16 ottobre

16 ottobre

Duecento “SS” rastrellano 1022 ebrei nel Ghetto di Roma e in altri quartieri della città. Caricati su diciotto carri bestiame, un treno li porterà nel campo di concentramento di Auschwitz. Soltanto 16 torneranno.

“Il 16 ottobre 1943 era sabato mattina, festa del Succot1. Il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in venti minuti, portare cibo per otto giorni, soldi e preziosi; via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria”. Così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ricorderà questa mattina.

A sinistra (leggermente colorato in blu) il Ghetto di Roma in una stampa del Seicento

A sinistra (leggermente colorato in blu) il Ghetto di Roma in una stampa del Seicento.

La grande razzia comincia intorno alle 5,30. Vi prendono parte oltre duecento “SS” (questo è il racconto di un altro sopravvissuto) che si sono irradiati nelle ventisei zone in cui la città è stata divisa per catturare, casa per casa, gli ebrei che abitano fuori del vecchio Ghetto; ma l’antico quartiere ebraico è l’epicentro di tutta l’operazione. Le “SS” entrano di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Tutte le persone prelevate vengono raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati sono adulti, spesso anziani; ma ci sono anche ragazzi e bambini. Non viene fatta nessuna eccezione, né per le persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che hanno ancora i piccoli al seno. Le “SS” sono provviste degli elenchi, con i nomi e gli indirizzi, delle famiglie ebree. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione.

Via del Portico di Ottavia: sulla sinistra si intravede lo slargo dove furono raccolti gli ebrei arrestati

Via del Portico di Ottavia: sulla sinistra si intravede lo slargo dove furono raccolti gli ebrei arrestati

Allo slargo fu poi dato il nome 'Largo 16 ottobre 1943'

Allo slargo fu poi dato il nome “Largo 16 ottobre 1943”.

Sulla facciata della palazzina Valiati (o Vallati) due lapidi ricordano la tragedia: 'IL 16 OTTOBRE 1943 / QVI EBBE INIZIO / LA SPIETATA CACCIA AGLI EBREI / E DVEMILANOVANTVNO CITTADINI ROMANI / VENNERO AVVIATI A FEROCE MORTE / NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI / DOVE FVRONO RAGGIVNTI / DA ALTRI SEIMILA ITALIANI / VITTIME DELL'INFAME / ODIO DI RAZZA / I POCHI SCAMPATI ALLA STRAGE / I MOLTI SOLIDALI / INVOCANO DAGLI VOMINI AMORE E PACE / INVOCANO DA DIO / PERDONO E SPERANZA / A CVRA DEL COMITATO NAZIONALE / PER LE CELEBRAZIONI DEL VENTENNALE / DELLA RESISTENZA / 23 OTTOBRE 1964 --- 'E NON COMINCIARONO NEPPURE A VIVERE' / IN RICORDO DEI NEONATI / STERMINATI NEI LAGER NAZISTI / IL COMUNE POSE NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA / GENNAIO 2001'

Sulla facciata della palazzina Valiati (o Vallati) due lapidi ricordano la tragedia:
“IL 16 OTTOBRE 1943 / QVI EBBE INIZIO / LA SPIETATA CACCIA AGLI EBREI / E DVEMILANOVANTVNO CITTADINI ROMANI / VENNERO AVVIATI A FEROCE MORTE / NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI / DOVE FVRONO RAGGIVNTI / DA ALTRI SEIMILA ITALIANI / VITTIME DELL’INFAME / ODIO DI RAZZA / I POCHI SCAMPATI ALLA STRAGE / I MOLTI SOLIDALI / INVOCANO DAGLI VOMINI / AMORE E PACE / INVOCANO DA DIO / PERDONO E SPERANZA / A CVRA DEL COMITATO NAZIONALE / PER LE CELEBRAZIONI DEL VENTENNALE / DELLA RESISTENZA / 23 OTTOBRE 1964.
“E NON COMINCIARONO NEPPURE A VIVERE” / IN RICORDO DEI NEONATI /
STERMINATI NEI LAGER NAZISTI / IL COMUNE POSE NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA / GENNAIO 2001″.

