2 ottobre

2 ottobre

Mentre in Italia i bombardamenti angloamericani si fanno sempre più frequenti e devastanti, in alcune zone prive di importanza strategica la guerra può addirittura diventare uno spettacolo. E poi: i soldati tedeschi sono tutti feroci e disumani? E tutti nazionalsocialisti?

La guerra in Italia comincia ad essere sempre più dura. Gli attacchi aerei americani e inglesi si fanno sempre più frequenti. La quinta armata americana ha occupato da due giorni Napoli e si appresta ad affrontare la cosiddetta “linea Gustav”, la fortificazione che i tedeschi stanno apprestando dalla foce del Garigliano alla foce del fiume Sangro, a sud di Pescara, passando da Cassino.

Nelle città del Nord la guerra si fa sentire più violenta; e così nelle campagne, lungo le linee ferroviarie. Ma non dovunque c’è paura e sangue e macerie. Ci sono anche zone tranquille. Non hanno importanza strategica e vengono ignorate dagli aerei alleati. Una di queste è la Versilia, a sud della Spezia e a nord di Livorno, i cui porti hanno subìto invece numerosi bombardamenti. In Versilia, in licenza di convalescenza dopo essere stato, come sottotenente, sul fronte greco-albanese, sta nella sua casa di Fiumetto, vicino a Forte dei Marmi, lo scrittore Manlio Cancogni1 insieme all’adorata moglie Maria Vittoria Vittori, chiamata Rori. La guerra può essere anche uno spettacolo? Leggiamo alcune pagine.2

“Un’altra volta l’allarme ci prese in pieno meriggio, alla fine del nostro parco desinare in salotto. Era una giorna­ta splendida, nemmeno uno straccio di nube in cielo, il sole ardente sui tetti. Suonò l’allarme e subito cominciò la fuga; fuggivano dalle case, giù per le scale, e nelle strade era un correre e un chiamarsi, non di gente spaventata, anzi quasi allegra, anche per via di quel bellissimo sole. La Gemma e il mari­to vennero a chiamarci, tenendo per mano la bambina e la nonna. Noi ave­vamo aperto la finestra e si scrutava il cielo che già si andava riempiendo di un lontano ronzio. Preferivamo stare a guardare. Loro corsero via pensando che fossimo matti.

“Avevano dato l’allarme con ritardo quando gli aerei, in arrivo da sud, lun­go la costa, erano già in vista. Tanto più precipitosa era la fuga; anche i mili­tari della vicina caserma, sorpresi nella siesta pomeridiana, fuggivano te­nendo in mano chi i calzoni, chi le scarpe. C’era ancora qualcuno in strada quando i primi stormi apparvero nel cielo. Molto alti nel sole, sembravano sciami di grandi insetti che spargevano in­torno il ronzio dei loro corpi vibranti. A poco a poco l”aria se ne riempì. Era così bello lo spettacolo che Rori volle salire sul davanzale per goderlo me­glio. Io e Luciano la tenevamo in mezzo per impedire che cascasse e lei ci in­dicava gli sciami che via via si annunciavano, mentre i primi già piegavano a Nord-Ovest abbassandosi oltre il promontorio che nascondeva la città e il porto della Spezia. Cominciò un tuonare fitto, come di pesanti martelli battuti sul terre­no. L’avevo già udito in Albania, e non faceva paura.

“Gli aerei continuavano ad arrivare a stormi di dieci, quindici, trenta, e ar­rivati all’angolo nord della valle del Magra piegavano verso ovest, come quelli che li avevano preceduti. Rori li contava, trentacinque, cinquanta, per­deva il conto, perché altri sciami, più in là, più in qua, sopraggiungevano nel­lo specchio azzurro e ardente del cielo”.

