2 febbraio

2 febbraio

Dopo una battaglia durata tre mesi e mezzo (150 mila morti, 91 mila prigionieri) il generale Paulus firma la resa della sesta armata tedesca. La sconfitta di Stalingrado è una svolta decisiva della guerra in Europa.

Sono le 14.46. Un aereo da ricognizione tedesco ha sorvolato, prima da est a ovest, poi da nord a sud, Stalingrado e il Volga1, sulla riva destra del quale, per una quarantina di chilometri, si estende la città. Il fiume è ghiacciato e se ne scorge bene il percorso, largo, in certi punti, anche più di un chilometro. La città non è più una città, ma un enorme cratere di edifici bruciati, di strade sconvolte, di ciminiere mozzate. Non si vede gente, non si vede qualcosa che si muove; solo, qua e là, qualche filo di fumo nero che si alza dalle macerie. Sono le 14.46. Dall’aereo parte un messaggio per il Quartier generale della Wehrmacht: “Nessun segno di combattimento”. La battaglia di Stalingrado è finita.

Il centro di Stalingrado qualche giorno prima della resa della sesta armata tedesca

Il centro di Stalingrado qualche giorno prima della resa della sesta armata tedesca.

Al centro della città, dentro il bunker in cui sono state trasformate le cantine dei magazzini Univermag, già da parecchie ore il feldmaresciallo Friedrich Paulus2, comandante della 6a armata tedesca, ha consegnato le armi a un giovane ufficiale sovietico. È la resa; una resa che per Hitler significa 150 mila morti, 91 mila prigionieri (di cui 24 generali e 2500 ufficiali), tremila aerei, seimila cannoni e sessantamila veicoli perduti; significa, dopo la battaglia di el-Alamein in Africa, nell’ottobre-novembre scorso, la svolta, forse decisiva, della guerra in Europa.

La battaglia di Stalingrado è cominciata a metà settembre. Stalingrado è una grossa città industriale, quasi tutta sulla sponda destra del Volga e fiancheggiata da una serie di alture che guardano a occidente e che la dividono in vari quartieri in certo modo separati l’uno dall’altro. Si chiama così dal 1925; prima si chiamava Tsaritsyn3, dal 1598, quando fu fondata, prima come fortezza, poi come residenza del delfino della casa imperiale e erede al trono; poi, dal 1961, caduto il mito di Stalin, si chiamerà Volgograd.

L’importanza di Stalingrado è soprattutto strategica. Conquistare Stalingrado significava, per i tedeschi, impadronirsi della maggiore via d’acqua e di rifornimenti, di grano e di petrolio, di tutta la Russia e insediarsi in una grande base per le operazioni militari in corso verso il Caucaso e per il progettato accerchiamento di Mosca.

A metà settembre la 6a armata tedesca comandata dal generale Friedrich Paulus ha investito Stalingrado, nonostante gli sforzi delle truppe sovietiche guidate dal generale Timoscenko. Alla fine del mese i tedeschi sono entrati in città e hanno occupato la grande fabbrica bellica che ha un nome fatidico: “Ottobre rosso”. Nelle prime due settimane di ottobre hanno raggiunto il Volga in molti punti, fra un’altura e l’altra. Ma i russi hanno creato sbarramenti, reticolati, trincee; si combatte casa per casa, strada per strada, quartiere per quartiere. Nel diario di un anonimo4 si leggerà: “Stalingrado non è più una città. Di giorno è un’enorme nuvola di fumo. E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano”.

Il novembre è cominciato col freddo; nuvole basse, tormente di neve, il termometro è sceso a venti gradi sotto zero. Il 6 sono comparsi i primi ghiacci sul fiume; è questione di tempo e il fiume gelerà e non sarà più navigabile. A metà novembre armate sovietiche provenienti da nord e armate provenienti da sud stanno per congiungersi dove, più giù, il Volga si avvicina all’altro grande fiume, il Don. La quarta armata tedesca sta per essere circondata. Il generale Paulus chiede a Hitler di potersi ritirare in un corridoio rimasto parzialmente libero. Hitler non glielo concede. In dicembre otto divisioni tedesche comandate dal generale von Manstein tentano di avvicinarsi a Stalingrado, ma sono costrette a ripiegare da uno sbarramento di fuoco insuperabile. L’accerchiamento della 6a armata è completato. Alla fine dell’anno la temperatura è scesa a 40 gradi sotto zero; i tedeschi non hanno più viveri e le munizioni cominciano a scarseggiare; i rifornimenti non arrivano più; il ponte aereo è praticamente cessato.