La cattura degli ebrei del Ghetto è vista in diretta da Adriano Ossicini2, allora laureando in medicina, da una finestra dell’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina: “Avevo solo ventidue anni – racconta – e stavo facendo un’endovenosa a un paziente. Saranno state più o meno, le cinque e mezzo del mattino, quando mi accorsi che al di là del Tevere, dalla parte del Ghetto, c’era un movimento di truppe e gente che scappava. Uscii dall’ospedale. Ero in camice e andai verso il punto in cui c’era più trambusto, all’inizio del ponte che collega il lungotevere all’isola tiberina. Fu lì che incontrai Giulio Sella, guardiano del dormitorio di S. Maria in Cappella, a Trastevere, un uomo che aveva già aiutato molti ebrei. Mi disse ‘dammi una mano, cerchiamo di salvare qualcuno di questi poveracci’. Andammo più avanti e vedemmo la scena. Quello che mi colpì è che nessuno tentò di ribellarsi. In quel momento pensavo che forse io, morto per morto, avrei cercato di fare qualcosa. Ma c’era la minaccia delle armi. Tornammo verso il ponte e avviammo quante più persone possibile verso l’ospedale. Non abbiamo mai saputo quanti fossero in realtà gli ebrei. Ma in quel momento era impossibile fare distinzioni. Chiesi a un certo fratel Raimondo, un prete, di nascondere tutti. Furono messi in un ambulatorio. Il primario, Giovanni Borromeo, in quel momento non c’era, ma sapevo che sarebbe stato d’accordo, perché aveva già ricoverato diversi ebrei nei reparti, facendoli passare per malati. Si salvarono tutti”.
“I tedeschi bussavano” racconta Giacomo Debenedetti3 “e poi, se non avevano ricevuto risposta, sfondavano le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”.
“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria” scriverà Settimia Spizzichino nel suo libro Gli anni rubati. “I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi, mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli. Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? ‘Campo di concentramento’ allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il lager”.
Arminio Wachberger, uno dei pochi sopravvissuti ad Auschwitz, ricorda4 che il comandante delle “SS”, Herbert Kappler, gli ordinò di salire su un tavolo e, visto che conosceva il tedesco, di tradurre agli ebrei ammassati nel locale queste parole: “Voi partirete per un campo di lavoro in Germania. Gli uomini lavoreranno, le donne baderanno ai bambini e si occuperanno delle faccende di casa. Ma ciò che avete portato con voi, i soldi ed i preziosi, potrà servire a migliorare la vostra situazione. Comincerete col consegnare all’amministrazione, che si occuperà delle vostre sostanze, tutto il denaro ed i gioielli. Se qualche ebreo cercasse di nasconderli sarà passato per le armi. Mettete, dunque, nella mano destra i preziosi e nella sinistra i soldi: passerete in fila e mi consegnerete tutto”. Di fianco a Kappler fu posta una cassa in cui egli deponeva il bottino, “ma quando vedeva un bel gioiello, se lo metteva semplicemente in tasca”.
Nessun quartiere della città è risparmiato: il maggior numero di arresti, dopo il Ghetto, si ha a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvano per caso; molti scampano alla razzia nascondendosi nelle case di vicini o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. In via Flavia 84 un invalido per morbo di Parkinson, Beniamino Philipson, è portato via sulla sedia a rotelle. In via Adalberto le “SS” trovano in casa soltanto un bambino di quattro anni, Ennio Lanternari, che si sveglia spaventato e si mette a piangere; lo prendono e prendono anche la nonna che intanto è arrivata.
Alle 14 la grande razzia è terminata. I sequestrati sono 1259: 363 uomini, 689 donne, 207 bambini. Dopo un esame rigoroso delle carte d’identità e di altri documenti, vengono liberati coniugi e figli di matrimonio misto, coinquilini e personale di servizio che si trovavano nelle case al momento della retata; sono 235 persone. Il totale dei sequestrati è quindi di 1024, tutti ebrei, salvo una donna, cattolica, che per non abbandonare un orfanello ebreo in cattiva salute a lei affidato non ha l’animo di dichiararsi non ebrea (nessuno dei due tornerà).
Tutti – uomini, donne e bambini – vengono rinchiusi nel Collegio militare di via della Lungara, a pochi passi dal Ghetto. Vi rimarranno per più di trenta ore, col solo cibo che alcuni avevano portato con sé da casa. Nella notte una donna di 23 anni, Marcella Perugia sposata Di Veroli, al nono mese di gravidanza, comincerà ad avere le doglie e partorirà sotto il porticato del Collegio: una bimba, che si aggiungerà ai due fratellini di cinque e sei anni (nessuno tornerà; il marito, Cesare Di Veroli, è riuscito a sfuggire alla retata).
Fra due giorni, lunedì 18, all’alba, i prigionieri saranno fatti salire su autocarri e condotti allo scalo merci della stazione di Roma-Tiburtina, dove verranno caricati su un convoglio di 18 carri bestiame (65-75 su ogni carro). Il treno per tutta la mattina rimarrà su un binario morto e una ventina di tedeschi armati impediranno a chiunque di avvicinarsi.
Ricorda Mario Limentani5: “Eravamo ammassati dentro il carro, quando ci accorgemmo che la porta era socchiusa. Qualcuno l’aveva riaperta, dopo che i tedeschi l’avevano sprangata e piombata. Non sapevamo che fare. Eravamo incerti. Uscire poteva essere pericoloso. Restammo. Arrivammo poi a Bologna con quella porta ancora aperta. Lì i tedeschi se ne accorsero e la chiusero brutalmente con una manetta”.
La porta del carro era stata spiombata dal ferroviere Michele Bolgia, un cinquantenne romano di statura minuta. Non sarà l’ultima volta. Anche altre volte Bolgia spiomberà i carri allineati sul binario e riuscirà a far fuggire qualcuno. Bolgia sarà preso l’8 marzo del 1944, mentre scende dal tram 8 in piazza dei Cinquecento. È una retata; i fascisti lo avevano già segnalato da un po’ di tempo, da quando era corsa voce che alcuni deportati erano riusciti a fuggire dalla stazione Tiburtina. Sarà portato in via Tasso; ci rimarrà due giorni, poi sarà spostato nel terzo braccio di Regina Coeli. In cella si troverà con due ufficiali, Solinas e Curatolo. “Venne lanciato dentro la nostra cella una mattina” ha scritto Curatolo: “si presentò a noi con un profondo inchino. Era un ferroviere. Ogni volta che gli si chiedeva l’ora, dopo aver consultato il suo monumentale Roskoff, riferiva l’ora, i minuti primi e i secondi”. Il 1o ottobre di quell’anno quell’orologio sarà ritrovato in tasca a una delle vittime delle Fosse Ardeatine. “Lo riconoscemmo da quell’orologio e da un’agendina piccola piccola” ricorda il figlio Giuseppe, allora tredicenne6; “l’orologio segnava le 15,30. Quando fu estratto da uno dei cumuli di morti era il corpo numero 124”.
Dalla stazione Tiburtina il treno dei deportati si muoverà alle 14. Venerdì 22, dopo sei giorni e sei notti, il treno arriverà ad Auschwitz-Birkenau, vicino a Cracovia. In data 23, nel registro del lager verrà redatta questa nota: “Trasporto di ebrei da Roma. Dopo la selezione, 149 uomini registrati con i numeri 158451-158639 e 47 donne registrate con i numeri 66172-66216 sono stati ammessi nel campo di detenzione. Gli altri sono stati gassati”7.
Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne torneranno soltanto 16, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino; 24 anni, trenta chili di peso. Non tornerà nessuno dei 207 bambini; 208 col neonato8.