Mentre infuria la guerra si può essere sereni e vivere senza odio anche per chi è pronto a spararti? Leggiamo ancora. “La bellezza del mare e della spiaggia così spopolata, tranne quei gruppi di ragazzoni tedeschi, biondi e felici, disponevano gli animi delle donne alla benevolen­za. Io stesso m’ero dimenticato dei propositi bellicosi della vigilia. Il Cln, le squadre armate, il segretario del Fascio di Marina, i fascisti che stavano uscendo dai loro nascondigli (ne avevo incontrato uno su via Carducci, il più pericoloso, si diceva, che veniva pedalando tranquillo da Tonfano e incro­ciandoci, aveva finto di non vedermi, mentre in faccia gli fioriva un sorriso sardonico), mi sembrava appartenessero a un passato già privo di senso.

“Mentre si godevano l’imprevista vacanza marina i tedeschi avevano messo al­cuni soldati di guardia sul Lungomare. Uno sedeva su uno sgabello, proprio davanti alle nostre finestre spalancate di là dal viale. A poco a poco, s’era mezzo spogliato, e ora, posato in terra il mitra, se ne stava a torso nudo al suo posto, il busto piegato, la testa fra le braccia, prendendo il sole. Era biondo, bianchissimo di pelle, avrà avuto nemmeno vent’anni. Da principio l’avevo guardato con odio. “Gli sparerei” avevo detto, facendo l’atto di prenderlo di mira. “Giuro che se avessi ancora il fucile, lo farei”.

“Le donne, badando a mangiare e chiacchierare in quell’aria di paradiso, sembrava non dubitassero che l’avrei fatto. Io ne ero molto meno sicuro. Cominciavo anzi a provare una certa compassione per quella sentinella dall’aspetto poco soldatesco, po­co più di un adolescente, arrivato da poco nel nostro paese, magari da una provincia del Nord, chissà lo Schleswig-Holstein, il Mecklemburgo, la Po­merania. Avrei avuto voglia di chiederglielo. Poveraccio anche lui, bofon­chiai. “‘Was hatman dir, du armes Kind getan” declamai ironicamente, rispol­verando le mie nozioni di tedesco, vecchie ormai di dieci anni, quando, sul­l’esempio di mio padre e dello zio filotedeschi (amavo anch’io la Germania dei poeti, dei filosofi e del socialismo), m’ero messo a studiarlo. “Chissà”, dissi, “se avrà mangiato.” Noi avevamo appena finito. In tavola c’erano del­le mele, dalla buccia verde. Ne presi due e mi alzai. “Magari”, dissi, “gli por­to anche un libro, se per caso sapesse un po’ d’italiano”. C’era, in vista su una mensola, un romanzo di Woodehouse, mi pare fosse ‘L’amore fra i polli’. Presi anche quello e scesi in strada. Sentendomi avvicinare la sentinella sollevò il viso e raddrizzò il busto. Dio mio che faccino da scimunito, slavato, sorridente; e che spalle e che petto gracili. Dimostrava ancora meno dei vent’anni che gli avevo attribuito. Gli offersi le mele, che lui prese ringraziando premurosamente. Quanto al libro, no, non sapeva l’italiano (scosse più volte il capo) e poi, probabilmente era un pezzo che non ne leggeva uno. “Danke” disse, “sehr danke'”.

La Fiumetto di Cancogni è a sette chilometri in linea d’aria da Sant’Anna di Stazzema, dove all’alba del 12 agosto dell’anno prossimo quattro reparti di SS, accompagnati da alcuni militi fascisti, rastrelleranno tutti gli abitanti del villaggio e gli sfollati, li chiuderanno nelle case e nelle stalle e li uccideranno a colpi di mitra e bombe a mano. Il motivo: dare un esempio, cioè rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane, presenti nella zona anche se non in quel paese. I morti saranno 560, quasi tutti donne, anziani e bambini, fra cui una piccola di venti giorni.

Ma i militari tedeschi sono tutti barbari feroci? Non è detto. Valga questa testimonianza di Claudia Crecchi Zay, abitante a Genova.

