioni 909 e 910 del 966 reggimento e dalla 2a batteria del 201o gruppo di artiglieria d’assalto sotto il comando del tenente Jakob Fauth. In totale sono 1800 uomini e 25 ufficiali. Il grosso è dislocato a Lixuri, mentre il gruppo Fauth con una compagnia del 909 si insedia ad Argostoli, capoluogo dell’isola.

Il comando della XI Armata è sciolto ad Atene il 18 settembre in seguito all’armistizio. L’XI Armata alla fine di luglio 1943 era stata trasformata in “armata mista italo-tedesca” e le si era ordinato da Roma uno schieramento che, pur sembrando razionale, metteva tutte le unità italiane sotto il controllo dominante dei Tedeschi, in caso di ostilità.

3 Gian Enrico Rusconi Cefalonia quando gli Italiani si battono, Gli Struzzi Einaudi 2004, pag. 4.

4 Attilio Tamaro Due anni di storia 1943-1945 – Tosi editore 1948, vol. 1 pag. 521.

5 Gian Enrico Rusconi Cefalonia quando gli Italiani si battono, già citato, pag. 11.

6 Il viceconsole a Cefalonia Carlo Seganti che, su richiesta del sottosegretario agli esteri della RSI Serafino Mazzolini, il 10 gennaio 1944 aveva inviato una relazione (AMAE – RSI b. 36) sui fatti di Cefalonia, scrive che “Fra gli elementi più accesi che spingevano il generale Gandin ad atti di ostilità verso i Tedeschi, vi era il comandante della marina, il comandante di artiglieria, il Capo di stato maggiore, con tutti gli ufficiali addetti ed infine il capitano dei carabinieri, il quale organizzava l’armamento di bande greche per creare quegli episodi di violenza che dovevano mettere il generale Gandin di fronte ad una situazione ormai insostenibile. Solo il comandante del genio, maggiore Filippini, ed il tenente colonnello di sanità Briganti, erano per fraternizzare coi soldati tedeschi, mentre il generale comandante la fanteria ed i colonnelli comandanti il 17o e 317o reggimento erano per la soluzione di deporre le armi”.

Seganti ai primi di luglio del 1943 era stato inviato al consolato di Cefalonia ed è stato testimone di quanto avvenuto nell’isola nel settembre 1943. Aderisce poi alla Rsi ed il 4 dicembre 1943 prende servizio all’ambasciata di Berlino. Seganti ricorda che a Cefalonia ebbe subito contatto con Gandin, che gli “appariva particolarmente adatto per instaurare una cordiale collaborazione in quell’isola, dove vi era tradizione di dissidio fra le autorità militari e quelle civili. Il generale Gandin infatti era stato per molto tempo a1 comando supremo come ufficiale di collegamento tra il Quartier generale italiano e quello tedesco, e mostrava particolare simpatia verso le camicie nere che chiamava i suoi triari”.

“Egli – continua Seganti – aveva subito chiesto ed ottenuto dei contingenti di truppe tedesche per stabilire, con nuove direttive, la di­fesa dell’isola, attraverso una cameratesca collaborazione con gli alleati tedeschi, che spesso riuniva tenendo loro dei discorsi ed organizzando delle manovre per cementarne i vinco­li di fratellanza nati sui campi dell’Africa, di Russia e di Sicilia. Tale situazione era durata fino ai primi di settembre, e dei primi di settembre erano state appunto le manovre orga­nizzate in occasione della visita del generale Lanz, comandante un corpo d’armata di cacciatori tedeschi e del generale Marghi­notti, comandante l’8o Corpo d’Armata, poi”.