Per ordine di Hitler il generale Paulus rifiuta la capitolazione. È il 10 gennaio. Scatta l’ultima offensiva sovietica: quattromila pezzi di artiglieria su un fronte che è diventato soltanto di tre chilometri e mezzo. Alle 19.45 del 31 gennaio il radiotelegrafista del comando della sesta armata lancia l’ultimo messaggio: “I russi sono alla porta del nostro bunker. Stiamo distruggendo gli apparecchi”. Aggiunge le lettere CL, che secondo il codice internazionale, che è in lingua inglese, significa “I am closing my station”: “Questa stazione cessa le trasmissioni”.

In questi stessi giorni i resti dell’Armata italiana in Russia continuano la lunga marcia disperata verso una difficile salvezza. Ufficialmente l’Armir è stato sciolto tre giorni fa, il 31. Non ci sono più i tre corpi d’armata, le nove divisioni, i carri armati, le artiglierie, gli automezzi; non c’è più niente.

“Il 31 dicembre” racconterà Nuto Revelli, uno dei sopravvissuti5, “trovammo, presso Wosnessenoeka, pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell’Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. C’era anche un alpino con un braccio amputato, che si era trascinato per sei giorni con il moncone congelato; il freddo lo aveva salvato dalla cancrena. C’erano pure alcuni tedeschi, in tuta bianca. Ne fermai uno e gli chiesi se voleva darmi la sua pistolmachine per un pacchetto di sigarette. Accettò. Ormai l’arma non gli serviva più6. Come straccioni passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c’era anche suo figlio, sottotenente del 5o alpini”.

Dopo Nicolaievka (“una grande vittoria” scriverà ancora Revelli, “la vittoria della disperazione”) i superstiti dovranno percorrere altri trecento chilometri a piedi, nella neve e nel gelo (la temperatura scende spesso a meno 40), sempre incalzati dai russi e attaccati dai partigiani.

Oggi a Verzuolo in provincia di Cuneo è arrivata la lettera di Gino7, il minore di due fratelli. È stata scritta a Natale ed è strano che sia giunta in così breve tempo, 38 giorni da posta militare 203, chi sa dove nelle steppe gelate di qua dal Don. Dice la lettera: “Cara mamma, oggi è la festa di Natale, lassù a Verzuolo si farà festa, io so che tu vedendo gli altri a fare baldoria diventerai triste pensando a noi che ci troviamo quaggiù, ma mamma anche noi quest’oggi si può dire che facciamo festa, è una bellissima giornata di sole, dopo aver passato una nottata scura e fredda c’era la tormenta che fischiava mentre ero di vedetta, ma io non sentivo il freddo e la neve perché il pensiero era rivolto a te che sei molto lontana da me, pensavo che a quell’ora era l’ora della messa natalizia, tu forse ti trovavi in chiesa a pregare per noi, noi qui non abbiamo neppure ascoltare la S. Messa e questo mi dispiace, però tutto andava bene perché il Russo se ne stava fermo, anche se in questi giorni ha avuto qualche piccolo successo, ma però l’ha pagata con qualche migliaio di morti, ora invece è tornata la calma e pare di essere in paradiso. Cara mamma credevo di passare il Natale mangiando le paste dolci e la cioccolata che mi hai messo nel pacco, e invece è stata una illusione perché il pacco non è ancora arrivato, ormai è quaranta giorni che è in viaggio e credo che non dovrebbe più mica tardare tanto, vuol dire che aspetterò sempre fino a quando arriverà. Oggi però ci hanno dato un quarto di vino e credi che dato che era tanto tempo che non ne bevevo più, mi ha fatto venire un po’ allegro e così passo questa giornata un po’ allegro. E tu mamma che fai di bello? Non rimanere sempre triste, bisogna viverla la vita chi più bene chi più male, ma tutti dobbiamo essere contenti, tanto più che presto noi faremo ritorno alle nostre case, così mi ha detto Gino, lui qualche cosa sa più di me. Ti invio i miei più cari saluti e baci e un caro abbraccio sperando presto di poterti rivedere”.