1 È la festa delle Capanne, una delle principali feste ebraiche dopo la Pasqua e le Pentecoste; dura otto giorni e ricorda l’esodo dall’Egitto e la peregrinazione nel deserto. Nelle piazze vengono costruite con frasche verdi le capanne a ricordo delle tende alzate nel deserto.

2 Sul Messaggero del 16 ottobre 2003. Adriano Ossicini, laureato in medicina e chirurgia, docente universitario, senatore per la Sinistra indipendente e poi per l’Ulivo; è stato ministro per la famiglia nel governo Dini nel 1995-1996.

3 In 16 ottobre 1943, otto ebrei, Editori riuniti, 1978.

4 In La seconda guerra mondiale di Arrigo Petacco, Curcio editore.

5 Sul Corriere della sera del 16 ottobre 2003.

6 Ibidem.

7 In 16 ottobre 1943, otto ebrei, di Giacomo Debenedetti, già citato.

8 Molti episodi qui raccontati sono in 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma, Giuntina ed., 1993.


Con la collaborazione di Franco Arbitrio


16 ottobre – Di più

– Franco Arbitrio ha ripreso, da un lungo elenco di telegrammi scambiati fra Berlino e le autorità tedesche in Italia, quelli che riguardano la deportazione degli ebrei di Roma. Ecco il testo dei telegrammi più importanti.
Da Rastenburg (quartier generale del Führer) a Berlino (ministero degli esteri), 9 ottobre 1943.
“Il ministro degli esteri chiede di inviare all’ambasciatore Rahn e al console Moellhausen la seguente comunicazione: per ordine del Führer, gli ottomila ebrei abitanti in Roma devono essere condotti a Mauthausen come prigionieri. Il ministro prega di istruire Rahn e Moellhausen perché non si intromettano in nessun modo nella questione e affidino tutta l’operazione alle SS”.
Da Berlino a Roma, 11 ottobre 1943.
“All’attenzione di Kappler. Nell’interesse dell’attuale situazione politica e, in generale, della sicurezza in Italia, gli ebrei [italiani] devono essere immediatamente e totalmente eliminati. Rinviare l’espulsione dei suddetti giudei al completamento delle operazioni di disarmo dell’Arma dei carabinieri e dell’esercito italiano, è un’ipotesi che non può essere presa in considerazione, così come quella di destinarli al lavoro coatto sotto la direzione delle autorità italiane, una possibilità che finirebbe per rivelarsi poco utile. Prolungare l’attesa significa permettere ai giudei – che sono indubbiamente al corrente delle misure previste per la loro deportazione – di nascondersi nelle case degli italiani filoebraici e di scomparire del tutto. L’Italia è stata istruita a eseguire gli ordini del comandante delle SS, ovvero a procedere con gli arresti dei giudei senza ulteriori ritardi”. F.to: Kaltenbrunner *
Da Roma a Berlino, 16 ottobre 1943.
“L’azione contro i giudei è iniziata e si è conclusa in giornata, nel migliore dei modi possibili e secondo i piani prestabiliti. Sono state impiegate tutte le forze a disposizione. A causa della sua inaffidabilità, non è stato possibile utilizzare la polizia italiana, che ha partecipato soltanto agli arresti individuali (avvenuti in rapida successione) nei ventisei quartieri in cui si è svolta l’operazione. Non è stato possibile circondare interi isolati, sia per lo status di “città aperta” di cui gode Roma, sia per il numero insufficiente della polizia germanica (365 uomini in tutto). Malgrado ciò, nel corso dell’azione, 1259 persone sono state arrestate nelle case degli ebrei e condotte qui, al punto di raccolta della scuola militare. L’operazione si è svolta dalle ore 5.30 alle ore 14.00. Il numero dei giudei detenuti è di 1002. Sono stati rilasciati gli elementi di sangue misto, gli stranieri (tra questi, un cittadino vaticano), le famiglie composte da coppie miste (incluse quelle in cui uno dei coniugi è giudeo), i domestici e gli inquilini ariani. La deportazione [degli ebrei romani] è prevista per il 18 ottobre, alle ore 9.00, sotto la scorta di 30 uomini dell’Orpo. In maniera inequivocabile, il comportamento della popolazione italiana è stato di resistenza passiva, ma in molti casi si è trasformato in assistenza attiva [verso gli ebrei]. In un caso, ad esempio, la polizia si è trovata, ad una porta d’ingresso, dinanzi a un fascista in camicia nera munito di documento d’identità. Era entrato nella casa ebrea un’ora prima e sosteneva che l’abitazione era di sua proprietà. La maggior parte della popolazione non si è fatta vedere durante l’azione. Si è fatta avanti solo una folla sguaiata che ha cercato di tenere lontani i poliziotti dai giudei, in alcuni casi con le armi in pugno”.
