12 luglio

12 luglio

Artiglierie e tutte le attrezzature di difesa fatte saltare in aria. Alti ufficiali, marinai e fanti si allontanano insieme ai civili. La piazzaforte di Augusta è conquistata dagli inglesi senza sparare un colpo.

Alle 10.35 di stamani il cacciatorpediniere inglese Eximoor e il cacciatorpediniere greco Kanaris1 sono entrati lentamente, con cautela, nella rada di Augusta. Alcuni colpi di cannone sono stati sparati dalle batterie di Monte Tauro; poi più niente. Un grande silenzio è calato su quella che era considerata una piazzaforte navale fra le più armate e protette. Le banchine del porto e tutte le attrezzature portuali appaiono intatte. Si intravedono macerie, però, dove erano le batterie antinave, le batterie della difesa contraerea, i depositi delle munizioni e dei carburanti e anche le artiglierie da 381, capaci di sparare entro un raggio di 35 chilometri. Ora, solo silenzio. Soldati, civili? Nessuno.

I due cacciatorpediniere si fermano una mezz’ora, in attesa di una qualche reazione; poi ripartono, dirigendosi verso sud. Domani, decine e decine di navi da guerra inglesi e di mezzi da sbarco entreranno nella rada e nel porto di Augusta senza sparare un colpo. Superata la sorpresa, il generale Montgomery, le cui avanguardie stanno arrivando a Siracusa, vede già facile l’avanzata verso nord e la conquista di Catania.

Che cosa è accaduto? La cronaca dice che all’alba di due giorni fa, il 10, i quattrocento tedeschi della caserma Mas hanno fatto saltare le loro installazioni e i depositi di siluri e se ne sono andati con le motosiluranti o con autocarri. Quasi tutte le truppe italiane – marinai e fanti – li hanno seguiti precipitosamente, prendendo la strada per Catania insieme alle centinaia di civili che hanno lasciato le loro case.

Nel pomeriggio sono cominciate le distruzioni e sono proseguite nella notte e nella mattinata di ieri. Saltano in aria i cannoni da 381, le batterie contraeree, i pontoni armati: anche, a nord di Siracusa, un treno munito di quattro pezzi da 120 millimetri e di mitragliatrici contraeree.

Questa la cronaca. Poi si dice2 che la sera del 10 l’ammiraglio Priamo Leonardi, comandante della piazza Augusta-Siracusa, si è trasferito a Melilli, venti chilometri nell’interno, sulle colline; che già la sera prima il capitano di fregata Gasparini, suo Capo di stato maggiore, ha dato l’ordine di predisporre la distruzione delle batterie; e che ieri il capitano di fregata Turchi, comandante della base navale, è partito con i suoi marinai per Catania prima che all’orizzonte apparisse la ciminiera di una nave nemica.

Della sorprendente e imprevista caduta della piazzaforte di Augusta non parlerà domani né dopodomani il bollettino del Quartiere generale delle Forze armate italiane. Domani ci sarà solo uno strano accenno: “La battaglia prosegue con immutata violenza nella regione meridionale della Sicilia, dove il nemico cerca di ampliare le teste di sbarco che ha potuto costituire a Licata, Gela, Pachino, Siracusa e Augusta”. Ad Augusta c’è già una “testa di sbarco”? Non ancora; ci sarà soltanto in giornata, e senza combattimento.

Tutta la vicenda sarà studiata e discussa, nel 1954, dai giudici della Corte di assise d’appello di Milano nel processo contro Antonino Trizzino, accusato di vilipendio delle Forze armate3. La sentenza, emessa nell’ottobre dello stesso anno, dirà che la distruzione delle batterie si deve ascrivere “in parte ad iniziative non bene individuate e in parte a un fenomeno di panico collettivo non imputabile all’ammiraglio Leonardi, il quale, per la dislocazione del suo comando, per l’interruzione dei collegamenti e per il fragore della battaglia che infuriava nel settore sud della piazza, non poté avere esatta nozione di quanto accadeva nel settore nord”. Tutto si spiega con un “fenomeno di panico collettivo”? e col “fragore” di una battaglia che era a venti chilometri di distanza in linea d’aria? Tuttavia, prosegue la sentenza, “è ammissibile il giudizio che l’ammiraglio avrebbe dovuto preoccuparsi della resistenza, richiamando i reparti al senso del dovere, predisponendo insomma gli animi all’estrema difesa”.

