19 luglio

19 luglio

Più di seicento aerei americani bombardano il quartiere di San Lorenzo a Roma. Due ore e mezzo di fuoco. Migliaia di morti e feriti. Papa Pio XII in mezzo alla gente sbigottita davanti alla basilica ridotta in macerie.
Foto, da uno degli aerei, del bombardamento del quartiere di San Lorenzo al Verano

Foto, da uno degli aerei, del bombardamento del quartiere di San Lorenzo al Verano.

Alle 11.03 le prime bombe cadono sullo scalo merci di San Lorenzo, centrando i binari, due vagoni (uno pieno di munizioni) e un capannone. Le ha sganciate il tenente puntatore Owen Gibson da un bombardiere americano che ha un bel nome dipinto sulla fiancata: “Lucky lady”. È appena l’inizio del bombardamento che dopo tre anni e mezzo di guerra colpisce Roma per la prima volta. “Città eterna”, “Culla della civiltà”, “Cuore del cristianesimo”, sede del Vaticano e del papa: nessuno pensava che Roma dovesse subire la sorte di tante altre città italiane del nord e del sud.

Il bombardamento continua fino alle 13.35: due ore e mezzo, 270 quadrimotori B-17 e B-24, 321 bimotori B-25 e B-26, scortati da 268 caccia P-38; sei ondate, altezza seimila metri (“venti angeli”; in gergo, un “angel” corrisponde a mille piedi, cioè trecento metri), quattromila bombe per un totale di 1060 tonnellate di esplosivo. I morti accertati sono 1029, ma forse molti di più (qualcuno parla di tremila), e una diecina di migliaia i feriti.

Se l’ordine era di colpire soltanto gli obbiettivi militari, il fumo che sale dagli impianti ferroviari o l’imprecisione dei piloti fa fallire il bersaglio. Un aereo su dieci lo sbaglia su un raggio di trecento metri, uno su tre su un raggio di seicento. La seconda ondata e le altre quattro fanno cadere le bombe su tutto il popolare quartiere di San Lorenzo, su via dei Volsci, su via dei Sabelli, via dei Vestini, via dei Marrucini, via degli Enotri, via dei Ramni, largo degli Osci, piazza dei Campani. È colpita gravemente anche la romanica basilica di San Lorenzo fuori le mura; anche il cimitero del Verano. Il pastificio Pantanella, sulla via Prenestina, brucerà per tre giorni.

Gli aerei sono partiti da tre aeroporti del Nord Africa e si sono ritrovati sul Tirreno, in un punto chiamato convenzionalmente “Cross-one”, 40 gradi di latitudine e 12 di longitudine est, più o meno a metà strada tra la Sardegna e il golfo di Salerno. L’operazione è cominciata alla fine di giugno. Nelle caserme degli aeroporti una circolare affissa al muro ha autorizzato i piloti di fede cattolica a chiedere di essere esonerati. Alcuni aerei hanno nomi spiritosi come “Pretty boy”, “Winnie oh oh”, “Geronimo II”, “Dark lady”, “Arkansas travellers”. Su uno si saprà che c’è un mitragliere che si chiama Clark Gable, il protagonista di “Via col vento”1.

Alla sala operativa del ministero dell’aeronautica la segnalazione che decine di aerei (ma sono centinaia, invece) si stanno dirigendo verso Roma è arrivata alle 10.52; un po’ tardi, e le sirene dell’allarme hanno cominciato a suonare alle 11.03; il terzo squillo finisce dopo l’esplosione della prima bomba.

Migliaia di manifestini sono piovuti su Roma durante la notte: “Romani, abbandonate le vostre case se sono in prossimità di stazioni ferroviarie, aeroporti, caserme”; ma il prefetto ha disposto di liberare le strade da quei messaggi, definiti intimidatori, e di prima mattina il segretario del Partito fascista Carlo Scorza ha ordinato di arrestare, per disfattismo, chiunque raccoglie anche un solo volantino. È soltanto propaganda, è guerra psicologica, si dice; gli alleati non oseranno bombardare Roma.

Lo squillo lungo di fine allarme è suonato alle 14.10. È una giornata caldissima, senza un filo di vento. In molti quartieri della città si è sentito il fragore delle bombe, ma ci si rende conto di quello che è successo soltanto più tardi, per il fumo che si diffonde nel cielo e per la corsa degli autocarri: dei vigili del fuoco (24 perderanno la vita nelle operazioni di soccorso), dei carabinieri, dei granatieri di Sardegna. Poi anche tanta gente accorrerà sul posto, specie davanti alla basilica in macerie, in tempo per vedere papa Pio XII che sale sul predellino di un’auto e allarga le braccia in un gesto di disperazione.

Mezzo secolo più tardi lo ricorderà il cantautore Francesco De Gregori: “E il papa da San Pietro / uscirà tutto solo fra la gente /e in mezzo a San Lorenzo / spalancò le ali / sembrava proprio un angelo con gli occhiali”.