“Avevo 14 anni, Ero sfollata a Socisa, un paesino arroccato su di un cocuzzolo di monte al di sopra di Pontremoli. Oggi c’è un’autostrada che lo sovrasta e passando di lì si prova uno strano effetto al pensare alle lunghe camminate che occorrevano per raggiungerlo, a noi, ai partigiani che venivano in cerca di cibo e anche ai tedeschi che si avventuravano attraverso i boschi. Dal braciere al centro della stanza di quella casa contadina dove avevamo trovato rifugio si alzava un fumo acre di legna bagnata, che saliva in spirali azzurre verso i graticci del soffitto, dove venivano messe a seccare le castagne. Lungo le pareti scurite da anni di fuoco, sulle rozze panche di legno sedevano immobili i ragazzi della montagna. La stanchezza trasudava dai panni infangati, filtrava dagli sguardi opachi sotto i berrettacci sformati, dilagava sui volti giovani incupendo i lineamenti. E tuttavia un accenno di sorriso cominciava a nascere sulle labbra tirate, al calore della stanza.

“Le donne accovacciate a terra bevevano con gli occhi i loro visi sfiniti, le mani abbandonate sulle ginocchia,cercavano di sfuggire la vista dei minacciosi mitra appoggiati al muro, parlottavano fra loro. La vecchia al centro, con gesti abili e calmi, arrostiva castagne. Piccola, nera e curva, diffondeva attorno a sé il senso delle semplici cose di un raro momento di quiete in un mondo devastato da una guerra senza senso, che armava i fratelli contro i fratelli, divideva parenti e amici e metteva brutalmente di fronte alla morte adolescenti che erano ancora bambini.

“La sera d’autunno piovosa e scura, spazzata da raffiche di vento, fuori dalla porta, fasciava la stanza di sicurezza. Difficilmente pattuglie tedesche si sarebbero spinte fino a quel paese piantato sul cocuzzolo. Improvvisamente, sull’acciottolato della strada si udì un battere cadenzato di scarponi, un risuonare secco di ordini nell’aspra parlata straniera. La porta si spalancò, lasciando passare un gruppo di tedeschi. Un attimo, un attimo lungo quanto una vita nel tacere improvviso e angoscioso. Sarebbe bastato un gesto per far scoppiare una strage.

“Fu allora che la vecchina si alzò. Incredibilmente diritta, con negli occhi tutto il dolore e l’amore del mondo. Prese la mano bagnata di pioggia di un tedesco, vi chiuse dentro una manciata di castagne, dicendo ‘Tieni, povero figlio di mamma, mangia anche te’. E continuò così, con un tedesco e un partigiano finché non vi furono più castagne. In un silenzio magico le donne passarono i bicchieri del vino uno dopo l’altro, senza distinguere più tra italiani e stranieri. Sui volti di tutti le lacrime lavavano polvere e stanchezza e molte altre cose. Poi i soldati uscirono, uno ad uno, piano, senza parlare. L’ultimo si voltò e disse ‘Danke; grazie.'”.

Altra domanda: i militari tedeschi erano tutti nazisti? Ecco la testimonianza che abbiamo ricevuto e di cui abbiamo perduto il nome dell’autrice. Dal testo sappiamo solo che è la figlia di un Bindo Bindi. Il cognome sembra toscano. Speriamo che legga questa pagina e si faccia conoscere. Ecco la testimonianza.

“Il soldato germanico si chiamava Otto ed aveva incominciato a frequentare la mia casa sulla scia di tanti altri piccoli prepotenti. Ma lui non lo era. Era invece gentile ed educato e, quando si presentò, chiese con molta delicatezza se, pagando, mia madre potesse lavargli degli indumenti. Mia madre acconsentì, conquistata dai modi raffinati di quel ragazzone biondo che poteva essere suo figlio. Non solo gli lavò gli indumenti, ma gli usò anche la cortesia di rammen­darli dove occorreva e di attaccargli anche qualche bottone mancante.

“Una sera, questo signor Otto venne in casa leggermente brillo. Rideva, come tutti gli ebbri, per cose di poco conto, abbracciava mia madre, dicendo ‘Presto finita guerra, Hitler kaput. Germania kaput, fascismo kaput. Stalin non kaput’ e così dicendo trasse dalla tasca un enorme fazzoletto rosso che pareva una bandiera. “Caro Bindo (mio padre si chiamava Bindo Bindi) comunisti vincere… non più nazismo. Tu fascista?”.