Dal Quirinale (Roma) a Berlino, 16 ottobre 1943.
“Il vescovo Hudal, rettore del Pontificio istituto germanico in Roma, ha scritto poco fa una lettera al comandante [militare] della città, Stahel, nella quale tra l’altro afferma: ‘Ho il dovere di metterLa al corrente di un caso molto urgente. Mi ha appena comunicato un’alta fonte vaticana, vicina al santo padre, che stamane si è dato inizio agli arresti degli ebrei di cittadinanza italiana. Nell’interesse dei buoni rapporti finora intercorsi tra lo Stato vaticano e il comando militare tedesco – che è da attribuire in primo luogo all’ampia visione politica e alla bontà d’animo di Vostra Eccellenza, che in futuro rimarrà negli annali della storia di Roma – io la prego vivamente di ordinare che questi arresti siano immediatamente sospesi in Roma e dintorni. In caso contrario, temo che il papa prenderà pubblicamente posizione contro un evento che potrebbe diventare un’arma nelle mani di chi promuove la propaganda contro noi tedeschi”. F.to: Gumpert.
Dal Vaticano (Roma) a Berlino, 17 ottobre 1943.
“Confermo che si è verificata la reazione del Vaticano in rapporto alla deportazione degli ebrei da Roma. La curia è particolarmente colpita dal fatto che la vicenda si sia svolta, per così dire, sotto le finestre del papa. […] Al contempo, all’estero, la propaganda nemica fa leva su questi avvenimenti per creare malumori tra la curia e noi”. F.to: Weizsaecker.
Da Roma a Berlino, 17 ottobre 1943.
“In seguito all’azione contro gli ebrei, la popolazione è eccitata e furibonda [nei nostri confronti]. La simpatia [nei confronti degli ebrei] è il sentimento più evidente tra le classi povere, soprattutto perché gli arresti hanno riguardato anche donne e bambini. La diffusione delle voci alimenta in maniera artificiale questo affetto. Cresce l’indignazione, soprattutto contro la polizia tedesca. I fascisti, intanto, si rammaricano che il problema ebraico non sia stato risolto dal regime”.
Da Roma a Berlino, 21 ottobre 1943.
“Al momento, un unico treno merci ha lasciato Roma (il 18 ottobre). Trasporta 1007 ebrei. La scorta è composta da 20 uomini”. F.to: Dannecker.
Da Roma a Berlino, 26 ottobre 1943.
“Sembra che, per un lungo periodo, il Vaticano abbia aiutato a fuggire un gran numero di ebrei. Cresce il timore che avvengano nuove azioni per la deportazione di operai e di manodopera. I comunisti intendono prendere misure per l’autodifesa dei lavoratori, una strategia che è già stata attuata dall’intelligence del nemico. La nostra propaganda risulta inadeguata. Di conseguenza, riteniamo urgente che gli italiani filotedeschi promuovano una campagna informativa nei confronti della popolazione”.
Da Roma a Berlino, 28 ottobre 1943.
“Il papa non si è lasciato convincere a rilasciare alcuna dichiarazione pubblica contro la deportazione degli ebrei da Roma, sebbene – a quanto sembra – abbia subìto pressioni da più parti. Benché tale posizione possa essere utilizzata contro la sua persona da parte dei nostri oppositori e dei circoli protestanti nei paesi anglosassoni (per fini propagandistici contro il cattolicesimo), anche in questa delicata questione egli si è prodigato per non compromettere i rapporti con il governo del Reich e le autorità germaniche in Roma. F.to: Weizsaecker **
Tutti i telegrammi nazisti archiviati presso il National Archives, Kew Gardens, Surrey, Gran Bretagna, sono tradotti e leggibili sul blog di Giuseppe Casarrubea.


Note:
* Ernst Kaltenbrunner era il comandante del Servizio di sicurezza del Reich. Il RSHA, o Reichssicherheitshauptamt, era uno degli otto Hauptämter (dipartimenti) in cui si suddividevano le SS e venne creato da Heinrich Himmler nel 1939 attraverso l’unificazione del Sicherheitsdienst, della Gestapo e della Reichskriminalpolizei. Il RSHA era responsabile delle operazioni dei servizi segreti i Germania e all’estero, dello spionaggio e del controspionaggio, della lotta contro i crimini politici e i crimini comuni e del sondaggio dell’opinione pubblica sul regime nazista.
** Il barone Ernst Heinrich von Weizsäcker (Stoccarda, 1882 – Lindau, 1951) era l’ambasciatore della Germania presso la Santa Sede.


