17 novembre

17 novembre

Il congresso del Partito fascista repubblicano fissa le linee della politica sociale del nuovo stato. È il cosiddetto “manifesto di Verona”: con accenti di sinistra. Perfino Mussolini ne è preoccupato.

“È stata una bolgia vera e propria. Molte chiacchiere confuse, poche idee chiare e precise. Si sono manifestate le tendenze più strane, comprese quelle comunistoidi. Qualcuno infatti ha chiesto l’abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà”. È un Mussolini irritato che si sfoga con il suo segretario Giovanni Dolfin1 a conclusione dei lavori della prima assemblea nazionale del Partito fascista repubblicano nel medievale Castelvecchio di Verona. “Ci potremmo chiedere con ciò” continua “perché abbiamo, per venti anni, lottato coi comunisti. Secondo questi sinistroidi, potremmo oggi addivenire all’abbracciamento generale anche con loro. Da tutte queste manifestazioni verbose si può facilmente arguire quanto pochi siano i fascisti che abbiano idee chiare in materia di fascismo. E nessuno, dico nessuno, di questi che hanno un bagaglio di idee da agitare, viene da me per chiedermi di combattere. È al fronte che si difendono le sorti della Repubblica…e no certo nei congressi”.

L’assemblea è durata tre giorni, dal 14 a tarda sera di ieri, interrotta nel pomeriggio del 15, quando gruppi di squadristi sono partiti per Ferrara alla notizia dell’assassinio del federale fascista Igino Ghisellini2.

Da Verona doveva uscire il programma sociale del nuovo stato, che intende trasformare la vita dell’Italia e riportare il fascismo alle origini, rimuovendo tutti quegli ostacoli che – secondo Mussolini – si sono opposti alla sua rivoluzione. Nella sua agenzia, la “Corrispondenza repubblicana”, lui stesso ha annunciato il congresso, incolpando la monarchia ed il capitalismo degli insuccessi nella politica sociale del fascismo e aggiungendo che “la riforma sociale in atto, che troverà compiuta arma nelle nuove leggi, sarà la più alta realizzazione del fascismo: squisitamente umana e assolutamente italiana, riallacciantesi cioè alle secolari tradizioni del nostro umanesimo e del mazzinianesimo nella sua essenza spirituale e risolvendo in modo totale e definitivo le necessità e le aspirazioni delle classi lavoratrici”. Oggi – dice la Stefani e dicono i giornali – si gira pagina.

Al convegno erano presenti i ministri Mezzasoma (Cultura popolare), Pisenti (Giustizia), Romano (Lavori pubblici), Gai (Economia corporativa), il comandante della MVSN (la Milizia), i commissari federali delle province in rappresentanza dei 251 mila iscritti dal 9 settembre al Partito fascista repubblicano ed una rappresentanza germanica. Alle 10 il segretario del partito, Alessandro Pavolini, in sahariana nera, ha aperto i lavori leggendo un messaggio di Mussolini: “Una banda di vili e di criminali gettò l’8 settembre la Patria nel disonore e nel caos; tutto andò disperso, distrutto, perduto. Tutto ora è da ricominciare. Ma rimane ai fascisti la volontà accompagnata da una dogmatica fede. Bisogna passare il più rapidamente possibile da Paese inerme a Paese combattente. Il partito deve dare l’esempio coi suoi uomini e creare con ogni mezzo l’atmosfera e l’ansia della riscossa. Il popolo nuovamente in armi, deve tenere a battesimo la nostra Repubblica sociale, cioè fascista nel significato originale della Rivoluzione”.

Scrive la Stefani nel suo resoconto: “Al grido di “DUCE!” una travolgente dimostrazione a Mussolini corona la lettura del messaggio e apre il convegno”.