Gianni è invece morto di lì a poco e così il fratello Gino; e la mamma, vedova, non riceverà più lettere dai figli. Se avrà l’animo di chiedere notizie, ne riceverà due, due lettere d’ufficio tutte e due eguali; in stile burocratico le diranno che dei figli non si sa niente; sono dispersi.

Di lettere così ne scriverà tante Mario Spinella8, uno dei sopravvissuti; arriverà a Brescia in giugno e sarà assegnato al comando militare che si occupa proprio dei dispersi in Russia (sono 74.800: morti o prigionieri).

“Su un tavolo” scrive “giacciono pacchi di lettere che chiedono notizie dei mariti, dei fratelli, dei figli, all’anonimo indirizzo della posta militare. I pochissimi casi in cui esistono sicure testimonianze di morte sono stati ricostruiti dall’Ufficio Stralcio; per tutti gli altri la formula stereotipa: “A seguito della vostra richiesta di informazioni sul soldato (o sottufficiale, ecc.) X. Y., comunichiamo che a questo comando egli risulta disperso”. Da quel tavolo, da quelle lettere, rifluiscono i campi bianchi di neve, i boschi, i valloni dove i miei compagni hanno lasciato la vita.

“Mi siedo alla macchina da scrivere. Fra le lettere che apro una è datata da Brescia: Giuliana N., via Sant’Eustachio, 9, chiede notizie del marito. Macchinalmente introduco il foglio, la carta carbone, comincio a battere i tasti. L’immagine del postino che suona alla porta, consegna la busta gialla, volge le spalle, mi arresta. La calligrafia di Giuliana N. è rozza, il suo italiano scorretto, intravedo un volto stanco di popolana, una crisi di pianto, l’angoscia: “…comunichiamo che il soldato Giovanni N. risulta disperso”.

“Sono di nuovo in strada, domando dell’indirizzo, salgo le scale di una vecchia casa con i gabinetti sui ballatoi. Una donna anziana, vestita di nero, apre uno spiraglio nell’uscio, mi fa entrare quando gli dico chi sono. È la suocera, mi spiega; ora avverte la figlia. La stanza in cui mi trovo è una cucina; il fornello a gas, blu, è sporco di unto, la cerata sul tavolo tutta sfilacciata. Anche il pavimento, le pareti, sono chiazzate di macchie; ristagna, acuto, un odore di acquaio. Disordine e trascuratezza, ancor più che un’antica povertà, impregnano di sé i pochi mobili, le sedie impagliate, la rastrelliera con le pentole e i tegami di coccio o di alluminio.

“”Ora viene” mi dice la donna. “Gianni è morto?” aggiunge. “Disperso, forse prigioniero” rispondo. “E non li ammazzano? Ci hanno detto così”. “No. Non li ammazzano. I russi sono brava gente”. Taciamo. Odo, al di là della porta, i movimenti affrettati di Giuliana N. Tra qualche minuto entrerà in questa stanza, mi verrà incontro, dovrò dirle di suo marito. E troppo tardi per andar via, per fuggire da questa realtà. Forse un foglio di carta che puoi leggere da solo, mentre nessuno ti vede è dopo tutto la soluzione più umana. La ragazza, la donna, che mi trovo di fronte e giovanissima. Sotto le sopracciglia allungate col lapis, gli occhi scuri appaiono ingranditi, un po’ fissi. Anche la pelle del viso è curata, fresca, il vestito che indossa non privo di eleganza. Faccio uno sforzo per sovrapporre il suo aspetto a quello che si era formato entro di me attraverso le righe della sua lettera: qualcosa non va a posto come nelle immagini staccate, non ancora combacianti, del telemetro. Mi è facile dirle, adesso, che il marito è disperso, che probabilmente tornerà. Avverto che Giuliana non mi crede, quasi non dà molto peso alle mie parole. Lo sguardo rimane fisso, distante. Si allontana per tornare subito dopo con una fotografia. “Lo conoscevate?” domanda. Dal cartoncino mi viene incontro un volto rotondo, un ciuffo di capelli spettinati dal vento, due occhi arguti, sullo sfondo di una spiaggia deserta. Gianni ha indosso un abito chiaro, che quasi ne confonde la figura con l’ombra, appena più cinerea, del mare. Anche se lo avessi incontrato vestito da soldato, non saprei riconoscerlo.