Del rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma il Messaggero, il maggiore quotidiano di Roma, non parlerà. Però la notizia si diffonderà nella città, accrescendo le paure di molti. Tanto più che ogni tanto si sa di persone arrestate, anche non ebree, specie in ambienti intellettuali. Il 4 di questo mese è stato arrestato nella notte Silvio d’Amico, senza alcuna imputazione. D’Amico, 56 anni, già ben noto come critico e storico del teatro (nel 1932 ha pubblicato Il teatro italiano del ‘900 e nel 1939-40 quattro volumi di Storia del teatro drammatico) uscirà il 22 di ottobre dal carcere di Regina Coeli; rimarrà nascosto fino alla liberazione di Roma e ne approfitterà per scrivere un romanzo: Le finestre di piazza Navona.
Giorni prima è stato arrestato Vito Pandolfi, 26 anni, che diventerà noto come regista e anche lui come storico del teatro. Il motivo dell’arresto non si è saputo, ma è facile intuirlo. Il suo saggio di diploma come regista è stato la regia di The beggar’s opera (in italiano Opera del mendicante o Opera dello straccione), il melodramma satirico in prosa e versi del poeta inglese John Gay (1667-1732), che in febbraio è stato recitato al teatro Argentina dagli allievi dell’Accademia di arte drammatica. Una “prima” e poi niente; il questore ne ha vietato le repliche. E chissà se qualcuno gli ha detto che il melodramma è stato liberamente rielaborato da Bertolt Brecht (fuggito nel 1933 dalla Germania nazista ed esule a Mosca) con la sua Dreigroschenopera (in italiano Opera da tre soldi) e rappresentata a Berlino nel 1928.
Vito Pandolfi è riuscito a fuggire da palazzo Braschi, sede della federazione fascista, saltando dalla finestra e rimanendo tramortito a terra e ferito, tanto da rimanere claudicante per tutta la vita. Durante un interrogatorio ha potuto leggere sul tavolo una lista di ebrei e di antifascisti da arrestare e, fuggito, è riuscito a passare parola, salvando molti dall’arresto.
Di queste vicende parla Maurizio Giammusso in un libro di saggi (Per Ecuba! Frammenti di un discorso teatrale, uscito da Bulzoni editore). Sull’avventura di Vito Pandolfi Giammusso riporta un commento di Silvio d’Amico nel suo diario: “L’eroica avventura del mio Pandolfi. Che m’addolori, è naturale; ma dirò che anche mi consola e mi dà animo. Risuscita con più vigore le mie ostinate speranze nel nostro domani. Il quale non potrà essere se non l’opera d’una minoranza giovane: quella che si va manifestando come la sola atta a prendere il posto della generazione fallita; quella che dovrà ricominciare tutto, daccapo”.
Nel suo libro Maurizio Giammusso scrive anche del 1943 e col suo consenso ne riprendiamo il testo (un diario), a conferma di quanto quest’anno sia complesso e spesso contraddittorio.
“Fra le bombe, i lutti, i tradimenti e le speranze, quello fu pure inaspettatamente l’anno della giovinezza del teatro italiano. Fra le tante microstorie che possono ricostruire alla distanza il 1943, quella della Regia Accademia d’Arte drammatica ha un suo posto particolare. La scuola, nata sei anni prima, era la creatura di Silvio d’Amico, principe della critica, cattolico fervente, intellettuale integerrimo, più rispettato che amato dalla cultura fascista. Ora stava formando quelli che saranno i migliori attori e registi del dopoguerra. Ecco alcuni fogli di un possibile diario collettivo di quei mesi bui ai margini del palcoscenico.
“Roma, teatro Argentina, 11 febbraio.
Gli allievi del secondo anno presentano il loro primo saggio. Con degli attillati pantaloni a scacchi e un pullover “dolce vita” (strano costume per Mac il Bel Pirata) un giovanotto atletico dal cognome tedesco sorprende il pubblico: Vittorio Gassman. Attorno a lui un manipolo di ventenni scatenati: Luciano Salce, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, Silverio Blasi, Nora Ricci, Lea Padovani, Edda Albertini. Carlo Mazzarella, nella parte di Catena Lo Sbirro, provoca brividi e risate in platea: con la sua voce duttile sta facendo la parodia del Duce! Con molto talento ed un pizzico di zolfo goliardico, recitano “L’opera dello straccione” di John Gay (modello del più famoso testo di Bertolt Brecht), con musiche di Roman Vlad e scene di Toti Scialoia, che saranno famosi ancora più dell’allievo-regista Vito Pandolfi. I critici per prudenza non lo scrivono, ma in scena ci sono cartelli azzardati: “Liberty is delicious”, “Tra i ricchi non ci si impicchi”, “Tutti i nodi vengono alla gola”. La regia trasferisce la vicenda dai bassifondi criminali della Londra del Settecento ed un “equivoco dopoguerra”, ovvero proprio in braccio alle origini del fascismo, tacciato qui di essere una compagnia di banditi. È appena uno sprazzo di fronda, un lampo di qualcosa che già molti pensavano. Troppo per i fascisti. Le repliche sono vietate. Mazzarella pensa bene di non dormire a casa per un po’. Pandolfi sarà arrestato otto mesi dopo. (Che fortuna che nessuno sapesse, allora, che era stato proprio lui, il mite intellettuale innamorato del teatro tedesco, già antifascista comunista, ad aver messo una ridicola bomba di carta sotto l’obelisco del Foro Mussolini, nell’estate del ’41!).