Pavolini ha letto allora la sua relazione sugli avvenimenti passati e le prospettive future. Si è aperto un lungo, chiassoso e assordante dibattito, dal quale sono emerse le più disparate idee, comprese quelle “comunistoidi” di cui si rammarica Mussolini con Dolfin. Per la Stefani invece è stata una “adunata fervidissima, espressione di una fede che è apparsa più che mai sana ed accesa e che ha impresso al tono della discussione l’impeto e la tensione ideale che furono propri delle origini del movimento fascista”. Alla fine, fra il clamore generale, Pavolini è riuscito a leggere i diciotto punti del manifesto. Il manifesto è stato approvato per acclamazione.

Per la redazione del lungo documento Mussolini – scrive Silvio Bertoldi – si è affidato a Nicola Bombacci3. Mussolini non è rimasto soddisfatto del primo elaborato e lo ha corretto in qualche modo. È intervenuto anche Pavolini su alcuni punti e infine l’ambasciatore tedesco Rudolph Rahn, per ordine di Hitler. Il 16 novembre Hitler ha mandato a Rahn il testo corretto e gli spiega perché: “Sono stato costretto ad attenuare le originarie tendenze molto accentuatamente socialiste nell’interesse del mantenimento dell’impresa privata nella produzione bellica, e inoltre a cancellare il pezzo sulla preservazione dell’integrità territoriale”.

Il primo punto del manifesto riguarda la convocazione della “Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della monarchia, condanni solennemente l’ultimo re traditore e fuggiasco, proclami la repubblica sociale e ne nomini il capo”. Nei punti successivi sono elencati coloro che ne devono far parte e il punto 5 riguarda il partito fascista, la cui tessera “non è richiesta per alcun impiego o incarico”.

Sulla politica estera il punto 8 dice che “fine essenziale” dovrà essere “l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla Natura, dal sacrificio di sangue e dalla Storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse di Governi rifugiati a Londra”. Il manifesto tace però sul fatto che il 16 settembre Hitler ha annesso al Reich le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola e Fiume, e il Trentino-Alto Adige con Belluno e accenna soltanto alle promesse (Trieste e l’Istria) fatte dagli inglesi al governo jugoslavo rifugiato a Londra.

Dieci dei diciotto punti del manifesto sono dedicati al programma sociale. “Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario (punto 9) è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione”. La proprietà privata (punto 10), “frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro”. Tuttavia (punto 11) nell’economia nazionale “tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di enti parastatali”.

Uno dei punti più importanti è il 12, che stabilisce che in ogni azienda (privata o statale) “le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – alla equa fissazione dei salari, nonché alla equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli di amministrazione con consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperativa parasindacale”.

In agricoltura (punto 13), pur tutelando l’iniziativa privata del proprietario, essa “trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in agricoltori diretti o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola”. Coltivatori diretti, artigiani, professionisti, artisti (14) hanno il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, “salvi gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabilita dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni”

Il manifesto affronta poi al punto 15 il problema della casa che “non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà” per questo il “Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provvede a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto – una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto – costituisce titolo di acquisto”.

I diciotto punti del Manifesto di Verona sulla stampa locale

I diciotto punti del Manifesto di Verona sulla stampa locale.

Per quanto riguarda il sindacato, il lavoratore (punto 16) è “iscritto d’autorità” in quello di categoria, ma può trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. “I sindacati convergono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti. I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime Fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino”.

Al punto 17 si affronta il problema “indilazionabile” di un adeguamento salariale per i lavoratori sia statali sia privati attraverso l’azione di minimi nazionali e pronte revisioni locali. Ma perché il provvedimento “non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti, occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi ufficiali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato”. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori – al pari dei traditori e dei disfattisti – rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passibili di pena di morte. Il Partito (18) dimostra così “non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo”. Conclude il manifesto “C’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere”.