“”Gradite un caffè d’orzo?” mi chiede Giuliana. Non ne ho voglia, ma dico egualmente di sì, per aver modo di rimanere. C’è qualcosa di confuso e indistinto in quella casa, nell’atteggiamento della donna, che vorrei comprendere meglio. “Ha bambini?” chiedo. “No – mi dice – siamo stati insieme solo diciotto giorni. Mi ha sposato che era militare. Poi è partito per la Russia”.

“Il matrimonio, il marito, sono eventi lontani per la ragazza che mi siede di fronte, con le mani sul grembo e le gambe avvicinate sotto la gonna; qualcosa la rende estranea al suo passato, come è estranea alla madre, alla cucina in disordine, ai muri stessi di quella casa. Le chiedo se lavora. “Faccio la parrucchiera” mi dice.

“Forse è qui, almeno in parte, la chiave che cercavo, nel mestiere fine, nel quotidiano contatto con donne di altre classi. Osservo le mani piccole, le unghie ben curate. Ora una sottile ironia sembra annidarsi nei suoi occhi. Si è accorta, forse, che ho dimenticato il motivo per cui sono lì, siamo insieme, in quella stanza. “Mi venga a cercare al negozio, Rosanna, in Corso; chieda di Giuliana, potremo parlare meglio” mi dice a voce bassa. La madre serve il caffè; lo bevo d’un sorso, mi affretto ad andarmene: non la cercherò al negozio”9.


1 Il nome Volga in russo (pron. volghe) è di genere femminile.

2 Friederich Wilhelm Ernest Paulus è noto come “generale von Paulus”, ma il “von”, segno di nobiltà, è probabilmente nato per un malinteso. Paulus nacque a Breitenau nel 1890, figlio di un ufficiale inferiore. Hitler lo promosse feldmaresciallo quando il destino della sesta armata era ormai segnato e quindi con una indicazione ben precisa perché la storia militare della Germania non ha mai visto un feldmaresciallo che si arrende da vivo. Paulus invece non si suicidò e in prigionia dei sovietici divenne una voce critica del regime nazista. Testimone d’accusa al processo di Norimberga nel 1945-1946, fu liberato dal governo sovietico nel 1953. Morì a Dresda, nella Repubblica democratica tedesca, nel 1957.

3 Zarizin o Caricyn, secondo i codici diversi di translitterazione

4 Nel sito Digilander.libero.it.

5 Nuto Revelli, nato a Cuneo nel 1919 e morto nel 2004. Ufficiale degli alpini della divisione Tridentina nella campagna di Russia. Autore, fra l’altro, di Mai tardi. Diario di un alpino in Russia (1946), La guerra dei poveri (1962), La strada del Davai (1966), L’ultimo fronte. Lettere di soldati italiani caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale (1971). La testimonianza qui riportata è apparsa sulla Stampa del 22 gennaio 1963.

6 Non tutti i soldati tedeschi si comportarono con umanità verso gli italiani compagni di sventura nelle pianure gelate della Russia. In una relazione dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito italiano è scritto fra l’altro: “Dalle isbe, a mano armata, venivano cacciati i nostri soldati per far posto a quelli tedeschi; nostri autieri, a mano armata, venivano obbligati a cedere l’automezzo; dai nostri autocarri venivano fatti discendere i nostri soldati, anche feriti, per far posto a soldati tedeschi; dai treni carichi di nostri feriti venivano sganciate le locomotive per essere agganciate a convogli tedeschi; feriti e congelati italiani venivano caricati sui pianali. dove alcuni per il freddo morivano durante il tragitto, mentre nelle vetture coperte prendevano posto militari tedeschi, non feriti. Durante il ripiegamento i tedeschi, su autocarri o sui treni, schernivano, deridevano o dispregiavano i nostri soldati che si trascinavano a piedi; e quando qualcuno tentava di salire sugli autocarri o sui treni, spesso semivuoti, veniva inesorabilmente colpito col calcio del fucile e costretto a rimanere a terra”.

7 Una delle lettere dei soldati della divisione Cuneense pubblicate nel sito www.cuneense.it (ora non più disponibili).
I nomi – di Gianni e degli altri – non sono seguiti dal cognome.