“Catania, 12 maggio 1943.
“Cara Anna, come stai? Mi concedo l’onore di darti del tu, come compenso all’esaurimento nervoso che mi ha tormentato in questi giorni, alle bombe che ho sentito scoppiare, e alla pazienza di cui devo provvedermi per l’avvenire…”. Vitaliano Brancati corteggia per lettera Anna Proclemer, che sposerà nel 1946. Lui 36 anni, professore alle magistrali e romanziere ancora di gracile notorietà. Lei 20 anni, una bellezza folgorante e un talento esploso dal nulla l’anno prima al Teatro Universitario, interpretando “Minnie la candida”. Con tutte queste qualità riesce a far da cerniera fra il settarismo degli “accademici” e lo snobismo intellettuale degli universitari. Fra questi Gerardo Guerrieri, innamorato della Proclemer più che degli amatissimi autori russi; e Ruggero Jacobbi, che di amore ne ha per tutti: russi, americani, francesi; brune, bionde e rosse. Dopo essersi guardati in cagnesco per mesi, Gassman e i suoi firmano con gli universitari un armistizio a casa di Anna. La loro guerra continuerà in serate dense di sigarette e citazioni, pessimo vino e musica jazz di contrabbando. Dei racconti di quelle serate sono piene le pagine della “Educazione teatrale”, il diario-romanzo che Gassman e Salce hanno cominciato a scrivere nel ’42. Alla fine (1945) si ritroveranno con 400 cartelle dattiloscritte, ancora inedite, ma divenute con gli anni un documento prezioso di un tempo e di una generazione.
“Roma, primavera.
Gli allievi si scatenano. In Accademia studiano dizione e mimica. Fuori fanno comparsate all’Opera con scherzi tremendi ai cantanti; stendono mappe della città, secondo la dislocazione dei vinai o dei vespasiani; organizzano in latteria un “campionato di bellezza del viso” (vince Mazzarella, fra le proteste degli altri “belli”); inventano scenette comiche, mettendo a soqquadro la birreria di via Nazionale. Finiscono in Questura e deve intervenire Silvio d’Amico: sono ragazzi, signor commissario, anzi attori; recitano sempre, non sono cattivi. In fondo, recitare è un po’ giocare…
“Milano, agosto.
Gassman debutta professionalmente con Alda Borelli, in “La nemica” di Dario Nicodemi. Quando ha dato l’annuncio ai compagni, Squarzina e gli altri hanno storto il naso. Va bene arrivare finalmente in palcoscenico con una delle compagnie più forti, va bene la paga favolosa (400 lire al giorno!): ma mettersi al servizio di quel vecchio teatro per signore! E per giunta mollare l’Accademia senza fare il terzo anno! La regola vuole infatti che non si possa essere scritturati durante i corsi: o dentro, o fuori. Ma d’Amico è realista: Vittorio ha troppo talento, a scuola ha già imparato abbastanza e di studiare non smetterà per tutta la vita… E poi c’è Nora Ricci la compagna di classe sposata al volo, prima di partire. È figlia di Renzo e Margherita Bagni, nipote del grande Ermete Zacconi. (Che bella rivalsa del Destino! Il migliore degli attori “accademici”, cresciuto lontano dalla mistica della “vecchia scuola del palcoscenico”, si imparenta con la più illustre famiglia di comici. Si fa insomma “figlio d’arte” per via adottiva, conciliando gli estremi della Tradizione e del Rinnovamento.).
“Roma, agosto.
Gli allievi che non sono al fronte formano la compagnia della “Nuova Scena”. Caprioli, Ricci, Pierfederici, Vanna ed Elsa Polverosi, Dal Fabbro, Moretti sono diretti da Squarzina e Landi. Recitano gli atti unici umoristici di Cecov per due sere. Pandolfi, in platea in veste di critico, registra onestà, passione e il carattere democratico dell’iniziativa rivolta agli ex detenuti politici.
“Roma, 7 settembre.
Come sono lontani i cannoni nella quiete mistica della Basilica della Minerva all’Aventino. I padri domenicani intonano solennemente il “Te deum”, insieme a tutta l’Accademia, allievi, insegnanti, impiegati, amici. Mentre l’Italia si spezza in due, l’allievo Marcello Vanni, in arte Marcello De Simoni, prende i voti. Il bell’attore di ventun anni, s’era già fatto notare nelle compagnie di Ricci e della Melato, ora diventa Fra Marcello. Il reverendissimo Maestro generale Stanislao Gillet spiega così la mutazione: “Come l’artista sulla scena cerca di immedesimarsi nel personaggio che rappresenta, così il religioso tutto votato all’apostolato, deve immedesimarsi nel personaggio da lui scelto a modello fino a far dimenticare e dimenticare se stesso. Ma qual è questo personaggio? Non è nemmeno San Domenico. È Cristo stesso, modello sublime di ogni religioso”. Il credente d’Amico è commosso: ha lavorato per preparare un attore, sul cui capo avrebbe soffiato ancora la condanna secolare della Chiesa; ed ecco nasce un mite frate domenicano. I due poli più forti e a stento conciliabili della sua personalità – il Teatro e la Chiesa – si riconciliano d’incanto.