In tali occasioni Gandin “si era compiaciuto di affermare pubblicamente e solennemente che mai gli inglesi avrebbero posto piede nell’isola, e quando, dopo il 25 luglio, mi recai a visitarlo per confidargli il mio timore che gli av­venimenti politici interni d’Italia potessero preludere ad una pace separata o magari ad un tradimento verso l’alleata Germa­nia, egli mi tranquillizzò dicendomi che non dovevo assoluta­mente cessare dal considerarmi funzionario anche se poteva es­sere per me, come lo era per lui, doloroso il cessare di esse­re agli ordini di colui di cui per venti anni si erano così utilmente seguite le direttive in ogni campo. Il fatto che il Sovrano avesse preso il comando supremo dell’esercito e che un uomo di provate virtù militari avesse assunto la direzione dello Stato, davano garanzia che la guer­ra avrebbe potuto essere in avvenire condotta con nuovo impul­so e con maggiore unità di indirizzo, assicurando alle nostre armi quel successo di cui molti cominciavano a dubitare negli ultimi tempi. Il proclama di Badoglio era esplicito nei riguardi dell’alleanza militare con la Germania. Così parlava il generale Gandin all’indomani del 25 luglio”.

7 Giuseppe Moscardelli Cefalonia, Roma 1945

8 Arrigo Petacco – La seconda guerra mondiale – vol. 4o – Curcio editore

9 Scriverà Lanz in suo libro di memorie: “Avevo l’ottimistica opinione che sarei riuscito a raggiungere, in una discussione con il generale Gandin, un’adeguata soluzione della faccenda. Non vedevo la ragione perché ciò non avrebbe dovuto essere possibile. Non v’era più dubbio che l’11a Armata italiana si era arresa. Il Comando italiano aveva concordato questa resa e aveva anche indirizzato l’ordine al generale Gandin. Perciò non vedevo ragione alcuna perché la stessa disposizione non avrebbe dovuto attuarsi per Cefalonia ed è per questo che mi portai a Cefalonia con l’intenzione di far visita al generale Gandin e di parlargli”. (Arrigo Petacco – La seconda guerra mondiale – vol. 4o – Curcio editore)

10 Giuseppe Moscardelli, Cefalonia, già citato

11 Giuseppe Moscardelli, Cefalonia, già citato

12 Kiev fu liberata il 6 novembre

13 La distanza fra Cefalonia e Brindisi è di 230 miglia marine percorribili in otto ore circa.

14 Il capitano Pampaloni così racconta quanto avvenne il mattino del 21 nella sua batteria appena vi giunsero i Tedeschi: “Un capitano tedesco con un centinaio di uomini ordinò il ritiro delle armi e per mezzo di un interprete mi chiese gli otturatori, minacciandomi di morte. Risposi che non sapevo dove si trovavano. La domanda mi fu ripetuta dopo un quarto d’ora. Nel frattempo i Tedeschi prendevano anche i portafogli, gli orologi, le penne stilografiche e finanche le cinghie dei pantaloni. Protestai col capitano tedesco, dicendo che gli oggetti di proprietà dei prigionieri andavano rispettati. Mi rispose: Voi non siete prigionieri ma traditori. Presero una trentina di uomini che portarono via, non so dove, e dopo ci ordinarono di metterci in riga per uno. I soldati cominciarono ad avvertire che qualcosa di tragico stava per accadere. Qualcuno diceva: ora ci ammazzano tutti. Io ero sereno, tanto ero lontano dall’immaginare quello che sarebbe presto avvenuto. Il capitano tedesco mi fece staccare dalla truppa e mi fece cenno di camminare. Era con me il sottotenente Tognato. Il capitano tedesco mise la pallottola in canna ed appena io gli fui qualche passo avanti sparò. Una pallottola mi colpì al collo. Caddi senza dolore né perdere la conoscenza. Contemporaneamente, con una mitragliatrice piazzata di lato, tutti i miei artiglieri furono massacrati. Fu un solo grido di dolore. Poi silenzio. Sentivo il sangue caldo che mi bagnava la spalla sinistra. Dal mio braccio destro appariva scoperto l’orologio che non mi avevano preso prima: un tedesco venne e se lo prese, senza accorgersi che ero ancora vivo. Subito dopo i Tedeschi, ridendo e sghignazzando, si allontanarono”

