1 settembre

1° settembre

Con un radiomessaggio Papa Pio XII si rivolge alle nazioni che stanno prevalendo, perché pongano fine alla strage e siano generose nella ricerca di una pace che non accenda nuovi odi. La guerra dura da quattro anni e mai si sono visti tanti morti, tanto sangue, tante distruzioni.

“Si compiono oggi quattro anni dal giorno orrendo che diede inizio alla più formidabile, distruggitrice e devastatrice guerra di tutti i tempi, la cui visione atterrisce chiunque nutra in petto anima e sensi di umanità”. Così comincia il radiomessaggio di oggi del papa Pio XII nel quarto anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale.

Ancora non si fanno bilanci su morti e distruzioni. Quando si faranno, dopo la fine del conflitto, le cifre saranno spaventose: 27 milioni i soldati morti, fra venti e trenta milioni i civili, compresi circa sei milioni di ebrei. Nell’arco di tempo che va dal 1o settembre del 1939 (invasione tedesca della Polonia e dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia alla Germania) all’8-9 maggio del 1945 (fine della guerra in Europa) e al 2 settembre (fine della guerra nel Pacifico) nell’Unione Sovietica sette milioni saranno i civili morti (con i soldati, venti milioni di morti, un sesto dell’intera popolazione); fra militari e civili 12 milioni in Cina, sei milioni in Polonia (un sesto della popolazione), sette milioni in Germania, un milione e settecentomila in Jugoslavia. La Francia avrà 600 mila morti, l’Italia 450 mila, il Regno Unito 400 mila, gli Stati Uniti 300 mila.

“Nel presentimento di così universale sciagura che minacciava la grande famiglia umana” così continua il papa “noi indirizzammo, pochi giorni avanti lo scoppio delle ostilità, il 24 agosto 1939, ai governanti e ai popoli un caldo appello e una supplichevole ammonizione.1 Nulla – dicemmo – è perduto con la pace. Tutto può esser perduto con la guerra! La nostra voce giunse agli orecchi, ma non illuminò gli intelletti e non scese nei cuori. Lo spirito della violenza vinse sullo spirito della concordia e della intesa: una vittoria che fu una sconfitta. Oggi, sulla soglia del quinto anno di guerra, anche coloro che contavano allora sopra rapide operazioni belliche e una sollecita pace vittoriosa, volgendo lo sguardo a quanto li circonda dentro e fuori della patria, non sentono che dolori e non contemplano che rovine. A molti, i cui orecchi rimasero sordi alle nostre parole, la tristissima esperienza e lo spettacolo dell’oggi insegnano quanto il nostro ammonimento e presagio corrispondessero alla realtà futura”.

“Ispirarono allora le nostre parole” continua il papa” amore imparziale per tutti i popoli senza eccezione e vigile cura per il loro benessere. Lo stesso amore e la stessa cura ci muovono in quest’ora grave e angosciosa, e mettono sulle nostre labbra parole che vogliono essere a vantaggio di tutti e di nessuno a danno, mentre istantemente supplichiamo l’Onnipotente Iddio affinché apra loro la via ai cuori e alle decisioni degli uomini nelle cui mani sono le sorti dell’afflitta umanità… Per ogni terra l’animo dei popoli si aliena dal culto della violenza e nell’orrida messe di morte e di distruzione ne contempla la meritata condanna. In tutte le nazioni cresce l’avversione verso la brutalità dei metodi di una guerra totale, che porta ad oltrepassare qualunque onesto limite e ogni norma di diritto divino ed umano. Più che mai tormentoso penetra e strugge la mente e il cuore dei popoli il dubbio se la continuazione della guerra, e di una tale guerra, sia e possa dirsi ancora conforme agl’interessi nazionali, ragionevole e giustificabile di fronte alla coscienza cristiana ed umana. Dopo tanti trattati infranti, dopo tante convenzioni lacerate, dopo tante promesse mancate, dopo tanti contraddittori cambiamenti nei sentimenti e nelle opere, la fiducia tra le nazioni è scemata e caduta così profondamente da togliere animo e ardimento a ogni generosa risoluzione.