“Mio padre che, in effetti non lo era, nemmeno iscritto al fascio, gli disse che non era fascista e tra i due si svolse più o meno questo dialogo: ‘Io non fascista, io ferroviere socialista, che non ha mai fatto carriera. Io piccolo ferroviere. Tu sei socialista?’. ‘Io socialista? Puah. Io comunista. Socialisti prima socialisti, poi fascisti. Puah!’.

“Mio padre gli chiese se non aveva paura a esternare così il suo pensiero al primo venuto e lui rispose: ‘Se tu socialista, io non avere paura. Ma se tu dici a qualcuno, Bindo kaput’. Si era spiegato fin troppo bene. Ormai il ghiaccio era rotto e lui si sfogava liberamente. Chissà, mi dissi, come la penserà domani da sobrio. Invece il giorno dopo venne da noi, sobrio, e riprese gli stessi discorsi sovversivi. Volle anzi fermarsi per sentire Radio Londra e regalò a mio padre una bandierina sovietica, che sa il cielo dove l’aveva trovata.

“Un giorno portò due libri, pregando mia madre di conservarglieli fino alla fine della guerra. Uno era in tedesco, l’altro in italiano. Quella santa donna, ignorante in materia, li mise in bella vista sopra una tavolinetta dove stava la radio. Quando mio padre rincasò la mattina dal turno e li vide, per poco non gli veniva un colpo. Di quello in tedesco l’autore era Karl Marx e il titolo ‘Das Capital’. Mio padre lo fece sparire in fretta, chiedendo a mia madre se le puzzava la vita. Un’altra volta portò una bicicletta Bianchi, trafugata da qualche parte, dicendoci di conservargliela, perché gli sarebbe servita un giorno. Ma qual giorno non è mai arrivato. Otto non si vide più. Chissà perché, io sono convinta che sia stato ucciso o, per ben che vada, arrestato.

“A mia madre che gli fece notare un giorno che era ben diverso dai suoi commilitoni, rispose con un detto in latino, che allora non conoscevo. Diceva così: ‘Ferum os, non mos”. Oggi tradurrei: ‘Il mio aspetto è selvaggio, ma il mio modo di essere no'”.

E diserzioni nell’esercito tedesco ci sono state? Ci sono state e il disertore più noto è Rudolf Jacobs, che alla fine del 1943 si unì a una banda partigiana che operava nella valle del Magra, proprio a nord della Versilia di Cancogni, la capeggiò e morì in combattimento all’assalto di una caserma fascista a Sarzana. Medaglia d’oro della Resistenza italiana, una grande lapide lo ricorda su una colonna dell’edificio dove era quella caserma e dove ora è un albergo.

Rudolf Jacobs, figlio di un noto architetto di Brema, era un ingegnere navale e, come capitano di marina, si trovava alla Spezia, ventinovenne, nel corpo di ingegneria della marina da guerra tedesca e comandava una postazione di artiglieria fra Punta Bianca e Bocca di Magra. Nell’ottobre del 1943 ebbe la notizia, poi risultata non vera, della morte in Germania, sotto un bombardamento aereo, della moglie e dei suoi due figli. Antinazista da tempo, decise allora di disertare e si unì ai partigiani italiani della brigata “Ugo Muccini”. Combatté per un anno e morì guidando l’assalto della caserma repubblichina.

La sua famiglia sarà informata della sua morte solo nel febbraio del 1957, quando fu rintracciata da Paolino Ranieri, comandante della brigata Muccini e successivamente sindaco di Sarzana per 25 anni.


1 Manlio Cancogni è nato nel 1916 a Bologna da genitori versiliesi. Ha pubblicato i primi racconti su “Frontespizio” e “Letteratura”. Dopo la guerra si è dedicato al giornalismo, per tornare quindi alla letteratura. Tra i suoi numerosi e fortunati romanzi: “La carriera di Pimlico” (1956), “Parlami, dimmi qualcosa” (1962), “La linea del Tomori” (1966), “Allegri, gioventù” (1973, Premio Strega), “Quella strana felicità” (1985, Premio Viareggio), “Azorin e Mirò” (1996) e “Lettere a Manhattan” (1997).

2 Da “Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro”, editrice Diabasis, 2003.

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