24 settembre – Di più

L’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei ministri del governo presieduto da Ferruccio Parri diramò il 13 settembre 1945 il seguente “Comunicato ufficiale sui fatti di Cefalonia”:

“Appena oggi, in base alle documentate relazioni dei pochi superstiti e della diligente inchiesta condotta dall’Ufficio informazioni del Ministero della Guerra, si è in grado di fornire le prime notizie ufficiali circa l’eroica resistenza opposta nell’isola di Cefalonia ai tedeschi dalla Divisione Fanteria “Acqui” nel settembre 1943. Un laconico comunicato straordinario tedesco emesso in data 24 settembre 1943 diceva: La Divisione “Acqui”, che presidiava l’isola di Cefalonia, dopo il tradimento di Badoglio, aveva rifiutato di deporre le armi e aveva aperto le ostilità. Dopo azione di preparazione svolta dall’arma aerea, le truppe tedesche sono passate al contrattacco e hanno conquistato la città portuale di Argostoli. Oltre 4000 uomini hanno deposto le armi. Il resto della Divisione ribelle, compreso lo Stato Maggiore di essa, è stato annientato in combattimento. In quel periodo la “Acqui”, forte di 11.000 uomini di truppa e 525 ufficiali, unitamente ad effettivi della Regia Marina, presidiava l’isola di Cefalonia (Grecia). L’annuncio dell’armistizio risvegliava nei soldati i loro veri sentimenti che si manifestavano nella decisione di dar guerra al tedesco. Il 13 settembre 1943, mentre il Generale Antonio Gandin, Comandante la Divisione, continuava ancora le trattative con il presidio tedesco dell’isola, forte di 3.000 uomini, una iniziativa traduceva in atto l’eroica e ferma volontà dei soldati della “Acqui”, creando il “fattaccio compiuto”: tre batterie, la 1a, la 3a, la 5a del 33o artiglieria, aprivano il fuoco contro i tedeschi al grido di “Viva l’Italia”. Ad esse si affiancavano due batterie della marina ed alcuni reparti minori della fanteria. Il 14 settembre giungeva anche dal Comando Supremo italiano l’ordine di opporsi colle armi ai tedeschi. La battaglia, iniziatasi ufficialmente il 15, si protraeva con alterne vicende fino al 22 settembre. Fanti, artiglieri, marinai, carabinieri si prodigarono a gara in atti di valore; interi reparti si facevano annientare sul posto pur di mantenere le posizioni assegnate. Alcuni Ufficiali si toglievano la vita piuttosto di cadere in mano al nemico. Due intimazioni di resa non venivano neppure prese in considerazione, nonostante che la seconda, firmata dal generale Lanz, concludesse “Chi verrà fatto prigioniero non potrà più ritornare in Patria”. Dal mattino del 21 settembre alle prime ore del pomeriggio del 22, tutti i reparti o militari isolati che cadevano in mano al nemico, venivano immediatamente passati per le armi mediante esecuzioni sommarie. Lasciavano in tal modo la vita: 4750 uomini di truppa, 155 ufficiali. Alle ore 16 del 22 settembre, veniva firmata ufficialmente la resa. Il mattino del 24 settembre, dalle ore nove alle tredici e trenta, venivano fucilati presso capo S. Teodoro, mediante regolari plotoni di esecuzione, gli ultimi 260 Ufficiali superstiti. Gli Ufficiali affrontarono la morte con superba dignità e fermezza. Nel trasporto dei soldati prigionieri dall’isola al continente greco, tre navi urtavano su mine e colavano a picco. I tedeschi mitragliavano i naufraghi. Perivano in tal modo altri 3000 uomini di truppa. Totale delle perdite inflitte al nemico: uomini di truppa 1500, aerei 19, mezzi di sbarco 17. Totale delle perdite subite: uomini 9000, ufficiali 406. Il Comando tedesco proibiva di dar sepoltura ai caduti, perché “. i ribelli e traditori non hanno diritto a sepoltura”. La “Acqui” rappresenta la continuità tra l’epopea della prima guerra mondiale e quella dell’attuale guerra di liberazione: fedele al suo retaggio di gloria ed onore si è silenziosamente immolata a Cefalonia ed a Corfù. Si addita la divisione “Acqui” con i suoi 9000 caduti e con i suoi gloriosi superstiti alla riconoscenza dellanazione”.