È a questo punto che il papa mostra di prevedere l’esito finale della guerra, che in realtà ha visto in quest’anno cambiare le sorti a favore della Gran Bretagna e degli Stati Uniti; e si preoccupa dei problemi che nasceranno per le nazioni sconfitte; quindi anche per la sua amata Italia, di cui ovviamente conosce i tentativi in corso per uscire dal conflitto: “Perciò ci rivolgiamo a tutti quelli cui spetta promuovere l’incontro e l’accordo per la pace, con la preghiera sgorgante dall’intimo e addolorato nostro cuore, e diciamo loro: la vera forza non ha da temere di essere generosa. Essa possiede sempre i mezzi per garantirsi contro ogni falsa interpretazione della sua prontezza e volontà di pacificazione e contro altre possibili ripercussioni. Non turbate né offuscate la brama dei popoli per la pace con atti che, invece di incoraggiare la fiducia, riaccendono piuttosto gli odi e rinsaldano il proposito di resistenza. Date a tutte le nazioni la fondata speranza di una pace degna, che non offenda né il loro diritto alla vita né il loro sentimento di onore. Fate apparire in sommo grado la leale concordanza tra i vostri principi e le vostre risoluzioni, tra le affermazioni per una pace giusta e i fatti. Soltanto così sarà possibile di creare una serena atmosfera, nella quale i popoli meno favoriti, in un dato momento, dalle sorti della guerra possano credere al rinascere e al crescere di un nuovo sentimento di giustizia e di comunanza tra le nazioni, e da questa fede trarre le naturali conseguenze di maggiore fiducia per l’avvenire, senza dover temere di compromettere la conservazione, l’integrità o l’onore del loro Paese”.2

L’arresto di Mussolini, il 25 luglio, e la nomina di Badoglio al suo posto hanno procurato alla Santa Sede apprensioni e incognite, ma anche qualche speranza. I bombardamenti del 19 luglio e del 13 agosto hanno accresciuto i timori di un ulteriore coinvolgimento di Roma nella guerra, ma la presenza di un nuovo governo italiano, sicuramente più disponibile del precedente, ha stimolato gli sforzi della Curia romana per proteggere la capitale da altri attacchi aerei. L’ambasciatore fascista presso la Santa Sede, Galeazzo Ciano, ha abbandonato la sua carica3 ed è stato sostituito, con la qualifica di “incaricato d’affari”, dal consigliere d’ambasciata Francesco Babuscio Rizzo. A lui il Segretario di stato monsignor Tardini ha chiesto subito, già il 27 luglio, di adoperarsi perché Roma venga dichiarata “città aperta”: si sarebbe riparato a una promessa non mantenuta dal vecchio governo e si sarebbe creata una benemerenza a favore del nuovo all’occhio di tutti i cattolici.

Il 31 luglio il governo Badoglio ha informato la Segreteria di stato di essere d’accordo; immediatamente la Segreteria di stato lo ha comunicato ai delegati apostolici presso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Gaetano Cicognani e William Godfrey, e immediatamente questi lo hanno fatto conoscere ai governi americano e inglese.

Un primo effetto è stato subito raggiunto: per il 2 agosto era stato programmato un secondo bombardamento aereo di Roma, ma l’incursione non è avvenuta. Solo una sospensione, però. Una dichiarazione ufficiale italiana non è stata fatta, forse perché ci si aspettava che venissero dettate delle condizioni da parte degli Alleati, e il 13 agosto la capitale è stata colpita per la seconda volta, sia pure in modo meno pesante della prima (si veda in questo libro la giornata del 13 agosto).

Finalmente il 14 agosto il governo italiano ha dichiarato formalmente e pubblicamente Roma città aperta e nello stesso giorno l’incaricato d’affari americano in Vaticano, Harold Tittman, ha comunicato al suo governo di aver saputo da fonte certa che il governo Badoglio sta cercando di raggiungere un accordo di pace con gli Alleati, l’unico impedimento essendo costituito dalla presenza dei tedeschi; era perciò opportuno di non mettere in pericolo l’autorità di Badoglio bombardando le popolazioni civili.

La questione è stata discussa da Churchill e Roosevelt durante la conferenza di Quebec del 17-24 agosto, ma senza prendere decisioni a causa delle riserve degli alti comandi militari; l’Italia – essi hanno sostenuto – continua a cooperare militarmente con la Germania. Il 7 ottobre il Segretario di stato americano Cordell Hull (sarà nominato premio Nobel per la pace nel 1945) riproporrà il problema al presidente Roosevelt con un memorandum in cui si farà notare le ripercussioni negative che un nuovo bombardamento aereo di Roma avrebbe nell’opinione pubblica non solo degli Stati Uniti ma di tutti i paesi cattolici e in particolare dell’America latina. In novembre Cordell Hull insisterà con una lettera in cui proporrà l’invio di una lettera al papa col riconoscimento dello stato di città aperta di Roma “sulla base di massima delle condizioni annunciate in agosto dal governo italiano” (un governo che tuttavia ora non c’è più).

Il presidente Roosevelt si dirà favorevole all’invio della lettera al papa, ma Churchill definirà inopportuna una iniziativa del genere. Roma è ora in mano alle autorità tedesche e sono loro che comandano4.


