13 ottobre

Il governo Badoglio dichiara guerra alla Germania e il Regno del Sud diventa “cobelligerante. Le forze armate italiane potranno combattere contro i tedeschi con la propria bandiera al fianco degli angloamericani

Il governo Badoglio dichiara guerra alla Germania. È il primo atto politico di quello che ancora si chiama Regno d’Italia. Gli italiani lo chiamano Regno del sud, gli angloamericani lo chiamano “King’s Italy” e lo hanno in certo modo riconosciuto fin dal 13 settembre con la copertura di una “Allied Commission”, diventata il 10 ottobre “Allied Control Commission” (presieduta dal diplomatico inglese Noel Mason MacFarlane). In italiano ACC è tradotta “Commissione alleata di controllo” e così si giuoca sull’ambiguità di quel “control”, che in inglese ha un significato più forte che in italiano: non soltanto verifica e sorveglianza su quello che si fa e si è fatto, ma esercizio diretto di autorità, di direzione e di comando.

Il Regno del sud è una delle tre parti in cui è divisa l’Italia, la più piccola; comprende la Puglia (esclusa la provincia di Foggia, dove sono i grandi aeroporti alleati) e – sulla carta – la Sardegna1. L’Italia meridionale e la Sicilia sono occupate dagli eserciti angloamericani e sottoposte a un governo militare alleato (l'”Allied Military Government of Occupied Territory”, AMGOT, che poi perderà le due lettere finali, OT, e diventerà AMG).

L’Italia centrale e settentrionale formalmente fa parte di quello che per ora è chiamato “Stato nazionale repubblicano d’Italia” e che il 1o dicembre assumerà il nome di Repubblica Sociale Italiana. In realtà questa parte dell’Italia è sotto occupazione militare tedesca. C’è un alto comandante militare (il feldmaresciallo Albert Kesserling) e diciannove comandi territoriali, che hanno ai loro ordini la Wehrmacht, le “SS”, la polizia e reparti italiani di sicurezza, formati da elementi provenienti dall’Arma dei carabinieri e dalla Milizia fascista.

C’è anche un’altra parte dell’Italia, che però non è più Italia, perché annessa al Reich tedesco: le province di Bolzano, Trento e Belluno (“Voralpenland”) e di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume e Pola (“Künstenland”). La Germania le considera “zone di operazioni” e il governo è affidato a autorità civili insediate e controllate da alti commissari tedeschi.

Fuori di queste tre Italie ci sono 300 mila soldati italiani prigionieri degli inglesi in India e nel Kenya e degli americani negli Stati Uniti; e ci sono 700 mila deportati in Germania: se non aderiranno alla repubblica Sociale di Mussolini, come verrà loro proposto (ricevendo una stragrane maggioranza di rifiuti), soltanto una dichiarazione di guerra dell’Italia può costringere la Germania a trattarli come prigionieri di guerra e non come traditori o disertori, passibili di fucilazione.

La dichiarazione di guerra fatta dal governo Badoglio alla Germania è stata tuttavia una decisione tormentata. Il re era dapprima contrario, forse ancora condizionato dall’essere stato per tanti anni, con Mussolini, alleato della Germania e combattente al fianco di essa; e Badoglio ha cercato di contrattarla, per ottenere come contropartita da Eisenhower almeno la qualifica di alleato; riceverà invece solo quella di “cobelligerante”2, sufficiente, però, per potere inviare al fronte, al fianco degli angloamericani, i primi reparti dell’esercito regolare e per permettere alla marina e all’aeronautica di battersi con le insegne nazionali3.

Badoglio non ha comunque molti strumenti per svolgere un’attività di governo; un governo, poi, che non c’è, e che sarà costituito solo fra un mese, composto di soli sottosegretari, con la curiosa finzione che i ministri sono ancora quelli lasciati a Roma l’8 settembre. Non ci sono neppure i carabinieri e il servizio di sicurezza è affidato ai giovani allievi dell’Accademia navale di Livorno, che i primi di settembre si sono trasferiti a Brindisi4 e alloggiano nel Collegio navale della Gioventù italiana del littorio, la Gil, l’organizzazione giovanile del fascismo.