– Sullo stato d’animo degli ebrei a Roma dopo la proclamazione delle leggi razziali è interessante la testimonianza di Alberto Moravia. È nella prefazione al libro 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti (editore “Il Saggiatore”, 1959). Il libro racconta la retata compiuta dai nazifascisti nel ghetto di Roma e Moravia, nel presentarlo, rievoca gli anni in cui anche lui fu perseguitato o ossessionato dalle leggi razziali. “Nel 1938 l’assurdità, sempre presente sotto le dittature, entrò decisamente nella mia vita con le cosiddette leggi per la difesa della razza. Mio padre era ebreo, mia madre, che si chiamava de Marsanich, non lo era, noialtri figli eravamo battezzati. L’assurdità, dunque, prese il nome di ‘discriminazione’. Eravamo, come figli di padre “giudeo” e di madre “ariana” e inoltre battezzati, “discriminati”, ossia assolti, in certo modo, dal delitto di lesa razza commesso nascendo. Non basta, però. L’assurdità volle che di lì a tre anni, mio fratello, tenente del genio in Africa, saltasse su una mina morendo a causa di una guerra che, appunto, era stata scatenata per imporre definitivamente al mondo intero l’assurdità medesima. Non basta ancora. Sempre a causa dell’assurdità, mia madre si mise a fare le pratiche per cambiare il nostro nome ‘giudaico’ in altro ‘ariano’, precisamente quello della mia nonna materna. Alle mie obbiezioni mia madre, con buon senso, rispondeva che in simili frangenti un nome ne valeva un altro. Finalmente, discriminato ma pur sempre sospetto, mi fu proibito di firmare nei giornali con il mio nome. Scelsi allora il trasparente pseudonimo di Pseudo; in quegli anni, per motivi collegati con il fascismo, la mia identità si faceva ogni giorno più incerta, più problematica. Cadde il fascismo, seguì il periodo ‘badogliano’, scrissi articoli contrari al passato regime sul Popolo di Roma diretto da Corrado Alvaro. Quindi, l’8 settembre, fascisti e nazisti tornarono; e allora cominciai a rendermi conto che l’assurdità, dopo essere stata per molto tempo una specie di limbo angoscioso, stava adesso diventando l’inferno che infatti era. In altri termini cominciai a provare il sentimento di apprensione che in regime di terrore assale tutti coloro che non sono o non si sentono ‘in regola’. Io non ero in regola in alcun modo: né razzialmente, né politicamente, né culturalmente. D’altra parte, anche se l’avessi voluto, non avrei potuto essere in regola: non potevo inventarmi un nonno ariano, non potevo credere nel fascismo, non potevo infine non scrivere come scrivevo. Ero irrimediabilmente ‘diverso’. Una di quelle mattine, passando per Piazza di Spagna, incontrai un giornalista straniero, membro del Circolo della stampa estera, il quale mi avvertì che ero sulle liste di coloro che in un prossimo futuro si aveva intenzione di arrestare e deportare in Germania. Tornai subito a casa e dissi a mia moglie che dovevamo scappare al più presto. Mentre mettevo in una valigia il necessario per la fuga, ecco, il telefono squilla. Stacco il ricevitore, lo porto all’orecchio, sento una voce non precisamente amabile che domanda: “Parlo con il traditore Moravia?”. Così ‘diverso’, in pochi giorni ero diventato “traditore”. Giusto anche questo. Non importa dire qui come me la cavai. Quello che vorrei invece tentare di spiegare è la natura del sentimento di apprensione sempre più fonda e angosciosa che provavo in quei giorni. Ho detto che era il sentimento che, in regime di terrore, prova chi sa o teme di non essere in regola. Ma il terrore esattamente cos’è? Secondo me il terrore consiste nel venir meno delle istituzioni che stanno alla base della nostra identità e nella sostituzione dolorosa e difficoltosa di quest’identità con l’anonimo e indifferenziato istinto di conservazione. Io mi sentivo, insomma, come una bestia in trappola; sentivo che non ero più una persona, un individuo, un uomo bensì un nodo di esistenza minacciata. Se avessi avuto tempo e gusto per la riflessione, avrei certamente riconosciuto in questa riduzione della mia identità a mero dato biologico, una forzata regressione alla situazione naturale. Infatti il terrore è la condizione normale della natura. Per esempio, le mandrie di zebre che si vedono pascolare in Africa, tranquille e serene, in realtà sono “terrorizzate”. Al minimo indizio di pericolo, tutta la mandria partirà, in massa, al galoppo. L’uomo ha cercato di abolire il terrore, con la creazione di istituzioni. Il venir meno delle istituzioni ingenera l’assurdità, la quale a sua volta ripiomba l’uomo, incredulo e inorridito, nell’antico terrore naturale. Perché introduco nella prefazione a 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, quest’accenno autobiografico? Perché, sul punto di parlare della retata di ebrei effettuata dai nazisti a Roma, mi accorgo che non sarei onesto se nascondessi che anch’io sono passato attraverso la prova del crollo delle istituzioni, della scomparsa dell’identità e della ricaduta, sia pure per poco, nella situazione di natura. Anch’io insomma ho conosciuto la persecuzione, cioè l’ingiustizia attiva e zelante. Così, ripeto, sarebbe poco onesto nasconderlo, fingendo la serenità del prefatore ‘al di sopra della mischia’. Equivarrebbe in certo modo a rifiutare la mia solidarietà, sia pure dopo venticinque anni, agli sventurati che in quella lontana mattina di ottobre le SS di Kappler arrestarono per spedirli a morire nei forni crematori dei campi di sterminio”.