1 Questo il testo del radiomessaggio di Pio XII rivolto il 24 agosto 1939, otto giorni prima dello scoppio della guerra, “ai governanti ed ai popoli nell’imminente pericolo della guerra“:

“A tutto il mondo. Un’ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana; ora di tremende deliberazioni, delle quali non può disinteressarsi il nostro cuore, non deve disinteressarsi la nostra autorità spirituale, che da Dio ci viene, per condurre gli animi sulle vie della giustizia e della pace. Ed eccoci con voi tutti, che in questo momento portate il peso di tanta responsabilità, perché a traverso la nostra ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra. Eccoci con voi, condottieri di popoli, uomini della politica e delle armi, scrittori, oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete autorità sul pensiero e l’azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.

“Noi, non d’altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in cielo ed in terra prende nome di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli, – dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori.

“Oggi che, nonostante le nostre ripetute esortazioni e il nostro particolare interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai governanti e ai popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi pacifici di chi li governa. È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono”.

Dice ancora il papa:

“Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo. E si sentiranno grandi – della vera grandezza – se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine”

Siamo nel 1939 ed è sconcertante che il papa non abbia compreso che la guerra imminente non può essere evitata col ricorso a negoziati e che questa volta non ci sono “reciproci diritti”. Da una parte c’è solo la folle volontà di Hitler di soggiogare l’Europa e dall’altra la fatale reazione delle nazioni democratiche per difendere le proprie libertà con una guerra che non è guerra di conquista; qualcuno l’ha chiamata guerra civile europea. Evidentemente non ha valso, a far capire le intenzioni e i progetti del Füher, il vergognoso patto di Monaco di un anno prima, il 29 settembre del 1938, quando il primo ministro inglese Neville Chamberlain e il primo ministro francese Edouard Daladier, alla presenza complice di Mussolini, hanno acconsentito, pur di evitare un conflitto militare, che la Germania nazista smembrasse una nazione indipendente, la Cecoslovacchia, con l’annessione della regione chiamata dai Sudeti; e nonostante che cinque mesi prima avesse annesso l’Austria con l’Anschluss del 12-14 marzo.

È possibile che il papa e la Segreteria di stato vaticana (segretario di stato è il cardinale Luigi Maglione) non abbiano compreso i fondamenti ideologici, le premesse biologiche e razziste del nazismo; e che non possono quindi essere messi sullo stesso piano i “potenti” dell’una e dell’altra parte?

Così conclude il papa; e la sua è una supplica:

“Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a tranquillità nell’ordine e nel lavoro. Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di giustizia, tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore. Abbiamo con noi il cuore delle madri, che batte col nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali. Ed è con noi l’anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con noi l’umanità intera, che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con noi quel Cristo che dell’amore fraterno ha fatto il suo comandamento, fondamentale, solenne; la sostanza della sua religione, la promessa della salute per gli individui e per le nazioni”.

2 Il testo integrale del radiomessaggio si può trovare sul sito www.vatican.va

3 Nel memoriale scritto per il processo di Verona il genero di Mussolini rievocò così quei momenti: “Dopo aver conferito con mia moglie, arrivammo alla conclusione che in un’Italia nella quale si arrestava Mussolini, si abbattevano targhe col nome di mio padre, non c’era più posto per noi. Decidemmo di chiedere i passaporti per la Spagna, paese che per molti aspetti presentava a noi la possibilità di rifarci una vita. Andai, a tale fine, a parlare con Ambrosio, il solo del nuovo regime col quale in passato avevo avuto a che fare. Gli dissi che intendevo dimettermi da ambasciatore e chiedevo i passaporti per me e famiglia. Ambrosio promise di interessarsi presso Badoglio. Senonché in serata venne a casa mia il duca Acquarone. Diceva che S.M. si era molto sorpreso della mia richiesta: che per un Collare dell’Annunziata vi sarebbero sempre state sufficienti garanzie nel Regno e desiderava che rimanessi al posto d’ambasciatore. Capii che – con bel garbo – mi si rifiutavano i passaporti e non insistei. Viceversa dissi che non ritenevo di poter rimanere in carica. Due giorni dopo – tramite il consigliere D’Ajeta – mi si fece sapere che se avessi presentato le dimissioni per iscritto sarebbero state accettate. Il che io subito feci”.

È una testimonianza non tutta credibile. Sembra infatti che le dimissioni gli siano state richieste prima che egli le offrisse; e che l’intenzione non era di recarsi in Spagna, bensì più lontano, in Sudamerica, dove giustamente pensava di sentirsi più sicuro.

4 Un ampio resoconto di “Il Vaticano durante i quarantacinque giorni” è in http://pioxii.150m.com/10.htm.


Con la collaborazione di Franco Arbitrio


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