A Brindisi il re, dopo avere cercato di spiegare, col suo proclama del 10 settembre, perché è scappato da Roma, se ne sta chiuso nel suo appartamento nel castello svevo e solo ogni tanto va con la regina a fare una passeggiata in campagna. Fa fermare l’auto e poi un quarto d’ora a piedi.

La regina Elena va invece spesso dalle suore che stanno in piazza del Duomo e cerca di aiutare qualche opera di beneficenza. Un giorno lei e il re decidono di andare alla messa celebrata nell’hangar dell’aeroporto da padre Giulio Bevilacqua, che è il cappellano dall’Accademia navale.

Padre Bevilacqua ha deciso di fare il cappellano militare nel 1940, quando l’Italia è entrata in guerra, proprio perché ha definito la guerra una “apostasia da Cristo”, in cui l’umanità sta salendo il suo calvario con la sua croce spaventosa. Tre anni di missioni avventurose e rischiose; poi, dopo la fine della guerra, una vita, in Italia e in Francia, all’insegna della predicazione e della pastorale liturgica. Poi il Concilio Vaticano II. Poi, nel 1965, papa Paolo VI – il suo amico Montini – lo creerà cardinale. Accetterà a una condizione: di rimanere parroco nella sua Isola della Scala, dove è nato. Tutti lo ricorderanno come il cardinale parroco.

Quel giorno, durante la messa nell’hangar dell’aeroporto di Brindisi, padre Bevilacqua ha commentato il passo evangelico “Beati coloro che piangono”. Si è rivolto al re, severamente: “Lei ha in testa una corona di spine”.

L’omelia non è piaciuta alle cosiddette autorità. Non è piaciuta neppure al re, che da allora non è più andato a messa.


1 Sulla Sardegna, da dove le truppe tedesche erano partite subito dopo l’8 settembre, il governo Badoglio non aveva nessuna pratica autorità. A cominciare dalla fine di settembre l’isola era stata occupata dalle forze aeree americane, che si servivano degli aeroporti di Elmas, Decimomannu e Villacidro per i bombardamenti sulla Germania.

2 Il termine “cobelligerante”, mai usato prima di ora, è di origine latina ma di formazione inglese, per indicare chi combatte contro lo stesso nemico, ma senza gli impegni e i diritti dell’alleato. La parola “cobelligeranza” è stata invece usata dal governo fascista il 1o settembre del 1939, all’inizio della seconda guerra mondiale, per indicare la propria posizione di “non belligeranza” con l’alleata Germania.

3 La dichiarazione di guerra ebbe una serie di pratici effetti, ma fu un atto puramente formale. La dichiarazione fu presentata dall’ambasciatore italiano a Madrid Giacomo Paolucci di Calboli all’ambasciatore tedesco, che non l’accettò. La Germania sosteneva infatti che il governo Badoglio non rappresentava uno stato libero e che l’atto era stato imposto dalle potenze occupanti. L’atto rimase formale anche per le potenze alleate. Di esso non si parla nel trattato di pace del 1947.

4 Nel mese di agosto la serie degli allarmi aerei a Livorno era tale che l’Accademia navale pensò bene di trasferirsi in montagna; prima a Merano, per pochi giorni, poi a Colle Isarco, nell’albergo Gröbner; poi al Lido di Venezia, all’hotel Excelsior come dormitorio e al Casinò come scuola. I primi di settembre il piroscafo Saturnia imbarcò gli allievi dell’Accademia per trasportarli a Taranto. Ma l’equipaggio della nave si ribellò e la fece incagliare sulla sabbia a sud di Brindisi. Su alcuni pescherecci gli allievi sbarcarono a Brindisi, portandosi viveri ed altro presi dalle ricche stive della nave. Per il loro servizio d’ordine in città il re li farà tutti cavalieri; a vent’anni.