8 Mario Spinella (1918-1994), critico letterario e autore di romanzi, tra cui Sorella H, libera nos (1968), Consacratio oppositorum (1971), Le donne non la danno (1982). Questa testimonianza è in Memoria della Resistenza, Einaudi, 1995.

9 Dal 1991 le autorità russe hanno restituito la salme di 10.542 soldati italiani; di essi soltanto 2.801 sono stati identificati. Alla fine del 2007 l’associazione dei reduci di guerra russi ha annunziato la restituzione di altre 140 salme di soldati, esumati da diversi cimiteri dei campi di prigionia in Russia, Uzbechistan e Kazachstan.

2 febbraio – Di più

– Numerose sono state le testimonianze di militari italiani fatti prigionieri in Russia, fortunosamente sopravvissuti e rientrati in Italia dopo la fine della guerra. Ne riproduciamo due, meno note. La prima è di Alfonso Di Michele, un alpino della divisione Julia, battaglione “l’Aquila”. Nato a Intermesoli, frazione di Pietracamela, in provincia di Teramo, aveva solo vent’anni, nel 1942, quando fu mandato sul fronte russo. Il suo diario – “Io, prigioniero in Russia” – è stato raccolto e pubblicato dal figlio Vincenzo “In memoria di quelli che, purtroppo, questa storia l’hanno vissuta ma non l’hanno potuta raccontare”. L’editore è “L’Autore Libri, Firene, 2009”.

Eccone un brano: “Se avessero scritto su un cartello all’ingresso di quel lager, ‘Benve­nuti all’inferno’, la realtà non sarebbe poi stata tanto dissimile, perché il campo di Tambov – o, meglio, tambòf, così come pronunciato dai russi – può essere considerato solo come tale. Certamente, Dante Ali­ghieri nella sua “Divina Commedia” avrebbe trovato nuovi spunti per ulte­riori gironi dell’Inferno, come ad esempio il girone degli affamati o il girone dei pestilenti ammalat, fino al girone dei disperati. Sempre in argomento, la famosa frase del celeberrimo scrittore fiorentino, ‘La­sciate ogni speranza voi ch’entrate’, posta all’ingresso di quel maledet­to lager, non avrebbe di certo travisato le reali condizioni di vita in quel campo.

“Nella realtà dei fatti, e conti alla mano, nel periodo della mia per­manenza a Tambov, che va da gennaio 1943 a maggio del 1943, si riscontrò un tasso di mortalità di circa il 90 per cento. Detto in parole povere, ogni cento uomini che sono entrati in quel campo, solo dieci e abba­stanza malconci ne sono rimasti indenni. Io sono stato tra questi.

“Arrivai a Tambov non consapevole di quello che la sorte mi riserva­va. Fino ad allora, una ragione per soffrire era stata anche l’illusione di andare in un campo prigionieri ove avremmo avuto un letto, la nostra spettanza alimentare e il diritto alla corrispondenza. Di quel giorno, però, la felicità fu solo ed esclusivamente quando, dopo giorni e giorni di vita da animali ammassati l’uno sull’altro, ci fecero scendere da quel treno bestiame.

“Il campo si componeva di circa una ottantina di bunker, ognuno di diverse dimensioni. Questi, a loro volta, possono essere descritti come dei veri e propri sotterranei. Ce n’erano di varie dimensioni; da quelli di circa di trenta metri quadrati fino a quelli di centoventi, nei quali venivano anche ammassati ottanta prigionieri. Vi si accedeva per il tramite di uno scivolo ripido che richiedeva molta attenzione nello scen­dere e salire. Come entrai, notai subito l’assenza di singoli letti; erano presenti dei letti a più piani, ammucchiati a più non posso e qualsiasi spazio veniva utilizzato per ricavare giaciglio Non c’erano né servizi igienici né acqua per lavarsi. Come basamento c’era solo la terra, la quale, a causa della neve sciolta che colava da fuori soprattutto quan­do si accendeva il fuoco, il più delle volte era piena d’acqua.