La sentenza esamina poi l’ordine di distruggere gli armamenti: “È estremamente grave che nella giornata del 10 sia stata distrutta ogni cosa, batterie antinave, postazioni della difesa contraerea, stazione radio, treno armato, depositi di munizioni e carburante, e siano rimaste intatte soltanto le attrezzature portuali: quelle attrezzature che poi furono di valido aiuto alle forze nemiche nello sviluppo delle operazioni di sbarco per la conquista totale dell’isola”4.

Grazie anche a questi sconcertanti episodi continua rapida, lungo la costa orientale, l’avanzata dell’armata di Montgomery; e ancora più rapida, attraversando l’isola dal golfo di Gela verso Palermo, continua l’avanzata dell’armata di Patton. Con le truppe americane è il giornalista Ernie Pyle5, che, più che le operazioni militari, ama raccontare paesaggi e gente. Un taccuino di viaggio più che una corrispondenza di guerra: “Nelle strade e nelle città, i civili sorridevano, agitando le mani in segno di saluto. I bambini facevano il saluto militare, altri levavano le braccia, in una versione ingrandita della “V” churchilliana. I Siciliani non si stancavano di ripetere che non volevano combattere. Ma i nostri soldati non si lasciavano prendere da quell’atmosfera di cordialità: erano troppo occupati a scaricare il materiale, a inseguire i veri nemici per rispondere alle acclamazioni degli abitanti dell’isola. In senso generale, i Siciliani davano l’impressione di un popolo sottosviluppato. Erano vestiti miseramente e con ogni probabilità lo erano sempre stati. I bambini gironzolavano tutta la giornata intorno al nostro campo, silenziosi e docili. Avevano l’aria tanto denutrita che non resistevamo al desiderio di dare loro qualche scatola di razioni. Tentammo di insegnar loro a dir grazie, ma invano.

“Un giorno, alcuni miei colleghi corrispondenti di guerra facevano il bucato, quando arrivò una siciliana, che prese la biancheria e la lavò. Quando ebbe finito, chiedemmo: ‘Quanto?’. ‘Niente’ rispose lei. Le facemmo capire che le avremmo dato del cibo. Disse che non l’aveva fatto con la speranza di ricevere un regalo: aveva lavato la biancheria per niente. Le donammo comunque dei viveri. Episodi di questo tipo erano all’ordine del giorno. Mi raccontarono soldati del Genio che i Siciliani andavano nei loro cantieri, imbracciavano la pala e poi si rifiutavano di accettare una ricompensa. Si potrà dir tutto dei Siciliani, ma non che siano pigri. Un soldato compendiò le impressioni di noi tutti, dichiarando: ‘Dopo nove mesi con gli Arabi, trovare qualcuno disposto a lavorare volontariamente mi sconvolge'”.

Roberto Suster, direttore della fascistissima agenzia Stefani, scrive nel suo diario: “Le cose in Sicilia vanno di male in peggio. I nostri non si battono, ma si arrendono. Il Paese è disgustato. I fascisti furibondi. Il Mito del Duce è crollato. La molla patriottica sembra spezzata. Ognuno incomincia a vergognarsi di essere italiano, e di essere stato fascista”.


1 Una parte della flotta greca era riuscita a lasciare i porti prima dell’occupazione tedesca e a rifugiarsi a Malta, dove si unì alla marina britannica.

2 In La seconda guerra mondiale di Arrigo Petacco, Curcio editore.

3 Sul libro e sul processo a Antonino Trizzino si veda la nota 8 nella giornata dell’11 giugno (Pantelleria).

4 Trizzino fu assolto in secondo grado. Nessun processo si è svolto per gli alti gradi militari che comandavano la piazza di Augusta.

5 Nel libro Brave Men, ripreso da La seconda guerra mondiale, Selezione del Reader’s Digest.

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