Nonostante il difetto di comunicazioni e i silenzi della radio (durante il bombardamento dagli studi sotterranei dell’Eiar in via Asiago Maria Luisa Boncompagni, inconsapevole, manda in onda un disco “L’ora felice”), la notizia si diffonde, nel pomeriggio, in tutta Italia. Tanti rimangono sbigottiti, ma molti, nelle città bombardate, addirittura se ne rallegrano: “Perché noi sì e Roma no?”.

Manlio Cancogni che insegna a Forte dei Marmi ma ha la famiglia a Roma corre a prendere il primo treno verso il Sud: “Fra i numerosi compagni di viaggio, tutti avevano in mente gli stessi pensieri. Ci furono molte soste. Scese la sera. In piena notte il treno si fermò allo scalo di Settebagni sulla Salaria, a una quindicina di chilometri dalla città.

Papa Pio XII sul predellino di un'auto davanti alla chiesa di San Lorenzo al Verano subito dopo il bombardamento che ha semidistrutto la chiesa e gran parte del quartiere

Papa Pio XII sul predellino di un’auto davanti alla chiesa di San Lorenzo al Verano subito dopo il bombardamento che ha semidistrutto la chiesa e gran parte del quartiere.

Non avrebbe proseguito. La ferrovia era stata colpita. C’erano i vagoni di un treno carico di munizioni che minacciava di saltare. Qualcosa in distanza bruciava. I passeggeri scendevano mormorando; usciti dalla stazioncina, affollavano la Salaria. A poche centinaia di metri, nel buio, emersero i carabinieri. La strada era chiusa al traffico. Chi avesse voluto poteva prendere la via dei campi. Io proposi ai cinque o sei che avevano viaggiato con me, nello stesso scompartimento, di tentare. A noi si aggiunse qualcun altro. Si formò un drappello che, superata una staccionata, s’avviò per una viuzza erbosa, poco più di un sentiero. C’era la luna che ci guidava su e giù fra le colline spoglie di alberi. Si andava in silenzio, gli occhi fissi al Sud dove era Roma, attendendoci di vedere i bagliori degli incendi. Per quanto ci avvicinassimo l’orizzonte notturno continuava ad apparire ugualmente limpido e tranquillo. Camminammo così, almeno per tre ore; era tramontata la luna; ci accorgemmo che il cielo schiariva dalle sagome delle case di una borgata apparse sulla nostra sinistra. Penso fosse Casal dei Pazzi. Raggiungemmo una specie di strada. Era l’alba. A Monte Sacro trovammo al capolinea il primo filobus con la gente che si recava in città, come ogni giorno”2.

Desolazione, smarrimento; ma forse non più rassegnazione. “La gente” scrive ancora Cancogni “chiedeva solo una cosa: la pace. Ritornato bambino, il popolo romano attendeva come un salvatore chiunque gliela promettesse, il papa, il re, un angelo del cielo”.

Anche Mussolini, rientrando stasera da Feltre sull’aereo che guida lui stesso, ha visto una grande nuvola di fumo rossastro che si leva ancora dalla città. Atterra a Centocelle, rientra a Villa Torlonia. “Per strada” racconterà3 “incontrai una quantità di gente che si recava in campagna a piedi o con ogni mezzo possibile di locomozione. La città aveva un aspetto tetro. Lunghe file di popolo si affollavano presso le fontane, perché le condutture dell’acqua erano state interrotte. A sera, da villa Torlonia4, si vedevano ancora nel cielo i bagliori degli incendi. Roma aveva vissuto una spaventosa giornata di ferro e di fuoco, che aveva distrutto ogni illusione e creata una situazione piena di incognite”.

Domani Mussolini darà disposizioni alla stampa perché sfrutti al massimo l’argomento: “Ricordare che i barbari rispettarono Roma; mettere l’accento sulle distruzioni anziché sulle visite; evitare ogni pietismo; maschio tono polemico”. Tutti i giornali obbediranno agli ordini. Scriverà la Stampa: “L’indignazione di tutto il mondo per il barbaro bombardamento della Città eterna”. Scriverà il Popolo d’Italia: “Roma impavida dopo il barbaro bombardamento”; e poi un razzista sottotitolo: “I gangster erano comandati dal generale ebreo Lewis”.

Fra due anni Ennio Flaiano ricorderà la vicenda senza troppe ipocrisie5: “È inutile nascondersi che il bombardamento, a parte le numerose vittime, fece un po’ piacere a tutti. Gli italiani gongolarono. Avrebbero finalmente capito i romani che cos’era la guerra. Roma riassumeva tutti gli odi del fascismo e sembrava giusto che ne fosse punita”.


1 Una cronaca documentata del bombardamento di Roma è in Venti angeli sopra Roma di C. De Simone, Mursia, 1993.

2 Manlio Cancogni, Gli scervellati, la seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro, Diabasis, 2003.

3 In Pensieri pontini e sardi, il diario scritto durante la detenzione nell’isola di Ponza.

4 L’ottocentesca villa Torlonia, dove risiedeva Mussolini, è in un grande parco lungo la via Nomentana, 1600 metri in linea d’aria dalla chiesa di San Lorenzo al Verano.

5 Sul Risorgimento liberale del 19 luglio 1945.


Con la collaborazione di Franco Arbitrio

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