“Tuttavia, il vero problema che si presentò sin da subito fu la man­canza di cibo. Nell’arco di una intera giornata, veniva distribuita una minuscola brodaglia con qualche chicco d’avena e un pezzo di pane a misura di pugno. C’era la fame; una fame di quelle vere che ti istrada­ya il cervello verso un unico pensiero: mangiare, mangiare; sempre mangiare. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può comprendere quali variegate sensazioni si provano, quando lo stomaco incessante­mente ti reclama il cibo. È veramente un’ossessione trascorrere la gior­nata nel pensare a qualcosa da mettere sotto i denti, e ancor più osses­sionante è il pensiero mirato all’escogitare delle possibili soluzioni per procurarsi il cibo.

“In realtà in quel periodo gli stessi russi si trovarono fortemente di­sorganizzati di fronte all’enorme numero di soldati che avevano cattu­rato. Quella loro vittoriosa offensiva sul fronte del Don, oltre ai molti caduti sul campo, determinò un ingente numero di prigionieri. Ne con­seguì dunque una grave disfunzione e un’effettiva incapacità nei con­fronti di tutte quelle bocche da sfamare… Il risultato finale di questo continuo degrado si concretizzò pratica­mente in un ingente numero di malati la cui inevitabile sorte fu la morte. Infatti, a causa delle malattie che si diffusero nel campo, come il tifo petecchiale, la polmonite, i congelamenti, la tubercolosi e la dissente­ria, si riscontrò un elevato tasso di mortalità. Per quanto riguarda l’or­ganizzazione della vita quotidiana, di fatto c’era una sorta di anarchia. In effetti, i sovietici si disinteressarono del normale svolgimento delle giornate all’interno dei singoli bunker, limitandosi così al solo presidio. Si liberarono anche dell’annoso compito di distribuire quel pugno di pane giornaliero e di brodaglia per la nostra sopravvivenza, trasferen­do a loro volta detto incarico ai prigionieri rumeni.

“Questi ultimi, seppur nostri alleati nella guerra contro i russi, in realtà intrattenevano con i sovietici dei rapporti abbastanza amichevo­li. Insomma, erano visti bene dal nemico, tanto che furono loro attribu­iti degli incarichi all’interno del campo. Invece i russi, nei confronti dei prigionieri italiani, erano arroccati nel considerarci fascisti e capitalisti e si interessavano di noi solo nel momento in cui dovevano manifestare l’esaltazione dell’ideologia comunista e il conseguente disprezzo del nostro paese.

“A onor di verità, peggio di noi c’erano solo i prigionieri tedeschi. Con loro, i sovietici sono stati ancor più duri. A ogni modo, la or de­scritta era in sintesi la panoramica della vita quotidiana in quel lager. Per mio conto, come arrivai, l’impatto fu decisamente ostile sin da su­bito poiché il primo giorno non mangiai assolutamente niente. Infatti, come già in precedenza menzionato, i russi, assolutamente incuranti e inoperanti nell’attività finalizzata alla distribuzione del cibo, avevano attribuito tale incarico ai prigionieri rumeni. Questi però, consideran­do anche il tacere e l’indifferenza degli stessi sovietici, commettevano dei veri e propri soprusi, appropriandosi delle cibarie di nostra spettanza. In quella situazione di fame, anche le briciole si raccattavano per metterle nelle nostre pance vuote.

“Noi italiani costituimmo una sorta di gerarchia interna per far fronte alla prepotenza dei rumeni nella distribuzione del cibo. Non passava giorno che non vi fosse una lotta degna delle arene più celebrate. Come le bestie, senza alcun ritegno, ce le davamo a suon di spinte, pugni, calci e morsi, per un pugno di brodaglia. Oramai la dignità umana aveva cessato di esistere. poiché nei nostri discorsi, addirittura, si parlava di alcuni prigionieri che si nutrivano di carne umana.

“Infatti, certi nostri compagni avevano visto dei cadaveri privi di al­cune parti del corpo; chi diceva dei polpacci, chi delle natiche, eccete­ra. Tali erano in sintesi le voci riportate circa l’esistenza di un canniba­lismo nel nostro campo. lo, personalmente, non ho mai né mangiato né visto uno scempio del genere, anche se posso dire che nei nostri discorsi di allora parlammo di detto argomento. Eh sì! Ne dibattemmo a lungo, condannando esplicitamente quelle gesta al punto tale da costituire una specie di corpo di spedizione all’interno del campo, cioè una ronda di noi prigionieri, con il compito di ispezionare e riferire dell’eventuale profilarsi di simili fatto.