A parere di F. Deakin4, Mussolini “comprese che era giunto il momento del gran gesto. Il ritorno alle origini di ‘sinistra’ e repubblicane del movimento fascista, la rinascita di vecchie parole d’ordine antiplutocratiche (…). In sostanza, per lui concepire un programma socialista era solo un espediente della lotta politica. Significava strappare al nemico l’adesione delle masse; ma cercare di porle sotto la bandiera fascista significava anche alienarsi gli industriali del Nord, che nel passato erano stati i principali sostenitori del fascismo, e far sorgere preoccupazioni nei tedeschi”.

Fra i 18 punti abbiamo saltato il settimo. È breve: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Il congresso ha preso anche un’altra decisione: si dovranno processare i gerarchi che il 25 luglio hanno votato a favore dell’ordine del giorno Grandi contro Mussolini. Il processo si svolgerà a Verona, in questo stesso Castelvecchio, il prossimo 8 gennaio, e si concluderà con la condanna a morte di tutti gli imputati. Cinque di loro, compreso Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, saranno fucilati l’11 nella fortezza di San Procolo.


1 Giovanni Dolfin, Con Mussolini nella tragedia.

2 Si veda la giornata del 15 novembre (“Comincia la tragedia degli 810 mila soldati italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra e trasferiti in Germania: prigionieri di guerra o disertori? Sono classificati come ‘internati militari’ (Imi), categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra– la giornata è ancora in fase di scrittura).

3 Scrive Silvio Bertoldi in Salò, BUR 2000: “Vecchi compagni uniti da molti legami (la comune professione di maestro, l’identica terra natale, la Romagna, lo stesso furore iconoclasta nei congressi socialisti, la stessa confusione ideologica e la stessa ignoranza del marxismo), si erano separati dopo la deviazione nazionalistica e reazionaria di Mussolini e Bombacci era diventato uno dei fondatori del partito comunista. Andato a vivere in Russia, ne era tornato nel 1927, ufficialmente perché disgustato dallo stalinismo, in realtà perché espulso dal partito, e s’era messo subito al riparo, pubblicando una rivistina che gli pagava l’ex amico. Proprio questo tipo strambo ed equivoco è accorso tra i primi sotto le insegne del neofascimo repubblicano, portandovi un comodo vento di sinistra, accreditando col suo passato una leggenda di ritorno alle origini”. Bombacci parte la sera del 25 aprile 1945 con Mussolini. Sarà fucilato a Dongo dai partigiani.

4 F. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, già citata.


Con la collaborazione di Franco Arbitrio


17 novembre – Di più

– Maria Roberta Bonora segnala una imprecisione nel testo, ultime righe: al processo di Verona non tutti gli imputati furono condannati a morte. Uno, Tullio Cianetti, fu condannato a una pena detentiva. Giusto. A Cianetti era valsa come attenuante la lettera personalmente indirizzata a Mussolini la mattina del 26 luglio, con cui ritrattò il voto espresso durante la seduta del Gran Consiglio. Tullio Cianetti, nato ad Assisi nel 1899, sottosegretario alle Corporazioni, fu condannato a trenta anni di reclusione. Due anni dopo, appena finita la guerra nel 1945, fu liberato ed emigrò nel Mozambico, dove si occupò di export-import e dove morì nel 1976.

Al processo, che si svolse a Verona dall’8 al 10 gennaio del 1944, gli imputati erano 19, cioè tutti i firmatari dell’ordine del giorno di Dino Grandi. Presenti in aula erano tuttavia soltanto sei: Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi, Luciano Gottardi, Tullio Cianetti. Latitanti, insieme a Dino Grandi, che tempestivamente si era messo in salvo con la famiglia a Lisbona, erano Giuseppe Bottai, Giuseppe Bastianini, Umberto Albini, Edmondo Rossoni, Alberto De Stefani, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Luigi Federzoni, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Alfredo De Marsico, Cesare Maria De Vecchi. Dei sei giudicandi solo quattro poterono avvalersi di avvocati di fiducia; De Bono rifiutò di nominarne uno e Galeazzo Ciano non trovò un avvocato disposto a difenderlo; il tribunale gli nominò un avvocato d’ufficio.

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