Alle bandiere dei reggimenti 17, 18, 317 Fanteria e 33 Artiglieria venne conferita la medaglia d’oro al valor militare: “Nella gloriosa e tragica vicenda di Cefalonia e Corfù, quale componente la difesa terrestre delle isole, affidata alla Divisione di Fanteria di Montagna ‘Acqui’ e relativi supporti, in un impeto di sublime dedizione alla Patria, ispirata alla legge del dovere e dell’onore ed a insopprimibile fremito di libertà, sprezzava la resa offerta dal nemico e affrontava l’avversario in aspri e sanguinosi combattimenti, rinnovando le gesta degli eroi del Risorgimento. Dopo alcuni giorni di impari lotta, all’estremo delle risorse veniva sopraffatta da soverchianti forze aero-terrestri nemiche che effettuavano inesorabili rappresaglie”. “Cefalonia (Grecia) 9-24 settembre 1943. Corfù (Grecia) 9 – 26 settembre 1943”.

Del ministero Parri (21 giugno – 10 dicembre 1945) facevano parte Alcide de Gasperi (esteri) , Pietro Nenni (per la Costituente), Palmiro Togliatti (grazia e giustizia), Stefano Jacini (guerra), Raffaele de Courten (marina), Mario Cevolotto (aeronautica).

I caduti. Dati raccolti e curati dal capitano di fregata (c.p.) Filippo Manduchi, di Rimini, negli archivi dello Stato maggiore dell’esercito e della marina. Caduti nel corso di tutto il secondo conflitto mondiale della divisione Acqui e relativi reparti di supporto: 4.836 (escluse le camicie nere, che hanno patito, fino al 25 luglio 1943, 106 caduti).
Morti accertati a Cefalonia in combattimenti o fucilati dai tedeschi dall’8 al 28 settembre 1943: 1679 militari. Di questi, gli ufficiali uccisi furono 314, di cui 136 fucilati alla “Casetta Rossa”. Nei 1679 caduti sono compresi anche 29 carabinieri (tre ufficiali), 21 guardie di Finanza (tre ufficiali) e 33 marinai (otto ufficiali).

Dopo la resa avvenuta il 22 settembre e le ultime fucilazioni del 25, rimasero in mano tedesca circa 8000 prigionieri, mentre qualche centinaio di soldati italiani si diede alla macchia; alcuni di loro passeranno nella file dell’Elas, altri si rifugeranno nel continente greco aiutati da pescatori locali. Dal 28 settembre iniziarono le partenze dei prigionieri per i campi di lavoro in Europa. Su otto navi da trasporto, fatiscenti e sovraccariche, partirono 6418 prigionieri italiani. Di queste, ne giunsero a destinazione solo cinque, mentre tre affondarono. Il 28 settembre la prima di queste, il piroscafo tedesco “Ardena”, che aveva a bordo 840 soldati italiani, affondò dopo aver urtato una mina. Morirono in 720, più 59 dei 120 soldati tedeschi.

Il 13 ottobre un sommergibile britannico, il Trooper” silurò e affondò il piroscafo italiano “Maria Amalia”, già francese con il nome di “Marguerite”, con 900 prigionieri a bordo. Ne morirono 544, mentre non sono noti i numeri riguardanti i tedeschi.