“Col senno del poi, un solo pensiero mi sovviene al riguardo, anche se codesta riflessione non troverà mai una sicura affermazione. Prima che la voce del cannibalismo si diffondesse in tutto i lager, una volta uno dei rumeni addetti si avvicinò dicendomi che se noi italiani avessimo rinunciato alle nostre razioni, ci avrebbe poi dato della carne. Gli risposi a brutto muso di non azzardarsi a toccare niente delle nostre razioni. Era quanto mai improponibile questo scambio, giacché dei rumeni non aveva­mo la minima fiducia e, per di più, ero certo che la carne al campo non c’era. E inoltre, perché mai avrebbero dovuto darla a noi?”.


La seconda testimonianza è del tenente degli alpini Girolamo Stovali, classe 1914, fatto prigioniero il 16 gennaio sul fronte del Don. Era partito da Verona il 20 luglio 1942 con il Battaglione artieri del Corpo d’armata alpini. Dopo una lunga prigionia sarà l’unico ufficiale del suo reparto a rientrare in Italia il 7 luglio 1946. Queste memorie sono tratte da: “Girolamo Stovali. La penna mozza – Russia 1943-1946 – Fratelli Palombi editori, 1999”.

Scrive Stovali: “Nella distesa bianca in direzione nord est un’interminabile colonna di fantasmi in lento movimento procedeva verso paesi ignoti portando con sé disperazione, fame, morte. Giovanissimi soldati mongoli facevano scorta a questa schiera di sventurati. La marcia proseguiva con le uniche soste, dopo il tramonto, al riparo sotto tettoie adibite al ricovero del foraggio o in mancanza di queste all’addiaccio”.

“La marcia dura circa dieci giorni e si conclude a Kalasch, dove sono migliaia di prigionieri di diverse nazionalità, accampati alla meno peggio nei pressi della stazione ferroviaria, in attesa del treno che li dovrà trasportare al campo di concentramento di Tambov. Dopo alcuni giorni arriva il convoglio, una lunga serie di carri bestiame nei quali sono stipati i prigionieri. All’arrivo si contano i soldati morti per il gelo che entra nei vagoni. Il treno si ferma in mezzo alla campagna ed i prigionieri sono fatti scendere ed a piedi in mezzo alla neve raggiungono il campo di concentramento di Tambov: “un insieme di bunker scavati nel terreno e ricoperti con tronchi di betulle con su uno spesso strato di vecchia neve ghiacciata. L’ingresso era costituito da una ripida rampa che portava all’unica apertura, dalla quale, dall’interno si poteva scorgere una minima parte del cielo. Ungheresi, Rumeni, Tedeschi, Italiani, in un ibrido miscuglio di lingue, spettri vaganti in cerca di nulla o giacenti nella tenebrosa atmosfera dei rifugi ove l’immobilità conduceva ad una morte d’inedia”. I morti furono tanti, “molti di più di coloro che riuscirono a sopravvivere. Al mattino li tiravamo fuori numerosissimi e trascinandoli li portavamo nell’enorme cumulo che giornalmente si formava in una zona del campo, preludio alla sommaria sepoltura nelle vicine fosse comuni.

“Interminabili furono i giorni di Tambov nella continua attesa di qualcosa che rendesse meno tragica la vita e meno numerose le morti di tanti esseri umani:e qualcosa di nuovo avvenne, ma non proprio nel senso sperato, nelle sembianze di una donna che ci apparve come un miraggio all’ingresso del ricovero. In perfetta lingua italiana, con accento piemontese, ci salutò, disse di portare il ricordo della Patria comune e di essersi accordata con il comando del campo per un miglior trattamento che avrebbe garantito la sopravvivenza ai superstiti… S’intrattenne inizialmente con molta affabilità, ascoltò le lagnanze interessandosi alla nostra situazione e fece molte promesse che ci rincuorarono. Prese nota di nominativi di ufficiali e del recapito delle loro famiglie, allo scopo, disse, di inviare notizie e poterne avere da loro. Quando però, argomento della conversazione fu la guerra, nel suo viso una dura espressione rivelò il reale scopo della sua inaspettata visita. La guerra doveva essere sabotata da noi ufficiali italiani, avremmo dovuto ribellarci agli ordini dei nostri superiori, come i Russi fecero durante la prima guerra mondiale, avremmo dovuto rivolgere le armi contro i generali guerrafondai ed unirci nella lotta al popolo russo.