– Settimio Calò, 45 anni, una casa al numero 49 del Portico di Ottavia, nel cuore del ghetto di Roma, dieci figli, tutti deportati e morti ad Auschwitz; la più grande, Bellina, 22 anni; la seconda, Ester, 20; la terza, Rosa, 18; e poi Ines, 16, David,13, Elena, 11, Nella, sei, Raimondo, quattro, Samuele sei mesi ancora da compiere; e anche un nipotino, Settimio Caviglia, dodici anni, figlio di una sorella. Nessuno ritornerà; solo lui, Settimio, si salverà; poco prima dell’arrivo delle SS è andato in cerca di sigarette.
La tragica vicenda è ben raccontata da Gian Antonio Stella sul “Corriere della sera” del 31 dicembre 2009. Lo si può leggere sul sito dell’archivio storico del Corriere.


– Franco Arbitrio segnala questo pezzo di Raul Hilberg nel suo libro “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, I classici della storia , gennaio 2011, Arnoldo Mondadori Editore.
“Roma era la capitale del cattolicesimo, e tutto ciò che accadeva nella città interessava obbligatoriamente il Papa. I Tedeschi di stanza nella capitale erano perfettamente coscienti della situazione e non desideravano certo uno scontro frontale con la Chiesa. Il 6 ottobre, il console Moellhausen indirizzò una lettera personale a Ribbentrop, per dirgli che l’Obersturmbannführer aveva ricevuto da Berlino l’ordine di arrestare 8000 ebrei di Roma e di trasferirli nel Nord dell’Italia, ‘dove senza dubbio saranno liquidati’ (wo sie liquidiert werden sollen). Il generale Stahel aveva dichiarato che avrebbe dato il via all’azione solo se c’era l’accordo del ministro degli esteri tedesco. Quanto a me – concludeva Moellhausen – ‘penso che sarebbe ben più redditizio (dass es besseres Geschäft wäre) mobilitare gli Ebrei per costruire opere di difesa come a Tunisi, ciò che appunto Kappler e io proporremo al Generalfeldmarshall Kesselring. Attendo istruzioni’. Berlino rispose che, conformemente a un ordine di Hitler, gli Ebrei di Roma dovevano essere portati nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen, come ostaggi. Rahn e Moellhausen non dovevano in alcun caso immischiarsi della questione (sich auf keinen Fall in diese Angelegenheit einzumischen).
“Il 16 ottobre 1943, l’arcivescovo Hudal, curato della Chiesa tedesca di Roma, lanciò un appello dell’ultimo minuto al generale Stahel: ‘Sono appena stato informato da un ufficio altolocato del Vaticano, collocato nelle immediate vicinanze del Santo Padre, che questa mattina sono cominciati gli arresti degli Ebrei di nazionalità italiana. Nell’interesse delle buone relazioni che sono esistite fino a questo momento tra il Vaticano e l’Alto comando militare tedesco – e che si devono in particolar modo all’intuizione politica e alla grandezza d’animo di Sua Eccellenza che un giorno sarà ricordato nella storia di Roma – le sarei infinitamente riconoscente se potesse ordinare che si ponga fine immediatamente agli arresti di Roma e nei dintorni. Temo, in caso contrario, che il Papa sia costretto a prendere posizione apertamente, e ciò darà un’arma preziosa contro di noi alla propaganda antitedesca.
“Ma l’Aktion non poteva più essere fermata. Cominciò la notte tra il 15 e il 16 ottobre e fu portata a termine in meno di ventiquattro ore. Per realizzarla, il generale Stahel mise a disposizione dell’Obersturmbannführer Kappler la 5a compagnia del 15o reggimento di polizia, la 3a compagnia del 20o reggimento di polizia e l’11a compagnia del 12o reggimento di polizia. Poiché la 5a compagnia effettuava turni di guardia, il generale Stahel distaccò una unità del 2o reggimento di paracadutisti per aiutare i poliziotti nella loro missione di routine. Non si dovette ‘deplorare’ alcun incidente. Nel corso della retata, vennero arrestate, in totale, 1259 persone. Vennero rilasciati qualche mezzo-Ebreo e gli Ebrei dei matrimoni misti; dopo di ciò, 1022 vittime vennero deportate, il 18 ottobre 1943, nel campo di sterminio di Auschwitz.
“La grande maggioranza della popolazione ebraica della città, durante l’azione riuscì a nascondersi. Lo stesso Vaticano diede rifugio ad Ebrei. Così, una perquisizione della polizia del questore di Roma nel collegio extraterritoriale della basilica di San Paolo fuori le Mura, nel corso della notte tra il 3 e il 4 febbraio 1944, sfociò nell’arresto dei disertori, dei ribelli, dei carabinieri (fedeli al re) che avevano violato la regola e degli Ebrei. I Tedeschi, tuttavia, constatarono con sollievo che uno dei loro maggiori timori non si era realizzato. Il Papa, malgrado tutti gli approcci e le suppliche, aveva mantenuto il silenzio.
“L’indomani della grande retata, l’ambasciatore tedesco in Vaticano ed ex Staatssekretär del ministero degli esteri, Weizsäcker, riferiva a Berlino che la Curia era molto scandalizzata, dato che l’avvenimento si era svolto, per così dire, sotto le finestre del Papa (Die kurie ist besonders betroffen, da sich der Vorgang sozusagen unter den Fenstern des Papstes abgespielt hat). Questa reazione avrebbe potuto essere ammorbidita, diceva Weizsäcker, se gli Ebrei fossero rimasti in Italia, destinati al lavoro coatto. Ora, l’ambiente antitedesco di Roma, faceva pressione sul Papa per costringerlo a uscire dalla sua riservatezza. ‘Si dice – segnalava Weizsäcker – che i vescovi delle città francesi dove sono accadute cose simili (wo ähnliches vorkam) hanno preso una posizione netta’. Il Papa, in qualità di capo della Chiesa cattolica e come vescovo di Roma, difficilmente avrebbe potuto farne a meno. Già si fanno dei paragoni, proseguiva Weizsäcker, tra l’attuale pontefice e ‘il molto più emotivo Pio XI’.
“Tuttavia, queste pressioni furono inutili. Il Papa – scriveva Weizsäcker il 28 ottobre – sebbene si dicesse fosse spinto da più parti, non si è lasciato convincere a sollevare alcuna protesta contro la deportazione degli Ebrei di Roma. sebbene debba prevedere che il suo atteggiamento sarà usato contro di lui dai nostri avversari e dagli ambienti protestanti dei Paesi anglosassoni, a scopi di propaganda. Egli ha fatto di tutto, in questo affare piuttosto spinoso, per non aggravare le relazioni con il governo tedesco e con gli uffici tedeschi di Roma”.

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