Il 22 novembre dei 200 prigionieri trasportati ne morirono la metà. Nei tre naufragi morirono 1364 italiani.

Nel novembre del 1943 rimasero a Cefalonia circa 1600 prigionieri, con 20 ufficiali, che fino al settembre del 1944 collaborarono in varie forme con i tedeschi. Nel dicembre del 1943 due compagnie con tre ufficiali (Postal, Tommasi e Farina) furono spostate nel continente greco ad Agrignon in campi di lavoro.

Dopo la partenza dei tedeschi da Cefalonia, nell’ottobre del 1944, 1286 italiani reduci dall’isola sbarcarono a Taranto il 13 novembre 1944.


– Dal “Corriere della sera” del 19 ottobre 2013 (vedere l’Archivio Storico del Corriere della sera, in particolare alla Cronaca di Roma)

“Ergastolo per Alfred Stork, l’ex nazista novantenne che a suo tempo aveva confessato di aver preso parte alle fucilazioni degli ufficiali della divisione Acqui a Cefalonia nel settembre del 1943. La condanna è del Tribunale militare di Roma, seconda sezione presieduta da Antonio Lepore, dove si è concluso il processo all’ex caporale che vive in Germania a Kippenheim. L’ex caporale maggiore Stork “non ha avuto il coraggio di mantenere ferma la sua ammissione di colpa, restando comodamente nella sua casa in Germania”, aveva detto il procuratore militare Marco De Paolis, che aveva poi elencato le numerose testimonianze che hanno indicato Stork come uno di quelli “che fucilò l’intero stato maggiore della Acqui”, nel settembre 1943. La sentenza del Tribunale militare è la prima sentenza emessa in Italia sulla strage di Cefalonia; finora, infatti, i precedenti giudizi si erano conclusi in archiviazioni o per morte dell’imputato, come nel caso del maresciallo Otmar Muhlhauser. Alfred Stork, ex caporale dei Cacciatori di montagna (Gebirsgjager), ascoltato otto anni fa dai magistrati tedeschi, aveva comunque ammesso di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, il 24 settembre. “Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani, considerati traditori”, disse. Alla Casetta Rossa gli ufficiali giustiziati furono 129 (altri sette vennero ammazzati il giorno successivo per rappresaglia) da parte di due plotoni. Quello di Stork sparò dall’alba al pomeriggio, lasciando sul terreno 73 ufficiali, come afferma lo stesso imputato. In quella testimonianza resa in Germania Stork aveva anche aggiunto particolari agghiaccianti: “I corpi sono stati ammassati in un enorme mucchio uno sopra l’altro… prima li abbiamo perquisiti togliendo gli orologi, nelle tasche abbiamo trovato delle fotografie di donne e bambini, bei bambini”.
Dure le parole di Marcella De Negri, figlia del caduto Francesco, parte civile nel processo: “Questo frugare nei corpi ancora sanguinanti, nelle tasche di divise dalla giacca slacciata (a cui erano stati tolti i bottoni che avrebbero potuto deviare i colpi dei fucili) per portar via gli oggetti di valore e tenere fra le mani quelle fotografie di bambini, “belli”, e donne che mai più avrebbero rivisto i loro cari massacrati, mi ha convinto alla costituzione di parte civile”.
Soddisfazione per l’avvocato dello stato Luca Ventrelli: “È andata come doveva andare, questa è la prima sentenza su Cefalonia di qualsiasi tribunale”. Il procuratore De Polis aggiunge: “È di fatto, dopo Norimberga, la prima in Europa su Cefalonia”.
De Paolis ha altri fascicoli su cui sta lavorando e riguardano le stragi naziste in Grecia, a Kos e a Leros, ma anche in Albania. Un fascicolo è aperto anche su ex militari italiani, riguarda la strage di Domenikon, un villaggio della Grecia


Questa giornata è stata redatta da Franco Arbitrio con la collaborazione di Sergio Lepri


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