“Allorché le facemmo notare che nella condizione in cui eravamo di prigionieri di guerra, consci di aver fatto in tutto il nostro dovere di soldati, non desideravamo affatto trattare argomenti del genere, l’ira della donna si scatenò in tutto il suo furore. Insulti, minacce e perfino bestemmie accompagnarono lo scatto con il quale uscì dal bunker dopo aver proclamato con voce stentorea: ‘Vi assicuro che sentirete ancora parlare di me’. Il giorno seguente alcuni dei nostri che avevano partecipato alla conversazione, vennero chiamati al comando e non si videro più tornare.

“Nella seconda metà di marzo la popolazione del campo era diminuita in maniera impressionante e neanche i nuovi frequenti arrivi riuscivano a colmare i vuoti che i continui decessi creavano tra i prigionieri. Il 24 marzo il comando del campo ordinò il trasferimento degli italiani in un secondo campo di concentramento, Oranki, che raggiunsero sempre in treno su carri bestiame. Il campo era costituito “da una chiesa adibita a magazzino con una serie di piccole cupole dorate, una costruzione di due piani al centro dello spazio recintato e capannoni perimetrali, costituivano l’insieme di quella che doveva essere stata la residenza estiva di qualche autorità zarista ed ora adibita a lazzaretto ove i Russi speravano di salvare almeno una rappresentanza di prigionieri di guerra”. La situazione migliorò sia dal punto di vista alimentare, sia da quello del riscaldamento. Inoltre nel lazzaretto “prestavano volontariamente servizio medici italiani e di altre nazionalità e disimpegnavano quello di infermieri volenterosi ufficiali che stoicamente affrontarono il grave pericolo del facile contagio per assistere i loro compagni di sventura.

“Le vittime del tifo furono innumerevoli; nelle vicinanze di Oranki furono sepolti in fosse comuni i corpi di moltissimi connazionali, ma nessuno saprà mai il loro nome, né il loro numero, giacché i Russi non permisero che i medici italiani o i cappellani portassero al loro ritorno gli elenchi tanto faticosamente compilati nei vari campi”. Anche il tenente Stovali fu ricoverato nel lazzaretto. Quando fu dimesso per tornare al padiglione pesava 32 chili.

“Nel campo “la propaganda politica divenne sempre più pressante e i suoi personaggi più prestigiosi. Dopo ogni loro visita gruppi di ufficiali, specialmente tedeschi ed italiani, scelti tra i più restii, venivano trasferiti in campi di punizione, ove restavano per mesi in un penoso isolamento dal grosso dei prigionieri”.

“A fine novembre trasferimento al campo 160 di Suzdal. “Il treno ci portò fino a Vladimir, nodo ferroviario e centro industriale a nord est della capitale”. La nuova destinazione “si trovava a circa quaranta chilometri da Vladimir e l’unico collegamento era una strada, ormai ghiacciata che bisognava percorrere nel buio di una notte particolarmente rigida. Fu una delle peggiori e più penose trasferte di tutta la prigionia”.

“Era già mattino inoltrato quando le prime case di Suzdal vennero lentamente incontro alla colonna ormai impoverita di una buona parte dei suoi componenti. Fu come un miraggio, quando dinanzi ai nostri occhi esterrefatti apparve qualcosa di insolito, di una maestosità inaspettata. Una grande area circondata da robuste alte mura interrotte ad intervalli da tondi bastioni terminanti con piccole cupole coniche. Quadrati torrioni con strette finestre ed archetti decorativi, il tutto ben conservato, facevano pensare a prima vista più ad una fortezza che ad un vecchio convento quale in realtà era stato”.

“Nella prima decade del dicembre ’43 gli italiani vennero sistemati nelle vecchie celle monacali. Nel campo sorgeva anche una costruzione “sede di un circolo ricreativo-culturale, ove in una piccola biblioteca, chi voleva arricchire la propria cultura marxista-leninista, poteva trovare volumi a senso unico, generalmente in lingua russa, ma anche in francese e pochi in italiano. Fra questi ultimi figuravano quelli a firma di Mario Correnti (alias Palmiro Togliatti)”.


Con la collaborazione di Franco Arbitrio


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